venerdì 8 maggio 2009

L'Iraq è un Paese irrimediabilmente diviso etnicamente


La contrapposizione etnica e settaria che gli americani hanno favorito e incoraggiato con l’invasione e la prolungata occupazione dell’Iraq è una realtà destinata drammaticamente a rimanere, e ad affliggere il paese negli anni a venire – scrive il giornalista egiziano Ayman el-Amir.

Il presidente americano Barack Obama ha impiegato poche ore, dopo la sua recente visita in Turchia, per andare a Baghdad con un messaggio per il governo iracheno del primo ministro Nuri al-Maliki: ora siete responsabili del vostro paese. Il messaggio è giunto a due mesi dalla scadenza per il ritiro delle truppe combattenti USA dalle principali città irachene, comprese Baghdad, Mosul e Baquba, ed a circa un anno dalla fine di tutte le operazioni militari, prevista per l’agosto 2010. Tuttavia, secondo alcuni analisti iracheni la recente escalation di violenza in alcune città, fra cui Mosul, Baghdad e Kirkuk, spinge a chiedersi se non sia necessario che la scadenza di giugno diventi più flessibile, a seconda della situazione sul terreno. Secondo tali analisti, la ricomparsa della violenza è una sindrome dovuta a una lotta intestina fra il primo ministro al-Maliki, le cui politiche a partire dal 2008 erano state considerate la ragione primaria della riduzione degli spargimenti di sangue, ed i suoi partner politici.

Mosul è ancora un punto caldo del conflitto. Più di 25.000 soldati iracheni, appoggiati dalle truppe di combattimento USA, hanno combattuto i miliziani della resistenza sunnita e sciita fin dal 2008. Per la prima volta negli ultimi 12 mesi, cinque soldati americani (oltre a due poliziotti iracheni) sono stati uccisi dall’esplosione di un camion bomba nella quale sono rimaste ferite altre 12 persone. A Kirkuk, 13 persone sono morte e 22 sono rimaste ferite nell’esplosione di un’installazione petrolifera che esse stavano sorvegliando. A Baghdad decine di persone sono morte in diversi attentati nelle ultime settimane. La ripresa della violenza fino a questo livello segnala il fatto che al-Maliki è ancora in forte contrasto con i curdi al nord (che hanno le loro divergenze con i loro concittadini arabi e turcomanni di Kirkuk), con i sunniti baathisti attorno a Baghdad, e con alcuni sciiti radicali a Mosul. Elementi disillusi fra i circa 94.000 combattenti dei Consigli del Risveglio sunniti, che furono determinanti nel contenere gli attacchi di al-Qaeda e nell’assicurare il successo delle politiche di stabilizzazione della sicurezza promosse da al-Maliki, stanno progressivamente diventando parte del problema che il primo ministro iracheno si trova di fronte. Essi sono indignati per la detenzione di alcuni fra i loro principali leader, nell’ambito di quello che essi considerano un giro di vite ai danni del loro movimento, originariamente creato dal comando USA per combattere le forze di al-Qaeda e poi lasciato sotto la responsabilità del governo. I combattenti di queste milizie, insieme ai loro comandanti, sono contrariati per il ritardo nei pagamenti e per la mancata promessa del governo di accordare loro posti governativi meglio pagati.

Il governo regionale del Kurdistan guidato da Massoud Barzani è furioso perché al-Maliki non è riuscito ad aumentare il suo bilancio, né a permettere il ritorno di quelli che esso considera i curdi evacuati da Kirkuk, e perché il governo centrale ha bloccato i tentativi curdi di negoziare i contratti petroliferi con le compagnie straniere in maniera indipendente. I curdi spingono per uno status di semi-indipendenza, ma al-Maliki non sembra collaborare. Soprattutto, al-Maliki si sta opponendo alle pressioni del governo del Kurdistan iracheno per annettersi la città petrolifera di Kirkuk – una mossa rifiutata sia dagli arabi che dai turcomanni della città, e che potrebbe preludere una nuova esplosione di violenza. Le tensioni sono cresciute anche tra al-Maliki e i leader sunniti, in particolare il vicepresidente Tarek al-Hashimi, a causa dei continui arresti di militanti sunniti, compresi quelli che erano stati rilasciati dalle forze USA. L’accordo che portò alla creazione dei Consigli del Risveglio per combattere i membri di al-Qaeda potrebbe crollare, ed i militanti di entrambe le parti potrebbero unirsi contro il governo e le truppe americane. Al-Maliki e gli USA sono preoccupati per la lotta di potere fra sunniti e sciiti, per la brama di petrolio del governo centrale e di quello del Kurdistan, per le implicazioni della rinascita delle milizie, e per il rischio che il riaccendersi della violenza possa far saltare il calendario del ritiro americano.

In particolare, la preoccupazione per la contrapposizione etnica e settaria provocata da sei anni di occupazione americana e di resistenza irachena è l’incubo peggiore per il futuro dell’Iraq. “Il genio è ormai uscito dalla bottiglia”, afferma l’analista politico iracheno Ghassan al-Atiya. Gli iracheni non soltanto sono divisi dalle loro affiliazioni tribali e settarie, ma anche le loro preferenze politiche sono modellate da simili affiliazioni. Quando l’Iraq era uno stato laico e non settario, l’ideologia baathista al potere teneva a bada tutte le ideologie estranee, sia politiche che settarie. La nuova cultura politica introdotta dall’invasione americana coabiterà con gli iracheni per gli anni a venire. E’ qualcosa che non ha a che fare solo con la lealtà politica, ma con la protezione, la sopravvivenza e l’affinità culturale.  Quando l’identità settaria diventa il mezzo attraverso il quale si esplica la lotta politica e l’autodifesa, di solito essa sfocia nella violenza. Nessuna forza del governo centrale sarà in grado di contenerla, e ancor meno di sottometterla. L’invasione americana e sei anni di occupazione – e le indicibili atrocità che entrambe hanno scatenato – hanno distrutto qualsiasi senso di una comunione di interessi fra gli iracheni. Il problema è aggravato dalla militarizzazione di tutte le fazioni irachene; ciascuna possiede un micidiale dispiegamento di armi, ed ognuna è pronta e disposta a farne uso contro le fazioni avverse, o contro il governo, al momento opportuno.

L’eredità di George W. Bush e di Paul Bremer III consiste nel fatto che essi hanno rimpiazzato un regime totalitario guidato da un feroce dittatore con una specie di democrazia basata su una maggioranza confessionale, che casualmente era sciita. L’Iran è rimasto a guardare tranquillamente, nella piena consapevolezza che il frutto maturo sarebbe alla fine caduto nel suo grembo. Ed è improbabile che l’Iran teocratico userà la propria influenza per trasformare l’Iraq in una democrazia laica. I vicini arabi sono troppo sprofondati in uno stato di confusione senza speranza per essere in grado di mettere insieme uno sforzo comune che possa contribuire a trasformare l’Iraq in una democrazia del consenso – tanto più visto che essi stessi non possiedono una simile democrazia.

Se l’Iraq dovesse sprofondare nella violenza dopo che il ritiro dell’esercito americano sarà completato nel 2011, potrebbe tentare di copiare il modello libanese – un governo basato su pesi e contrappesi di tipo confessionale sanciti dalla costituzione. E’ un sistema traballante che però funziona laddove un consenso viene mantenuto e rispettato. Il principale problema dell’Iraq sarà dunque come bloccare le ingerenze regionali ed internazionali che potrebbero essere attirate dagli interessi in conflitto di partner locali, come avviene in Libano. L’Iraq dispone di una gran quantità di risorse naturali che deve sviluppare al fine di ricostruire tutto ciò che l’invasione americana ha distrutto. La cosiddetta comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti e da altri che sono responsabili dell’invasione e della distruzione dell’Iraq, dovrebbe ottemperare al suo obbligo di ricostruire il paese. Ma perché ciò possa accadere, la sicurezza e la stabilità dovranno prevalere, e ciò riporta tutto al punto di partenza.

Sembrerebbe che gli Stati Uniti siano in primo luogo interessati ad un ritiro ordinato e sicuro dall’Iraq, e secondariamente ad assicurarsi che nessun nuovo dittatore faccia la sua comparsa sulla scena seguendo le orme di Saddam Hussein. Per questa ed altre ragioni, gli Stati Uniti lasceranno circa 50.000 soldati per contribuire ad addestrare le forze irachene e a stabilizzare la situazione. Tuttavia, questa presenza militare straniera potrebbe rivelarsi l’antitesi della stabilità. Potrebbe essere l’opportuno “casus belli” per al-Qaeda ed altre organizzazioni guidate da sentimenti anti-americani; una reincarnazione della ribellione nazionalista degli anni ’50 e ’60, e della battaglia anticoloniale ed antistraniera. In questo caso, tutto ciò che la costosa invasione anglo-americana, otto anni di occupazione militare, e decine di migliaia di vittime, avrebbero ottenuto sarebbe di riportare la situazione a quella che determinò il golpe baathista del 1969.

Ayman el-Amir è un giornalista egiziano; è stato corrispondente da Washington per il quotidiano “al-Ahram”; è stato anche direttore della radio e della televisione dell’ONU a New York

Titolo originale:

Setback in Iraq

Dove ci porta la Lega?


Preoccupati dalla crisi che infuria e ci accerchia, distratti dai gossip privati del Presidente, anestetizzati da una Tv sciocca e tendenziosa, non ci accorgiamo che il Parlamento è ormai ostaggio di un partito, la Lega Nord, che nelle ultime elezioni è stato il vero vincitore. Il Presidente del Consiglio non vuole, per immobilismo e negligenza, e non può, per una questione di numeri, opporsi a Bossi e company, i quali consapevoli della loro posizione di forza tentano di trarre il massimo profitto. La questione è purtroppo spinosa, già perchè chiunque potrebbe affermare che questa è la democrazia, ed infatti non posso negare che ci ritroviamo, anche se a stento, nei limiti dettati dalla nostra Costituzione, ma è l'uso che se ne fa della democrazia a rendere il tutto irritante. Negli ultimi tempi sempre più spesso vengono introdotte o abbozzate leggi di chiara matrice razzista e vengono prese contromisure all'immigrazione ai limiti della persecuzione! 
A questo punto verrebbe da chiedersi verso quale idea di Stato stiamo andando e perchè. Gli italiani sono circuiti dalla Lega la quale sa parlare alla pancia della gente oppure la Lega è il frutto velenoso di un popolo, quello italiano, che ha dato i natali al fascismo?
Personalmente sono per la seconda ipotesi, anche se il terreno è stato ben preparato da una campagna su tv e giornali che ha superato tutti i limiti della decenza, ignorando tutti i dati statistici è stata, infatti, creata ad arte un'atmosfera da incubo interraziale, in cui gli italiani vengono descritti come povere pecorelle assediate dal lupo extracomunitario. A questo punto, sopraggiungono i limiti della nostra Costituzione, ed è qui che sono daccordo con i nostri politicanti, che andrebbe finalmente modificata, ma non nella direzione che dicono loro, poichè è molto semplice aggirarne gli attuali limiti se non addirittura ignorarli. "Democrazia" che parola strana e quanti usi se ne possono fare, così come nei pochi paesi mussulmani che la praticano vincono costantemente i gruppi estremisti, vedi Hamas in Palestina ed Ahmadinejad in Iran, allo stesso modo in Italia è possibile costruire ed ingigantire la fortuna di un partito, inseguendo e fomentando le paure e gli odi della gente comune, aumentando ad ogni successo elettorale la posta in gioco, in una rincorrersi di cui si conosce il principio, ma non si conosce la fine...

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