mercoledì 27 maggio 2009

La deriva antidemocratica e la barriera dei blogger


"Un pericolo, in primo luogo per l'Italia, e un esempio deleterio per tutti". Cosi' il Financial Times, in un editoriale, definisce il premier Silvio Berlusconi. "Non e' evidentemente Mussolini - scrive il quotidiano economico inglese - ha squadroni di veline al seguito, non di camicie nere"; ma e' "un uomo molto ricco, molto potente e sempre piu' spietato". E il pericolo rappresentato dal presidente del Consiglio e' di "ordine diverso da quello di Mussolini", prosegue il Financial Times: "e' quello del potere dei media, che mina i contenuti seri della politica e li sostituisce con lo spettacolo. E' quello di una spietata demonizzazione dei nemici e del diniego di garantire basi autonome ai poteri concorrenti. E' quello di mettere una fortuna economica al servizio della creazione di un'immagine forte, fatta di asserzioni di infinito successo e sostegno popolare". Sotto accusa, per il giornale, anche "l'assenza' della sinistra, le "istituzioni deboli e talvolta politicizzate" e soprattutto "un giornalismo che ha accettato spesso un ruolo subalterno".

- Il dovere di noi "cittadini italiani", eredi di una democrazia donataci 60 anni fa al costo di enormi sacrifici, è vigilare sempre, opporsi se necessario,  combattere se possibile, resistere se altrimenti....Onoff - 

Congo una strada che porta alla pace


E' già stata soprannominata "la strada della pace": lunga 62 km, collega la capitale della Repubblica del Congo, Brazzaville, a Kinkala, nella regione meridionale di Pool, teatro dal 1998 al 2003 di una guerra civile a bassa intensità che ha provocato migliaia di vittime. Da oggi, l'apertura del collegamento stradale segna un nuovo capitolo per una regione ancora devastata dalle cicatrici del conflitto.

Lavori sulla strada Brazzaville Kinkala

Paradossi dell'economia: il Congo Brazzaville, uno dei maggiori esportatori di petrolio africani, figura tra i Paesi con meno chilometri di strade asfaltate al mondo. Appena duemila, città comprese. Proprio per questo, il progetto della Kinkala - Brazzaville, realizzato grazie ai fondi dell'Unione Europea, assume così tanto valore. Finalmente, la regione teatro dell'insurrezione dei Ninja, come erano chiamati i guerriglieri guidati dal pastore Ntumi che, nel 2003, firmò un accordo di pace con il governo mai completamente attuato, può tornare a vivere. Prima dell'apertura della strada, erano necessarie otto ore per coprire poco più di sessanta chilometri. Un'eternità, che ha scoraggiato finora qualsiasi attività commerciale o imprenditoriale nella regione.

Non che la strada possa risolvere tutti i problemi di un Paese che non ha certo brillato nella gestione del dopoguerra. Secondo la svizzera Small Arms Survey, nel 2005 c'erano ancora 34.000 armi in circolazione nella regione, e bande di ex guerriglieri Ninja, mai seriamente integrati nell'esercito o reintrodotti nella società, si erano dati al brigantaggio per poter sopravvivere, abbandonati dalla loro leadership politica. Oggi, la situazione è in parte migliorata, ma le cicatrici del conflitto si fanno ancora sentire in maniera pesante.

Pasteur Ntumi, ex leader dei Ninja

Eppure, la "strada della pace" rimane un progetto fondamentale per la regione. Non solo gli abitanti di Pool potranno finalmente avviare una serie di attività economiche di base per risollevare le sorti della zona. Grazie al collegamento con Brazzaville, potranno finalmente essere ricostruite tutte quelle infrastrutture di base (ospedali, case, scuole) distrutte durante la guerra, e che avevano spinto il governo a dichiarare la regione "zona disastrata". Dopo la conclusione dei lavori, ora il governo potrà concentrarsi sull'altra grande opera, da cui dipendono i destini economici del Paese. La costruzione di un collegamento stradale tra la capitale e la città di Point Noire, principale polo economico sull'Atlantico, al momento unite solamente da una ferrovia lunga 500 chilometri.

La normalizzazione politica, unita al reintegro degli ex ribelli e al ritorno della popolazione nelle ex aree di guerra, sta facendo lentamente tornare alla normalità la vita dei congolesi, costretti a gestire un dopoguerra estremamente difficile da soli. Anche a causa del disinteresse della comunità internazionale, la quale non ha mai investito nel disarmo del Congo e in un processo di pace messo velocemente da parte a causa delle altre crisi regionali, prima fra tutte la più che decennale guerra nella vicina Repubblica Democratica del Congo. Per recuperare appieno dalle conseguenze del conflitto, la strada è ancora lunga. Da oggi, però, c'è almeno qualcosa di concreto a cui appoggiarsi.

Matteo Fagotto

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/15906/Congo,+la+strada+della+pace

Cina e India, voraci divoratrici di risorse globali


L'Occidente teme il benessere di Cina e India, che «brucia» risorse che considerava sue.
Una visita in Europa occidentale lo scorso marzo mi ha offerto una visione lievemente diversa, e un po' inquietante, circa lo svolgersi degli avvenimenti economici e delle loro coordinate. Quando una crisi si sviluppa, in ogni parte del mondo ci si interroga sulle attuali istituzioni economiche - e naturalmente paure, insicurezze e preoccupazioni incidono pesantemente sulla visione del futuro. Le principali domande riguardano le entrate economiche e la distribuzione delle risorse (non succede sempre cosí?), ma in questi tempi di crisi globale le argomentazioni possono diventare piú taglienti e perfino laceranti. Due sono gli argomenti piú usati pubblicamente. Il primo consiste in un'animosità, appena o per niente dissimulata, nei riguardi di Cina e India (inevitabilmente associate, nonostante le enormi differenze), indicate come beneficiarie della globalizzazione e voraci divoratrici di risorse globali. Il secondo rivela una generale incapacitá di concepire una via di uscita dalla crisi attuale che non sia semplicemente replicare il passato, persino quando ció risulti chiaramente insostenibile. L'atteggiamento europeo nei confronti dell'Asia é stata a lungo caratterizzata da una combinazione variabile di paura e fascinazione, rispetto e repulsione, competizione e colonialismo - come gli studi sull'Orientalismo hanno reso fin troppo evidente. Ma le le percezioni più diffuse oggi sono in qualche modo differenti; nutrite da media sensazionalistici che non hanno tempo o spazio da perdere per dedicarsi alle complessità, si muovono come un pendolo 
Cina citta
passando dall'idea di un'Asia popolosa terreno di crescita per povertà e terrorismo, a quello di un export aggressivo che grazie al basso costo della mano d'opera, porterà alla crescita del livello di vita di una futura classe media di due miliardi di persone, che fagociterà insostenibilmente le risorse mondiali. La pura ignoranza può spiegare molte cose. In Europa, persino nei settori più informati dell'opinione pubblica, quasi non ci si rende conto di quanto la globalizzazione abbia inciso negativamente sulle condizioni di vita e sull'occupazione della maggior parte delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi asiatici a forte crescita. La crisi agraria è considerata storia passata, ormai superata dalla crescita dei prezzi dei prodotti agricoli sul mercato mondiale tra il 2002 e la prima parte del 2008, sebbene le entrate degli agricoltori non siano cresciute e le coltivazioni siano sempre meno accessibili nella gran parte dei paesi in via di sviluppo. A causa del volume dell'esportazione di manufatti asiatici, c'è ancora una diffusa percezione del dirottamento del lavoro manufatturiero dal Nord al Sud - benché l'occupazione manufatturiera sia diminuita nella totalità dei paesi in via di sviluppo, sia a malapena cresciuta nella maggior parte dei paesi asiatici, e sia diminuita dal 1997 in quella che è in genere considerata l'officina del mondo, la Cina. A Londra, durante un dibattito pubblico, uno dei partecipanti si è chiesto se Cina e India, recentemente arricchitesi per avere sfruttato i processi di globalizzazione, sarebbero in grado di usare la crisi corrente come opportunità per cavalcare questo tsunami economico che rischia di sommergere tutti i paesi, e riemergere più forti di Europa e Usa. Un anziano e distinto gentiluomo, all'apparenza eminente, nel corso di un'affollata conferenza a Berlino, è stato ancora più perentorio: «Cina e India hanno tratto profitto della crisi economica che ha colpito l'Asia nel 1997-1998, e ora beneficeranno di questa crisi globale alle spese dei loro vicini». Un altro partecipante ha espresso più o meno lo stesso concetto: «Quei paesi (Cina e India) non sono poveri, sono pieni di miliardari, 4 tra le prime 10 persone più ricche del mondo vengono da là, e nonostante tutto si lamentano di noi e nello stesso tempo ci domandano assistenza». Queste non sono ovviamente posizioni politicamente corrette, né rappresentano la maggioranza delle opinioni, e tra l'altro sono state contestate da altri partecipanti alle conferenze in questione. Nella loro assoluta franchezza però danno un'idea di quanto siano diffuse e sotterranee queste percezioni. Non si tratta solo di spostamenti nell'equilibrio economico e geopolitico. Persino tra le persone più progressiste in Europa esiste una paura palpabile, alcune volte inespressa o espressa solo in argomentazioni molto sottili e sofisticate, che la crescita dei consumi tra quella larga fetta delle popolazioni del mondo eserciterà una pressione insostenibile sulle risorse globali e di conseguenza non va assolutamente essere favorita. C'è una parte di verità in questo: non c'è dubbio che gli attuali standard di vita del nord del mondo non sarebbero sostenibili se dovessero diventare accessibili a ogni abitante di questo pianeta. Ciò implica che la crescita futura dei paesi in via di sviluppo debba seguire un percorso di produzione e consumo più equo e cosciente. Ma ciò si scontra duramente con il problema di fondo. Perché anche se le élites e la classe media nei paesi in via di sviluppo, in particolare Cina e India, cessassero d'improvviso di aumentare i loro consumi e si limitassero a portare la maggior parte delle popolazioni a qualcosa di simile a un accettabile standard di vita minimo, ciò implicherebbe un uso estensivo di risorse globali, e sarebbe inevitabile un maggior uso di risorse naturali e l'aumento delle emissioni inquinanti. Dunque la dura realtà è che il mondo sviluppato deve, nella sua totalità, consumare meno risorse naturali e ridurre il suo contributo al riscaldamento globale. Ciò a sua volta ha effetto sulle entrate economiche. Non è assolutamente chiaro come mai dei paesi in calo demografico debbano incrementare il loro prodotto interno lordo; perché non dovrebbero orientarsi invece verso la redistribuzione interna e il cambiamento degli stili di vita, cose che potrebbero di fatto migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini. La crisi corrente è un'eccellente, forse unica, opportunità per portare a un cambiamento nelle aspirazioni socialmente indotte e nei bisogni materiali, e riorganizzare la vita economica dei paesi sviluppati in modo meno rapace e più sostenibile. Purtoppo questo tipo di messaggio non ha avuto ascolto, almeno tra i decisori politici dei principali paesi capitalistici. Negli Stati uniti, perfino la blandamente ecologista amministrazione Obama parla solo di promuovere «tecnologie più pulite e più rispettose dell'ambiente » invece di fare cessare assurdi sprechi e dispendiosissimi ordini di consumo. Ad esempio le strategie di trasporto restano fondate sull'eccessivo affidamento all'auto privata piuttosto che su un più estensivo ed efficiente trasporto pubblico. Anche in Europa l'interesse si rivolge verso la rivitalizzazione di vecchie e superate maniere di consumare. In Italia Silvio Berlusconi ha appena esortato la popolazione a non cambiare i propri stili di vita a causa della crisi, in quanto ciò ridurrebbe immediatamente l'attività economica! Altrimenti detto, questo implica che lo spreco e l'eccessivo consumo sono socialmente desiderabili in quanto quella è l'unica via per preservare l'occupazione. Anche a livello globale, i politici stanno dimostrando la stessa sorprendente mancanza di immaginazione. Tutti gli occhi sono puntati sugli Stati uniti e sulle misure di salvataggio di Obama in quanto, direttamente o indirettamente, la dipendenza dalle esportazioni verso gli Usa è cosi grande che per la maggior parte dei paesi è vista come l'unica maniera di salvarsi economicamente. Ma gli Usa, molto semplicemente, non possono più essere il motore della crescita mondiale a causa del loro enorme debito estero e dell'attuale deficit, - e non è nemmeno desiderabile che continuino a esserlo. Questo crea per le altre economie il bisogno inevitabile e urgente di ridirezionare il proprio commercio e i propri investimenti. Inoltre questo crea una opportunità per gli altri paesi di concepire forme di consumo differenti, più sostenibili e possibilmente più desiderabili. Perché oggi così poche persone, specialmente tra coloro che sono in posizione di influenzare le politiche economiche, sollevano queste questioni piuttosto ovvie? Quello che non sembriamo realizzare è che, a meno che questi problemi basilari non vengano risolti, non solo marceremo tutti disperatamente verso il mare con l'urgenza dei lemmings, ma continueremo batterci e perfino ucciderci l'un l'altro per avere il privilegio di arrivarci per primi.
di Jayati Gosh - da ilmanifesto.it

Medveded avverte la Nato: non fate passi falsi in Caucaso


Durante la celebrazione del Giorno della Vittoria nella Piazza Rossa di Mosca, dove si è esibito l'impressionante potere militare nucleare e convenzionale della Russia, venerdì scorso il presidente Dimitri Medvedev, ha lanciato un avvertimento contro le "imprudenze militari" e ha affermato che la Russia “difenderà fermamente i suoi interessi”.

Sempre durante il suo discorso, con un velato messaggio alla NATO, Medvedev non ha risparmiato critiche a riguardo delle “avventure militari” di alcuni paesi, con chiara allusione alla Georgia, che Mosca accusa di aggressione contro la regione separatista georgiana dell'Ossezia del Sud.

Questo martedì forze dell'alleanza atlantica hanno iniziato manovre militari in Georgia, un'enclave strategica "dell’occidente”, circondata da forze militari russe da agosto dell’anno scorso.

I trenta giorni che dovrebbero durare le manovre della NATO, in una regione altamente militarizzata e con le due flotte navali posizionate una di fronte dell'altra nel Mare Nero, preannunciano un crescente stato di tensione nel Caucaso.

Martedi 5 Maggio la NATO ha iniziato in Georgia esercitazioni militari congiuntamente anche a vari paesi non alleati, che hanno generato già il malcontento della Russia e delle repubbliche separatiste dell’Ossezia del Sud ed Akbhazia.

"Qualunque aggressione contro i nostri cittadini riceverà la dovuta risposta", ha detto, ripetendo la giustificazione utilizzata dalla Russia nello scorso agosto per schierare le sue truppe in Ossezia del Sud – nella quale la maggioranza della popolazione sono cittadini russi.

Anche Medvedev, che ricevette un anno fa la valigetta col "bottone nucleare" (che gli permette di controllare i comandi dell'arsenale atomico della Russia) ha reso gli onori agli 8,6 milioni di soldati russi caduti nella “Grande Guerra Patriottica”, come si chiama in questo paese il capitolo sovietico 1941 -45 della Seconda Guerra Mondiale.

"La nostra vittoria sul fascismo" nella Seconda Guerra Mondiale "è un gran esempio ed una gran lezione per tutti i paesi, una lezione che continua ad essere attuale quando appaiono soggetti che consentono imprudenze militari", ha detto Medvedev all’inizio della maggiore e più spettacolare parata militare che si sia realizzata durante il Giorno della Vittoria nella Russia moderna.

Il discorso di Medvedev era diretto alla Georgia (e dunque alla NATO) paese con il quale la Russia ebbe una breve guerra il passato agosto. Mosca intervenne nella regione secessionista georgiana dell’ Ossezia del Sud per difendere le sue forze di pace ed i suoi cittadini, quando Tbilisi cercò di recuperare il controllo di questo territorio con la forza.

Nella sfilata, varie guardie d’onore portavano lo Stendardo della Vittoria nella Piazza Rossa mentre un'orchestra di 1.000 musicisti suonava marce militari. Questa fu la bandiera che si venne issata sull'edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, per segnare la fine di quella che è conosciuta come la Grande Guerra Patriottica dell'antica Unione Sovietica.

La parata, alla quale hanno partecipato 9.000 effettivi delle Forze Armate, ha costituito una dimostrazione del potere nucleare e convenzionale delle Forze Armate Russe.

Davanti al Cremlino sono passati gli ultimi carri armati da combattimento T-90, veicoli blindati e cannoni, oltre ai suoi imponenti missili nucleari strategici Topol-M ed i lanciarazzi multipli Smerch (Uragano). La Russia ha mostrato per la prima volta il suo sistema antiaereo S-400 Triumph, Sam-21 Growler in codice Nato.

Circa 70 elicotteri ed aeroplani da combattimento – più del doppio rispetto a quelli che parteciparono alla parata dell'anno scorso – hanno sorvolato la Piazza Rossa a soli 300 metri di altezza.

In questa occasione è stato presentato l'elicottero d’attacco Mil Mi-28, (Havoc in codice Nato) che può essere utilizzato di giorno e di notte e in condizioni meteorologiche delle più avverse. Alla fine, i russi hanno potuto osservare il maggiore bombardiere del mondo, il Tupolev Tuo-160 (Blackjack, in codice NATO), dell'epoca della Guerra Fredda. 

Medvedev ha assistito alla parata, la maggiore dal 1990, vicino al Primo Ministro Vladimir Putin, (il potere nell’ombra della Russia che decise ripristinare le grandiose sfilate dell'era sovietica), e al Ministro della Difesa, Anatoli Serdiukov, che ha passato in rassegna le truppe.Dall’anno scorso, quando venne reintrodotto nelle parate militari l’armamento pesante, le "stelle" della sfilata del Giorno della Vittoria sono i missili balistici intercontinentali Topol-M, l'arma più temibile dell'arsenale russo, con testata nucleare da 550 kt.

E' stato inoltre sfoggiato ciò che è considerata l'orgoglio dell'industria militare russa: il missile-tattico-operativo Iskander-M, capace di superare lo scudo antimissilistico degli Stati Uniti.

Inoltre, i presenti e i milioni di russi che hanno seguito la parata in televisione, hanno potuto vedere le batterie di difesa aerea munite di missili terra-aria S-300 PMU "Favorit" e S-400 "Triumf" e i lanciarazzi Smerch - il più potente lanciarazzi d'artiglieria a livello mondiale - Grad e Ciclone, usati dall’Esercito Russo in Cecenia.

Tra l'armamentario convenzionale in dotazione, il più atteso è stato il carro armato T-90, capace di saltare da un aeroplano in marcia e raggiungere una velocità di circa 70 chilometri l’ora.

Hanno sorvolato la Piazza Rossa i caccia Su-25, Su-27 e Mig-29, e i bombardieri strategici supersonici Tuo-160 che possono raggiungere velocità fino a 2.230 chilometri orari, e gli elicotteri Ka-50 e Mi-28.

Medvedev considera che un nuovo accordo di sicurezza debba essere un'alternativa alla NATO, la cui espansione all’Est è considerata da Mosca una minaccia per la sua sicurezza, e all’euroatlantismo" che il Cremlino considera anacronistico.

Nelle esercitazioni militari NATO che si stanno effettuando nel Caucaso, partecipano 650 militari di 20 paesi alleati e soci, compresi nove Stati membri (Spagna, Stati Uniti, Canada, Grecia, Turchia, Regno Unito, Albania, Croazia ed Ungheria), altri dieci paesi soci dell'Alleanza: Georgia, Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Bosnia e Herzegovina, l'antigua Repubblica Yugoslava di Macedonia, Serbia, Moldavia, Kazakistan, Svizzera ed Emirati Arabi.

Secondo gli analisti russi, si tratta di una pericolosa riedizione di una "escalation militare" posta in un scenario internazionale dominato da una crisi recessiva difficile che si va a sommare ad altro pericoloso fronte aperto nella regione petrolifera già segnate da conflitti in Pakistan ed Afghanistan.

Parallelamente, le relazioni tra la Russia e la NATO hanno sperimentato un brusco giro di tensione che lascia senza effetto le conversazioni bilaterali che erano iniziate dopo il conflitto armato nella regione separatista della Georgia, in agosto dell'anno scorso.

La risposta del Cremlino ai movimenti militari NATO nel Caucaso è consistita - oltre a dimostrare il suo potere militare nella parata - in una serie di annunci in relazione alla sua corsa agli armamenti militari.

Questa settimana il Presidente Russo ha annunciato che a partire dal 2011, la Russia comincerà il riarmo e la modernizzazione a grande scala delle sue Forze Armate, che nel 2012 avranno più di un milione di effettivi.

Il Ministro russo della Difesa, Anatoli Serdiukov, venerdì ha annunciato che il progetto militare approvato non prevede nessun taglio economico all’apparato militare delle forze di dissuasione nucleare.

"Tutto si mantiene inalterato. Non abbiamo toccato quasi niente: né la ricerca, né i prototipi sperimentali, né la modernizzazione e le commesse. Tutto ciò è stato e continua ad essere una nostra priorità", ha affermato Serdiukov in una dichiarazione al quotidiano Rossiyskaya Gazeta.

La Russia prevede di spendere più di 1,5 miliardi di rubli in programmi di ricerca, sviluppo, riparazione ed acquisizione di materiale bellico nel periodo che va dal 2009 al 2011.

Lo sviluppo di missili Topol-M, RS-24 e Bulavá, come dei sottomarini strategici della classe Yuri Dolgoruki (Progetto 955 Boreo), viene definito come obiettivo prioritario nell'ambito delle forze di dissuasione nucleare.

In questi ultimi giorni, la Russia ha installato poderose basi operative nella regione del Caucaso oltre ad avere posizionato la sua flotta navale nel Mare Nero. Ha rinforzato le sue linee militari nella frontiera tra Ossezia del Sud (epicentro del conflitto) e Georgia.

La nuova dimostrazione di forza di Mosca e gli annunci della sua corsa nucleare dovrebbero essere fattori dissuasivi e di avvertimento all'asse USA-NATO-Europa, in una regione chiave della disputa strategica per il controllo delle risorse energetiche dell’Eurasia, che già ebbe il suo primo conflitto armato nella "guerra di Georgia" nell’agosto dell’anno scorso.

Titolo originale: "Mensaje a la OTAN: Moscú advierte sobre movimientos militares en el Cáucaso"

Fonte:http://www.iarnoticias.com/
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Scelto e tradotto da LILIANA BENASSI

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