mercoledì 24 giugno 2009

I voli civili del meridione a rischio collisione con i predator Nato


È destinato a crescere enormemente il numero dei velivoli senza pilota (UAV) in dotazione alle forze armate internazionali. Per questo i principali paesi NATO sono impegnati in una frenetica ricerca di spazi aerei dove i nuovi sistemi possano volare senza interferire con le rotte civili e militari.
In Spagna, per ospitare gli aerei senza pilota dell’aeronautica nazionale e di quelli dell’agenzia spaziale statunitense NASA, dopo anni di studi e simulazioni è stata scelta una piccola località della Galizia, Trasmiras, sfuggita sino ad oggi al passaggio in quota dei velivoli e 80 chilometri distante dall’aeroporto di Vigo. Per poi scongiurare pesanti restrizioni al traffico aereo, il governo Zapatero ha ritirato la candidatura di Zaragoza come principale base d’appoggio in Europa per i nuovi UAV della NATO.
In Italia invece impera la deregulation e già nei prossimi mesi i piloti delle compagnie aeree dovranno stare attenti a non incrociare i micidiali velivoli senza pilota delle forze armate italiane e statunitensi. Il generale Giuseppe Bernardis, sottocapo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, ha preannunciato all’agenzia di stampa Defensenews che entro la fine dell’anno i nuovi velivoli “Predator B” dell’AMI saranno liberi di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, “all’interno dello spazio nazionale e comunque fuori dal traffico regolare, a 50.000 piedi d’altitudine”. Qualcosa più di 15.000 metri dal livello del mare, ben al di sopra delle quote di crociera dei voli civili. Peccato che per volare, gli UAV dovranno comunque decollare proprio da alcuni scali militari che sorgono in prossimità di grandi centri urbani e importanti hub aeroportuali. I “Predator B” saranno installati nella base pugliese di Amendola, a metà strada tra le città di Foggia e Manfredonia, ai piedi del Gargano. Andranno a fare compagnia al gruppo di Predator di prima generazione (quelli indicati con la lettera “A”), operativi dal dicembre 2004. Insieme si contenderanno il passaggio nel “corridoio di volo” che l’aeronautica militare sta predisponendo tra la Puglia e il poligono sperimentale di Salto di Quirra in Sardegna.
“Il nostro piano è però quello di creare una serie di nuovi corridoi di raccordo tra la principale rotta di volo dei Predator e le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia, l’isola di Pantelleria e Decimomannu in Sardegna”, ha aggiunto il generale Bernardis. “Il corridoio di Sigonella potrebbe essere usato pure dai velivoli senza pilota Global Hawks che saranno installati in Sicilia nell’ambito del programma NATO Allied Ground Surveillance AGS”. Entro il 2010 nella grande base siciliana arriverà pure una squadriglia di Global Hawk dell’US Air Force; nel 2012 finanche i prototipi di una versione più sofisticata di aerei senza pilota della marina militare statunitense. I ciechi strumenti di guerra saranno così gli unici veri padroni dei cieli del Mezzogiorno d’Italia. In Sicilia sovraffolleranno le piste e le rotte dei cacciabombardieri e dei giganteschi aerei cargo USA a capacità nucleare, sfrecciando a poca distanza dallo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo per traffico aereo in tutta Italia (più di sei milioni di passeggeri all’anno).
I Predator non sono però solo una grave minaccia alla sicurezza; rappresentano infatti l’ennesimo caso di spreco delle risorse finanziarie nazionali a favore del complesso militare industriale statunitense. Per quattro velivoli dell’ultima versione “B” prodotti dalla General Atomics Aeronautical Systems Incorporated di San Diego, California, l’Italia dovrà spendere non meno di 80 milioni di euro nei prossimi due anni. Per i cinque Predator A acquistati nel 2004, sono stati spesi invece 47,8 milioni di dollari. E dopo un incidente ad un Predator italiano durante un volo sperimentale nel deserto della California, il governo ha pensato bene ad ordinare nel 2005 altri due velivoli, con un costo aggiuntivo di 14 milioni di dollari più altri 2 milioni per equipaggiamenti vari.
I Predator sono però divenuti il fiore all’occhiello dell’Aeronautica militare, la prima forza aerea in Europa ad impiegare gli UAV. Il battesimo di fuoco è avvenuto in Iraq nel gennaio 2005, quando tre unità iniziarono ad operare dalla base di Tallil in supporto del contingente terrestre nell’ambito della missione “Antica Babilonia” (uno di essi precipitò al suolo a causa di un’avaria al motore nel maggio 2006) . Lasciato il territorio iracheno, nel maggio 2007 i Predator italiani sono stati trasferiti nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan. Alla data dell’1 gennaio 2008 i velivoli senza pilota dell’AMI avevano già superato le 3.000 ore di volo, 300 nello spazio aereo italiano e 2.700 nell’ambito di missioni nei teatri di guerra iracheno ed afgano. Sempre secondo quanto dichiarato dal generale Bernardis, entro la fine del 2009 tre velivoli di prima generazione previamente modificati e potenziati negli Stati Uniti d’America, saranno dislocati nuovamente ad Herat per rafforzare il dispositivo militare NATO in Afghanistan. Poi arriveranno i quattro Predator B, progettati proprio per migliorare le capacità strategiche del velivolo bellico.
Con la nuova versione dell’aereo cresceranno le sue dimensioni (una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20) e il peso massimo al decollo (oltre 4.500 chilogrammi ). Verranno sensibilmente incrementate le prestazioni del motore e la velocità massima supererà i 440 km/h , mentre quella di crociera si attesterà intorno ai 400, valori tre volte superiori a quelli del Predator A. L’autonomia di volo si attesterà tra le 24 e le 40 ore, a secondo del carico trasportato, a una quota di più di 15.200 metri . L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile. Si tratterà di circa 1.360 chilogrammi di nuovi sofisticati sistemi di morte come i missili Hellfire, le bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e le Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps. Si spiega così come mai il Predator di prima generazione sia costato 3,2 milioni di dollari ad esemplare, mentre con la versione B si supereranno gli 8 milioni di dollari.
“Il Predator B si presenta come un velivolo multiruolo in grado di unire una grande autonomia (per una persistenza sul campo di battaglia significativa) a un’elevata velocità di transizione (per colpire tempestivamente eventuali bersagli di opportunità), con una suite completa di sensori ognitempo, con un altrettanto completa dotazione di sistemi d’arma e con sistemi di guida, controllo e distribuzione dei dati affidabili”, annunciano entusiasti gli analisti del ministero della Difesa. “Il velivolo è in grado di fornire immagini e informazioni in ogni condizione di tempo, di giorno e di notte e con un’elevata precisione. Resta poi inalterata la possibilità di imbarcare altri tipi di carichi per missioni specifiche quali sistemi Sigint/Esm (Signal intelligence - Electronic support measures) o apparati per le comunicazioni. Le sue elevate prestazioni, lo rendono un valido strumento d’intelligence in grado di evadere i normali compiti bellici, rivelandosi anche un’efficace mezzo da impiegare nell’ambito dell’attività diretta all’antiterrorismo e alla sorveglianza del fenomeno dell’immigrazione clandestina”.
Per acquisire e condurre le operazioni aeree con velivoli “Predator”, l’1 marzo 2002 è stato costituito il Gruppo Velivoli Teleguidati dell’AMI (poi significativamente denominato “Le Streghe”). Il Gruppo è stato assegnato al 32° Stormo di Amendola, uno dei più importanti reparti strategici delle forze armate italiane. Alle dipendenze del 32° Stormo c’è infatti il 13° Gruppo CBR (cacciabombardieri e ricognitori), reparto assegnato direttamente alla NATO e dotato dei cacca italo-brasiliani AM-X e AMX-T. Dalla base di Amendola partirono buona parte dei raid italiani contro obiettivi civili e militari in Serbia e Kosovo nella guerra contro Milosevic del 1999. I velivoli del 32° Stormo impiegarono centinaia di bombe israeliane IR “Opher” a guida all’infrarosso e le Mk 82 a caduta libera, nonché un imprecisato numero di missili SA-2 Guideline, SA-3 Goa ed SA-6 Gainful.
Dopo l’arrivo dei Predator, l’aeroporto di Amendola è divenuto pure il centro sperimentale dei velivoli senza pilota “Sky-X”, prodotti da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Una campagna voli dei nuovi AUV è stata sviluppata lo scorso anno nello spazio aereo dello scalo pugliese, con tanto di simulazioni di rifornimento in quota dei prototipi.

di Antonio Mazzeo

Scuola italiana verso la diseguaglianza sociale


La scuola secondaria italiana ha bisogno di un'opera di razionalizzazione. Il riordino presentato dal ministro Gelmini riesce certamente a garantire un risparmio di spesa pubblica perché prevede una diminuzione dell'organico. Dubbi maggiori si hanno sulla sua efficacia nell'innalzare il livello medio degli apprendimenti o nel ridurne la varianza territoriale. Soprattutto, si riafferma in modo netto la differenziazione tra licei e istituti professionali. Invece di promuovere l'uguaglianza delle opportunità, si opta per la chiusura verso le aspirazioni di ascesa sociale.

La recente riforma degli ordinamenti della scuola secondaria promossa dal ministero dell’Istruzione può essere analizzata seguendo due chiavi di lettura, che vengono riaffermate come principi generali in apertura di ciascun progetto di riordino: “(…) volti ad una maggior razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse umane e strumentali disponibili, tali da conferire efficacia ed efficienza al sistema scolastico”. (1)

L'EFFICIENZA E L'EFFICACIA A SCUOLA

Che il sistema scolastico secondario, sia del primo che del secondo ciclo, abbia bisogno di un’opera dirazionalizzazione, è opinione largamente diffusa, essendo a tutt’oggi mancato un riordino della stratificazione di sperimentazioni cumulatesi nel tempo per l’incapacità dei legislatori precedenti di arrivare a una riforma condivisa degli assetti. Il numero degli indirizzi esistenti nella scuola secondaria del secondo ciclo è nettamente sovradimensionato e rappresenta una delle cause del più basso numero di studenti per docente che la caratterizza in rapporto alla media dei paesi Oecd: 11 studenti per docente contro una media di 12,6 degli altri paesi. (2)
Nel linguaggio aziendalistico “razionalizzare l’utilizzo delle risorse umane” suole indicare lo spostamento di persone da mansioni o comparti dove sono meno produttivi a collocazioni dove sono più produttivi. In questo modo si può ottenere maggior produzione a parità di risorse impiegate, oppure la stessa produzione con un minor utilizzo di risorse. In entrambi i casi, si ottiene un abbassamento del costo di produzione per unità di prodotto, che rimane uno degli indicatori principali di
efficienza. Che questo sia probabilmente l’imperativo principale che guida il ministero dell’Istruzione lo possiamo desumere, tra l'altro, dal rinvio della bozza di riordino al Dl 25/6/2008 n. 112, convertito in legge 6/8/2008 n.133, meglio noto come “decreto Tremonti”.
E infatti gli interventi principali del riordino sono sostanzialmente due: ridefinizione di un
numero massimo di indirizzi per tipologia di scuola: sei per i licei - di cui quello artistico articolato in tre sottoindirizzi - contro gli attuali dieci; undici per gli istituti tecnici contro i quarantatré attuali; sei per gli istituti professionali contro i trentuno attuali. E riduzione dell’orario di insegnamento: nei licei scende a 27 ore settimanali nel primo biennio, per un totale annuo di 891 ore annue, e a 31 ore nel successivo triennio, pari a 1023 ore annue. Per istituti tecnici e istituti professionali l'orario diventa di 32 ore settimanali, pari a 1.056 ore annue: la corrispondente media Oecd a 15 anni nei programmi curriculari oscilla tra 971 ore nei programmi più esigenti e 890 ore per quelli meno esigenti. (3)
Entrambi gli interventi vanno sicuramente nella linea dei
risparmi di bilancio della pubblica amministrazione. Ma le riduzioni di organico potranno migliorare anche l’efficacia della spesa, l’altro obiettivo che almeno a parole sembra interessare il ministero dell’Istruzione? Questo dipende da quali effetti si potranno produrre sugli apprendimenti degli studenti.
Sappiamo infatti che per quanto riguarda gli apprendimenti l’Italia soffre di due mali relativamente antichi. Le analisi internazionali ci segnalano che nella nostra scuola secondaria il
livello medio degli apprendimenti è basso, sia nelle indagini Timss che Pisa, mentre la varianza territoriale è molto alta, in particolare tra regioni settentrionali e regioni meridionali.
Le stesse indagini internazionali sono però spesso avare di indicazioni chiare sulle ricette che spieghino il successo dei paesi in cima alle graduatorie. Sappiamo che uno degli elementi cruciali è la
comparabilità orizzontale degli esiti degli apprendimenti, o attraverso un esame finale gestito centralmente o attraverso lo svolgimento di test periodici (si veda per esempio al riguardo la proposta avanzata al ministro dell’Istruzione. Sappiamo che un secondo elemento è legato al grado di competizione esistente tra le scuole. Più incerti sono invece i risultati relativi alla presenza o assenza del settore privato nell’istruzione. Sappiamo infine che i sistemi scolastici che funzionano meglio sono quelli capaci di attrarre nella professione docente gli studenti migliori che escono per ogni coorte di età. Alla attrattività della professione contribuiscono diversi elementi: laretribuzione in primis, ma anche il tempo di attesa per l’ingresso, le modalità di selezione, la formazione all’ingresso, l’aggiornamento periodico, il carico di lavoro, la verifica periodica e, non meno importante, il prestigio sociale goduto dalla professione (si veda il saggio con Giuseppe Bertola sugli insegnanti). Sappiamo infine che le correlazioni esistenti tra apprendimenti, numerosità degli insegnanti e dimensione media delle classi sono ambigue, perché dipendono da una molteplicità di fattori, quali organizzazioni curriculari, orari di insegnamento, strutture di supporto.

RIBADITA LA TRADIZIONE GENTILIANA

Di tutti questi temi non si trova traccia nei progetti di riordino varati dal Consiglio dei ministri. Viene quindi da domandarsi quali siano le strategie del ministero in merito, e perché abbia scelto proprio questo momento per varare una riforma che, sulla base delle conoscenze esistenti (quanto meno di chi scrive) ha, nel migliore dei casi, la possibilità di non fare danni al livello degli apprendimenti. Stupisce per altro l’assoluta mancanza di dibattito pubblico che invece ha generalmente accompagnato interventi di questo tipo, considerati nel nostro paese qualcosa di simile a un bene pubblico. (4)
A voler peccare di dietrologia, sorge il sospetto che il ministero dell’Istruzione avesse
due obiettivi: da un lato, soddisfare l’aspettativa del ministero dell’Economia di riduzione degli organici, intervento che ovviamente non era realizzabile a ordinamenti esistenti. Dall’altro, ribadire la continuità con la tradizione gentiliana di una scuola secondaria che ha nella sua mission la riproduzione della stratificazione sociale.
È illuminante a questo proposito la lettura dell’articolo 2 di ciascun progetto di revisione, relativo all’identità del tipo di scuola. Gli studenti dei
licei devono acquisire le capacità critiche necessarie per poter svolgere in autonomia compiti di responsabilità. (5) Gli studenti degli istituti tecnici devono focalizzare le proprie competenze ai fini di una rapida applicabilità nel mondo del lavoro. (6) Così come gli studenti degli istituti professionali devono limitarsi alla dimensione operativa delle proprie conoscenze. (7) Coerentemente con questo assetto, la valutazione e il monitoraggio degli apprendimenti verrà seguito dall’Invalsi per i primi e dall’Isfol per i secondi e i terzi.
Tuttavia la letteratura esistente
(8) mette in luce come la stratificazione del sistema scolastico secondario (ovverosia la separazione degli studenti in curricula distinti, sulla base delle capacità e delle aspettative degli studenti e/o delle loro famiglie) tenda a peggiorare il livello degli apprendimenti degli studenti. Anche immaginando che l’assegnazione degli studenti sia basata su principi strettamente meritocratici (ovverosia gli studenti migliori vengano indirizzati verso i licei, gli studenti con capacità intermedie vadano agli istituti tecnici e quelli meno capaci siano orientati verso gli istituti professionali)(9), non è chiaro quali siano gli effetti che si producono sul livello medio degli apprendimenti. Da un lato infatti coloro che finiscono in percorsi professionali ricevono una formazione scolastica che rende molto improbabile la loro prosecuzione a livello terziario. Dall’altro, nella misura in cui l’effetto di interazione con i propri compagni (peer effect) influenzi il processo di apprendimento, gli studenti si troveranno esposti ad ambienti molto diversificati, che tendono ad ampliare le differenze originarie di potenzialità. Coloro che frequentano i licei (che con maggior probabilità sono figli di genitori laureati) si troveranno in compagnia (cooperativamente e/o competitivamente) di studenti con potenzialità analoghe alle loro. E simmetricamente, coloro che frequentano gli istituti professionali, si misureranno con stili di comportamento scolastici molto simili ai propri.
Tanto più precoce è la scelta dell’indirizzo scolastico, tanto più forti si rivelano questi effetti di potenziamento per chi sceglie l’indirizzo accademico e di scoraggiamento per chi sceglie l’indirizzo professionale. Se a questo si aggiunge che la scelta in età precoce viene in massima parte determinata dall’ambiente familiare, ci si rende conto di come la stratificazione del sistema scolastico secondario sia associata nei confronti internazionali ad un minor livello medio di apprendimento, ad una sua maggior dispersione e ad una maggior persistenza intergenerazionale degli effetti dell’ambiente familiare. Per queste ragioni nel corso degli anni ’70 in diversi paesi (Svezia, Finlandia, Gran Bretagna) si avviò un processo di progressiva destratificazione (detracking) che andava sostituendo agli indirizzi differenziali un segmento unitario di formazione scolastica a livello secondario. Gli effetti di tali politiche segnalano un incremento della scolarità media, una riduzione dei divari degli apprendimenti, così come un aumento del grado di partecipazione sociale da parte delle popolazioni coinvolte. In Italia fu approvata dal parlamento nel 2000 una legge di riforma della scuola secondaria che andava nella stessa direzione con l’introduzione di un biennio unificato (la cosiddetta riforma Berlinguer-DeMauro), la cui attuazione fu però bloccata per la mancata emanazione dei decreti attuativi da parte del successivo Ministro Moratti.
Vale allora la pena di domandarsi quale possa essere l’ordinamento scolastico più opportuno per la società italiana corrente. Da un lato i dati sugli apprendimenti segnalano un preoccupante divario nei livelli di apprendimento non solo a livello territoriale, ma anche per tipologia di scuola frequentata. A questo bisognerebbe aggiungere che la società italiana ha espresso negli anni più recenti una domanda crescente di
istruzione post-secondaria, anche per effetto delle riforme che si sono realizzate a livello universitario (link ad articoli Bratti-Checchi-Deblasio e Leonardi-Fiorio). In questo senso, il riaffermare in modo netto la differenziazione degli indirizzi desta motivi di preoccupazione, in quanto sicuramente non contribuisce a ridurre la varianza degli apprendimenti per gli studenti delle scuole secondarie, e nel contempo rischia di porre un tetto alla espansione della domanda di istruzione terziaria. Quest’ultimo risultato potrebbe essere desiderabile se le politiche di accesso rispettassero un principio di uguaglianza nelle opportunità di accesso. Se invece questa riduzione si scaricasse principalmente sugli studenti frequentanti gli istituti professionali, occorrerebbe preoccuparsi per il rafforzamento delle diseguaglianze intergenerazionali.
In questo senso sembra rintracciarsi un filo rosso tra le proposte di riordino della scuola secondaria e le politiche di
riduzione dei finanziamenti all’università (link ad articolo Checchi-Jappelli), seguendo gli orientamenti espressi dal ministero dell’Economia. Lo stesso ministro dell’Economia aveva infatti apertamente dichiarato in un’intervista alla Padania del 13 agosto 2008 (ribadendolo in un successivo articolo sul Corriere della Sera il 22/8/2008 (10)) che la malattia della scuola italiana fosse da rintracciare nella pretesa egualitarista introdotta con il 1968(simbolicamente rappresentato dalla canzone “Contessa” di Paolo Pietrangeli dove ci si lamenta del fatto che “anche l’operaio vuole il figlio dottore”).
Il problema di fondo resta quindi quello della diagnosi che si ritenga appropriata per la società italiana. Se si ritiene che essa sia caratterizzata da un eccesso di egualitarismo e da una adeguata fluidità sociale, allora sono auspicabili politiche che rafforzino la differenziazione sociale, ivi incluso il rafforzamento della stratificazione degli indirizzi della scuola secondaria. Se invece si ritiene che i dati suggeriscano una diseguaglianza eccessiva nel nostro paese e/o una elevata immobilità sociale, allora potremmo esprimere una fondata preoccupazione della riforma prevista nella scuola secondaria.

(1)Comma 1 dell’art.1 dello schema di regolamento “revisione dell’assetto ordinamentale e didattico dei licei” – versione del 1/6/2009. Testo identico compare come comma 1 dell’art.1 dello schema di regolamento recante norme concernenti il riordino degli istituti tecnici – versione del 13/5/2009 e dello schema di regolamento recante norme concernenti il riordino degli istituti professionali – versione del 13/5/2009.
(2) Oecd 2008, Education at a glance, indicatore D2.
(3) Oecd 2008, Education at a glance, indicatore D1
(4)Si veda al riguardo la ricostruzione di alcuni momenti topici nel saggio di Adolfo Scotto di Luzio, La scuola degli italiani, Mulino 2008.
(5)“I percorsi liceali forniscono allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo, progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze, abilità e competenze sia adeguate al proseguimento degli studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro, sia coerenti con le capacità e le scelte personali” (art. 2 comma 2 dello schema di regolamento recante “Revisione dell’assetto ordinamentale e didattico dei licei” – versione dell'1/6/2009 – sottolineature mie).
(6)“L’identità degli istituti tecnici si caratterizza per una solida base culturale di carattere scientifico e tecnologico (…) costruita attraverso lo studio, l’approfondimento e l’applicazione di linguaggi e metodologie di carattere generale e specifico ed è espressa da un limitato numero di ampi indirizzi, correlati a settori fondamentali per lo sviluppo economico e produttivo del Paese, con l’obiettivo di far acquisire agli studenti, in relazione all’esercizio di professioni tecniche, i saperi e le competenze necessari per un rapido inserimento nel mondo del lavoro, per l’accesso all’università e all’istruzione e formazione tecnica superiore”. (art. 2 comma 1 dello schema di regolamento recante norme concernenti il riordino degli istituti tecnici – versione del 13/5/2009 – sottolineature mie).
(7)“L’identità degli istituti professionali si caratterizza per una solida base di istruzione generale e tecnico-professionale, che consente agli studenti di sviluppare, in una dimensione operativa, i saperi e le competenze necessari per rispondere alle esigenze formative del settore produttivo di riferimento, considerato nella sua dimensione sistemica.” (art. 2 comma 1 dello schema di regolamento recante norme concernenti il riordino degli istituti professionali – versione del 13/5/2009 – sottolineature mie).
(8) Si vedano per esempio Hanushek, E. e Wößmann, L. (2006), Does Educational Tracking Affect Performance and Inequality?, Economic Journal 116: C63-C76, e anche G.Brunello e D.Checchi 2006 "Does School Tracking Affect Equality of Opportunity? New International Evidence", IZA Discussion Paper No. 2348/2006 (versione rivista pubblicata in Economic Policy 2007, 52: 781-861). Sugli effetti della stratificazione scoalstica sul grado dicivicness dei cittadini si veda van de Werfhorst, H.G. 2007. Vocational Education and Active Citizenship Behavior in Cross-National Perspective. AIAS working paper 2007-62, Amsterdam: University of Amsterdam.
(9) Che questo non sia il caso della scuola italiana, in confronto per esempio con il sistema tedesco (che pure separa gli studenti ad una età ancora più precoce) è studiato nel capitolo “Mobilità intergenerazionale e decisioni scolastiche in Italia” (coautorato con Luca Flabbi) in “Sistema scolastico e disuguaglianza sociale. Scelte individuali e vincoli strutturali”, Mulino 2006 (curato con Gabriele Ballarino).
(10) “A me sembra che quello della scuola italiana si presenti come un mondo fatto al contrario. Un mondo in cui non è la scuola a servire le famiglie, ma il “kombinata buro-scolastico” a servirsi di loro salassandole per sopravvivere esso stesso. Una volta c’era un maestro per tre classi. Adesso ci sono tre mebri per una classe. Era meglio prima o è meglio adesso ? È una kombinata che si nutre con le tasse e che lavora contro le famiglie: più figli hai, più sei costretto a pagare la tassa odiosa e impropria dei libri “nuovi” che ti costano ogni anno centinaia di euro. Forse anche questa, a favore dei “vecchi” voti e contro i “nuovi” libri è una frontiera di quel cambiamento che la gente chiede. Un cambiamento che non è un salto nel vuoto, come nel ’68, ma un ritorno al passato. Al buon senso e alla logica, ai valori e alle tradizioni di un passato che deve e può tornare”.

di Daniele Checchi

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001171.html

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