giovedì 18 giugno 2009

La disinformazione dei Tg italiani in tempi di regime


Somalia, l'inferno abbandonato


Hanno rinunciato tutti: Etiopia, Europa, Stati Uniti, Nazioni Unite. Solo l'Unione africana, con 1500 caschi blu burundesi e ugandesi, resiste in quell'inferno. Poco e male. Sia Bujumbura sia Kampala hanno annunciato al presidente Muhammar Gheddafi che la loro pazienza e resistenza si stanno esaurendo. Così, dal 7 maggio scorso, in Somalia, in un clima di generale rassegnazione si sta consumando uno degli scontri più cruenti degli ultimi anni. Le forze del governo transitorio nazionale, guidate dall'ex capo delle Corti islamiche e oggi presidente della Somalia, lo sceicco Sharif Sheick Ahmed, cercano disperatamente di erodere sacche di territorio alle milizie degli Al Shabab, legate ad Al Qaeda e dirette dallo sceicco Hassan Dahir Aweys, ormai padrone dei due terzi del Paese. Si lotta corpo a corpo per conquistare fette di quartieri a Mogadiscio. Poche decine di metri, tra la gente che ormai resta rintanata in casa, con raffiche di proiettili che rimbalzano sui muri delle case, sbriciolano alberi, carcasse di auto bruciate, bombe artigianali piazzate sui cigli delle strade dissestate e che esplodono come fossero fuochi d'artificio. Nessuno è al sicuro: è di oggi la notizia di un colpo di mortaio che ha colpito una moschea provocando almeno 13 vittime.

Oltre 120 mila persone, per l'ennesima volta, sono costrette a fuggire. Fuggono da una città trasformata in una terra di nessuno, dove infuriano battaglie improvvise, cecchini piazzati dietro i muretti di quelle che un tempo erano case povere ma dignitose, squadre di giovanissimi armati di kalashnikov nuovi di zecca, il viso nascosto dalle kefie rosse e nere, decisi a imporre un emirato dominato e regolato dalla sharia più radicale. "Anche noi abbiamo i nostri talebani", commentano sarcastici e rassegnati i grandi notabili e i ricchi commercianti da tempo ripiegati a Nairobi. Il Kenya è allarmato. Teme che la spinta degli Al Shabab possa varcare i suoi confini. L'Italia, in uno slancio di ottimismo, ha annunciato la prossima apertura di un'ambasciata. Ma sa bene, sulla base dei resoconti forniti dalla nostra intelligence, che si tratta solo di una nobile intenzione.
La realtà, sul terreno, spinge al pessimismo. Ieri mattina, al termine dell'ennesima battaglia tra i vicoli di Mogadiscio, sono rimasti tra la polvere di un'estate caldissima i corpi di otto persone. Uno apparteneva al capo della polizia. La notizia è stata confermata dal portavoce del governatore, il colonnello Abdulahi Hassan Barise: "Il colonnello Alì Said è tra le vittime. Che Dio lo accolga". Le informazioni arrivano in modo confuso. Si è dissolta quella rete di giornalisti e stringer che ogni giorno uscivano per strada e raccontavano al mondo quanto accadeva in Somalia. In due mesi, sono morti in cinque. Due direttori di una delle più ascoltate radio del Paese, che pubblicava notizie anche su un sito web e tre cronisti di altre due emittenti. Sono stati freddati mentre tornavano a casa. Non sono rimasti vittime di una sparatoria improvvisa. Li hanno colpiti deliberatamente alle spalle, dopo lunghe e continue minacce. Una settimana fa l'associazione dei giornalisti somali ha gettato la spugna: "Ci stanno uccidendo uno alla volta. Basta, da oggi smettiamo di lavorare".

A differenza dell'Iraq, l'Iraq dei momenti peggiori, non esiste un'associazione, un organismo, qualcuno che aggiorni il numero delle vittime tra i civili. Un calcolo approssimativo parla di almeno 150 mila morti. Ma fonti indipendenti stimano che siano molti di più. La guerra, una guerra selvaggia che concede solo rari momenti di tregua, produce enormi danni collaterali: non ci sono medicine, le poche che arrivano attraverso l'Oms e il Pam finiscono in fretta o vengono razziate da chi imbraccia le armi. Così il cibo. Senza un controllo sistematico le derrate vengono sequestrate e poi rivendute al mercato nero. Le denunce si susseguono. Inutilmente. Persino le Nazioni Unite, sollecitate a prendere delle iniziative, si tengono alla larga. Il segretario generale Ban Ki-Moon ha chiaramente detto che "non ci sono le condizioni di sicurezza" per organizzare una nuova missione di peace keeping.

I soli a resistere sono i soldati, pochi e male equipaggiati, del governo transitorio nazionale. Gli Al Shabab, ben armati e ben motivati, adesso rischiano di conquistare anche le regioni a est. Dall'inferno somalo arriva un'unica notizia confortante: le trattative per il rilascio dei 16 marinai del rimorchiatore italiano Bucaneer sarebbero alla stretta finale.

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori