lunedì 22 giugno 2009

La censura iraniana si avvale della tecnologia Siemens-Nokia secondo il Wall Street Journal


Non sapremmo quasi niente di Teheran senza internet, telefoni e il coraggio di quelli che li usano. E la censura del governo non sta con le mani in mano. Ora sappiamo - ma non è una novità assoluta per la verità - che spiano con armi nostre, cioè europee. Sulla brochure che presenta le tecnologie Nokia-Siemens vendute all’Iran era scritto: “Consente di controllare e intercettare ogni tipo di comunicazione voce e dati su tutte le reti”.

Vendita all’Iran - La denuncia è in un lungo pezzo del Wall Street Journalche lo dice con grande chiarezza: quei sistemi di controllo sono stati venduti al governo iraniano dagli europei. Il giornale statunitense ha ottenuto anche una conferma, sulla circostanza della vendita del sistema, da un portavoce della joint venture tra le due aziende, la Nokia Siemens Networks, che ha così commentato: “Se si vendono soluzioni di reti così sofisticate, si vendono anche le capacità di intercettazione del sistema”. E aggiunge - il portavoce - che il sistema permette intercettazioni “legali”. Come dire, fare altro è una scelta dell’acquirente (Il WSJ riporta anche la precisazione che Nokia Siemens non commercializza più il sistema di monitoring).

Deep Packet Inspection - Ma di cosa si tratta? Il nome non arriverà nuovo ai lettori di questo blog perché si parla della Deep Packet Inspection (DPI). E’ la stessa tecnologia di controllo e spionaggio di cui trattano alcuni difensori dei diritti degli utenti quando puntano il dito contro le norme europee volte a combattere la “pirateria”. L’accusa in quel caso è che per arrivare a individuare chi sta scaricando musica o film in modo illegale si dovrà esaminare in modo approfondito tutto il flusso del traffico internet.

Ed ecco cosa scrive il Wall Street Journal a proposito del DPI venduto all’Iran: “La Deep Packet Inspection comprende l’inserimento di dispositivi nel flusso dei dati - e con questo termine si intende le mail, le chiamate telefoniche via internet, fino al contenuto dei siti, le immagini e l’attività sui social network.Nel giro di millisecondi ogni pacchetto di dati viene smontato, analizzato con l’uso di password e quindi ricostituito“. E quindi rimesso al suo posto nel flusso dati e rispedito dove era destinato ad andare. Ovvio che gli utenti iraniani denuncino in questi giorni un forte rallentamento dei collegamenti. Quindi da una parte si raccoglie con il metodo della rete a strascico, ma poi il contenuto delle comunicazioni è esaminato con lente da entomologo. A questo proposito il giornale americano dice di non esser riuscito a sapere con certezza se i dispositivi di Nokia Siemens Network siano usati espressamente per la DPI, un’affermazione un po’ contraddittoria con tutto il resto del servizio.

di Vittorio Zambardino

Link: http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/06/22/il-wall-street-journal-tecnologie-europee-per-la-censura-iraniana/

Natotech, svelato il mistero delle amputazioni a Gaza


“Ho esaminato le immagini gli spettri e le tabelle dei campioni che avete preso a Gaza dopo la recente guerra e mostrano con molta chiarezza che sono state utilizzate in quel posto delle armi basate su nano sistemi e questa è una delle prime prove evidenti che i nano sistemi soprattutto i nano tubi a carbonio possono essere utilizzati con efficacia distruttiva molto forte.
A mia conoscenza è il primo caso sperimentato sul campo durante un atto bellico.” Così ha commentato il Prof. Alberto Breccia Fratadocchi membro del Comitato Scientifico dell’ organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) , le analisi dei campioni delle armi misteriose usate a Gaza nell’ ultimo conflitto.

I campioni sono stati raccolti dal documentarista Manolo Lupicchini per la trasmissione di Ricardo Iacona “Presadiretta” e portati ai laboratori dell’ università di Ferrara per essere analizzati. Le analisi sono terminate qualche settimana fa ed ora è la redazione Investigativa di Rainews24 e riprendere il percorso dell’inchiesta con approfondite interviste sui risultati delle analisi e sulle caratteristiche delle ferite misteriose incontrate dai medici che hanno operato allo Shifa Hospital a Gaza . Due medici norvegesi, il Dott Erich Fosse il Dott Gilbert Mads, che hanno operato in quell’ospedale durante il conflitto , raccontano di aver spesso trattato arti inferiori mutilati all’ altezza del femore senza tracce di frammenti di metallo o proiettili , con una insolita morfologia del tessuto organico che appare cauterizzato e non risponde alle cure.

Le analisi presso i laboratori dell’ università di Ferrara dei 3 frammenti degli ordigni misteriosi hanno mostrato : una lega di metalli, una agglomerato di fosfati fusi, e un frammento di Carbonio. E’ quest’ultimo, ad un’analisi microscopica, ha rivelato la presenza di micro tubi di carbonio, cavi , sui quali sono state rilevate sostanze chimiche , in particolare magnesio. Il caricamento di micro tubi di carbonio, secondo il Prof. Alberto Breccia aumenterebbero fino 5 volte la potenza del materiale chimico, riducendo il peso dell’ ordigno. L’ordigno secondo le testimonianze raccolte, viene sganciato da aerei teleguidati ed è in grado di colpire con estrema precisione aree di pochi metri, all’interno dei quali ha conseguenze letali, senza creare danni collaterali nelle aree circostanti.

Nell’inchiesta vengono fatte ipotesi sul funzionamento delle diverse nuove armi usate nel conflitto e sui sofisticati processi fisici che vengono utilizzati, ma la caratteristica comune di questi nuovi ordigni, è quella di utilizzare micro tubi di carbonio caricati di sostanze chimiche e questo fatto potrebbe essere interpretato come una violazione del trattato internazionale del 1993 e delle integrazione del 1997, che proibisce l’uso di armi chimiche.
da croceviaterra.it, Rif. a un servizio di Maurizio Torrealta - Rainews24

Iran, libertà e paura


Il destino dell'Iran, ieri sera, era in un sudicio svincolo autostradale a nord di Tehran chiamato piazza Vanak, dove - dopo giorni di violenza - i sostenitori del presidente ufficiale Mahmoud Ahmadinejad si sono scontrati con gli iraniani urlanti ed infuriati che hanno deciso che Mirhossein Mousavi dovrebbe essere il presidente del loro Paese.
Incredibilmente - e ne sono testimone perché mi trovavo esattamente dietro di loro - solo 400 uomini delle forze speciali della polizia iraniana tenevano questi due eserciti separati. Ci sono stati lanci di pietre e di gas lacrimogeni, ma per la prima volta dall'inizio di questa epica crisi la polizia ha promesso di proteggere entrambe le parti.
"Per favore, per favore, tenete lontani i Basiji da qui", prega una donna di mezza età rivolgendosi ad un agente delle forze speciali con giubbotto antiproiettile e casco mentre le milizie
Il poliziotto le sorride. "Con l'aiuto di Dio" dice. Altri due poliziotti vengono sollevati dalla folla. "Tashakor, tashakor" - "grazie, grazie" - urla la folla.
Questo è un fatto fenomenale. Le forze armate speciali della Repubblica Islamica, che finora si erano sempre schierate con i Basiji, si sono preparate per una volta a proteggere tutti gli iraniani e non solo i seguaci di Ahmadinejad. Il precedente di questa improvvisa neutralità è conosciuto da tutti - fu quando l'esercito dello Shah si rifiutò di sparare su milioni di dimostranti che chiedevano il suo rovesciamento nel 1979.

Tuttavia questa non è una rivoluzione per rovesciare la Repubblica Islamica. Entrambi i gruppi di manifestanti gridavano "Allahu Akbar" ("Dio è grande") a piazza Vanak ieri sera. Ma se le forze di sicurezza iraniane stanno assumendo un atteggiamento neutrale, allora Ahmadinejad è davvero nei guai.
Appena la nebbiolina del crepuscolo sparisce dietro le strade del nord di Tehran, la folla diventa più aggressiva. Ho sentito un barbuto agente Basiji esortare i suoi uomini ad assaltare i 10 000 uomini e donne di Mousavi dall'altra parte del cordone della polizia. "Dobbiamo difendere il nostro Paese adesso, proprio come abbiamo fatto durante la guerra Iran-Iraq" grida sovrastando il trambusto. Ma l'uomo di Ahmadinejad che cerca di calmarlo gli urla "Siamo tutti cittadini! Non creiamo una tragedia. Dobbiamo avere unità".
E' chiaro che la decisione della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei di ordinare al Consiglio dei Guardiani la riconta dei voti delle elezioni di venerdì non è riuscita a far svanire la rabbia e il sospetto dell'opposizione riformista in Iran.
All'inizio sembrava che il consiglio avrebbe esaminato tutti i risultati elettorali. Poi solo alcuni. Successivamente è stato detto agli iraniani che avrebbero potuto attendere anche 10 giorni prima di sapere la decisione dei guardiani. Era anche, forse, il fatto che Ahmadinejad era volato a Yekateringbur per il summit di Shangai ad annoiare i delegati della conferenza con i suoi discorsi invece che gli iraniani che lui crede di rappresentare. Ma in piazza Vanak, l'altra sera, questo non significava nulla.

Poliziotti in borghese - forse rendendosi conto della gravità della situazione a cui ha condotto la loro obbedienza agli uomini di Ahmadinejad - persuadono uomini di mezza età di entrambe le parti ad incontrarsi nel mezzo della strada, al centro di piazza Vanak, in una piccola terra di nessuno. L'uomo di Mousavi, con una maglietta marrone, mette le mani intorno alle braccia del barbuto agente iraniano che proviene dalla parte dei sostenitori di Ahmadinejad. "Non possiamo permettere che succeda" gli dice. E prova, come ogni musulmano fa quando vuole mostrare il suo desiderio di pace e fiducia, a baciare la faccia dell'avversario. L'uomo con la barba lo scuote fisicamente, urlandogli insulti.
Le due file di polizia stanno ora fianco a fianco, con le braccia unite per tenere lontana la folla, fissando i loro compagni dell'altra fila con crescente preoccupazione. Un americano-iraniano, pochi metri lontano, mi urla in inglese che "dobbiamo mostrare loro che non possono farlo ancora. Non possono governarci. Vogliamo un nuovo presidente. O trovano loro una nuova via, o lo faremo noi".

L'assoluta convinzione di questi uomini è spaventosa, come lo è il rifiuto totale di ogni compromesso, con una parte che domanda obbedienza alle parole dell'Ayatollah Khomeini e lealtà ai fantasmi della guerra Iran-Iraq del 1980-88, e l'altra (forte dei milioni che hanno marciato lunedì) che chiede libertà, anche se all'interno della Repubblica Islamica, cosa che non hanno mai avuto prima d'ora. Forse ora hanno la polizia dalla loro parte. Se l'esempio di ieri notte è significativo, alcuni agenti di alto rango (e forse gli stessi poliziotti, sconvolti dal loro atteggiamento degli scorsi quattro giorni) hanno deciso che le forze speciali non collaboreranno più con il potere basato sulla paura dei prepotenti seguaci di Ahmadinejad.
Solo poche ore prima, i sette uomini uccisi dai Basiji alla fine della manifestazione di lunedì sono stati sepolti in segreto dalla polizia al cimitero 257, un grande cimitero vicino al santuario di Khomeini, dove il fondatore della Repubblica Islamica giace sotto una moschea dalle cupole dorate e mura di mattonelle blu. Questi onori non sono riservati alle vittime dei Basiji. Giacciono sotto un cumulo di terra, senza segni per riconoscere le tombe, senza informazioni date alle famiglie su quello che è stato il loro destino.

Ma i giornali filo-governativi a Tehran hanno scritto della loro morte e uno ha addirittura dedicato la prima pagina alla furiosa condanna del rettore dell'Università di Tehran verso l'intrusione dei Basiji nel campus domenica notte, quando le forza di sicurezza hanno ucciso sette uomini, ferito diversi altri e danneggiato e saccheggiato i dormitori dell'università.
Fahrad Rabar ha detto che perseguirà gli assassini in tribunale, aggiungendo che "l'invasione dell'università di Tehran, simbolo dell'istruzione più alta, ha scatenato in me un'ondata di rabbia e tristezza".
E' ormai troppo tardi per finire questa violenza fratricida? Per ogni parte, la fedeltà alla propria causa sta diventando rapidamente più forte che un ragionevole dialogo. La libertà che i sostenitori di Mousavi hanno assaggiato - ignorare,tenere in poca considerazione e disprezzare l'autorità clericale che li ha sempre tanto umiliati - è talmente intossicante che ora stanno fronteggiando i loro nemici politici nelle strade con uno spirito strano e inquietante, e tuttavia sincero.

Ad un certo punto ieri notte, uomini e donne con addosso nastri verdi simbolo di Mousavi stavano in piedi nella strada vicino a quei 100 metri di terra di nessuno, di fianco a donne con il velo che sventolavano la bandiera iraniana - il simbolo patriottico di Ahmadinejad. Hanno persino parlato del risultato di questo pauroso scontro fra le due parti.
E' un racconto diverso da quello di tre ore prima, quando uomini e donne di Ahmadinejad avevano manifestato in piazza Val-y-asr. Non una parola è stata pronunciata sull'oceanica manifestazione di lunedì dell'opposizione, né delle manifestazioni nelle città di Shiraz, Mashad, Babol e Tabriz. Infatti, la maggioranza degli iraniani non ha alcuna informazioni su questi eventi. I censori di Ahmadinejad hanno fatto il loro lavoro. Gli striscioni erano prevedibili. "Morte al traditore" - Mousavi, naturalmente, è il "traditore" della repubblica. "Morte a chiunque è contro la Guida Suprema" - che è un po' strano, perché né Mousavi né i suoi milioni di sostenitori sono contro l'Ayatollah Khamenei (a parte il fatto che i due uomini non si piacciono); è per Ahmadinejad che hanno un odio viscerale ed è lui che stanno cercando di deporre.

L'ex presidente del parlamento, Gholamli Haddadadel, ha individuato il più debole degli argomenti di Mousavi quando si è rivolto ad una folla che non poteva essere di più di 5000 persone. "Sa Mousavi quante persone hanno votato per Ahmadinejad nelle aree rurali e nei villaggi?" ha chiesto. "L'Iran non è solo Tehran. Sappiamo che Mousavi ha avuto 13 milioni di voti, ma Ahmadinejad ne ha avuti 24 milioni". Ma, naturalmente, queste sono proprio le statistiche che Mousavi e i suoi contestano. Alcuni predicatori hanno parlato alla piccola folla, con le loro guardie del corpo - e anche paramedici - che controllavano la situazione. C'era anche un famoso cantante religioso iraniano a pregare con questo pubblico avvolto in striscioni.
E' stato sulla strada di ritorno per Val-y-ars che ho notato un mucchio di uomini, tutti vestiti con pantaloni mimetici e magliette bianche, molti con manganelli della polizia, andare verso il nord di Tehran. Li seguivano i manifestanti islamisti, nella loro marcia di 4 miglia fino a Vanak. Due reclute stavano in mezzo ai sostenitori di Mousavi quando un uomo anziano ha chiesto loro consiglio. Sarebbe dovuto rimanere se i Basiji avessero rotto il cordone della polizia? "I Basiji picchiano forte, molto forte" ha detto uno dei soldati. E battendo la mano sulla spalla dell'uomo ha scosso la testa.

di Robert Fisk,
inviato del quotidiano britannico
The Indipendent

traduzione a cura di Francesco Gastaldon

Inguscezia, attentato al Presidente


Iunus-Bek Ievkurov, presidente dell'Inguscezia, repubblica del Caucaso russo al confine con la Cecenia, è stato ferito oggi in un attentato.
Il presidente è stato trasportato in gravi condizioni in ospedale. Nell'attacco sono state uccise tre guardie del corpo. Un ordigno è esploso al passaggio del convoglio su cui si trovava Ievkurov.

Le autorità dell'Inguscezia - come riferiscono le agenzie - non escludono che a compiere l'attentato al presidente della Repubblica caucasica possa essere stato un terrorista suicida fermo in una macchina sulla strada lungo la quale transitava il corteo presidenziale.

"L'esplosione è stata potentissima, e sul posto si è formata una grande voragine. Sono andate in fiamme alcune automobili. Non si esclude che a compiere l'attentato sia stato un terrorista suicida con una bomba situata in una macchina", ha detto un portavoce del ministero dell'interno a Nazran, la capitale repubblicana. Il presidente Iunus-Bek Ievkurov, in gravi condizioni, intanto viene sottoposto a un intervento chirurgico.

Fonte: la Repubblica

Lukashenko, l'ultimo dittatore europeo, isolato anche dai russi


Vicini, lontani. Mosca e Minsk non si sono mai particolarmente amate, ma negli ultimi tempi i rapporti sono in caduta libera verso il deterioramento irreversibile. L'ultimo atto è andato in scena a Mosca, quando il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha dato forfait all'ultimo minuto e non ha preso parte ai lavori della Csto, il vertice regionale sulla sicurezza collettiva, organismo fondato nel 1992 che conta tra le sue fila 7 ex repubbliche sovietiche.Un'assenza pesante. Lukashenko ha mancato un appuntamento molto importante perché si trattava di una riunione chiave per la costituzione di una task force di "Rapida Reazione" contro minacce interne ed esterne. L'assenza è stata tanto più pesante dal momento che la presidenza di turno spetta proprio alla Bielorussia. Il presidente russo Medvedev ha dovuto precisare che la scelta di Minsk di non prendere parte al summit andava interpretata come la scelta di un singolo contraente, la cui assenza non avrebbe inficiato la validità dei documenti firmati dalle altre parti. Non dello stesso avviso è stato però il ministro degli Esteri bielorusso che sostiene la nullità degli atti firmati in assenza del presidente di turno. La malcelata irritazione di Mosca si riassume tutta in una dichiarazione che un alto funzionario del Cremlino avrebbe rilasciato al quotidiano economico Kommersant: "Non siamo particolarmente dispiaciuti per il comportamento della Bielorussia. Evidentemente qualcuno si è stufato di essere il presidente della Bielorussia".

Il ricatto. Da molto tempo Lukashenko sostiene che Mosca esercita pressioni per un cambiamento nei palazzi di Minsk, accusa fortemente respinta dalle stanze che affacciano sulla Piazza Rossa. Lo strappo nelle relazioni tra le "due Russie" nasce dalla decisione del Rospotrebnadzor (Autorità sul commercio e controlli sanitari) di bloccare le importazioni di prodotti lattiero-caseari dalla Bielorussia. Secondo l'autorità di controllo, le etichette sui prodotti non sono conformi alle nuove norme tecniche varate nel dicembre del 2008. Tutto si basa su un regolamento che vieta la dicitura "latte", quando almeno l'un percento del prodotto è costituito da latte in polvere. Il danno per i produttori bielorussi, che fanno largo uso di latte in polvere, ammonta a circa un miliardo di dollari, ed è enorme se si tiene conto che il 90% delle esportazioni è diretta in Russia. Qualche esperto del settore si è interrogato, però, sul perché Mosca si sia ricordata solo adesso di applicare il regolamento e non già da gennaio.La guerra del latte. Ma quella che i media si sono affrettati a battezzare "la guerra del latte" ha delle implicazioni e conseguenze che non sono solo commerciali. "La cooperazione militare tra Mosca e Minsk è in pericolo. La Russia dovrebbe sapere che lo scudo bielorusso non ha prezzo", ha tuonato Lukashenko sulle pagine di alcuni quotidiani russi ("Izvestia e "Russia Today"). E poi ha alzato il tiro: "La Bielorussia potrebbe diventare una prossima Cecenia se la Russia non molla la presa". Lukashenko sostiene di essere sotto ricatto perché non ha ancora riconosciuto la sovranità di Ossezia del Sud e di Abkhazia. La messa al bando dei prodotti lattiero-caseari non è altro che una sanzione erogata da Mosca che, stando a quanto riferisce Lukashenko, vorrebbe entrare nel mercato bielorusso rilevando tutti gli impianti. Pochi giorni dopo i colloqui bilaterali, il primo ministro Vladimir Putin in un incontro ufficiale con il governatore dell'Oblast' di Belgorod (la regione di maggiore produzione di latte e prodotti derivati), ha dichiarato: "La Bielorussia sta distruggendo la nostra industria del latte. È probabile che faccia parte di un disegno ben preciso".

Un fardello pesante.Dietro il latte, c'è pure la puzza del gas e dei dollari. Gazprom potrebbe chiedere alla Bielorussia il pagamento dell'intero debito per la somministrazione del gas, soldi di cui al momento Minsk non dispone. In più Mosca ha sospeso l'erogazione di un prestito di 2 miliardi di dollari, congelando l'ultima tranche da 500 milioni di dollari. Secondo il ministro delle Finanze russo Alexei Kudrin, la Bielorussia è sull'orlo della bancarotta e la Russia, che ha i suoi problemi, non può continuare ad aiutare Minsk a tempo indeterminato, dal momento che "la sovranità della Bielorussia è un fardello pesante. Come regione autonoma costa più di qualsiasi altra regione russa".

di Nicola Sessa

Link:http://it.peacereporter.net/articolo/16231/Mosca+e+Minsk,+mai+cos%26igrave;+lontane


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