domenica 24 maggio 2009

Incontro Netanyahu-Obama: chi il vincitore?


L'incontro al vertice tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed il presidente americano Barack Obama era molto atteso dagli osservatori. Da anni i rapporti tra Israele e Stati Uniti non apparivano così tesi, e distanti le rispettive visioni strategiche sul Medio Oriente, in un momento, tra l'altro, decisivo e delicatissimo. I risultati del summit sono sembrati apparentemente interlocutori, in realtà una più attenta analisi delle dichiarazioni dimostra che un vincitore vero c'è stato: Bibi Netanyahu.
Sulla Palestina la posizione americana è incentrata sulla Road Map rivisitata dalla conferenza di Annapolis: ovvero acquisizione del riconoscimento di uno Stato per i palestinesi, instaurazione di un processo negoziale che definisca nel dettaglio lo status di questa entità nazionale; per gli israeliani è l'approccio opposto: nessun riconoscimento preventivo, solo al termine di un processo negoziale si potrà arrivare alla definizione di una forma di "autogoverno" per i palestinesi.
Il vertice non sembra aver intaccato né avvicinato le posizioni. Obama ha ribadito che gli Stati Uniti vogliono la posizione "due popoli, due stati", di converso Netanyahu ha dichiarato che "Israele è disposto a riprendere immediatamente i negoziati di pace, ma i progressi saranno condizionati dal riconoscimento palestinese del diritto di Israele ad esistere in quanto stato ebraico". Solo allora, e alla fine dei negoziati successivi, i palestinesi potranno ottenere di "governare se stessi e non essere governati da Israele", saranno i colloqui di pace a definire cosa significhi questo auto-governo, se uno stato o altro: "la terminologia verrà da sé" sostiene Netanyahu.
È chiaro che sotto questo aspetto sono gli americani ad aver bisogno degli israeliani, non viceversa. A Tel Aviv il prolungarsi dello status quo porta solo vantaggi. Anzi, Israele può continuare in sordina la politica degli insediamenti, consolidare l'accerchiamento dei Territori in cui le condizioni di vita dei palestinesi si fanno ogni giorno che passa più insostenibili, nonché decidere quale condizione riservare agli arabi con passaporto israeliano (il tema demografico, trovarsi nel futuro minoranza nel paese, è l'unico vero allarme per Israele).
Gli Stati Uniti possono sbloccare la situazione non con annunci di principio ma solo con una azione diplomatica forte: pressioni e minaccia reale di sanzioni. Ma questa decisione a Washington non sembrano averla. Obama ha dichiarato, anzi, che la "relazione speciale" tra i due paesi è viva e vegeta.
Due quotidiani israeliani, Yedihot Aharanot e Ma'ariv, hanno pubblicato indiscrezioni su un piano Obama per la Palestina che il presidente americano dovrebbe rendere pubblico durante il discorso alle nazioni arabe che terrà a Il Cairo ai primi di giugno. Tra i punti che porterebbero alla creazione di uno stato palestinese, nel termine di quattro anni, almeno due appaiono destinati a far nascere già morto questo futuro stato: la nazione sarà priva di esercito e non avrà facoltà di stringere alleanze militari con paesi arabi; i palestinesi dovranno cedere territori a Israele, quindi i confini non saranno quelli precedenti al 1967. 
Insomma, lo stato di Palestina dipenderebbe in tutto e per tutto da Israele in termini di sicurezza; per la geografia economica e la gestione delle risorse (energia, acqua) si ridurrebbe ad essere una semplice propaggine di Israele. La Palestina sarebbe niente più che una mera espressione geografica. Alcuni rappresentanti palestinesi hanno già dichiarato (oltre la problematicità di altre questioni come Gerusalemme capitale ed il diritto al ritorno dei profughi) che il piano così inteso sarebbe inaccettabile. Obama si sta forse preparando per l'ennesima grande esposizione mediatica allo scopo di farsi dire un no dai palestinesi?
Intanto Israele sembra aver gettato sul tavolo un'altra variabile. Non si potrà arrivare ad uno stato palestinese finché sul paese penderà la minaccia iraniana. La prospettiva di una crisi mentre in Cisgiordania c'è un governo palestinese, magari controllato da Hamas, sarebbe come "avere una base delle Guardie Rivoluzionarie iraniane a un tiro di Qassam dall'aeroporto di Tel Aviv" (Jerusalem Post, 19 maggio).
Questo porta dritto al secondo problema. I rapporti tra occidente e Teheran.
Sulla questione iraniana Israele è pronta a giocarsi il tutto per tutto. Sul tema il paese è unito come non mai. Tzipi Livni, ex ministro degli esteri e leader dell'opposizione interna, davanti all'assemblea del suo partito Kadima ha ribadito che "per quanto riguarda la questione palestinese le divergenze col governo sono profonde, ma per quanto riguarda l'Iran non c'è maggioranza e non c'è opposizione". A rincarare la dose il ministro della difesa Ehud Barak, leader del partito laburista, ideologicamente distante da Netanyahu, ma che proprio sui temi della sicurezza ha trovato l'accordo per entrare nell'esecutivo: "L'Iran non abbandonerà certo le sue ambizioni nucleari se il governo israeliano sostiene la soluzione a due stati. Israele non esclude alcuna opzione rispetto alla minaccia nucleare iraniana".
Dal canto suo Obama, fautore di una apertura negoziale con l'Iran, al termine dei colloqui con Netanyahu ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di porre "limitazioni temporali" alle trattative, e tuttavia di aspettarsi sostanziali progressi nel breve termine, entro la fine dell'anno: "Non andremo avanti coi colloqui all'infinito".
Netanyahu ha riferito che "sia gli Stati Uniti che Israele sono consapevoli dell'urgenza di impedire all'Iran di acquisire armi nucleari e di fare qualcosa in tal senso. [...l'Iran...] Potrebbe offrire un ombrello nucleare a organizzazioni terroristiche o, peggio, potrebbe dare direttamente armi nucleari ai terroristi mettendoci tutti in grave pericolo" ed in ogni caso "Israele si riserva il diritto di difendersi dall'Iran".
In questo caso è Israele ad aver bisogno degli Stati Uniti, pur rivendicando la possibilità di una azione unilaterale come ultima ratio che però potrebbe anche risultare disastrosa. Tuttavia anche in questo caso il tempo gioca tutto a favore di Tel Aviv. Sei mesi di tempo (fino alla fine dell'anno) saranno sufficienti per portare avanti un percorso di pace lungo sentieri sottilissimi e durante i quali non pochi soggetti (interni anche alla stessa Amministrazione americana) saranno pronti a remare contro? Scaduto questo tempo, cosa potrà accadere?
Nei giorni scorsi il leader spirituale della Repubblica Islamica dell'Iran, l'ayatollah Alì Khamenei, in vista delle elezioni presidenziali ha invitato il popolo a non votare per candidati che "vogliono arrendersi al nemico... per coloro che cercano di ingraziarsi i governi occidentali". Nessun cedimento dunque.
Se da un lato all'altro della scacchiera sono queste le dinamiche che si fronteggiano, l'augurio di pace per il Medio Oriente rischia di essere una petizione di speranza senza alcun aggancio con la realtà dei fatti.
di Simone Santini

Come la Mafia controlla l'agroalimentare


La mafia è in tavola, tra la verdura e la frutta. Il mercato agroalimentare italiano è strangolato da una catena di vincoli commerciali, squilibri economici e dazi illegali che danneggiano la massa dei piccoli produttori. Favorendo la nascita di nuovi sistemi, poco visibili ma molto insidiosi, di condizionamento mafioso.

Per misurare l'assurdità dei meccanismi di funzionamento di questo settore-vetrina del made in Italy, uno dei pochi che in teoria sarebbero in grado di resistere alla crisi, basta entrare in uno a caso dei grandi supermercati all'ingresso di Vittoria, capitale siciliana del pomodoro ciliegino (la versione senza marchio del più celebre Pachino). Sulla vaschetta-standard da mezzo chilo, l'etichetta documenta che il produttore è un agricoltore locale. Il contenitore in plastica con l'ortaggio fresco, però, risulta confezionato da un grossista di Fondi, in provincia di Latina. Per passare dai campi di Vittoria ai supermercati di Vittoria, insomma... questi pomodorini tondi hanno percorso un viaggio di andata e ritorno di 1.636 chilometri. Un nonsenso finanziario, ambientale ed energetico. Che però non sorprende gli addetti ai lavori, prime vittime di questa e altre distorsioni della filiera alimentare. Che spesso nascondono forme di parassitismo criminale, cresciute fra speculazioni affaristiche e corruzioni.

Per capire chi sta mettendo le mani nel piatto degli italiani, 'L'espresso' ha ripercorso l'intero cammino degli ortaggi più venduti, dalla raccolta nelle campagne del Sud alla vendita finale negli ipermercati del Centro-nord. Scoprendo nuovi casi di infiltrazione mafiosa. Buchi e truffe nei controlli. Frodi all'ombra del clientelismo politico. E situazioni incontrollabili di rischio per l'ambiente e la salute. 

La chimica in serra Per sei mesi all'anno, il primo anello della catena alimentare degli italiani sono gli ortaggi freschi coltivati in 4 mila ettari di serre tra Licata, Gela e Pachino. Oggi quei teloni di plastica alti tre metri coprono quasi tutta la piana fino al mare. Dentro non vola una mosca: le piante di pomodoro, selezionate fino a raggiungere una lunghezza di 14 metri, crescono attorcigliate come liane su filari asettici. Il verde è cosparso di polveri bianche: gli antiparassitari, che sfumano all'avvicinarsi del raccolto.
 
Al centro della rete produttiva c'è il mercato ortofrutticolo di Vittoria, che è il più grande del Sud: un alveare di box che nell'ultima annata agraria, chiusa al novembre 2008, ha smerciato 2 milioni e 441 mila quintali di verdura (e 144 mila di frutta). I soldi si fanno tra ottobre e maggio, quando il resto d'Europa è improduttivo. Pomodori e peperoni, melanzane e zucchine sono coltivati da 3.500 piccole imprese, che per la Sicilia sono una specie di Fiat. Un'agroindustria fondata sulla chimica.
 
"Se vogliono vendervi pomodori biologici in dicembre , significa che vi stanno truffando", riassume il responsabile tecnico di una delle maggiori imprese di Vittoria, che esporta ciliegini anche in Gran Bretagna per mezzo milione di euro al mese. "La nostra è una chimica sicura, se non controllassimo la scadenza di tutti pesticidi non potremmo vendere nei supermercati inglesi o tedeschi, che sono sorvegliatissimi". La prima lezione, dunque, è che il biologico vero è solo di stagione. La seconda è niente nomi: siamo in Sicilia. La terza è che in alcune serre modernissime (per ora, una su cento) le piante poggiano adddirittura su tappeti in fibra di cocco, che dosano i fertilizzanti "come in Olanda". La visione ha un che d'irreale: le radici ormai non toccano più il terreno salino che ha reso famoso nel mondo il sapore dei pomodorini siciliani. Ma per i professionisti dell'agroindustria, il sole senza plastica è una nostalgia fuori dal tempo. "Qui è tutto controllato, c'è molta più chimica sporca nelle colture all'aria aperta". 

Un salariato ultrasessantenne taglia corto: "Io me li ricordo gli anni in cui mio padre proteggeva i pomodori dal vento con le pale dei fichi d'india. Allora la chimica non c'era e noi contadini pativamo la fame". È soprattutto la massa dei produttori minori, quelli da un ettaro e mezzo di serre a testa, a scagliarsi contro i "troppi controlli e registri": "Le ispezioni sui pesticidi bisognerebbe farle nei supermercati, sugli ortaggi coltivati chissà come e dove". Gli agricoltori alludono così alle falsificazioni alimentari più pericolose: prodotti al veleno venduti nelle confezioni dei pomodori sani. Alla base di queste truffe di stampo mafioso c'è un'incapacità politica, nella migliore delle ipotesi, di controllare gli anelli più ricchi della catena alimentare.

La legge del più forte Al mercato di Vittoria i produttori scaricano le cassette e trattano con gli intermediari ogni pomeriggio, a partire dalle 16, in un fantastico caos di cifre, profumi, rumori e colori. I prezzi cambiano da un giorno all'altro. Nella seconda settimana di maggio un carico di ciliegini viene venduto a 1 euro e 60. Il 10 per cento tocca al commissionario, titolare del box, che in Sicilia paga anche i facchini e il primo imballaggio (ma a Milano no). Quindi il produttore incassa 1,44. "Quest'anno va bene", commenta l'agricoltore: "Nel maggio 2008 dovevamo accontentarci di 40 o 50 centesimi".

All'alba del giorno dopo, in un frastuono nervoso, i pomodori ripartono per Catania con un camion, che prosegue via nave per Napoli, da dove ritorna su strada, per arrivare al mercato ortofrutticolo (Mof) di Fondi, il più grande d'Italia. Qui la stessa 'pedana', come conferma l'etichettatura, viene rivenduta dal grossista direttamente ai magazzini dei supermercati, chiamati 'piattaforme': il prezzo sale a 2,40 e già comprende il confezionamento finale nelle vaschette da 500 grammi. Nei supermercati, sia a Roma che a Milano, il cliente paga 3,98 euro al chilo (1, 99 alla vaschetta, con punte superiori in un caso su sei). A conti fatti, la grande distribuzione incamera con un solo passaggio almeno il 40 per cento del valore: più del produttore e di tutta la sua manodopera.

Ma la vera sorpresa è un'altra. "Il prezzo cala solo per noi", spiegano a Vittoria e ripetono a Fondi. Vale a dire: da ottobre ad aprile il prezzo nei supermercati tende a restare implacabilmente fermo a quota 1,99 alla vaschetta. Il cliente paga questi 4 euro al chilo anche quando i produttori incassano solo 0,50. Se invece una gelata fa alzare i costi, il supermarket rincara. La ruota dei prezzi gira solo in una direzione.

Seguendo il viaggio di altri quattro carichi di ortaggi, da Vittoria a Fondi, fino ai centri commerciali di Roma e Milano (vedi tabella), si scoprono altre assurdità. Per i cetrioli raccolti in Sicilia il 7 maggio, l'agricoltore ha incassato appena 15 centesimi: meno di un decimo del valore finale (1 euro e 99) preteso dai due supermercati di Roma che hanno liquidato fatture di 0,30 al loro grossista laziale. Una parte del ricarico di spesa imposto ai consumatori ha giustificazioni opache se non inesistenti. Due dozzine di grossisti, sia a Fondi che a Vittoria, sostengono che sarebbe "normale" dover pagare "una percentuale ai buyers", cioè ai responsabili degli acquisti di alcune catene di supermercati. Una tangente privata, insomma, che in Italia non è reato. E che sarebbe cresciuta insieme all'avidità dei manager: "Dal 4 all'8 per cento". Per assicurare più trasparenza basterebbe varare, dopo tante leggi inutili, un'etichetta obbligatoria con il "prezzo all'origine", come chiedono i sindaci di Vittoria e Niscemi. Di certo la giungla dei listini favorisce non solo i rincari speculativi, ma anche le mediazioni illegali.


Violenze e minacce "Nel sud Italia migliaia di produttori agricoli sono soggetti a pressioni, minacce e soprusi realizzati dalla criminalità organizzata con furti di macchinari, abigeato, racket del pizzo, estorsioni indirette, imposizione di manodopera o guardiania, danneggiamenti alle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine, truffe all'Unione europea, caporalato mafioso". Il magistrato Francesco Paolo Giordano riassume così, nella relazione 2008 della Direzione nazionale antimafia, i sistemi con cui "Cosa nostra, camorra e 'ndrangheta controllano il settore agricolo". Negli ultimi anni "l'ingerenza mafiosa emerge anche nella fissazione dei prezzi sui mercati ortofrutticoli: quotazioni sui campi stracciate, listini all'ingrosso gonfiati da fortissimi e ingiustificati rincari".

Al parassitismo criminale si affianca così "una mafia che è impresa", scrive sempre la superprocura: "Nei mercati di Fondi, Vittoria e Niscemi si va affermando un nuovo modello di infiltrazione: l'estorsione indiretta". Agguati e attentati restano un mezzo estremo per imporre una normalità del pizzo, che ormai si riscuote privilegiando certe "imprese di trasporto", "cooperative di pulizia" o "ditte di imballaggi". E se le procure non provano che il beneficiario è "un imprenditore mafioso, prestanome, riciclatore, connivente o ricattato", il racket scompare. Resta solo la strana scelta, antieconomica ma in apparenza lecita, di pagare dieci centesimi in più per ogni cassetta. I magistrati sospettano che almeno una parte degli inutili esodi e controesodi dei pomodori tra Vittoria e Fondi nasconda "la necessità di riempire comunque i camion per finanziare il monopolio delle ditte di trasporti controllate dai casalesi".

 La tappa finale è la gestione diretta dei supermercati. Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, disegna questo quadro: "Le indagini documentano il crescente interesse di Cosa Nostra a infiltrarsi nella grande distribuzione e in particolare nel settore agroalimentare. Da anni le infiltrazioni si realizzano attraverso il controllo mafioso di imprese che gestiscono attività economiche in apparenza lecite".

Dove comandano i clan A Vittoria, dopo gli arresti che hanno colpito i trasportatori di Cosa nostra, i clan gelesi sembrano inabissati. Ma bastano 30 chilometri per sentire un'altra aria. Niscemi è la capitale del carciofo. Qui per sei mesi si raccoglie un terzo di tutta la produzione italiana, eppure nel mercato, inaugurato nel 2006, funzionano solo tre box. Il Comune è reduce da due scioglimenti per mafia. Dal 2007, sull'onda di Gela, c'è un sindaco di sinistra, Giovanni Di Martino, 48 anni, che non nega il problema: "Purtroppo viviamo in un contesto ad alta infiltrazione mafiosa. Ma i produttori subiscono anche strozzature economiche. La distribuzione è nelle mani di pochi grandi intermediari, mentre la proprietà agricola è polverizzata. Se non riusciamo ad associarci e presentarci all'estero con un marchio di qualità, siamo perduti". Maggio è il mese dei carciofini destinati all'industria (surgelati o sott'olio), ma non si vedono contadini nei campi attorno a questo povero paese con le cisterne sui tetti. Al mercato c'è un solo produttore, Saverio Di Simone, a trattare il prezzo: "Sette centesimi a carciofo. Io non ce la faccio più. Così sopravvivono solo i contadini dell'Egitto o del Marocco".

A Fondi comanda la camorra. Domenica notte il settimo attentato in due mesi (capannoni incendiati, spari contro ditte e negozi) ha spinto il titolare della Cobal ad annunciare: "Basta, ora me ne vado". Per Elvio Di Cesare, anima dell'antimafia laziale con l'associazione Caponnetto, "la situazione è inquietante: dopo gli arresti dei capi, i clan casertani sembrano decisi a imporre con la violenza nuovi equilibri. E i grossisti sono le prime vittime". 

Il prefetto di Latina ha chiesto fin dall'8 settembre il commissariamento per mafia del Comune di Fondi, guidato da una giunta forzista vicinissima al senatore Fazzone. Il 2 aprile il ministro leghista Maroni ha annunciato in Parlamento di aver sottoscritto il decreto. "Manca solo la delibera del Consiglio del ministri: è uno scandalo che Berlusconi tenga in carica un'amministrazione infiltrata dalla camorra", tuona Di Cesare. L'opposizione teme che lo scioglimento slitti a dopo le elezioni, quando il sindaco di Fondi potrà riciclarsi in Provincia. Al Mof i grossisti, che smerciano 12 milioni di quintali all'anno, si sentono criminalizzati e giurano di non pagare il pizzo. Ma l'attentato al collega ha spaventato anche i più forti.

'Ndrangheta a Milano Mafia e incendi però non fermano gli affari. Da Fondi un carico di ciliegini parte puntualmente per l'Ortomercato di Milano. Il presidente della società comunale di gestione (Sogemi), Roberto Predolin, ex assessore di An, ammette che "questo mercato è in crisi da anni: la grande distribuzione ci sta distruggendo, il nuovo polo logistico serve ma non basta". Nei vecchi padiglioni resistono 125 grossisti che riforniscono i negozi e gli ambulanti dei 93 mercati settimanali. I supermercati ormai comprano al Sud, l'Ortomercato serve solo a completare i magazzini. Ma il prezzo più basso coincide con la filiera più corta. All'Ortomercato, al sabato mattina, circa 10 mila consumatori italiani e stranieri, in una babele di lingue, dialetti, veli e carrelli, possono comprare frutta e verdura all'ingrosso. Una cassa di ciliegini? "Un euro e 80 al chilo".

Vent'anni fa l'Ortomercato era infiltrato dai narcofinanzieri di Cosa nostra. Nel 2007 nel palazzo della Sogemi è stato arrestato un presunto prestanome del clan calabrese dei Morabito. Due mesi fa la Procura ha smascherato l'ennesima cosca della 'ndrangheta, che schiavizzava i facchini di un'enorme piattaforma milanese della grande distribuzione. Particolare istruttivo: i boss facevano lavorare in nero per i supermercati decine di immigrati, facilmente ricattabili perché clandestini, che risultano sbarcati in Italia proprio sulle coste calabresi controllate da quei clan. Ora, tra Milano e Busto, le cosche gelesi e la cupola della 'ndrangheta stanno già prenotandosi, tra omicidi ed estorsioni, per gli appalti miliardari dell'Expo. I politici che governano l'ex capitale morale sono contrari a qualsiasi commissione antimafia. Nella Milano di oggi la prima preoccupazione è spartirsi affari e poltrone della grande kermesse del 2015, che avrà un tema sconosciuto ai più: 'Qualità e sicurezza alimentare'.
 
 
SCRITTO DA PAOLO BIONDANI 
Storia di una guerra infinita
ISBN: 9788817023566

Prezzo € 12,00


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Le inquietanti bugie di un capo di Governo


Il 14 maggio Repubblica ha rivolto al presidente del consiglio dieci domande che apparivano necessarie dinanzi alle incoerenze di un "caso politico". Veronica Lario, infatti, ha proposto all'opinione pubblica e alle élites dirigenti del Paese due affermazioni e una domanda che hanno rimosso dal discreto perimetro privato un "affare di famiglia" per farne "affare pubblico". Le due, allarmanti certezze della moglie del premier - lo ricordiamo - descrivono i comportamenti del presidente del Consiglio: "Mio marito frequenta minorenni"; "Mio marito non sta bene". 
Al contrario, la domanda posta dalla signora Lario - se ne può convenire - è crudamente politica e mostra le pratiche del "potere" di Silvio Berlusconi, pericolosamente degradate quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell'aspetto e l'amicizia con il premier, legami nati non si sa quando, non si sa come. "Ciarpame politico" dice la moglie del premier. 
Silvio Berlusconi non ha ritenuto di rispondere ad alcuna delle domande di Repubblica
E, dopo dieci giorni, Repubblica prova qui a offrire qualche traccia e testimonianza per risolvere almeno alcuni dei quesiti proposti. Per farlo bisogna raggiungere Napoli, una piccola fabbrica di corso San Giovanni e poi un appartamento, allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto a ridosso dei grattacieli del Centro Direzionale. Sono i luoghi di vita e di lavoro di Gino Flaminio.Gino, 22 anni, operaio, una passione per la kickboxing, è stato per sedici mesi (dal 28 agosto del 2007 al 10 gennaio del 2009) l'"amore" di Noemi Letizia, la minorenne di cui il premier ha voluto festeggiare il diciottesimo anno in un ristorante di Casoria, il 26 aprile. Gino e Noemi si sono divisi, per quel breve, intenso, felice periodo le ore, i sogni, il fiato, le promesse. "Quando non dormivo da lei a Portici - è capitato una ventina di volte - o quando lei non dormiva qui da me, il sabato che non lavoravo mi tiravo su alle sei del mattino per portarle la colazione a letto; poi l'accompagnavo a scuola e ci tornavo poi per riportarla indietro con la mia Yamaha. Lei qualche volta veniva a prendermi in fabbrica, la sera, quando poteva". 
Gino Flaminio è in grado di dire quando e come Silvio Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel "miracolo" (così Gino definisce l'inatteso irrompere del premier) ha cambiato - di Noemi - la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente anche il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi; in una parola, dice Gino, "i valori". Il ragazzo può raccontare come quell'ospite inaspettato dal nome così importante che faceva paura anche soltanto a pronunciarlo nel piccolo mondo di gente che duramente si fatica la giornata e un piatto caldo, ha deviato anche la sua di vita. Quieto come chi si è ormai pacificato con quanto è avvenuto, Gino ricorda: "Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e la mia memi non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio giù all'angolo...". 
È utile ricordare, a questo punto, che il primo degli enigmi del "caso politico" è proprio questo: come Berlusconi ha conosciuto Noemi, la sua famiglia, il padre Benedetto "Elio" Letizia, la madre Anna Palumbo?
A Berlusconi è capitato di essere inequivocabile con la Stampa (4 maggio): "Io sono amico del padre, punto e basta. Lo giuro!". Con France2 (6 maggio), il capo del governo è stato ancora più definitivo. Ricordando l'antica amicizia di natura politica con il padre Elio, Berlusconi chiarisce: "Ho avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori. Questo è tutto". 
Un affetto che il presidente del consiglio ha ripetuto ancor più recentemente quando ha presentato Noemi "in società", per così dire, durante la cena che il governo ha offerto alle "grandi firme" del made in Italy a Villa Madama, il 19 novembre 2008: "È la figlia di miei cari amici di Napoli, è qui a Roma per uno stage" (Repubblica, 21 maggio). All'antico vincolo politico, accenna anche la madre di Noemi, Anna: "[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista". 
Berlusconi, qualche giorno dopo (e prima di essere smentito da Bobo Craxi), conferma. "[Elio] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi". (Ansa, 29 aprile, ore 16,34). Più evasiva Noemi: "[Di come è nato il contatto familiare] non ricordo i particolari, queste cose ai miei genitori non le ho chieste". (Repubblica, 29 aprile). Decisamente inafferrabile e chiuso come un riccio, il padre Elio (ha rifiutato di prendere visione di quest'ultima ricostruzione di Repubblica). Chiedono a Letizia: ci spiega come ha conosciuto Berlusconi? "Non ho alcuna intenzione di farlo" (Oggi, 13 maggio). 
Gino ascolta questa noiosa tiritera con un sorriso storto sulle labbra, che non si sa se definire avvilito o sardonico. C'è un attimo di silenzio nella stanza al Vasto, un silenzio lungo, pesante come d'ovatta, rispettato dagli amici che gli stanno accanto; dalla sorella Arianna; dal padre Antonio; dalla madre Anna. È un silenzio che si fa opprimente in quella cucina, fino a un attimo prima rumorosa di risate e grida. La madre, Anna, si incarica di spezzarlo: "Quando un giorno Gino tornò a casa e mi disse che Noemi aveva conosciuto Berlusconi, lo presi in giro, non volli chiedergli nemmeno perché e per come. Mi sembrava ridicolo. Berlusconi dalle nostre parti? E che ci faceva, Berlusconi qui? Ripetevo a Gino: Berlusconi, Berlusconi! (gonfia le guance con sarcasmo). Un po' ne ridevo, mi sembrava una buffonata di ragazzi". 
Gino la guarda, l'ascolta paziente e finalmente si decide a raccontare: 
"I genitori di Noemi non c'entrano niente. Il legame era proprio con lei. È nato tra Berlusconi e Noemi. Mai Noemi mi ha detto che lui, papi Silvio parlava di politica con suo padre, Elio. Non mi risulta proprio. Mai, assolutamente. Vi dico come è cominciata questa storia e dovete sapere che almeno per l'inizio - perché poi quattro, cinque volte ho ascoltato anch'io le telefonate - vi dirò quel che mi ha raccontato Noemi. Il rapporto tra Noemi e il presidente comincia più o meno intorno all'ottobre 2008. Noemi mi ha raccontato di aver fatto alcune foto per un "book" di moda. Lo aveva consegnato a un'agenzia romana, importante - no, il nome non me lo ricordo - di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo. Noemi mi dice che, in quell'agenzia di Roma, va Emilio Fede e si porta via questi "book", mica soltanto quello di Noemi. Non lo so, forse gli servono per i casting delle meteorine. Il fatto è - ripeto, è quello che mi dice Noemi - che, proprio quel giorno, Emilio Fede è a pranzo o a cena - non me lo ricordo - da Berlusconi. Finisce che Fede dimentica quelle foto sul tavolo del presidente. È così che Berlusconi chiama Noemi. Quattro, cinque mesi dopo che il "book" era nelle mani dell'agenzia, dice Noemi. È stato un miracolo, dico sempre. Dunque, dice Noemi che Berlusconi la chiama al telefono. Proprio lui, direttamente. Nessuna segretaria. Nessun centralino. Lui, direttamente. Era pomeriggio, le cinque o le sei del pomeriggio, Noemi stava studiando. Berlusconi le dice che ha visto le foto; le dice che è stato colpito dal suo "viso angelico", dalla sua "purezza"; le dice che deve conservarsi così com'è, "pura". Questa fu la prima telefonata, io non c'ero e vi sto dicendo quel che poi mi riferì Noemi, ma le credo. Le cose andarono così perché in altre occasioni io c'ero e Noemi, così per gioco o per convincermi che davvero parlava con Berlusconi, m'allungava il cellulare all'orecchio e anch'io sentii dalla sua voce quella cosa della "purezza", della "faccia d'angelo". E poi, una volta, ha aggiunto un'altra cosa del tipo: "Sei una ragazza divina". Berlusconi, all'inizio, non ha detto a Noemi chi era. In quella prima telefonata, le ha fatto tante domande: quanti anni hai, cosa ti piacerebbe fare, che cosa fanno tua madre e tuo padre? Studi? Che scuola fai? Una lunga telefonata. Ma normale, tranquilla. E poi, quando Noemi si è decisa a chiedergli: "Scusi, ma con tutte queste domande, lei chi è?", lui prima le ha risposto: "Se te lo dico, non ci credi". E poi: "Ma non si sente chi sono?". Quando Noemi me lo raccontò, vi dico la verità, io non ci credevo. Poi, quando ho sentito le altre telefonate e ho potuto ascoltare la sua voce, proprio la sua, di Berlusconi, come potevo non crederci? Noemi mi diceva che era sempre il presidente a chiamarla. Poi, non so se chiamava anche di suo, non me lo diceva e io non lo so. Lei al telefono lo chiamava papi tranquillamente. Anche davanti a me. Magari stavamo insieme, Noemi rispondeva, diceva papi e io capivo che si trattava del presidente. Quando ho assistito ad alcune telefonate tra Berlusconi e Noemi, ho pensato che fosse un rapporto come tra padre e figlia. Una sera, Emilio Fede e Berlusconi - insieme - hanno chiamato Noemi. Lo so perché ero accanto a lei, in auto. Ora non saprei dire perché il presidente le ha passato Emilio Fede, non lo so. Pensai che Fede dovesse preparare dei "provini" per le meteorine, quelle robe lì". (Ieri, a tarda sera, durante Studio Aperto, Fede ha affermato di aver conosciuto la nonna di Noemi. Repubblica ha chiesto a Gino se, in qualche occasione, Noemi avesse fatto cenno a questa circostanza. "Mai, assolutamente", è stata la risposta del ragazzo). 
"Comunque, quella sera, sentii prima la voce del presidente e poi quella di Emilio Fede - continua Gino - Non voglio essere frainteso o creare confusione in questa tarantella, da cui voglio star lontano. Nelle telefonate che ho sentito io, Berlusconi aveva con Noemi un atteggiamento paterno. Le chiedeva come era andata a scuola, se studiava con impegno, questa roba qui. Io però ho cominciato a fuggire da questa situazione. Non mi piaceva. Non mi piaceva più tutto l'andazzo. Non vedevo più le cose alla luce del giorno, come piacevano a me. Mi sentivo il macellaio giù all'angolo che si era fidanzato con Britney Spears. Come potevo pensare di farcela? Gliel'ho detto a Noemi: questo mondo non mi piace, non credo che da quelle parti ci sia una grande pulizia o rispetto. Mi dispiaceva dirglielo perché io so che Noemi è una ragazza sana, ancora infantile che non si separa mai dal suo orsacchiotto, piccolo, blu, con una croce al collo, "il suo teddy". Una ragazza tranquilla, semplice, con dei valori. Con i miei stessi valori, almeno fino a un certo punto della nostra storia". 
Intorno a Gino, questo racconto devono averlo già sentito più d'una volta perché ora che il ragazzo ha deciso di raccontare a degli estranei la storia, la tensione è caduta come se la famiglia, i vicini di casa, gli amici già l'avessero sentita in altre occasioni o magari a spizzichi e bocconi. C'è chi si distrae, chi parlotta d'altro, chi parla al telefono, chi si prepara a uscire per il venerdì notte. Gino sembra non accorgersene. Non perde il filo e a tratti pare ricordare, ancora una volta, a se stesso come sono andate le cose. 
"Ho cominciato a distaccarmi da Noemi già a dicembre. Però la cosa che proprio non ho mandato giù è stata la lunga vacanza di Capodanno in Sardegna, nella villa di lui. Noemi me lo disse a dicembre che papi l'aveva invitata là. Mi disse: "Posso portare un'amica, un'amica qualunque, non gli importa. Ci saranno altre ragazze". E lei si è portata Roberta. E poi è rimasta con Roberta per tutto il periodo. Io le ho fatto capire che non mi faceva piacere, ma lei da quell'orecchio non ci sentiva. Così è partita verso il 26-27 dicembre ed è ritornata verso il 4-5 gennaio. Quando è tornata mi ha raccontato tante cose. Che Berlusconi l'aveva trattata bene, a lei e alle amiche. Hanno scherzato, hanno riso... C'erano tante ragazze. Tra trenta e quaranta. Le ragazze alloggiavano in questi bungalow che stavano nel parco. E nel bungalow di Noemi erano in quattro: oltre a lei e a Roberta, c'erano le "gemelline", ma voi sapete chi sono queste "gemelline"? Penso anche che lei mi abbia detto tante bugie. Lei dice che Berlusconi era stato con loro solo la notte di Capodanno. Vi dico la verità, io non ci credo. Sono successe cose troppo strane. Io chiamavo Noemi sul cellulare e non mi rispondeva mai. Provavo e riprovavo, poi alla fine mi arrendevo e chiamavo Roberta, la sua amica, e diventavo pazzo quando Roberta mi diceva: no, non te la posso passare, è di là - di là dove? - o sta mangiando: e allora?, dicevo io, ma non c'era risposta. Per quella vacanza di fine anno, i genitori accompagnarono Noemi a Roma. Noemi e Roberta si fermarono prima in una villa lì, come mi dissero poi, e fecero in tempo a vedere davanti a quella villa tanta gente - giornalisti, fotografi? - , poi le misero sull'aereo privato del presidente insieme alle altre ragazze, per quello che mi ha detto Noemi... Al ritorno, Noemi non è stata più la mia Noemi, la mia alicella (acciuga, ndr), la ragazza semplice che amavo, la ragazza che non si vergognava di venirmi a prendere alla sera al capannone. A gennaio ci siamo lasciati. Eravamo andati insieme, prima di Natale, a prenotare per la sua festa di compleanno il ristorante "Villa Santa Chiara" a Casoria, la "sala Miami" - lo avevo suggerito io - e già ci si aspettava una "sorpresa" di Berlusconi, ma nessuno credeva che la sorpresa fosse proprio lui, Berlusconi in carne e ossa. Ci siamo lasciati a gennaio e alla festa non ci sono andato. L'ho incontrata qualche altra volta, per riprendermi un oggetto di poco prezzo ma, per me, di gran valore che era rimasto nelle sue mani. Abbiamo avuto il tempo, un'altra volta, di avere un colloquio un po' brusco. Le ho restituito quasi tutte le lettere e le foto. Le ho restituito tutto - ho conservato poche cose, questa lettera che mi scrisse prima di Natale, qualche foto - perché non volevo che lei e la sua famiglia pensassero che, diventata Noemi Sophia Loren, io potessi sputtanarla. Oggi ho la mia vita, la mia Manuela, il mio lavoro, mille euro al mese e va bene così ché non mi manca niente. Certo, leggo di questo nuovo fidanzato di Noemi, come si chiama?, che non s'era mai visto da nessuna parte anche se dice di conoscerla da due anni e penso che Noemi stia dicendo un sacco di bugie. Quante bugie mi avrà detto sui viaggi. A me diceva che andava a Roma sempre con la madre. Per dire, per quella cena del 19 novembre 2008 a Villa Madama mi raccontò: "Siamo stati a cena con il presidente, io, papà e mamma allo stesso tavolo". Non c'erano i genitori seduti a quel tavolo? Allora mi ha detto un'altra balla. Quella sera le sono stati regalati una collana e un bracciale, ma non di grosso valore. E il presidente ha fatto un regalo anche a sua madre. Sento tante bugie, sì, e comunque sono fatti di Noemi, dei suoi genitori, di Berlusconi, io che c'entro?". 
Le parole di Gino Flaminio appaiono genuine, confortate dalle foto, dalla memoria degli amici (che hanno le immagini di Noemi e Gino sui loro computer), da qualche lettera, dai ricordi dei vicini e dei genitori, ma soprattutto dall'ostinazione con cui il ragazzo per settimane si è nascosto diventando una presenza invisibile nella vita di Noemi. Repubblica lo ha rintracciato con fatica, molta pazienza e tanta fortuna nella fabbrica di corso San Giovanni dove tutti i suoi compagni di lavoro conoscono Noemi, la storia dell'amore perduto di Gino. Compagni di lavoro che - fino alla fine - hanno provato a proteggerlo: "Gino? E chi è 'sto Gino Flaminio?" e Gino se ne stava nascosto dietro un muro. 
La testimonianza del ragazzo consente di liquidare almeno cinque domande dalla lista di dieci che abbiamo proposto al capo del governo. La ricostruzione di Gino permette di giungere a un primo esito: Silvio Berlusconi ha mentito all'opinione pubblica in ogni passaggio delle sue interviste. Nei giorni scorsi, come quando disse a France2 di aver "avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori". O ancora ieri a Radio Montecarlo dove ha sostenuto di essersi addirittura "divertito a dire alla famiglia, di cui sono amico da molti anni, che non desse risposte su quella che è stata la nostra frequentazione in questi anni". Come di cartapesta è la scena - del tutto artefatta - disegnata dalle testate (Chi) della berlusconiana Mondadori. 
Il fatto è che Berlusconi non ha mai conosciuto Elio Letizia né negli "anni passati", né negli "ambienti socialisti". Mai Berlusconi ha discusso con Elio Letizia di politica e tantomeno delle candidature delle Europee (Porta a porta, 5 maggio). Berlusconi ha conosciuto Noemi. Le ha telefonato direttamente, dopo averne ammirato le foto e aver letto il numero di cellulare su un "book" lasciatogli da Emilio Fede. Poi, nel corso del tempo, l'ha invitata a Roma, in Sardegna, a Milano. 
Le evidenti falsità, diffuse dal premier, gli sarebbero costate nel mondo anglosassone, se non una richiesta di impeachment, concrete difficoltà politiche e istituzionali. Nell'Italia assuefatta di oggi, quella menzogna gli vale un'altra domanda: perché è stato costretto a mentire? Che cosa lo costringe a negare ciò che è evidente? È vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l'accesso alla scena politica (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile)? Dieci giorni dopo, ci sono altre ragionevoli certezze. È confermato quel che Veronica Lario ha rivelato a Repubblica (3 maggio): il premier "frequenta minorenni". Noemi, nell'ottobre del 2008, quando riceve la prima, improvvisa telefonata di Berlusconi ha diciassette anni, come Roberta, l'amica che l'ha accompagnata a Villa Certosa. La circostanza rinnova l'ultima domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio? 

di GIUSEPPE D'AVANZO e CONCHITA SANNINO

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