sabato 13 giugno 2009

Dopo le ronde verdi, tra un nano e le sue ballerine, arrivano le ronde nere!


Quest'estate, salvo imprevisti, i volontari della Guardia Nazionale Italiana (Gni) dovrebbero iniziare a pattugliare le strade delle città italiane in applicazione del disegno di legge sulla sicurezza del governo Berlusconi (approvato dalla Camera lo scorso 14 maggio, ora all'esame del Senato) che all'articolo 3 (commi 40-44) prevede il concorso di "associazioni di cittadini non armati" al presidio del territorio (le cosiddette ronde).
Sono ex appartenenti alle forze armate e alle forze dell'ordine e normali cittadini "patrioti e nazionalisti" pronti a "servire la nostra terra e il popolo italiano" svolgendo attività di vigilanza "per potenziare la sicurezza nei centri urbani" ma anche di "protezione civile" e di "promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all'Impero Romano".
Hanno un Comandante Generale, il colonnello dei carabinieri in congedo Augusto Calzetta, di Massa Carrara, e un Presidente Nazionale, il giovane ex alpino Maurizio Correnti, di Torino (città in cui si trova anche la loro sede nazionale: le sedi operative sono, per ora, a Sarzana, Reggio Calabria e Siracusa).
Indossano una divisa: camicia grigia (inizialmente era prevista kaki) con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, pantaloni grigi con banda nera laterale nera, basco o kepì grigio con il simbolo della Gni: l'aquila imperiale romana.
Il loro equipaggiamento completo prevede elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero.
Al braccio portano una fascia nera con la "ruota solare", simbolo del Partito Nazionalista Italiano (Pni): la nascente formazione politica che sta dietro alla Gni.
Anche i membri del Pni avranno un'uniforme: la stessa della Guardia Nazionale Italiana. Il programma politico del Pni, di stampo statalista e collettivista, prevede tra l'altro la pena di morte per "gli usurai, i profittatori e i politicanti", la lotta "contro il parlamentarismo corruttore" e la creazione di "un forte potere centrale dello Stato" e di "camere sindacali e professionali", il diritto di cittadinanza e l'accesso alle cariche pubbliche "solo per chi sia di sangue italiano", lo stop a "ogni nuova immigrazione di non-italiani" e l'immediata espulsione forzata di "tutti i non-italiani che sono immigrati in Italia dopo il 31 dicembre 1977", il divieto di pubblicazione di "giornali che contrastano con l'interesse della comunità" e l'abolizione di tutte le organizzazioni e istituzioni "che esercitano un influsso disgregatore sulla nostra vita nazionale".
I paramilitari del colonnello Calzetta e le camicie grigie del Pni debutteranno ufficialmente il 13 giugno mattina (ore 11) a Milano, al numero 5 di via Chiaravalle, angolo via Larga, in occasione del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale di Gaetano Saya, che nella sua pagina internet personale si dichiara "l'ispiratore politico" della Guardia Nazionale Italiana".
Estimatore di Berlusconi e acerrimo nemico di Fini, Saya, che dopo il recente scioglimento di Alleanza Nazionale è rimasto l'unico depositario del simbolo dell'Msi di Almirante, è l'ex agente segreto della Nato ed ex 'gladiatore' legato al Sismi, che già nel 2003 provò a creare un gruppo paramilitare di 'camice grigie' (i Reparti di Protezione Nazionale) e che nel 2005 venne arrestato per l'oscura vicenda dei ‘servizi paralleli' (il Dssa,Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo, diretto da Gaetano Saya e Riccardo Sindoca): una "banda di pataccari" secondo l'allora ministro degli Interni Pisanu, che però risultò avere rapporti con i vertici degli apparati di sicurezza dello Stato, in particolare con i servizi segreti militari.
di Enrico Piovesana

L'era delle news online come commodity gratuita è agli sgoccioli?


“Siamo appesi ai centesimi di euro” ha ironizzato, ma neanche tanto, un manager editoriale. Il fatto è che la “vecchia” stampa ha imboccato un tunnel senza uscita, tra il calo della pubblicità, l'erosione delle copie vendute e l'esplosione delle alternative gratuite su internet, che non riescono però a pareggiare i costi di produzione. Siamo forse al redde rationem? Come diceva Wittgenstein, “Il mondo è tutto ciò che accade”. La crisi della stampa è allora un fatto inoppugnabile. È lì, sotto gli occhi di tutti. Accelerata da quell’altra crisi, quella della Finanza. Lo scenario che si squaderna davanti ai nostri occhi è nero come la pece. I giornali di carta - quelli della “preghiera del mattino” di Hegel - non vendono più, è inutile girarci intorno, quelli online hanno un modestissimo ritorno. La pubblicità scappa. Si diceva che questa procedesse ad ampie falcate verso i bit e il digitale, ma nei fatti i siti di news ne hanno vista poca. Ora il Big Crash della Finanza globale ha tirato per la collottola anche internet. Le testate americane lo chiamano il Great Online Ad Slow Down, il grande rallentamento della pubblicità sul web. Che fare? In Usa, in Italia, in Europa, gli editori non stanno con le mani in mano. Come prima cosa hanno recuperato dalla cantina la cara vecchia scure: dappertutto si va di tagli e di brutto. Poi, presi dal panico e contravvenendo a una consuetudine del web - e cioè la gratuità dei contenuti distribuiti - hanno rilanciato l'idea dei micro pagamenti sulle versioni online. In Usa testate come Los Angeles Times, 'Hartford Currant e New York Times l'hanno presentata come una delle poche misure in grado di salvare i giornali dalla bancarotta. Tra gli addetti ai lavori italiani qualcuno storce il naso davanti a queste proposte. Ma il fatto è che nessuno sa a che santo votarsi. Il problema di come monetizzare la presenza web dei giornali cartacei non è di ieri. Su questo punto la risorsa pubblicità ha mostrato i suoi limiti. Nel senso che la fede in una sua crescita esponenziale e infinita si è rivelata sbagliata. Un analista sociale direbbe che si tratta di un effetto collaterale del Turbocapitalismo. Uno dei tanti, scaturiti da quell’”incantamento” collettivo che ha portato alla Grande Bolla del 2007. Può essere, ma per gli editori il problema rimane. Che fare quindi?

Fermiamoci un attimo e guardiamo un dato. Per il 50 per cento degli under 30 la fonte principale dalla quale attingere notizie non è più la tv ma internet. I quotidiani sono solo una terza scelta, e anche una certa distanza. Quindi è indirizzato ai giovani l’invito a mettere mano al portafoglio per estrarvi decimi di centesimo o al massimo poche decine di centesimi. Eh si perché queste sono le cifre che circolano. Nel caso del Los Angeles Times per esempio i pagamenti presi in considerazione vanno dal mezzo centesimo, per la lettura di articoli contenuti in un'area premium, al quarto di dollaro per scaricare invece una versione stampabile degli articoli visibili gratuitamente sul sito del giornale. Ora ammesso anche che questa idea funzioni, pur mettendoci tutta l’immaginazione possibile è difficile che possa rianimare i bilanci di quei Gruppi che in pancia hanno decine di testate, centinaia di dipendenti, etc. A meno che questi prendano la decisione storica di non preoccuparsi più di tanto dell’edizione cartacea. A spronarli in questa direzione c’è l’entusiasmo di Bill Densmore, direttore del media Giraffe Project, secondo il quale la scelta dei micropagamenti darebbe la stura ad un gigantesco terremoto che porterebbe alla nascita di megaportali formati da centinaia di giornali indipendenti che offrirebbero non solo news, ma di tutto e di più, musica, video, foto, perfino corsi di aggiornamento professionale a prezzo bassissimo. Insomma entreremmo in un altro mondo. Del quale però si sa ben poco. È invece assai probabile che il futuro dell’informazione verrà dominato dall’incertezza più assoluta: ce lo dice anche Clay Shirky, professore alla New York University e guru del web, con un vaticinio dal sapore sinistro e metafisico, “Certe cose cambiano e non sono più come prima, certe cose hanno un prezzo, certe cose non si risolvono senza perdite. Certe cose non si sa come andranno a finire: e chi pretende di indovinarlo non ha nessuna attendibilità”. Per Shirky siamo in mezzo a una tempesta senza vie d’uscita se non quella di provare e riprovare sino a trovarne una. Trend non ne esistono, anzi, parole sempre di Shirky, “Il trend più importante è che non c’è alcun trend principale”. Per favore non ditelo agli editori, sennò sono dolori.
di Mauro Scarpellini

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