domenica 7 giugno 2009

La Mafia si sconfigge colpendola al portafogli, per questo il Ministero revoca ai magistrati l'accesso ai conti dei boss


Basta disattivare una password per rafforzare Cosa Nostra. Una sequenza di numeri e lettere che dal 5 marzo è stata tolta alla Procura di Palermo che, da oltre due mesi, non può più monitorare e sequestrare i conti correnti bancari dei boss.
Mentre la repressione va avanti senza sosta – con un'azione investigativa costante anche sul fronte dei rapporti deviati tra mafia e politica, decine di processi in corso e centinaia di arresti di boss e affiliati che sfiancano l'esercito delle cosche - la lotta ai capitali mafiosi, vale a dire il cuore dell'azione di contrasto, fatica.
Con quella password – che apre i file dell'Anagrafe dei rapporti finanziari – magistrati e polizia, sotto copertura, dal 5 gennaio al 4 marzo, accedevano ogni giorno ai conti, ai depositi, ai dossier titoli e alle transazioni da un capo all'altro del mondo di Cosa Nostra. «Dalla sera alla mattina – spiega il procuratore aggiunto di Palermo, Roberto Scarpinato – i ministeri della Giustizia e dell'Economia ce l'hanno tolta per motivi burocratici dopo avercela data, per grazia ricevuta, a distanza di 18 anni dalle previsioni legislative. La restituzione di quella password, a noi e a tutte le Procure, è la maniera migliore per onorare con i fatti e non a parole la memoria di Giovanni Falcone, della moglie e della scorta, morti 17 anni fa a Capaci».
«Con questa revoca – prosegue Scarpinato – siamo tornati agli anni in cui bisognava fare richiesta di informazioni a ogni singola banca. Nelle regioni del Sud c'è un problema ulteriore: il tessuto creditizio è profondamente inquinato, molte operazioni sospette vengono fatte sparire e non manca chi avvisa i boss delle indagini in corso. In questi mesi, a causa di questo scippo, abbiamo perso l'occasione per sequestrare miliardi. Scandalo nello scandalo, la password non è stata data neppure alla Banca d'Italia che ha il compito di contrastare il riciclaggio dei capitali sporchi».
Battere Cosa Nostra sul terreno dei capitali e dei patrimoni inquinati è un chiodo fisso per magistrati, Forze di polizia e Gdf, che spingono l'acceleratore su sequestro e confisca dei beni immobiliari, la cui gestione è affidata a un Commissario straordinario, anche se i più spingono per la creazione di un'Agenzia autonoma. Alla fine del 2008 i beni confiscati erano 8.466 (di cui 3.930 in Sicilia), con un valore di mercato di decine di miliardi.
Ma prima che gli immobili sequestrati rientrino nel pieno godimento della collettività passano anche 17 anni e sono numerosi i casi di prestanomi della mafia che ne sono rientrati in possesso.
La Procura di Palermo, di fronte alle difficoltà, rilancia: a giorni sarà potenziato il Dipartimento "Mafia ed economia" che conta su un pool di magistrati e investigatori specializzati nella lotta all'economia illegale. Finora i risultati non sono mancati: da gennaio 2008 a oggi la Procura ha sequestrato 2,7 miliardi tra beni mobili e immobili. «La lotta a Cosa Nostra – conclude Scarpinato – passa da qui, il resto sono chiacchiere. L'arresto di 100 estorsori serve ma tra due mesi ce ne saranno altri 100 pronti a chiedere gli arretrati con gli interessi. Per questo chiediamo a commercianti e imprenditori di denunciare e a Confindustria Sicilia, che espelle chi paga il pizzo, sollecitiamo un passo in più: l'allontanamento di tutti coloro che hanno avuto una sentenza passata in giudicato o hanno processi in corso per mafia». «Nonostante la ribellione di Confindustria e associazioni come Addio Pizzo – aggiunge il magistrato della Direzione nazionale antimafia Roberto Alfonso – il fenomeno estorsivo non è arretrato di un millimetro. Anzi: è in pericolosa crescita». I dati della Direzone investigativa antimafia, diffusi ieri, sembrano confermarlo: le denunce 2008 per estorsione, usura e riciclaggio sono in calo (si vedano grafici). Ad Andrea Vecchio – a capo degli edili catanesi e una vita blindata, il prezzo pagato al coraggio della denuncia – spetta un commento.
«Burocrazia e malapolitica – spiega – non aiutano chi denuncia e chi si espone. La repressione dello Stato fa passi in avanti ma non basta, non basta».
Insomma, il circuito di legalità che parte dal basso fa fatica. Gli imprenditori condividono e criticano. A partire da Giuseppe Catanzaro, vicepresidente di Confindustria Sicilia, altra esistenza blindata per le continue minacce di morte. «Dobbiamo capire – afferma – che Cosa Nostra ha il solo fine di creare profitto. Per sconfiggerla bisogna però avere la certezza che chi viene condannato resti in cella e viva da povero. Invece le scarcerazioni dei boss e degli estorsori si susseguono e non vedo né il Governo né il Parlamento asserire in maniera corale questo banale principio. Quanto all'invito di Scarpinato, Confindustria Sicilia lo ha già fatto suo: è sospeso chi ha un processo, viene cacciato chi è stato condannato. La stessa severità vorrei vederla nelle pubbliche amministrazioni che devono cacciare i dirigenti che ritardano i procedimenti amministrativi a danno delle imprese oneste e a favore di quelle mafiose. Ci sono ancora troppi politici locali che non adottano i principi di questa catena di legalità».
Nel giorno in cui sarà posata l'ennesima corona di fiori a piedi dell'albero Falcone a Palermo, servirà forse spostare lo sguardo un pò più in là, verso il porto di Palermo, dove oggi attracca la nave con studenti provenienti da ogni parte d'Italia, partita ieri da Napoli. «E allora converrà ricordare – rammenta Maria Falcone, sorella del giudice – le parole di Gesualdo Bufalino».
La mafia – amava ripetere lo scrittore di Comiso – sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari. Speriamo che sappiano insegnare che una password non serve solo per accedere a Facebook ma anche per bruciare i soldi sporchi e con loro l'anima di Cosa Nostra.

di Roberto Galullo, da il Sole 24 Ore

I misteri del volo 447


Hanno trovato due corpi, un sedile azzurro, una valigia di cuoio, uno zaino contenente i biglietti con partenza Rio e destinazione Ignoto, ma non ancora una spiegazione. Che cosa è successo al volo AF 447? Che cosa ci insegna il suo tragitto dalla città brasiliana al nulla? Per rispondere proviamo a ripercorrerlo. 

L'aereo lascia la pista in condizioni apparentemente normali. Trasporta il consueto carico di vite umane, compresi gli inevitabili passeggeri che non avrebbero dovuto esserci e invece ci sono, al posto di altri che hanno perduto l'aereo e conservato la vita per uno scarto di quel concetto esposto sui tabelloni degli aeroporti sudamericani, laddove alla voce destinazione compare "destino". Niente fa ritenere che sarà un viaggio tempestoso: come si verificherà poi, le condizioni meteorologiche sulla rotta non saranno fuori dalla norma. Le hostess si affannano a eseguire la danza rituale delle istruzioni in caso di incidente. In centinaia di voli effettuati non le ho mai ascoltate una volta. Una voce dentro di me diceva: "Un giorno rimpiangerai questa distrazione". 

Ora so per certo che non sarà così: che tutta quella pantomima di giubbotti da gonfiare e maschere da indossare è solo una recita per far credere che esista una seconda possibilità, che chi cade possa risorgere. AF 447 cancella le illusioni. Sul fiume Hudson puoi posarti, sull'oceano solo schiantarti. È una legge: più sali e più ti fai male cadendo. Il giubbotto salvagente è un cerotto mentale, che tuttavia i passeggeri si applicano al decollo. Superato quello, tirano un sospiro di sollievo. 
AF 447 abbatte un altro luogo comune: che decollo e atterraggio siano i veri momenti problematici. In mezzo, nulla o quasi può accadere. Salvo che, scopriamo, può accadere tutto. Due giorni fa un noto regista che aveva appena imparato a dominare la paura del volo mi diceva preoccupato: "Credevo di avere il quadro completo delle iatture, guardavo perfino fuori dal finestrino per assicurarmi che non ci fossero papere impazzite che s'infilavano nei motori. Poi mi rasserenavo. Qui son venute fuori altre decine di possibili problemi che non conoscevo". 

Finito questo articolo andrò a cena da un cuoco in partenza per New York: ha voluto salutare tutti gli amici in caso di disgrazia. AF 447 ha aumentato in modo esponenziale il timore di quel che può accadere in volo. Attenzione: di quel che può accadere, non di quel che accadrà. L'aereo rimane più sicuro di altri mezzi di trasporto, è noto, ma quel che ci spaventa è l'ignoto e quel volo ne ha aperto la porta. È lì che è andato a finire? 

Come? Che cosa è successo sopra l'oceano? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Quel che sappiamo ora è un sacco di cose che non sapevamo prima. Un elenco di possibili cause fatali. Un fulmine? Può bastare un fulmine a far esplodere una fusoliera? Dio o chi per lui gioca ai videogame? Si può precipitare per eccesso di velocità? O per velocità eccessivamente ridotta? Dobbiamo preoccuparci per la presenza di "cumulonembi particolarmente potenti, benché in fase decrescente"? Il pilota automatico può entrare in sciopero come un qualsiasi comandante affiliato a una delle sigle che non hanno firmato l'accordo Cai? Le scatole nere (l'ultimo feticcio che ci era rimasto sulla strada sbarrata che porta a una qualunque verità) possono staccarsi come ventose male attaccate al parabrezza? Con tutti i controlli di sicurezza negli aeroporti, le scarpe e le cinture nell'apposita vaschetta, i personal computer estratti dalla sacca e separatamente passati ai raggi X, è ancora ipotizzabile una bomba a bordo? Da parte di chi? Non necessariamente barbudos col corano? Anche indipendentisti corsi in vacanza di fine stagione a Ipanema? 

Ma soprattutto sappiamo che le presunte autorità non sono affatto autorevoli. Che davanti al disastro additano il primo colpevole. Se non regge, avanti un altro. Al limite, avanti tutti: 24 anomalie segnalate in 5 minuti, tutte possibili. Possibili? AF 447 era un aereo o un discorso di George W. Bush? Si cerca di sdrammatizzare per limitare la fatica di camminare perennemente sul filo dello sdegno. Quando affondò il traghetto Moby Prince l'allora ministro della Marina mercantile Carlo Vizzini si presentò a Livorno e disse che era stata colpa della nebbia e che i soccorsi erano arrivati subito. Poi si scoprì che il cielo era terso e un sopravvissuto aveva atteso quasi un'ora sul ponte in fiamme. Ma quello era un ministro del psdi, un accidente della storia di cui conserviamo più onta che memoria. 

Qui vediamo arrivare distinti esperti aeronautici, dirigenti della compagnia aerea che ha un piede e presto due in quella italiana e che la latitanza di Fiumicino e Malpensa ci costringe a prendere per tre voli intercontinantali su quattro. Come dei Vizzini qualsiasi li sentiamo dire: "Pioveva", "Anzi no", "Escludiamo la bomba", "Ma non del tutto". E dov'è finito, al netto di due corpi, un sedile e due bagagli, AF 447? Che cosa lo ha fatto sparire dai radar e dalla logica? Fino al ritrovamento di ieri sera abbiamo sperato. In che cosa? In quel che si ammette quando tutte le argomentazioni ammissibili sono cadute, la scienza fa l'occhiolino a una forma laica di fede e noi cerchiamo, riuscendoci, di sentirci meno soli. 

Terminato di scrivere l'equazione che sta alla base della teoria della relatività Einstein depose la penna e sorrise. Non aggiunse altro, ma aveva aperto una porta. Oltre la soglia c'era il multiverso, l'insieme di universi paralleli a quello nel quale ci troviamo, potenzialmente infiniti, talora interagenti. Quella soglia è stata spesso varcata: da Alice attraversando uno specchio, dai ragazzini della saga di Narnja entrando in un armadio, dai personaggi di Borges, dalla frustrazione del Candido di Voltaire ("Se questo è il migliore dei mondi possibili, allora dove sono gli altri?"). 

Nel curioso film "Donnie Darko" il viaggio nel multiverso comincia con la caduta di parti di aereo su una casa nel cuore dell'America. Scartate le 24 anomalie simultanee, la "nebbia di Vizzini", i terroristi corsi, il "potente cumulonembo" e volendosi dare una spiegazione consolatoria, questa, sentite le altre, era diventata non meno plausibile. Perché no? Si è aperta una finestra spazio-temporale e AF 447 ci si è infilato dentro. Se gli universi paralleli sono infiniti c'è questo in cui l'Airbus scompare nel nulla, ce n'è uno per ogni anomalia e ce n'è uno dove continua a volare, il comandante è saldo alla cloche, il pilota automatico squittisce segnalando a regolari intervalli la sua efficienza, il cielo è limpido, le hostess distribuiscono bevande e rassicurazioni: "In caso di turbolenza, allacciate le cinture e slacciate la logica. Andrà tutto bene, abbiamo infinite possibilità". 

Ma quei ritrovamenti a 900 chilometri dall'arcipelago Fernando de Noronha ci costringono a un altro brusco atterraggio. O i corpi ritrovati appartengono agli unici due passeggeri scettici a bordo, per i quali la finestra si è chiusa, o siamo tutti condannati a restare in questo universo, unico e largamente imperfetto, dove qualsiasi cosa può accadere senza che nessuno ce ne dia conto, i governanti mentono sapendo di farlo, gli esperti sparano nel mucchio delle evenienze sperando di azzeccare quella giusta, le scatole della verità sono vuote e chiunque ci dica che esiste una via d'uscita è solo una signorina soave, ma soprattutto pagata per farlo. 
di GABRIELE ROMAGNOLI

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