martedì 19 maggio 2009

Clean Break: a new strategy for securing the realm


Per capire cosa sta succedendo in Medio Oriente è molto utile leggere un documento. È intitolato Clean Break: a new strategy for securing the realm, che significa “Taglio netto: una nuova strategia per la sicurezza del regno”. Venne elaborato esattamente 10 anni fa, dall’Istituto per gli studi politico-strategici avanzati (IASPS – Institute for Advanced Strategic and Political Studies), come relazione conclusiva, rilasciata esattamente l’8 luglio 2006, da un gruppo di studio dedicato alla Nuova strategia di Israele per il 2000: il documento fu presentato personalmente al nuovo Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Ma i partecipanti di questo gruppo di studio non sono solo degli studiosi israeliani: sono anzi quasi tutti esponenti dell’establishment neo-conservatore statunitense che hanno rivestito o rivestono importanti incarichi nell’amministrazione Bush. Richard Perle (che coordinava il gruppo di studio) è presidente dell’ufficio per la politica della Difesa sotto il Ministro della Difesa D. Rumsfeld; David Wurmser, consigliere per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato con Cheney; Douglas Feith, sottosegretario del ministero della Difesa per le questioni politiche, diretto collaboratore di William Wolfowitz; James Colbert, del Jewish Institute for National Security Affairs che si autodefinisce “il gruppo di maggiore influenza nel campo delle relazioni militari fra USA e Israele”; Jonathan Torop, del Washington Institute for Near East Policy; nonché lo stesso fondatore dello IASPS, il prof. Robert Loewenberg, emigrato da Israele in Usa negli anni ’70 e lì divenuto un punto di riferimento nelle relazioni Usa-Israele. Il documento (scaricabile in versione inglese, in allegato a questo articolo), è molto interessante in quanto, negli ultimi dieci anni, tutti gli elementi della strategia in esso delineata sono stati puntualmente realizzati: il passaggio dal concetto della pace in cambio di territori a quello di pace mediante la forza, intendendosi con questo il rifiuto di concessioni territoriali e l’imposizione di rapporti fondati sul diritto di intervento militare (hot pursuit) di Israele nei territori palestinesi; il rafforzamento del legame politico-militare di Israele con gli Stati Uniti, non più basato sulla dipendenza da questi ultimi ma sullo sviluppo di un’autonoma capacità militare e di una costante pressione politica sul Congresso e sull’opinione pubblica nordamericana; una modifica radicale nella visione strategica del ruolo di Israele che deve appunto “segnare un taglio netto, abbandonando la politica che partiva da un senso di debolezza e permetteva ritirate strategiche, ristabilendo invece il principio di azioni preventive invece che solo reattive, smettendo di incassare colpi senza rispondere”. Ma la parte del documento che risulta di particolare importanza, alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, è laddove si dice con estrema chiarezza che la strategia del “taglio netto” deve contemporaneamente “rendere sicuro il confine settentrionale” di Israele e “indirizzarsi ad una strategia classica di equilibrio di potenza”, ovviamente a vantaggio del Paese: per fare questo, Israele deve essere pronta non solo a colpire le infrastrutture siriane in Libano, ma affermare il concetto che il territorio siriano non è inviolabile e, ove le azioni dirette in Libano non bastino, “colpire obiettivi selezionati nella Siria stessa”. Per quanto riguarda il perseguimento di un equilibrio fondato sulla potenza, il documento ipotizza la creazione di un “asse naturale” strategico fra Turchia, Israele, Giordania e Iraq centrale, che ridisegni la mappa del Medio Oriente a scapito della Siria. Per fare ciò, fra le varie cose da fare, si legge che sarà utile “distogliere l’attenzione della Siria usando elementi dell’opposizione libanese per destabilizzare il controllo siriano del Libano”. Risulta quindi evidente che quanto sta avvenendo in questi giorni va ben oltre la risposta ad un’azione di guerra degli Hezbollah: il loro potenziale militare di qualche migliaio di combattenti con armamento leggero e di alcune migliaia di missili, la cui tecnologia risale alla Seconda Guerra Mondiale, fa semplicemente sorridere davanti a un esercito israeliano di 186.500 effettivi (più 445.000 riservisti mobilitabili in poche ore), dotato di 798 aerei da combattimento, 302 elicotteri, 3930 mezzi corazzati. In questo documento potremmo trovare le ragioni di fondo del singolare sviluppo della politica statunitense in Iraq, il cui fallimento nel pacificare il paese è parso a tutti incredibile: se la logica è quella di giocare le une contro le altre le fazioni islamiche (sunnisti e shiiti) e shiiti irakeni, legati alla monarchia Ashemita, con shiiti iraniani – allora l’incomprensibilità del quadro trova una spiegazione, così come la suddivisione di fatto dell’Irak in tre aree geografiche, di cui, non a caso dunque, gli Stati Uniti cercano di controllare quella centrale pro Israele. Ma risulta allora ben chiaro anche il rapido, incalzante corso degli avvenimenti in Libano degli ultimi due anni: dall’uccisione di Hariri, sulla quale a dire il vero sussistono ancora molti dubbi quanto alla matrice siriana, alle dimostrazioni di massa chiaramente ispirate da organizzazioni come Spirit of America, che da anni operano in diversi contesti del globo con le tecniche della triple U (uncontrollable urban unrest – agitazioni urbane incontrollate) elaborate dalla Cia per destabilizzare i regimi “neo-democratici”, specialmente di osservanza ex-sovietica. Solo comprendendo il profondo lavoro compiuto da questi gruppi dirigenti misti israelo-statunitensi, si comprende allora anche il fatto che gli USA abbiano assunto in Medio Oriente posizioni sempre meno comprensibili, rispetto ad una normale logica di puro interesse statunitense. È ormai provato, per esempio, dalla testimonianza di un alto funzionario del National Security Council, Flynt Levertt (nel suo libro Inheriting Syria), che Cheney “era attratto dall’idea di usare il Libano come punto di pressione su Damasco dall’inizio del governo Bush”: abbiamo visto che suoi collaboratori diretti hanno lavorato al documento Clean Break. E come spiegare altrimenti l’ordine impartito al comandante della 101a divisione paracadutisti, gen. David Petraeus, di interrompere la fruttuosa collaborazione militare coi siriani nell’area? Abbiamo visto che anche uomini dello staff di Rumsfeld hanno elaborato il Clean Break. Niente di strano quindi che oggi gli Stati Uniti usino il veto contro la condanna Onu di Israele e esprimano con chiarezza e brutalità la loro accettazione politica dell’azione militare diretta israeliana. Sono questi temi, fra l’altro, che hanno recentemente motivato un serissimo studio di John J. Mearsheimer (Department of Political Science, University of Chicago) Stephen M. Walt (John F. Kennedy School of Government, Harvard University), The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, uscito nel marzo 2006, suscitando ovviamente grande scandalo, proprio per il fatto che in esso ci si interroga sulle ragioni ed i rischi di questa liaison dangereuse fra gli Stati Uniti ed Israele che, secondo gli autori, sarebbe in netto contrasto con i veri interessi politici nordamericani. In conclusione, il quadro che abbiamo delineato potrebbe preludere ad una estensione alla Siria del conflitto, nella logica di dare ora il “taglio netto” invocato 10 anni fa per rifondare la politica israeliana per farne “un importante – se non il più importante elemento nella storia del Medio Oriente”, come si legge nel documento. A questo taglio netto, gli Stati Uniti darebbero il loro pieno appoggio. Se questo è vero, tutto quanto si sta dicendo e facendo, a livello politico e di informazione, in Europa è già superato dai fatti. Ciò significa che, di fronte ai rischi gravissimi che si delineano, l’Europa si presenta impreparata: se questo non può essere responsabilità dei popoli, condizionati da un’informazione troppo spesso “comprata e venduta”, lo è certamente di classi dirigenti i cui apparati di intelligence ogni giorno di più risultano coinvolti, anche molto in profondità, come bene stiamo vedendo in Italia, in questo micidiale “grande gioco” che produce ogni giorno decine di vittime innocenti.
di ALFATAU

Una partita decisiva per Israele


La partita sull'Iran ed il Medio Oriente si fa sempre più interessante e crediamo darà molto lavoro agli storici futuri, a prescindere dai suoi esiti. Siamo alla vigilia del viaggio negli Stati Uniti del nuovo primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che vi gioca una partita decisiva per Israele: la posta è niente di meno che il futuro assetto del Medio Oriente dopo l'evidente fallimento della strategia americana di quasi un ventennio, motivata con l'esigenza di introdurvi a tutti i costi la democrazia liberal-capitalista.
La strategia del premier e del suo ministro degli esteri punta a due obiettivi fondamentali: chiudere definitivamente l'esperienza ventennale del cosiddetto "processo di pace" in Palestina e saldare una volta per tutte i conti con l'Iran. Il terzo obiettivo, che è in realtà il primo in ordine cronologico, e che si deciderà proprio in questi giorni a Washington, è quello di portare sulle posizioni israeliane gli Stati Uniti.
Se il capo del governo israeliano riuscirà in questo, Israele avrà stabilito un'inattaccabile egemonia su tutto il Vicino Oriente: sarebbe infatti provata la già consistente ipotesi secondo cui ormai da un trentennio è la politica estera Usa ad essere strategicamente determinata dallo Stato ebraico e non viceversa.
Il ministro degli esteri Lieberman, in una impressionante intervista rilasciata qualche settimana fa ad un giornale israeliano (The Jerusalem Post, 28 aprile 2009), ha introdotto in modo esplicito e radicale un nuovo concetto secondo il quale non può esservi pace con i Palestinesi fino a quando penderà su Israele la minaccia nucleare iraniana. In tal modo Israele gioca con rara spregiudicatezza la carta di collegare la ripresa del processo di pace coi Palestinesi alla vera o presunta minaccia iraniana: si è trovata così una giustificazione al ribadito abbandono dell'idea dello scambio "pace- contro-territori" che già veniva respinta da Netanhyau negli anni Novanta..
Liebermann con molta chiarezza ha dichiarato infatti che il problema palestinese non è un problema politico ma un problema economico. La sua visione del problema merita una citazione testuale: "Che cosa è più importante per i Palestinesi? Io credo che anche questo sia molto chiaro, l'economia. Io parlo ora come un colono, noi a Nokdim (l'insediamento ebraico nella West Bank in cui abita Liebermann) siamo i più grandi datori di lavoro nella nostra area. Io ho frequenti incontri con i Palestinesi dei villaggi circostanti che non credono affatto nel processo politico, nei processi di pace, né nei summit nelle conferenze, nelle dichiarazioni... Hanno una disoccupazione del 30-40 per cento, specialmente nella Striscia di Gaza, con famiglie che vivono con 200 dollari al mese. Come tutte le persone normali essi desiderano prima di tutto, lavoro per dar da mangiare alle loro famiglie, per dare una educazione ai loro figli, servizi sanitari, sicurezza per le persone. Quindi il valore chiave per i Palestinesi è l'economia."
In tal modo risulta evidente la spregiudicatezza con cui la classe dirigente israeliana, che ha creato questa drammatica situazione economica per le popolazioni palestinesi durante un'occupazione di oltre sessantanni, possano ora addirittura utilizzarla come motivazione per rifiutare loro la sovranità politica!
Se in questo modo viene liquidato il problema del processo di pace, la questione si sposta sulla capacità dello Stato ebraico di convincere gli Usa della gravità e della immediatezza della minaccia nucleare iraniana: a questo scopo è ben noto che si sono svolti numerosi incontri ai massimi livelli diplomatici, militari e di intelligence fra i vertici israeliani ed americani e la stampa ebraica non ha avuto difficoltà a dichiarare che sono questi i rapporti che contano, nel senso che "i politici passano, i capi di stati maggiore restano" ed è con questi ultimi che lo Stato ebraico mantiene da anni ottimi rapporti (Haaretz, 3 aprile 2009). 
Haaretz citava esplicitamente gli ottimi rapporti che intercorrono fra il capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, generale Gabi Ashkenazi, e i più alti vertici americani, quali il generale David Petraeus, comandante delCentocom, o il generale Michael Mullen, che presiede lo stato maggiore generale statunitense, o il generale James Jones, attuale presidente del National Security Council americano, la suprema autorità statunitense in materia militare e di intelligence: proprio con quest'ultimo, Ashkenazi ha avuto un incontro nel corso di mese di marzo, per illustrare le valutazioni israeliane sul problema iraniano.
Mentre lo stesso premier israeliano ha avuto tre settimane fa un lungo incontro con Leon E. Panetta, il direttore della Cia, recatosi a Gerusalemme allo scopo (International Herald Tribune, 15 maggio 2009).
Con una disinvoltura che non sta trovando nessuna eco nella stampa internazionale, si sta apertamente discutendo delle modalità tecniche di un attacco israeliano alle installazioni iraniane, dando per scontato un "diritto di attacco preventivo" che gli Israeliani si sono presi con la forza, in spregio a tutte le norme dello jus gentium, con la distruzione della centrale di Osiak nel 1981 e con il recente attacco contro il presunto reattore nucleare siriano di Dayr az-Zawr del settembre 2007.
Questo utilizzo della forza, giustificata in nome della propria sicurezza, e fatto proprio in buona misura anche dagli Stati Uniti, in occasione dell'attacco all'Iraq del 2003, sta diventando sempre più pericoloso dato che proprio l'esperienza del 2003 ha rivelato che le informazioni che giustificarono la guerra all'Iraq erano del tutto pretestuose e basate su clamorose operazioni di deception: una tecnica spionistico-propagandistica utilizzata con grande successo dagli Alleati nel corso della Seconda Guerra Mondiale che gli israeliani sembrano avere per proprio conto perfettamente assimilato e adattato ai nuovi contesti politici militari e mediatici.
Negli ultimi giorni, è stata quindi data ampia informazione da parte della stampa israeliana in merito ad accurato studio di Abdullah Toukan e Anthony Cordesman del Center for Strategic and International Studies, il più grande dei pensatoi statunitensi in materia di studi internazionali e strategici statunitensi, da sempre collocato alla "destra" dello schieramento politico-intellettuale americano. Dopo avere analizzato in dettaglio da un punto di vista tecnico-militare le possibili modalità con cui l'attacco all'Iran potrebbe essere realizzato dallo Stato ebraico, lo studio conclude così: "Un attacco israeliano contro le strutture nucleari iraniane è possibile (...) pur essendo complesso e ad alto rischio e senza alcuna certezza che la missione nel suo complesso possa avere un'elevata probabilità di successo" (Haaretz, 15 maggio 2009).
Si tratta a questo punto di capire se gli Israeliani sono pronti ad agire anche per proprio conto e ad esercitare di conseguenza pressioni sugli Usa in questo senso, approfittando dell'evidente difficoltà in cui versa l'amministrazione Obama di delineare una nuova strategia per il Medio Oriente: mettere la nuova amministrazione di fronte ad un fatto compiuto potrebbe essere una scelta assai azzardata ma non del tutto priva di significato.
Il problema di fondo è comprendere quale è la visione di fondo del nuovo establishment israeliano: cioè a dire quale sia il reale obiettivo strategico al quale puntano i tre obiettivi di cui abbiamo detto al principio.
Se la ragione reale della perdurante volontà di chiudere la partita con l'Iran fosse infatti realmente collegata alla percezione di un pericolo reale, il governo israeliano dovrebbe a rigor di logica attendere che le elezioni in giugno in Iran modifichino i rapporti politici interni di quel Paese e magari introducano delle novità nella sua politica nucleare. Non si comprenderebbe in tal caso la evidente fretta con cui gli Israeliani vogliono chiudere la partita.
Se, viceversa, la visione è rivolta a ridefinire una volta per tutte a favore di Israele l'intero quadro mediorientale, allora la questione cambia e di molto. In questo ultimo caso, non vi è dubbio che il momento attuale è il più favorevole per lo Stato ebraico. I Paesi arabi sono completamente privi di una propria capacità di elaborare delle strategie nuove e seguono pedissequamente le indicazioni americane, nel timore di ulteriori destabilizzazioni che potrebbero avere ricadute devastanti anche sui loro equilibri interni.
Israele non ha quindi altri nemici nell'area, oltre all'Iran e ad Hezbollah: la loro sconfitta militare trascinerebbe con sé anche la Siria, piegandola ad una sistemazione dell'annoso problema del Golan. La questione palestinese sarebbe a quel punto congelata sine die, risolvendo il problema di fondo della sistemazione geopolitica della Terra Santa e dello Stato ebraico in un puro rapporto di forza del tutto favorevole a Israele.
Non dobbiamo dimenticare, a tale proposito, che questo quadro è stato già analiticamente descritto fin dagli anni Novanta, nel famoso documento Clean Break: a new strategy for securing the realm. Non dobbiamo dimenticare che quello studio di scenario era stato elaborato dietro richiesta proprio dell'attuale premier israeliano Netanyahu ed a lui fu presentato nel luglio del 1996 dallo IASPS - Institute for Advanced Strategic and Political Studies. È opportuno rileggerlo ora, perché è di una sorprendente aderenza al quadro strategico attuale, giacché pare proprio che da allora, attraverso passaggi sanguinosi e complessi, sia stato di fatto raggiunto l'obiettivo di fare della politica israeliana "un importante - se non il più importante elemento nella storia del Medio Oriente".
Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che gli estensori di quello studio erano un gruppo di autorevoli personaggi di quella classe internazionale integrata israelo-statunitense che ha tanto profondamente influenzato le scelte di fondo della politica nordamericana in Medio Oriente negli ultimi trent'anni: una classe dirigente che non si cambia semplicemente eleggendo un nuovo presidente.
È dunque questa la classe dirigente internazionale che in questi giorni prenderà decisioni che tanta importanza avranno per il futuro del Medio Oriente e per il nostro.
di Alberto Terenzi

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