domenica 10 maggio 2009

Dick Cheney nell'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafic Hariri?


Il 14 febbraio del 2005, il miliardario ed ex primo ministro libanese Rafic Hariri veniva ucciso a Beirut da una autobomba ad altissimo potenziale e con sofisticate componenti elettroniche in grado di eludere le contromisure anti-attentato di cui era dotata la scorta di Hariri. Apparve subito chiaro che dietro l'atto terroristico doveva nascondersi l'attività dei servizi segreti di qualche paese, unici in grado di concepire e portare a termine un complotto con quel grado di difficoltà e raffinatezza.
Il dito fu puntato contro la Siria che occupava militarmente il Paese dei Cedri e sotto il cui protettorato vigeva una fragile tregua tra le varie fazioni che hanno insanguinato il martoriato paese negli ultimi decenni. L'Onu decideva l'istituzione di un Tribunale speciale per il Libano col compito prioritario di appurare le responsabilità dell'omicidio Hariri. Il primo responsabile della commissione d'inchiesta del Tribunale, il tedesco Detlev Mehlis, sostenne di avere prove e testimonianze del coinvolgimento della Siria nell'attentato ed ordinava nell'agosto del 2005 l'arresto dei vertici delle forze armate libanesi, compromesse con Damasco.
Sotto la spinta della comunità internazionale occidentale e dei partiti libanesi anti-siriani (di cui Hariri era uno dei massimi esponenti) la Siria, benché reclamasse la propria totale estraneità, decise di ritirare le sue truppe. Da quel momento il Libano ha rischiato più volte di sprofondare nel caos della guerra civile, ed Hezbollah, partito sciita e filo-iraniano che governa de facto la parte meridionale, ha affrontato e respinto l'invasione di Israele nell'estate del 2006.
Fin da subito molti analisti rilevarono che Damasco non avrebbe avuto nessun vantaggio strategico dall'omicidio di Hariri, e che, al contrario, ne aveva subito le maggiori conseguenze. L'impianto accusatorio di Mehlis non resse alle successive verifiche. Le prove si rivelarono infatti inconsistenti ed alcuni testimoni chiave risultarono del tutto inattendibili. Lo scorso 29 aprile il colpo di scena.
Il giudice Daniel Bellemare del Tribunale dell'Onu, che aveva nel frattempo sostituito Detlev Mehlis, ha chiesto la scarcerazione dei generali libanesi arrestati nel 2005 e finora incarcerati senza alcuna garanzia di difesa e contro cui le accuse erano ormai decadute. 
Mustafa Hamdane, ex capo della guardia presidenziale, Jamil Sayed, direttore generale della sicurezza, Ali Haji, capo delle forze di sicurezza interna, e Raymond Azar, capo dei servizi segreti militari, sono stati rimessi in libertà. Con questo atto il Tribunale ha di fatto chiuso la pista siriana per l'omicidio Hariri.
A chi attribuire, dunque, le responsabilità dell'attentato?
Alcune rivelazioni giornalistiche aprono nuovi scenari. Recentemente il decano del giornalismo d'inchiesta americano, Seymour Hersh, ha denunciato l'esistenza di un gruppo operativo attivo durante l'Amministrazione Bush e sotto il controllo diretto del vice-presidente Dick Cheney, del consigliere del presidente Karl Rove, e del responsabile per la sicurezza nazionale Eliott Abrams. Tale gruppo, composto da reparti di elite per le operazioni speciali sotto copertura, sarebbe stato utilizzato come un autentico "squadrone della morte" per l'eliminazione di personalità politiche scomode in varie parti del mondo. Le rivelazioni di Hersh hanno spinto il deputato democratico e già candidato alla presidenza, Dennis Kuchinich, a chiedere al Congresso americano l'apertura di una inchiesta.
Sulla base di tali rivelazioni, un altro giornalista investigativo, Wayne Madsen, noto per i suoi agganci nei servizi informativi americani, durante una intervista al canale televisivo Russia Today ha rivelato di aver raccolto presso numerose fonti la conferma dell'esistenza della struttura segreta e dei suoi collegamenti con una analoga struttura israeliana. Secondo Madsen la squadra controllata da Cheney sarebbe implicata nell'omicidio Hariri e, anzi, l'ordine sarebbe partito proprio dal vice-presidente.
In passato altri autorevoli giornalisti avevano parlato dell'esistenza di una tale struttura. Bob Wodward (noto per aver scoperto lo scandalo Watergate) ne aveva scritto sul Washington Post fin dal 2002, mentre più recentemente il New York Times ha riportato la notizia dell'esistenza di un "Comando congiunto di operazioni speciali" privo del controllo del ministero della Difesa, dei vertici delle Forze armate, e senza supervisione del Congresso, ma che faceva capo direttamente a Cheney. 
Secondo Hersh nulla di nuovo sotto il sole. Negli anni '80, con l'Amministrazione Reagan-Bush, Cheney (allora funzionario della Sicurezza Nazionale) ed Eliott Abrams (quando era responsabile del Dipartimento di Stato per l'America Latina) avevano già lavorato insieme nell'organizzazione Iran-Contras-connection e nella creazione degli "squadroni della morte" attivi in America centrale con compiti anti-insurrezionali.
di Simone Santini

Il tabù della guerra nell’inferno di Kabul


Si spara e si uccide ogni giorno in quasi tutto l’Afghanistan, controllato per oltre due terzi dai ribelli, talebani e non solo. Ma per noi continua a non essere una guerra. Forse nemmeno la tragedia che si è consumata ieri presso Herat, dove nostri militari - in circostanze che vorremmo subito chiarite - hanno ucciso per errore una bambina di tredici anni, basterà a rompere il tabù che ci impedisce di dire a noi stessi cosa stiamo facendo in terra afghana. La guerra, appunto. Una guerra che rischiamo di perdere, insieme agli americani e agli altri alleati. Ma in cui abbiamo già perso la faccia, non avendo il coraggio di chiamare guerra la guerra. E di spiegare perché ne siamo parte, in vista di quali obiettivi. Proviamo a ricordarlo.

L’Italia è in Afghanistan per gli Stati Uniti. Punto. Vogliamo dimostrare al nostro maggiore alleato di essere un partner affidabile in un teatro in cui gli americani si giocano la reputazione di potenza leader nel mondo. In questa campagna si gioca, secondo l’interpretazione corrente nelle cancellerie occidentali, il destino stesso della Nato, che non reggerebbe alla sconfitta. E senza Nato ci troveremmo in una terra di nessuno quanto a sicurezza nazionale e rango internazionale. Per questo partecipiamo alla missione atlantica Isaf, che originariamente poteva parere una missione di pacificazione e stabilizzazione postbellica. Poco costosa e poco pericolosa.

Ma da parecchio tempo – quali che siano le intenzioni nostre e degli altri partecipanti – questa missione atlantica è di fatto inglobata nella guerra contro i talebani a guida angloamericana. Immaginare che si possa ritagliare per noi stessi o per chiunque altro uno spazio illibato in tale carnaio, significa giocare con la vita dei soldati nostri e alleati, oltre che con quella dei civili afghani. Basti ricordare che lo scorso anno, su 2.200 afghani non combattenti uccisi, il 40% circa sono stati vittime delle forze internazionali o di quelle di Kabul, da noi addestrate. Con ciò contribuendo a screditare lo pseudo-governo Karzai, raro esempio di inefficienza e corruzione, e favorendo il reclutamento di ribelli locali, come di terroristi che un giorno potrebbero colpirci a casa nostra.

C’è un rapporto diretto fra aumento delle vittime civili e avanzata talibana. Una progressione evidente anche nel settore occidentale, in cui è incardinato il grosso delle truppe italiane (2.350 uomini in tutto).

Negli ultimi mesi l’importanza strategica della guerra contro i taliban è cresciuta di molto. Obama ne ha fatto il fronte centrale dello sforzo bellico americano. Associandovi il Pakistan, che una frontiera inesistente divide dall’Afghanistan. Ecco l’”Afpak”. Buco nero in cui convivono jihadismo ascendente e pallidissimi poteri formali, bombe atomiche (pakistane) e contenziosi territoriali irrisolti, forse irresolubili. Di qui, secondo l’intelligence Usa, potrebbe un giorno partire il segnale per un altro 11 settembre. Stavolta con armi di distruzione di massa. Per conseguenza, Obama sta spostando una quota del contingente Usa in Iraq verso il fronte afghano-pakistano. Il rischio di cadere fra due sedie, perdendo posizioni in Mesopotamia senza conquistarne nell’Hindukush, è forte. Così come la consapevolezza che una vittoria militare è impossibile.E che qualche rabberciato, provvisorio compromesso con questo o quel tagliagole  – non certo l’Afghanistan para-occidentale di cui si delirava un tempo, né il Pakistan liberaldemocratico evocato dalla propaganda – è il massimo cui possiamo aspirare. 

Intanto gli americani chiedono a noi europei, italiani inclusi, più soldi e più soldati per l’Afghanistan. Ma quando Obama è venuto a dircelo, il mese scorso, non ha ottenuto che vaghe promesse. Poco più di nulla. Se l’”Afpak” è davvero la prova della persistenza in vita dell’alleanza occidentale, siamo fritti.

Sul terreno, poi, l’alleanza si è divisa in due tronconi, con  relativi sottogruppi. Quelli che combattono in prima linea senza limitazioni di brutalità, a cominciare da americani, canadesi e britannici; e quelli che cercano di non farlo, in ossequio all’interpretazione più restrittiva della missione Nato e di ogni sorta di caveat. Tra cui noi, o almeno la gran parte del nostro contingente Isaf. Con ciò attirandoci qualche sarcasmo da parte degli alleati angloamericani, i quali pensavamo di compiacere  spingendoci fin lì. E persino le recriminazioni di europei più disposti al rischio, come i danesi. Insomma, noi fra due sedie ci siamo finiti da un pezzo. Per eccesso di furbizia.

L’Italia è un paese sovrano che può decidere se combattere o meno una guerra, dopo averne discusso come si conviene in democrazia. Ma quando mandiamo nostri soldati al fronte, spesso ci preoccupiamo più di come travestire la missione che di definirne scopi e strumenti. Così ci capita di attaccare un paese – la Jugoslavia – spacciando una campagna di bombardamenti aerei come “difesa integrata”, oppure di trovarci coinvolti nella guerra che gli Stati Uniti considerano decisiva senza trovare la forza di comunicarlo a noi stessi.

Pare che a Herat, ieri, la pioggia fosse talmente fitta da ridurre al minimo la visibilità. Ma all’origine di quella tragedia non c’era solo l’oscurità meteorologica. C’era - e resta - anche la foschia che noi stessi abbiamo sparso attorno ai nostri soldati, ai loro compiti e ai mezzi di cui dovrebbero disporre per eseguirli. Se non disperderemo questa nebbia strategica, continueremo a pagarne le conseguenze. E a farle pagare a chi non vorremmo. 

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