mercoledì 13 maggio 2009

Visto che in Italia è vietata la produzione, importiamo un pò di satira dalla Germania!!!


L’Albania come superpotenza energetica dei Balcani?


L’Albania come superpotenza energetica dei Balcani? È l’idea del premier albanese Sali Berisha, che cerca di realizzare progetti energetici con l’aiuto della Croazia e dell’Italia: dal nucleare al carbone.
“La mia idea è quella di far diventare l’Albania una superpotenza energetica nei Balcani”. Era il 4 dicembre 2008 quando il premier Sali Berisha pronunciava queste parole davanti ai giornalisti in conferenza stampa. Accanto a lui si trovava il collega italiano Silvio Berlusconi, in visita quel giorno a Tirana. “Siamo decisi di seguire la strada del nucleare - proseguiva Berisha - e vedo nell’Italia il primo partner con il quale operare in questo settore”. Da allora la politica energetica albanese ha subito delle variazioni: non sarà più l’Italia a costruire una centrale nucleare ma la Croazia. Le autorità di Roma per ora hanno puntato su una centrale termica a carbone, nei pressi di Durazzo. 

Il nucleare 

La notizia di un accordo raggiunto tra Tirana e Zagabria sulla costruzione di una centrale nucleare vicino a Scutari - pubblicata prima dai media croati e ripresa poi da quelli albanesi - ha spiazzato l’opinione pubblica locale. Si tratterebbe di un impianto da 1500 megawatt che costerà circa 4 miliardi di euro e che verrà costruita dalla compagnia statale croata Hep. 

Spaventati da un futuro scenario catastrofico e dai possibili danni all’ambiente, i cittadini di Scutari (roccaforte elettorale del Partito democratico del premier) sono scesi in piazza a protestare. “Non capiamo - dicono - come un primo ministro possa fare questo al suo Paese. Speriamo che non sia vero, altrimenti nessuno odierà Sali Berisha più di Scutari e dei suoi cittadini”. 
Il messaggio è stato colto al volo. Appena atterrato a Tirana, dopo un viaggio in Cina, Berisha ha negato l’esistenza di un tale piano e ha accusato il suo rivale socialista Edi Rama di aver montato il tutto pagando e corrompendo la stampa croata. “Mi hanno informato che l’articolo era arrivato in Croazia su ordine da Tirana. E poi va a Scutari a parlare di qualcosa che lui stesso ha inventato”, ha detto riferendosi a Rama che, durante una visita nella città settentrionale, ha criticato la costruzione della centrale nucleare. 

La stampa di Tirana ha ripreso il premier, ricordandogli le parole da lui espresse durante la sua visita dello scorso 10 febbraio a Zagabria, dopo l’incontro col collega Ivo Sanader: “Abbiamo deciso con il primo ministro di lavorare insieme; parleremo anche con il nostro amico Silvio Berlusconi. Una comune centrale nucleare sarebbe un vantaggio enorme”. 

A smentire Berisha c’è anche la dichiarazione di un portavoce del ministro per l’Economia croato, il quale, intervistato dalla stampa montenegrina, ha affermato che il governo albanese e quello croato hanno già formato un gruppo di lavoro composto da 5 esperti per paese, con il compito di lavorare sulla prima fase del progetto. 

Gli analisti a Tirana motivano la retromarcia di Berisha con la paura di perdere la fiducia della città simbolo per i democratici, a pochissime settimane dalle elezioni politiche di fine giugno. Secondo gli stessi, l’interesse della Croazia di costruire una centrale atomica in Albania sarebbe collegato al suo prossimo ingresso nell’Unione Europea che in materia di nucleare ha regole molto rigide. Inoltre, la Croazia possiede già una parte della piccola centrale di Krško, al confine con la Slovenia, che garantisce il 20% del suo fabbisogno energetico. Ma questa centrale dovrà chiudere nel 2023 e le autorità croate starebbero già pensando ad una soluzione. 

Il carbone 

Scendendo più in giù, nell’Albania centrale, un altro materiale incandescente infiamma la polemica: il carbone. Dall’autunno dello scorso anno i collegamenti tra Roma e Tirana sono segnalati da bollino rosso. I piani energetici sono stati i veri protagonisti delle recenti visite nella capitale albanese del ministro degli Esteri Frattini, dello stesso premier Berlusconi e del ministro per lo Sviluppo economico Scajola. Inizialmente Roma pensava di costruire una centrale nucleare in territorio albanese. Ma forse la lunga attuazione di questo progetto ha portato ad accantonare per ora l’idea. Perché l’Italia “ha troppo bisogno di energia”, come disse Frattini a Tirana, ed una centrale termica a carbone si può realizzare in tempi più brevi. 

L’accordo tra i due paesi è stato già raggiunto: l’Enel realizzerà un parco energetico a Porto Romano, vicino a Durazzo, che comprenderà due centrali a carbone con una capacità di 800 megawatt ciascuna. Il progetto - che prevede anche la costruzione di una linea di interconnessione sottomarina che porterà l’energia in Italia - sarà operativo nel 2014. 

Contrari al progetto si sono dichiarati le associazioni ambientaliste locali secondo le quali la centrale porterà un notevole aumento dell’inquinamento, in una zona strettamente collegata al turismo. Gli esperti dell’Enel hanno promesso che l’energia prodotta sarà pulita al 98% e per questo hanno presentato alle autorità albanesi i risultati di uno studio fatto da loro sull’impatto limitato che la centrale avrà sull’ambiente. 

Anche la stampa di Tirana, che ha seguito con interesse la vicenda, non ha nascosto i propri dubbi sul progetto. Il quotidiano “Shqip”, uno dei più attivi in questa direzione, sottolinea come ad una domanda dei giornalisti sull’ammontare delle emissioni di CO2 che la centrale a carbone rilascerà nell’aria, i tecnici dell’Enel abbiano risposto con un “è molto difficile quantificare queste emissioni”. 
Gli ambientalisti di Durazzo hanno chiesto ad esperti europei indipendenti di verificare i dati riportati dallo studio presentato dall’Enel: ne sono emersi 25 punti tra errori di calcolo, dati mancanti e modificati. Ma al progetto ormai manca soltanto la firma del ministero per l’Ambiente che temporeggia nell’attesa di vederci chiaro. 

Il greggio 

Nel sud, invece, la situazione è più tranquilla e le proteste che hanno mobilitato un anno fa i cittadini di Valona contro l’italiana “Petrolifera” sembrano un lontano ricordo. La costruzione della termocentrale e del terminal per prodotti petroliferi nella baia della città è ormai quasi completata: la Petrolifera sarà operativa verso la fine di maggio mentre la termocentrale a fine giugno, in concomitanza con i primi flussi turistici. 

Valona si è ormai arresa al suo destino. “Succederà quello che vuole Berisha, noi non lo vogliamo ma è quello che accadrà”, dice al quotidiano “Korrieri” un fotografo mentre aspetta i clienti vicino al monumento dedicato alla dichiarazione d’indipendenza dell’Albania, avvenuta nel lontano 1912 proprio in questa città. 

“Non si tratta di arrendersi ma di ritirarsi temporaneamente - spiega in gergo militare allo stesso giornale Ardian Klosi, intellettuale e attivista che si è opposto con forza ai due progetti - Era uno scontro totalmente ad armi impari: da un lato una compagnia multimilionaria, la Banca mondiale, funzionari governativi e comunali corrotti e un sistema poliziesco violento; dall’altro lato una coscienza civica ai suoi inizi, con organizzazione e contributi spontanei, basata sul volontariato, senza nessun finanziamento da fuori e spesso divisa al suo interno”. 

Quattro anni fa, prima delle elezioni politiche del 2005, quando era ancora all’opposizione, Berisha prometteva ai cittadini di Valona che non avrebbe permesso l’inquinamento della zona. Nella sua visione il territorio oggi occupato dalla Petrolifera “non poteva essere altro che un parco per i bambini”. Quattro anni dopo, ai circa 200 mila abitanti di Valona non resta altro che sperare nella sua seconda promessa: l’inquinamento sarà piccolo, quanto quello prodotto “da 500 macchine nuove che girano per la città”. 
di  Indrit Maraku
Link: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/11266/1/41/

1 anno di governo Berlusconi, tanti titoli zero riforme, gli italiani attendono


Il governo Berlusconi si è insediato da un anno. E' dunque tempo di un primo bilancio di quanto fatto e non fatto. Proponiamo ai lettori una serie di schede che coprono tutte le aree che hanno una rilevante implicazione sull'andamento dell' economia italiana. Hanno un denominatore comune: l'attivismo del governo, che ha permesso di conquistare spesso i titoli di apertura dei giornali. Ma le misure effettivamente varate si contano sulle dita di una mano. E nessuna di queste può definirsi una riforma. Anche di fronte alla crisi, si è scelta la linea dell'immobilismo. Parafrasando un famoso allenatore di calcio: "tanti tituli, sero riforme".

Il primo anno di attività di un governo dà l’impronta di una politica economica per l’intera legislatura. È il periodo in cui si possono fare le riforme più difficili, quando si è ancora lontani dal voto e si ha il tempo di ottenere risultati che potranno poi essere presentati agli elettori alla prossima scadenza elettorale. Per questo, come già fatto con precedenti esecutivi, abbiamo voluto richiamare attraverso una serie di schede quanto fatto sin qui dalIV governo Berlusconi, quanto non è stato fatto pur essendo nel programma elettorale e offrire una nostra valutazione delle misure intraprese. Le schede coprono tutte le aree che hanno una rilevante implicazione sull’andamento dell’economia italiana: dalla scuola e università alle privatizzazioni, dal mercato del lavoro alle pensioni, dalle infrastrutture alle politiche sulla casa, dall’immigrazione alle misure sui mercati finanziari, dalla giustizia alla sanità. Cominciamo oggi, in occasione dell’anniversario dell’insediamento del governo, con la pubblicazione di una prima serie di schede. Altre seguiranno nelle prossime uscite, dando tempo ai lettori di commentarle e di farci sapere se, a loro giudizio, abbiamo omesso qualcosa di rilevante.

DIETRO L'ATTIVISMO NESSUNA RIFORMA

È utile comunque anticipare un comune denominatore emerso da questo sforzo collettivo della redazione delavoce.info. Questo esecutivo ha dato una prova di molto più attivismo di governi precedenti. Il contrasto con il Prodi II, bloccato da veti incrociati interni alla coalizione in ogni anelito riformatore e da una fragilissima maggioranza al Senato, è abissale. Forse anche per accentuare le differenze con l’esecutivo precedente, il Berlusconi IV è partito subito lancia in resta aprendo una lunga serie di cantieri, prontamente annunciati dai titoli di testa dei giornali e delle televisioni. Ha anche affrontato subito e con risolutezza il problema dei rifiuti a Napoli, avviandolo a soluzione.
A un anno di distanza, tuttavia, sono rimasti i titoli negli archivi dei giornali, agli annunci non hanno fatto seguito
atti concreti. Sono state approvate leggi delega, come quella sul federalismo, che sono anch’esse un annuncio, un contenitore vuoto.  Lo ha riconosciuto lo stesso Ministro Tremonti nella Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza. I ben quattro piani casi annunciati sono rimasti tutti sulla carta. Le misure effettivamente varate si contano sulle dita di una mano: la rimozione del divieto di cumulo fra pensioni e attività di lavoro, il cosiddetto lodo Alfano, le misure sulle società quotate e i Tremonti bond.  
Nessuna di queste misure può essere considerata una 
riforma. La rimozione del divieto di cumulo, come spiegato da Agar Brugiavini, ha l’effetto di aumentare ancora di più gli squilibri della nostra spesa sociale proprio in un momento in cui le poche risorse disponibili andrebbero concentrate nell’aiutare chi perde il lavoro, il lodo Alfano, come spiega Carlo Guarnieri, serve soprattutto a risolvere le pendenze penali del presidente del Consiglio, le misure sulle società quotate, come denunciato dall’Antitrust, servono unicamente a proteggere i gruppi di controllo delle maggiori società italiane e scoraggiano l’arrivo di capitali freschi in un momento in cui le nostre imprese sono sottocapitalizzate, i Tremonti bond sono una misura ben congegnata, seppur tardiva in rapporto a quanto fatto in altri paesi, ma pur sempre una misura temporanea, non certo una riforma. E ben pochi dei cantieri annunciati sono stati aperti. Tra questi quello dell’università, dove all’annuncio di voler distribuire una quota significativa dei finanziamenti agli atenei in base ai risultati di una valutazione della qualità dell’offerta formativa e della didattica, non ha però fatto seguito alcun intervento concreto, nonostante siano ampiamente passati i termini previsti per i regolamenti attuativi, come avvertono Daniele Checchi e Tullio Jappelli. Un altro cantiere aperto è quello della legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione di cui si attendono i decreti attuativi. Sin qui ci sono state solo misure draconiane e indiscriminate per abbattere l’assenteismo, decurtando il salario dei dipendenti pubblici, anche quando ricoverati in ospedale. Non sorprende che ci siano state riduzioni dell’assenteismo, ma a che prezzo? Con quali risultati? L’unica cosa che oggi si vede è l’ulteriore aumento della quota di spesa pubblica (e di Pil) destinata al pubblico impiego, come recentemente certificato dalla Relazione unificata sull’economia e la finanza.
Dove cantieri proprio non ce ne sono né ce ne saranno è in materia di lavoro e politiche previdenziali. Niente riforma degli ammortizzatori sociali, niente riforma dei percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, nessun intervento per legare le pensioni all’andamento dell’economia, come ha ribadito in questi giorni il ministro Sacconi. Vedremo solo libri bianchi, che si aggiungono a quelli dei governi precedenti, e ai libri verdi già prodotti. E nel silenzio di tutti la Camera ha reintrodotto il più generoso sistema contributivo. Ovviamente solo per i parlamentari.

QUANTO CONTA LA CRISI

Parafrasando un allenatore forse comunicatore altrettanto abile del nostro presidente del Consiglio, abbiamo sin qui avuto "tanti tituli ma sero riforme". Confidiamo nei cantieri aperti e non mancheremo di monitorarli. Non vorremmo trovarci fra qualche anno a dover scrivere di questi un resoconto del tipo di quello offerto da due scrupolosissimi economisti francesi, Pierre Cahuc e André Zylberberg, su la methode Sarkozy, a due anni dall’insediamento di un esecutivo inizialmente ancora più popolare del IV governo Berlusconi. “La strategia si basa su due principi fondamentali: il soffocamento e la conciliazione. Il primo consiste nel proporre costantemente nuove misure, imponendo procedure d’urgenza per la loro approvazione, disorientando e paralizzando l’avversario con una fitta agenda di riforme. L’insuccesso in una di queste riforme non sarà percepito come un fallimento perché ci sono tanti altri cantieri aperti. (…) Il secondo principio consiste nel dare soddisfazione alle richieste delle diverse categorie rappresentate, aprendo tanti diversi tavoli di concertazione, poi in gran parte autogestiti dalle parti sociali, e facendo concessioni importanti alle categorie, a dispetto dell’interesse generale, pur di poter dichiarare di avere completato il processo nei tempi previsti”.
Certo, l’attività di questo governo ha dovuto scontrarsi con una 
crisi economica senza precedenti, la cui genesi certo non può essere addossata all'esecutivo Berlusconi. Ma non è affatto vero che durante le crisi non si possano fare riforme. Al contrario, come mostrato dal grafico qui sotto che conta le riforme strutturali varate in diverse fasi congiunturali in Europa, le misure più ambiziose vengono generalmente condotte in periodo di crisi, quando si riesce a trovare quella coesione attorno a misure indispensabili per il rilancio dell’economia che non è possibile trovare in tempi “normali”. Né si può dire che tutte le energie e il capitale politico di questo governo hanno dovuto essere spesi nel varo di misure di emergenza perché il nostro esecutivo ha scelto una linea, giusta o sbagliata che sia, di immobilismo di fronte alla crisi, “scegliendo soprattutto di non scegliere”. Inoltre, molte riforme si possono fare a costo zero, quindi la giustificazione dell’immobilismo in base ai vincoli di bilancio non regge.  Tra l’altro bene notare che la caduta dei tassi di interesse durante la crisi ha portato a ingenti risparmi per le casse dello stato in termini di minore spesa nel servizio del debito pubblico.
L’immobilismo non ha comunque impedito che si consumassero 
redistribuzioni importanti delle risorse pubbliche. Di alcune di queste abbiamo già riferito. Di altre, soprattutto di quelle legate alla forte discrezionalità dell’esecutivo nell’allocare il Fondo aree sottosviluppate o nel reperire fondi per gli ammortizzatori sociali in deroga, in realtà soprattutto in proroga, non mancheremo di dare conto nelle prossime settimane. Ci sono anche redistribuzioni virtuali, molti soldi non veri che sono stati distribuiti. A parole. Anche di questi cercheremo di tenere traccia, con l'aiuto di voi lettori.

di Tito Boeri

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001100.html

Guatemala, assassinato l'avvocato Rodrigo Rosemberg. "Il Presidente mi ha fatto uccidere"!

Il filmato è stato girato prima della propria morte da Rodrigo Rosenberg. "Se state vedendo questo video, vuol dire che sono stato ucciso", dichiara Rosenberg davanti alla telecamera, raccontando il coinvolgimento del capo dello Stato in un caso di corruzione

Il documento è stato diffuso, con una lettera autografa, dopo il funerale.



 

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