mercoledì 3 giugno 2009

José Escrivà del Balaguer filo Hitleriano o solo simpatizzante?


Nella mia opinione pubblicata  dal Secolo XIX definivo “filofranchista” José Escrivà del Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei recentemente santificato.
Mi è subito pervenuta la mail di un autorevolissimo esponente di tale organizzazione, intenzionato a smentire definitivamente questa (ricorrente) insinuazione trascrivendo una lettera di padre Escrivà al capo della Falange José Solis, tratta dal recente saggio “Una vita soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei” (Mondadori 2008) di Giuseppe Corigliano, direttore dell’Ufficio Informazioni dell’Opus Dei in Italia.
Purtroppo, per il mio amabile interlocutore, da tale lettera traspaiono soltanto beghe e gelosie interne al movimento franchista; in particolare il risentimento di chi vedeva l’ascesa di uomini della cosiddetta “Obra” ai vertici del Regime di Madrid. Obra che già nel 1957 forniva al governo del dittatore spagnolo tre ministri (Ullastres Calvo, López Rodó e Navarro Rubio), poi Bravo Castro nel 1962.
Scelte di tipo personale, come viene detto nel saggio di Corigliano? Un po’ difficile crederlo, visto che l’art. 9 dell’Organizzazione così detta: «i membri dell’Opus Dei agiscono individualmente o tramite associazioni... nelle loro attività saranno egualmente sotto l’obbedienza dell’autorità gerarchica dell’istituzione».
Del resto il Santo fondatore dell’Obra, in una lettera a Paolo VI del 1964 (pubblicata su Famiglia Cristiana del 1992), affermava che «Franco è un buon cristiano». Francisco Franco, il garrotatore!
Quello stesso Caudillo a cui padre Escrivà aveva tenuto un sermone già nel 1946, nel corso dell’annuale ritiro spirituale.
Dunque, quale era il suo rapporto “effettivo” con la dittatura spagnola? A me pare evidente che non di identificazione trattasi, quanto di alleanza tattica per combattere le comuni bestie nere. Sempre secondo la lettera del 1964 a papa Paolo: «la minaccia di anarchia e comunismo, che nuocerebbe alla Chiesa». Una minaccia nei cui confronti il concilio Vaticano II avrebbe aperto pericolose falle (ora in via di essere turate da Ratzinger) e contro cui l’armata tradizionalista si opponeva da tempo alleandosi con chiunque. Senza farsi troppi problemi. D’altronde è noto come il “Santo fondatore” interpretasse il secondo conflitto mondiale alla stregua di una crociata contro il comunismo.
Padre Escrivà filohitleriano? Di certo riteneva che Hitler fosse stato «trattato male» e non era possibile avesse fatto uccidere sei milioni di ebrei. Tanto che il Jerusalem Post del 20 ottobre 2003 è arrivato a parlare di «santi antisemiti». Quell’antisemitismo che scorre nelle viscere della Chiesa, ma sempre con flussi “coperti”. E che solo la maldestra ingenuità (si apprezzi l’understatement!) dei lefebvriani riammessi a corte ha recentemente portato alla luce.
In ogni caso la creatura di Escrivà non sembra particolarmente sensibile alla questione dei “diritti umani”, se è vero che un suo importante esponente - il cardinale di Lima Juan Luis Cipriani - è arrivato a chiamarla «cojudez» (traduciamola eufemisticamente «una stupidaggine»).
Ultima questione: la difficoltà di definire una identità nitida dell’Opus Dei, che sembra giocare a rimpiattino con i non adepti. L’impenetrabile velo di segretezza che l’avvolge, tradotto in permanenti pratiche camaleontiche.
Una strategia tipica di chi sta nel mondo come se agisse “in partibus infidelium”; per tenere celati i propri obiettivi “veri”, vista l’ostilità e la ripulsa che susciterebbero in larga parte della pubblica opinione.
Atteggiamento che tradisce quanto prende nome di “settarismo”. Come ha determinato nel 1997 la Commissione del Parlamento belga, che giudicò l’Opus Dei una setta pericolosa; stigmatizzandone l’aggressiva azione di reclutamento degli adolescenti e gli episodi di manipolazione psicologica segnalati da molte famiglie.

di Pierfranco Pellizzetti

Israele si prepara alla guerra


La campagna elettorale in Iran, a meno di due settimane dal voto, è stata funestata da un gravissimo attentato avvenuto nella città di Zahedan, nella regione del Belucistan, nel sud-est del paese ai confini col Pakistan. Una bomba è esplosa in una moschea in occasione della cerimonia che celebrava la morte di Fatima Zahra, figlia del Profeta Maometto e sposa di Alì, fondatore della corrente islamica sciita, provocando oltre venti morti e centinaia di feriti.
L'attentato ha scosso il paese, gli organi di informazione hanno immediatamente definito "martiri" le vittime. È stato sufficiente un solo giorno perché le autorità iraniane arrestassero tre dei responsabili dell'attentato, ovvero i presunti fornitori dell'esplosivo, che sono stati immediatamente giustiziati in una esecuzione pubblica. 
Gli stessi funerali delle vittime si sono trasformati in una imponente manifestazione di popolo che ha prolungato le tensioni nei giorni successivi tra la componente sciita del Belucistan (maggioritaria) e la minoranza sunnita della regione.
I responsabili materiali sono stati indicati proprio in organizzazioni indipendentiste sunnite del Belucistan, già in passato responsabili di attentati ed attacchi contro le forze di sicurezza iraniane. La regione è anche crocevia fondamentale di traffici criminali, in particolare di droga e armi, con i vicini Afghanistan e Pakistan. 
Ma alcune autorità non hanno mancato di chiamare in causa ben altre responsabilità. Sarebbero infatti "l'arroganza mondiale" ed il "nemico" (chiaro il riferimento a Stati Uniti e Israele) a "nutrire le bande terroriste e criminali" secondo i portavoce della Guida suprema Alì Khamenei, nel tentativo di sconvolgere le elezioni e funestare la convivenza pacifica delle diverse etnie all'interno del paese. L'Ayatollah ha richiamato il popolo all'unione, in particolare tra sciiti e sunniti.
Terrorismo politico e rivendicazioni indipendentiste sono fenomeni relativamente recenti per l'Iran. Anche la scorsa campagna elettorale, che vide la vittoria dell'attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad, era stata scossa da attentati, fenomeno nuovo per l'Iran, nella regione occidentale del Kuzistan ai confini con l'Iraq, dove vive una componente arabo-sciita che è minoranza nel paese persiano.
Il fatto che il terrorismo abbia attecchito in Iran dopo le invasioni militari di Iraq ed Afghanistan da parte statunitense, e proprio nelle zone di frontiera con questi paesi (l'Iran accusa gli americani di addestrare anche la guerriglia curda che ha le proprie basi nel Kurdistan iracheno), ha spinto più volte Teheran a denunciare le potenze occidentali per il tentativo di destabilizzare l'Iran. Pericolo che si fa sempre più pressante.
Tali dinamiche possono essere intese come vere e proprie campagne di strategia della tensione, nel tentativo di influenzare e manipolare dall'esterno, ma anche dall'interno, le consultazioni elettorali. Appare evidente, infatti, che il radicalizzarsi dello scontro ed uno stato di aggressione tenda a favorire proprio quei candidati che maggiormente si sono caratterizzati per la difesa del paese e per le rivendicazioni nazionali. L'identikit di Ahmadinejad.
Le attenzioni dell'elettorato si concentrano sul programma dell'attuale presidente, quello tra tutti i canditati che può meglio incarnare il desiderio dell'elettorato di un uomo forte pronto ad affrontare le sfide internazionali. Certamente a farne le spese sono i candidati che hanno un profilo maggiormente esposto sui temi sociali ed economici, come l'ex capo dei Guardiani della rivoluzione Mohsen Rezaie, conservatore come Ahmadinejad e di cui può corrodere il consenso perché mira allo stesso elettorato (nel 2005 Ahmadinejad vinse anche perché Rezaie ritirò la propria candidatura alla vigilia del voto); oppure Mehdi Karoubi, l'ex presidente del parlamento soprannominato lo "sceicco delle riforme", il più spinto tra i candidati a cercare il dialogo e l'intesa con la comunità internazionale.
In un clima da pre-guerra e di difesa degli interessi nazionali, Ahmadinejad appare come il presidente più forte. Allo stesso tempo i fautori dello scontro, che possono agire dall'esterno, vedono in Ahmadinejad l'uomo giusto al posto giusto, sulla cui figura la propaganda occidentale non deve ulteriormente affaticarsi per dipingere il profilo di un fanatico religioso, un estremista pericoloso pronto ad annientare Israele.
Nel frattempo proprio lo Stato ebraico ha programmato per questi primi di giugno, in concomitanza con le battute finali della campagna elettorale iraniana, le più imponenti esercitazioni congiunte, militari e civili, della sua storia. Nell'arco di cinque giorni la popolazione di Israele viene mobilitata per simulare le risposte ad attacchi simultanei da parte di più aggressori esterni (Hezbollah dal Libano, Siria ed Iran) insieme ad una condizione di rivolta dei palestinesi nei Territori.
Ma l'aspetto "politicamente" più rilevante dell'esercitazione "Turning Point III" è la simulazione di campagne aeree che possono condurre attacchi anche a grande distanza da Israele. Il New York Times ha riportato che oltre un centinaio di caccia F-15 ed F-16, appoggiati da elicotteri per il salvataggio di piloti eventualmente abbattuti, supportati da navi ed aerei cisterna per il rifornimento, hanno compiuto manovre spingendosi oltre le 900 miglia, ovvero quei 1200/1500 chilometri che separano Israele dall'Iran.
In questo modo Tel Aviv vuole dare una dimostrazione ai nemici, ma anche ai riluttanti alleati, gli Stati Uniti, di non essere solo politicamente risoluti nell'affrontare le minacce esterne, ma di avere anche le capacità tecniche e militari per agire unilateralmente e indipendentemente da loro. Ciò che dovrebbe forzare la mano alle componenti dell'Amministrazione Obama ancora contrarie ad una guerra all'Iran e metterle di fronte al dato di fatto: se Israele è disposto a scatenare da solo una guerra in cui gli americani sarebbero poi comunque coinvolti, tanto può valere fornire il proprio appoggio fin dall'inizio.

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