martedì 21 aprile 2009

I segreti di Rennes-le-Chateau


Anche Rennes-le-Chateau, un piccolo paese della provincia francese del profondo sud, divenne teatro di una caccia al tesoro, simile a quella di Gisors.Quella che era iniziata per gli studiosi Lincoln, Baigentl e Leigh come semplice ricerca del tesoro condusse, per loro stessa ammissione, a un labirinto sempre più intricato di segreti, la cui scoperta, dal loro punto di vista, avrebbe potuto avere conseguenze tanto rivoluzionarie, che intere parti di storia dell’Occidente avrebbero dovuto essere riscritte.Tutto sarebbe iniziato, secondo i tre autori, nel 1885, quando un certo Bérenger de Saunière diventò parroco nel paese di Rennes-le-Chateau. Nonostante disponesse solo delle entrate estremamente ridotte di un parroco di paese e non possedesse alcun patrimonio personale, a partire dal 1896, cominciò di punto in bianco a spendere molto denaro. Solo per i francobolli spendeva più di quanto guadagnasse ufficialmente in tutto l’anno. Fece restaurare la chiesa, si costruì una villa e mise da parte un patrimonio in porcellane, sculture antiche e libri rari.



Indiscutibilmente aveva raggiunto un benessere improvviso e per cercare di chiarire da dove provenisse questa ricchezza è stato speso molto inchiostro. Per quanto diverse fossero tra loro le teorie, anche qui i Cavalieri Templari occupano una posizione di primo piano. Dipende dal fatto che Rennes-le-Chateau, un paese posto su una montagna impervia e appartata, era stato un territorio chiave dei Cavalieri Templari; infatti, su cinquantadue chilometri quadrati si trovavano sei sedi dell’Ordine, che servivano ufficialmente a sorvegliare la strada dei pellegrini verso Santiago di Compostela, che passava per quel territorio.È facile supporre che nel 1307 i Cavalieri Templari, che già sospettavano di essere arrestati, abbiano trasportato le loro ricchezze al sicuro nella regione in cui erano più presenti e dove potevano contare sul massimo appoggio da parte della popolazione. Nel XII e nel XIII secolo, l’ impervia regione di montagna intorno a Rennes-le-Chateau era divenuta un bastione dei Catari e, durante il loro sterminio operato dalle crociate di papa Innocenzo IIImolti perseguitati avevano trovato asilo nelle fortezze dei Cavalieri Templari in Languedoc e molti erano persino entrati nell’Ordine.I Cavalieri Templari, infatti, si opposero rigorosamente all’ordine papale di alzare la spada contro dei Cristiani, anche se eretici. In quel periodo di persecuzione, tra i Cavalieri Templari e gli abitanti della regione si formò una solida comunità, tanto che l’intera regione si trasformò in un unico covo di resistenza contro il re francese e la Chiesa. In realtà i Cavalieri Templari che vivevano nella sede dell’ Ordine sul Bézu, una montagna nelle vicinanze di Rennes-le-Chateau, nel 1307 riuscirono a sfuggire alle guardie del re.

Non è chiaro se furono avvertiti o se forse la polizia locale li lasciò scappare di proposito, in ogni caso è chiaro che qui i Cavalieri Templari si muovevano in assoluta sicurezza. Qui sarebbe stato conservato al sicuro, per secoli, il tesoro del Tempio. Molte leggende in Languedoc raccontavano che il tesoro dei Cavalieri Templari si trovava in questa regione e che era stato portato da Gerusalemme, nel 70 d.C., dall’imperatore romano Tito.Il punto di partenza di questa leggenda è l’anno 1156, quando il Gran Maestro Bertrand de Blanquefort, la cui casa natale distava solo a un chilometro e mezzo, ordinò vasti scavi nelle vecchie miniere d’oro intorno a Rennes-le-Chateau.Tutto ciò si verificò in circostanze misteriose: Bertrand de Blanquefort fece venire gli operai da fuori, dalla Germania, probabilmente perché non avrebbero potuto parlare,con gli abitanti del luogo, di ciò che cercavano o che avevano trovato nelle miniere. Le voci che presto cominciarono a circolare su queste attività dicevano che i Cavalieri Templari cercavano l’oro là sotto, ma è davvero poco verosimile, infatti già i Romani avevano scavato in quella miniera alla ricerca dell’oro finché ne era valsa la pena. Quindi quasi sicuramente questi scavatori non cercavano l’oro.Cesare d’Arcons, che apparteneva alla squadra di ingegneri, nel suo rapporto scriveva che forse avevano messo al riparo del metallo, costruito oggetti di metallo o forse addirittura scavato una cripta e installato una specie di cassaforte. Cosa doveva contenere questa cassaforte?E, come arrivò il tesoro ai Cavalieri Templari? I Visigoti nel 410 lo presero ai Romani e lo nascosero in un luogo sconosciuto. Il re deiMerovingi di Francia, Dagobert II, aveva sposato una principessa dei Visigoti e forse proprio da lei era venuto a conoscenza del nascondiglio del tesoro.Nel corso della ristrutturazione della chiesa del villaggio di Rennes-le-Chateau, il parroco Bérenger de Saunière si sarebbe imbattuto in alcuni documenti cifrati che lo portarono a scoprire un segreto. In uno di questi vi era la citazione: "A Dagobert u roi et a Sion est ce tresor et il est la mort". Vi sono due diverse traduzioni possibili ed entrambe pongono interrogativi. La prima suona così: "questo tesoro appartiene al re Dagobert II e a Sion, e qui giace morto".

La Hauf sostiene che i Cavalieri Templari (o i loro predecessori) avrebbero probabilmente scoperto nella miniera un materiale di enorme valore, che però poteva anche uccidere: l’uranio. Questo spiegherebbe l’impiego di operai stranieri nelle miniere, perché, se fossero comparsi segni sospetti di contaminazione si sarebbe potuto rispedire in patria gli uomini colpiti o lasciarli morire sul posto e quindi farli sparire.

La Hauf ritiene inoltre di sapere come utilizzavano l’uranio i Cavalieri Templari: lo usavano per uccidere lentamente. Così si spiega perché i nemici dell’Ordine morirono quasi tutti nello stesso anno in cui salì sul rogo l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay (1314), spesso per cause misteriose.

Lincoln, Baigent e Leigh formulano una teoria totalmente diversa, perché ritengono che non si tratti di un tesoro materiale, ma di un segreto tanto pericoloso, che in certi luoghi si sarebbe pagata qualsiasi cifra perché non fosse reso pubblico. Questi autori sono dell’opinione che si tratti della prova inconfutabile che Gesù Cristo non fu crocifisso, ma che visse fino all’anno 45.

Queste enormi quantità di denaro vennero dall’unico luogo a cui potesse interessare che questa sconvolgente notizia rimanesse segreta: il Vaticano. Se infatti Gesù non fosse morto per espiare le colpe dell’umanità e non fosse risorto, cadrebbe il dogma principale della Chiesa Cattolica. Prendendo in considerazione questa ipotesi, alcune dichiarazioni dei Cavalieri Templari durante il processo appaiono sotto una luce totalmente diversa: i Cavalieri Templari sputavano forse sul crocifisso poiché sapevano con certezza che Gesù non era morto sulla croce e quindi quel simbolo era una falsità? I Gran Maestri sapevano o tenevano questa prova inconfutabile tra il loro Tesoro?

Come ebbero questa prova? Quasi sicuramente la ebbero dai Catari, la cui fortezza più importante, Montségur, era caduta il 15 marzo 1244. Anche in questo caso si dice che uno o addirittura due tesori sarebbero stati portati via, poco prima. Già nel gennaio del 1244 i Catari avevano messo al sicuro il loro oro e argento, ma solo immediatamente prima della caduta della fortezza avrebbero messo in salvo ciò che per loro aveva evidentemente un valore enorme, anche se non si trattava di valore materiale. Dove portarono questo tesoro di enorme valore?

Quasi sicuramente dai Cavalieri Templari a Rennes-le-Chateau, che distava solo una mezza giornata di viaggio e dove, probabilmente, molti Cavalieri Templari erano Catari.

I Catari credevano all’esistenza di due divinità, un’entità essenzialmente spirituale, che rappresenta l’amore puro e un’altra, creatrice del mondo, che, tuttavia, è pieno di errori, impuro e quindi da condannare. Da questa divisione in due parti, i Catari trassero la conclusione che Gesù non potesse essere il Dio del puro amore e, contemporaneamente, assumere sembianze umane e tanto meno morire sulla croce. Anche i Catari negavano quindi che Gesù fosse morto sulla croce. La loro certezza derivava forse dalla "prova inconfutabile" che consegnarono, nel 1244, nelle mani dei Cavalieri Templari?

Ci sono altre analogie tra i Catari e l’Ordine: anche gli inviati dei Catari, ad esempio, viaggiavano per il paese sempre in due, come i Cavalieri Templari, per proteggersi a vicenda dalle tentazioni.

Fonte: http://www.templaricavalieri.it/

F35, hackers cinesi violano il Pentagono


Alcuni hackers sono riusciti a violare la sicurezza informatica del Pentagono e a rubare alcuni segreti del più costoso progetto militare statunitense, quello da 300 miliardi di dollari per la realizzazione del superbombardiere F-35. Lo riferisce il Wall Street Journal. 

Secondo il quotidiano, i pirati informatici sono riusciti a penetrare nel sistema e a copiare molti terabyte (migliaia di gigabyte) di dati relativi al design dei sistemi elettronici dell'aereo, rendendo potenzialmente più facile difendersi dall'aereo stesso. I dati più sensibili sono però rimasti inviolati perchè contenuti in computer non collegati a internet. 

Negli ultimi mesi, riporta il Wsj, sono state numerose le violazioni del sistema. Quello che non è chiara è l'identità degli hacker e la loro finalità. Fonti militari statunitensi, citate dal Wsj, sostengono che tali attacchi informatici vengono dalla Cina. 
Fonte: la Repubblica

Gaza, aspettando la prossima guerra


Alyan Abu-Aun giace nella minuscola tenda, accanto alle sue stampelle. Fuma sigarette e ha lo sguardo fisso nel vuoto. Tiene in braccio il suo bambino. Nella tenda, che ha le dimensioni di una piccola stanza, si accalcano dieci persone. È la loro casa da tre mesi. Non rimane nulla della loro precedente abitazione, distrutta dalle bombe dell'Esercito di difesa israeliano durante l'Operazione Piombo Fuso. Sono profughi per la seconda volta; la madre di Abu-Aun ricorda ancora la sua casa a Sumsum, una cittadina che un tempo si trovava vicino ad Ashkelon.



Abu-Aun, 53 anni, è stato ferito nel tentativo di fuggire quando la sua casa di Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, è stata bombardata. Da allora cammina con le stampelle. Sua moglie ha partorito proprio nel mezzo della guerra, e adesso il neonato vive con loro nel freddo della tenda. La tenda è volata via durante la tempesta che ha divorato la Striscia di Gaza mercoledì scorso, così la famiglia ha dovuto rimontarla. Ricevono acqua solo occasionalmente, in un container, e una piccola baracca di latta fa da bagno per le 100 famiglie di questo nuovo campo profughi, “Campo Gaza”, nel quartiere Al-Atatra di Beit Lahia.

Quest'ultimo finesettimana Abu-Aun era particolarmente amareggiato; la Croce Rossa ha rifiutato alla sua famiglia una tenda più grande. E non ne può più di mangiare fagioli. Per tre mesi, la famiglia Abu-Aun e migliaia di altre persone vivono in cinque accampamenti di tende costruiti dopo la guerra. Non hanno neanche cominciato a sgombrare le macerie delle loro abitazioni, figuriamoci costruirne altre. Migliaia di persone vivono all'ombra delle rovine delle loro case, affollando piccole tende insieme alle loro famiglie: decine di migliaia di persone rimaste senza un tetto, e alle quali il mondo non si interessa più. Dopo la conferenza dei paesi donatori, svoltasi in pompa magna a Sharm el-Sheikh un mese e mezzo fa con la partecipazione di 75 paesi che hanno deciso di stanziare un miliardo di dollari per ricostruire Gaza, non è successo niente.

Gaza è assediata. Non ci sono materiali da costruzione. Israele e il mondo stanno dettando condizioni, i palestinesi sono incapaci di formare il governo d'unità che sarebbe necessario, i soldi e il cemento non si vedono e la famiglia Abu-Aun continua a vivere in una tenda. Anche i 900 milioni di dollari promessi dagli Stati Uniti sono rimasti sotto chiave. Non si sa se verranno mai tirati fuori. La parola dell'America.

Sono passati esattamente tre mesi da quella guerra tanto discussa, e Gaza è stata ancora una volta dimenticata. Israele non è mai stato interessato al benessere delle sue vittime. E adesso anche il mondo ha dimenticato. Due settimane senza neanche un razzo Qassam hanno spazzato via Gaza dai principali temi di discussione. Se gli abitanti di Gaza non si sbrigano e riprendono a sparare nessuno si interesserà più alle loro condizioni. Non è certo una novità, ma è un messaggio particolarmente rattristante e doloroso in grado di scatenare il prossimo ciclo di violenza. E a quel punto di certo non riceveranno aiuti, perché staranno sparando.

Qualcuno deve assumersi la responsabilità per il destino della famiglia Abu-Aun e di altre vittime come loro. Se fossero state ferite in un terremoto il mondo probabilmente le avrebbe aiutate a riprendersi molto tempo fa. Perfino Israele avrebbe mandato subito convogli di aiuti della ZAKA, della Magen David Adom, perfino dell'Esercito di difesa. Ma la famiglia Abu-Aun non è stata ferita da un disastro naturale, ma da mani e carne e sangue israeliani, e non per la prima volta. Dunque: nessun indennizzo, nessun aiuto, nessuna riabilitazione. Israele e il mondo sono troppo preoccupati per ricostruire Gaza. Sono rimasti senza parole. Gaza, ricordate?

Dalle rovine della famiglia Abu-Aun nasce una nuova disperazione. Sarà più amara di quella che l'ha preceduta. Una famiglia dignitosa di otto persone è stata distrutta, fisicamente e psicologicamente, e il mondo si tiene a distanza. Non dobbiamo aspettarci che Israele risarcisca le sue vittime o ricostruisca le case che ha distrutto, anche se sarebbe evidentemente nel suo interesse, per non parlare dell'obbligo morale, argomento che non viene nemmeno toccato.

Ancora una volta il mondo deve rimediare ai disastri compiuti da Israele. Ma Israele sta ponendo un numero sempre maggiore di condizioni politiche per fornire urgente soccorso umanitario. Ricorre a vuote giustificazioni per lasciare Gaza distrutta e per non offrire l'aiuto che Gaza merita e del quale ha disperato bisogno. Gaza è stata lasciata ancora una volta alle proprie risorse, la famiglia Abu-Aun è stata abbandonata nella sua tenda, e quando le ostilità riprenderanno sentiremo parlare ancora una volta della crudeltà e della brutalità... dei palestinesi.

di Gideon LEVY

Originale: Gaza, remember?

Articolo originale pubblicato il 19/4/2009
Traduzione di Manuela Vittorelli

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: 
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7462&lg=it

Pirati: verso una vera e propria guerra


Una nuova ondata di sequestri di navi e petroliere, circa trecento marinai nelle mani dei pirati, gli inseguimenti da parte di una cinquantina di imbarcazioni militari provenienti da Europa, Asia, Africa e Nord America, le prime cinque vittime, quattro pirati e un ostaggio, dopo la controffensive delle unità da guerra francesi e statunitensi. 
La campagna internazionale contro la pirateria che imperversa nelle acque del Golfo di Aden ha subito una drammatica escalation.L'evento più emblematico, seguito in diretta da centinaia di milioni di telespettatori, è avvenuto la domenica di Pasqua, quando i tiratori scelti dei Navy Seals , il corpo d'élite della marina Usa imbarcati sulla fregata lanciamissili 'Bainbridge', hanno ucciso tre pirati che navigavano a bordo di una scialuppa a largo delle coste somale. Nell'imbarcazione era tenuto prigioniero il capitano Richard Philipps, sequestrato dopo il fallito arrembaggio alla nave cargo 'Maersk-Alabama'. Un quarto sequestratore è stato fatto prigioniero dai marines e condotto sull'unità navale Usns Lewis and Clark, trasformata in vero e proprio carcere galleggiante per la detenzione 'provvisoria' delle persone sospettate di atti di pirateria. I militari Usa decideranno nei prossimi giorni se deportare il prigioniero in Kenya, paese con cui è stato sottoscritto un accordo che ricorda le 'extraordinary renditions' post 11 settembre, o se processarlo invece direttamente negli Stati Uniti.



Lo show può iniziare. Il sanguinoso blitz dei Navy Seals era un atto dovuto: la compagnia di navigazione statunitense Maersk Line Ltd. è infatti una delle più strenue sostenitrici di Africom, il nuovo comando istituito dalle forze armate Usa per le operazioni di guerra nel continente africano. Il 27 novembre 2007, questa società privata aveva organizzato un convegno dal titolo 'Africom: anticipare le richieste logistiche', invitando come relatore Dan Pike, direttore del team per gli affari africani del Dipartimento della Difesa Usa. 
La liberazione del capitano Richard Philipps è stata anche l'occasione perché il Pentagono portasse a termine la trattativa con la rete televisiva Spike Tv (legata a Mtv di Viacom), che si è aggiudicata l'esclusiva delle operazioni anti-pirateria della marina statunitense nel Golfo di Aden. Sarà così realizzato un vero e proprio reality show che si chiamerà 'Pirate Hunters: USN'(Cacciatori di pirati: la Us Navy") e che sarà seguito da due troupe che opereranno a bordo della nave anfibia San Antonio e della portaelicotteri lanciamissili Uss Boxer, nave ammiraglia della Combined Task Force 151 che presidia le acque del Corno d'Africa.Con l'acutizzarsi della crociata anti-pirateria, l'ammiraglio Mike Mullen che guida la flotta Usa anti-pirati, ha preannunciato che le forze armate rivedranno "globalmente e profondamente" le loro strategie operative. In discussione c'è l'ipotesi di estendere le azioni armate direttamente in territorio somalo, forti dell'autorizzazione deliberata recentemente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli esperti del Pentagono e della Nato suggeriscono poi l'uso di forze aeronavali 'miste', composte da portaelicotteri, fregate, unità più piccole e veloci per l'inseguimento delle imbarcazioni dei pirati, più un ampio dispositivo di forze aree, elicotteri e velivoli senza pilota. Verrebbe auspicato inoltre l'intervento diretto dei contractor privati nella prevenzione degli assalti e l'ampliamento delle 'difese passive e attive' delle navi cargo e delle petroliere, grazie all'installazione di armi 'non letali' come cannoni ad acqua, fili elettrici e apparecchiature laser ed acustiche che generano rumori dolorosi a lungo raggio.Dallo scorso 6 aprile le acque del Corno d'Africa sono perlustrate dalla fregata italiana 'Maestrale' con un equipaggio di 220 marinai, più gli incursori-subacquei del Comsubin e due elicotteri lanciamissili Ab-212. Nei piani originari del ministero della Difesa, la 'Maestrale' avrebbe dovuto operare nell'ambito dell'operazione navale dell'Unione europea 'Atalanta', sotto il comando dell'ammiraglio britannico Philip Jones. Dopo il sequestro del rimorchiatore italiano 'Buccaneer' con 16 membri di equipaggio, è stato però deciso che la fregata resterà sotto comando nazionale, mantenendo così massima autonomia d'azione nel caso in cui si decida un blitz per liberare gli ostaggi. Pare infatti che il comando della flotta europea volesse dislocare la 'Maestrale' all'imbocco del Golfo di Aden, allontanandola dal porto somalo di Lasqorei, nella regione autonoma del Puntland, dove la 'Buccaneer' è stata ormeggiata dai pirati. Sembra comunque che sia in corso una trattativa per il rilascio degli ostaggi della nave italiana in cambio di un riscatto.
L'ombra dei rifiuti tossici sulla 'Buccaneer'. Yusuf Bari Bari, ambasciatore della Somalia a Ginevra, ha dichiarato alla Bbc che "la gente del Puntland teme che le chiatte rimorchiate dalla Buccaneer trasportino rifiuti tossici". Ipotesi fermamente smentita da Silvio Bartolotti, manager della ditta di Micoperi di Ravenna, proprietaria del rimorchiatore sequestrato dai pirati. 
di Antonio Mazzeo

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