martedì 14 aprile 2009

Il mondo è in ginocchio. Appunti per non farsi incantare


Globalizzazione, esaurimento energetico, poche alternative, mistificazioni, perdita della sovranità monetaria e problemi ambientali: il mondo (e l’Italia) è in ginocchio. Appunti per non farsi incantare. E per non credere in false aspettative.

La fede non è cieca. È visionaria. Soprattutto in questo momento. E avere “fiducia” in un sistema che crolla, una Italia fallita e nessuna possibilità di ripresa, più che un atto di fede è ormai pratica disperata. Tolti i temi religiosi, considerato che in questo caso vogliamo parlare di cose tutt'altro che spirituali, è il caso pertanto di eliminare le credenze di qualsiasi tipo e attenersi ai fatti. Con due premesse, anzi tre.

La prima: eliminare i dogmi significa fare tabula rasa di quanti sino a ieri lodavano il mondo nel quale vivevamo e, dopo averci condotto al disastro attuale senza abbozzare la benché minima esegesi o critica, pretendono oggi di essere ascoltati ancora.



La seconda: ciò che ci apprestiamo a fare è la realizzazione di un mosaico composto da alcuni punti chiave sui quali riflettere; sui quali lasciamo a chi legge l'onere di trarre conclusioni. Con un suggerimento: razionalità. 

E ora la terza e ultima premessa: cerchiamo di arrivare a capire la situazione attuale per quella che è e soprattutto a pensare al futuro per quello che verosimilmente potrebbe essere. Non per quello che vorremmo o ci auguriamo che sarà. 

Va da sé che la cosa implichi realismo assoluto. Ebbene, è - o dovrebbe - essere chiaro ormai a tutti che siamo arrivati al countdown finale. Qualcuno, sappiamo per certo, bollerà quanto andiamo a scrivere come pessimismo cosmico e disfattismo. Non ci interessa. Siamo convinti di fare unicamente opera di puro - e salutare - realismo. Che è quello che serve, a meno di non pendere dalla labbra di personaggi come l'attuale Presidente del Consiglio, che a fronte della situazione intima agli italiani di lavorare di più e di avere fiducia nella ripresa dell'economia. Su quali basi non è dato sapere. Per chi si sottrae alla confusione mediatica, invece, è fin troppo facile mettere a fuoco i motivi per i quali avere fiducia nella ripresa del nostro modello di sviluppo ormai in crisi è non solo un atto, appunto, visionario, ma anche colpevole. Colpevole della propria sorte e di quella degli altri, in primo luogo dei nostri figli e nipoti. Così come è colpevole il silenzio di chi, venuto a conoscenza di dati tanto allarmanti quanto incontrovertibili, si ostina a non diffonderli. E dunque a mantenere la gente nell'ignoranza più totale.

C’è l’economia, al centro del nostro modello di sviluppo.
E per capirne il tracollo dobbiamo scrutare nei suoi meccanismi.
Come se si trattasse della scatola nera di un aereo precipitato.

Beninteso, La Voce del Ribelle è contro il nostro sistema di sviluppo in sé. Arrivati al punto in cui siamo non ci si può però esimere dall'entrare nel dettaglio pratico dei motivi per il quale sta crollando. E dei motivi per il quale non risorgerà. Globalizzazione, finaziarizzazione, tessuto industriale, perdita della sovranità monetaria, petrolio ed energie, ecosistema. Tutti ambiti collegati strettamente al fattore economico, come è inevitabile che sia, visto che al centro del nostro sistema di sviluppo, ormai in fase terminale, c’è proprio l’economia. Ed è al suo interno che si deve scrutare, come nella scatola nera di un aereo precipitato, per cercare di capire le cause che hanno portato allo stato attuale. Soprattutto per capire cosa non è lecito aspettarsi - ovvero in cosa è lecito non avere fiducia - al fine di prendere davvero coscienza della situazione. Centriamo il tutto sull'Italia, anche se tutti i temi, strettamente collegati tra loro, fanno parte ormai di una problematica mondiale.

Un sistema auto-divorante

Cosa che ci introduce subito al primo tassello del mosaico. Ovvero la globalizzazione. Partiamo da oggi e andiamo rapidamente a ritroso: oggi dobbiamo consumare per poter lavorare. Una volta era il contrario: si lavorava per poter consumare, ovvero per vivere. Non solo: oggi lavoriamo anche per coprire dei debiti di varia natura. La voracità del mercato e della natura intrinseca del sistema stesso ci ha imposto di consumare sempre di più, anche oltre le nostre possibilità. E dunque ricorrendo ai debiti, che sono principalmente di due ordini: economici ed ecologici, o meglio, ecocompatibili. 

Nella fase attuale ci troviamo nella situazione di chi ha speso molto più di quanto ha guadagnato e ha contratto talmente tanti debiti da non poter spendere nulla di più e anzi, da essere costretto a lavorare come uno schiavo solo per fare fronte ai debiti da saldare. E il conto è salato. Tanto salato da rendere impossibile che si arrivi ad estinguerlo. Non solo: la natura stessa di questo meccanismo, ovvero della ricerca del massimo profitto delle aziende, che si sono preoccupate solo di produrre al minor costo possibile, ha innescato, dalla rivoluzione industriale in poi, una lunghissima serie di reazioni a catena e di effetti collaterali che hanno precipitato la situazione mondiale in una selva di errori, alcuni dei quali irreparabili. Questi non hanno fatto altro che spingere il sistema stesso al collasso al quale ci stiamo rapidamente avvicinando. Ne sono testimonianza, tra le altre cose, i crescenti scontri civili in varie parti del mondo. 

Troppi nodi sono venuti al pettine. Tutti riconducibili a un unico, madornale errore: sviluppo infinito in uno spazio finito. È irritante, quasi inconcepibile, pensare a come tutto il nostro modello di sviluppo si fondi sulla responsabilità di chi ha basato i propri calcoli (e la sedicente "scienza" economica) su questo errore e ci ha portato allo stato attuale per non aver compreso (o peggio, tenuto nascosto) un assunto da prima elementare: dato uno spazio finito quanto potrà crescere al suo interno un contenuto?

Ancora di più è incredibile come si sia potuto nascondere a miliardi di persone una verità tanto elementare. Naturalmente parliamo delle persone che vivono all'interno di questo modello, non già di chi lo subisce sotto forma di guerre e sfruttamento. Soprattutto, è incredibile come una quantità così piccola di persone abbia potuto sprofondare il mondo intero in questo stato. E come tutti si siano fatti docilmente conquistare e ridurre in schiavitù senza ribellarsi. Comprati - letteralmente - da promesse fasulle su un futuro impossibile, elettrodomestici a basso costo e mignotte da teleschermo.

Non è un caso che chi invece aveva colto l'assurdo del nostro modello sia stato messo a tacere attraverso l’oblio e l’ostracismo. Che si tratti di intellettuali, politici, scienziati o saggisti, chiunque abbia tentato di far capire l'errore di fondo è stato silenziato per non disturbare i gruppi di potere, i manovratori dei fili, nel raggiungimento del loro intento. Mediante la commistione dei poteri economico-politico e mediatico si è riusciti a sabotare, quasi del tutto, qualsiasi pensiero non conforme. Entrare in possesso, ovvero avere accesso a dati scientifici e prodotti intellettuali fuori dalla logica attuale, pertanto, è stato ed è compito non facile. Preclusi ai più, questi testi fortunatamente filtrano in piccola parte attraverso saggisti, intellettuali, giornalisti ed editori indipendenti - nel senso letterale del termine - e coraggiosi. E attraverso la "luce" che ogni tanto si accende nella mente delle persone. Sopra a tutto, e in particolare oggi, l'esigenza di accedere a tali dati per confermare le proprie intuizioni in seguito agli effetti che viviamo della caduta dell'industrialismo e dell'economicismo, apre nuove possibilità di conoscenza. Che devono essere perseguite.

La crisi attuale è esplosa per una congerie di motivi tra loro collegati, e tutti riconducibili all'errore primigenio. Sopra a tutti l'esplosione (dagli effetti non ancora manifestati del tutto) dell'ultimo stadio di questo diabolico dogma, ovvero la finaziarizzazione. Il tentativo di creare ricchezza dal nulla - letterale - e di moltiplicarla esponenzialmente senza considerare gli effetti reali di una speculazione avvenuta su binari virtuali. Ovvero falsi, inesistenti, puro esercizio grafico su fogli di carta. Dai reali, questo sì, effetti devastanti sull'economia e la vita vissuta. 

Su quest'ultimo punto non è il caso di tornare sopra. A meno di essere totalmente incoscienti si ha oggi una percezione più che nitida dello stato delle cose. Ciò che si fatica ancora a vedere e a mettere in prospettiva, sono invece altri fenomeni collegati, i quali sono poi quelli che dovrebbero indurre a capire perché il richiamo alla fiducia nella ripresa di questo sistema dovrebbe essere considerato come un crimine contro l'umanità. Il nostro sistema si basa sullo sfruttamento. Di risorse umane e naturali. E produce dei "rifiuti". Umani e naturali. I quali sono arrivati oggi a dei punti di non ritorno.

Energia? Esaurita

È iniziato il conto alla rovescia riguardo l'energia. Il petrolio, materia prima che ha permesso l'espansione del capitalismo industriale, sta finendo. Malgrado le poche scoperte annuali di nuovi giacimenti, e malgrado le guerre di conquista dei territori che ne contengono in maggiore misura, la curva di produttività sta rapidamente scemando. Stiamo raggiungendo, peraltro, la curva di rendimento. In parole molto semplici: tra poco per ogni barile di petrolio estratto dovremo impiegarne un altro per estrarlo. 

Mentre è facilmente comprensibile - o dovrebbe esserlo - capire cosa questo comporti a livello globale, altrettanto non si può dire di chi si ostina a credere a fonti di energia alternative. Qualcuno ipotizza di iniziare a depredare nuovi giacimenti di carbone. Qualcuno sostiene il nucleare. Qualcuno addirittura l'idrogeno.

Partiamo da quest'ultimo. Prima mistificazione: l'idrogeno è una fonte di energia. Sbagliato. L'idrogeno è un vettore di energia. È un elemento che non esiste allo stato naturale. Per procurasi l'idrogeno si deve ricorrere ad altre fonti di energia. Vero è che una volta bruciato (calore o conversione energetica) si produce come scoria solo innocuo vapore acqueo, ma il problema è a monte: per estrarlo e lavorarlo si devono usare processi chimici ed elettrolisi. E dunque elettricità. E siamo da capo. L'energia necessaria per produrlo è superiore a quella che si ottiene a processo finito. 

Rispetto alle energie alternative è in corso una seconda farsa: non si tratta di alternative ma di derivative. Senza considerare il punto cruciale ulteriore, che ci porta dritti e rapidamente a un altro aspetto. Le scorie, i rifiuti. 

È iniziato il conto alla rovescia per il nostro pianeta. E sempre per effetto del vizio originario. Le scorie che produciamo non si eliminano, ma si accumulano. I materiali che estraiamo e i sistemi con i quali deprediamo il pianeta non sono infiniti. Stanno finendo. Ma mentre per il secondo punto le conseguenze non sono ancora arrivate al punto zero, per il primo abbiamo già compromesso molto di ciò che avevano a disposizione. Ciò che bruciamo finisce nell'atmosfera, nei nostri polmoni, nel cibo che mangiamo, nell'acqua che beviamo, nei mari. L'era dell'automobile è finita. Solo in un mondo folle si poteva pensare che fosse normale passare due ore al giorno nel traffico per andare al lavoro senza che questo aspetto avesse un impatto psicologico sulla qualità della vita e uno fisico sull'inquinamento. 

La via d'uscita non è quella di trovare una nuova fonte di energia, con gli inceneritori (solo nel nostro paese, pelosamente, vengono chiamati termovalorizzatori che non valorizzano proprio nulla, ma semplicemente inceneriscono i rifiuti per volatilizzarli nei nostri polmoni e nel terreno che coltiviamo e sul quale alleviamo). E non è nemmeno nel nucleare, che è una tecnologia incompleta, visto che produce scorie dannosissime per le quali ancora oggi non è stato trovato un sistema di smaltimento sicuro e definitivo oltre al problema dell’uranio, che anch’esso, prima o poi finirà. Stesso dicasi per altri fonti energetiche che bruciano qualcosa (carbone, legno...) e che immettono nell’aria altri rifiuti. 

L'unica prospettiva realistica pertanto è quella di consumare meno energia. Ovvero di usare quella che non produce scorie (sole, vento) ma a patto di tenere bene a mente che questo tipo di energia non sarà mai sufficiente a mantenere il consumo attuale. Il che significa averne a disposizione molta meno di quella che abbiamo utilizzato sino a ora depredando la terra, inquinando le nostre vite e modificando il nostro pianeta. Dunque, si tratterà di cambiare sensibilmente il proprio stile di vita. E di fare i conti con chi, pur di non modificarlo, continuerà a uccidere la terra e il futuro dei propri figli.

“Tessuto industriale”. Per cosa?

È iniziato il conto alla rovescia, peraltro, del tessuto industriale, soprattutto di quello invischiato nel gioco globale. E non solo per i motivi energetici che abbiamo visto. Ma anche per altri due motivi: da una parte il fatto che la merce ha saturato le umane possibilità di accumulo e acquisto; dall'altra parte per il fatto che il nostro Paese, perdendo posti di lavoro in seguito alla delocalizzazione delle aziende verso mercati con un costo del lavoro più basso e nessuna regola contrattuale, non è più in grado di consumare, né di fare debiti per continuare a farlo.

Con una popolazione impoverita, fiaccata da precariato e disoccupazione, schiacciata dai debiti già contratti e senza possibilità di farne altri, come si può sperare in una ripresa industriale?

L'errore delle aziende è stato proprio quello di non comprendere che la delocalizzazione ha permesso sì a loro di ridurre i costi e massimizzare i profitti sul breve termine, ma allo stesso tempo ha ridotto le possibilità di acquisto (ovvero il denaro che i lavoratori erano in grado di spendere dopo averlo guadagnato) di chi poi avrebbe dovuto comperare. Produrre altrove e ridurre la forza lavoro in Italia ha contribuito a bloccare il circuito, falcidiando la capacità di acquisto proprio nello stesso luogo in cui la merce prodotta altrove tornava per essere venduta. Senza considerare la provenienza indiscriminata di altri prodotti da parte di altri Paesi (vedi la Cina), a costo ancora più basso. Con lo sfruttamento assoluto del presente si è finito col bruciare tutto il futuro possibile.

Ora, realisticamente, con una popolazione impoverita, fiaccata dal precariato e dalla disoccupazione, con debiti economici già contratti e dunque nessuna possibilità di acquisto, come è possibile sperare in una ripresa del tessuto industriale? Chi comprerà cosa? E con quali soldi?

Stato italiano: economicamente fallito

È iniziato il conto alla rovescia per lo Stato italiano nel suo insieme. E la causa principale ha la data di un evento preciso: quello della perdita della sovranità monetaria. Aspetto economico e politico al tempo stesso. 

Molti ancora non si rendono conto di questo meccanismo. Il che non è strano, considerata la difficoltà dell'argomento. Lo approfondiremo in altra circostanza, ma ora in un periodo o due cerchiamo di impostare il tema. 

Logica vorrebbe che uno Stato sovrano fosse padrone della propria moneta. Cioè che i cittadini italiani stessi fossero padroni della propria moneta. Ovvero che un istituto statale preposto alla cosa stampasse moneta secondo le esigenze interne e, soprattutto, in base a un controvalore certo. La Banca d'Italia, in teoria, dovrebbe essere questo organismo. E molti ancora oggi credono che sia così.

Accade invece una cosa assurda: la Banca d'Italia non è un organismo statale, ovvero degli italiani. La Banca d'Italia è un istituto privato - ovvero posseduto da pochi privati - nella fattispecie una Spa, per giunta controllata da altre banche anch'esse private (come IntesaSanPaolo, Unicredit e Capitalia) le quali hanno, come in tutte le società per azioni, il solo scopo di guadagnare (ancora: guadagno privato). Dunque di non servire a una funzione pubblica.

Ancora, e più importante: la moneta attualmente in circolazione nel nostro Paese non è nostra. Ma ci è stata prestata. Da chi? Dalla Banca Centrale Europea. 

La cosa è evidente: se il popolo è sovrano - la nostra Costituzione questo dice... - perché mai dovrebbe essere costretto a chiedere in prestito la moneta? In prestito si chiede una cosa che non è propria. Appunto. Inoltre, ed ecco che il cerchio si chiude, come tutte le cose in prestito, anche la moneta si deve rendere. Con un interesse.

Ergo, la moneta che la Bce - attenzione: banca privata anch'essa, ovvero posseduta da pochi privati - è stata "autorizzata" a stampare e far circolare nella Unione uropea e della quale ha monopolio assoluto (ovvero è l'unica moneta accettata legalmente) viene prestata allo Stato italiano. Il quale la deve rendere con un interesse.

Come avviene la cosa? Lo Stato italiano ha bisogno di denaro; la Bce lo stampa e glielo conferisce dietro l'emissione di titoli di Stato (praticamente delle cambiali) che lo Stato italiano si impegna a onorare, ovvero a pagare, con la maggiorazione di un interesse. A chi? Alla Bce. Ai privati che posseggono la Bce.

Una volta che i Titoli di Stato arrivano a scadenza, lo Stato italiano deve onorarli, ovviamente maggiorati dell'interesse. Ebbene, attenzione: gli interessi gravano in misura decisiva sul nostro debito pubblico. Debito pubblico del quale sentiamo parlare in ogni trasmissione televisiva senza avere mai spiegazione in merito ai motivi reali della sua provenienza. E senza che uno straccio di conduttore si premuri, come deontologia professionale vorrebbe, di chiedere al politico di turno di spiegare la cosa.

Riepiloghiamo: un gruppo di soggetti privati è autorizzato a stampare denaro, lo presta a tutti noi a fronte di un interesse, decide quanto deve darcene e decide a quale tasso darcelo. 

E attenzione: i conti dell'Italia sarebbero a posto. Il bilancio primario del nostro Paese, ovvero la differenza tra le entrate tributarie e le spese dello Stato (stipendi dipendenti pubblici, servizi eccetera) è ampiamente superiore allo zero. Il che significa che è in attivo, non fosse che per quanto abbiamo detto. Come mai allora abbiamo uno dei più alti debiti pubblici del mondo? Tirate voi le somme.

La domanda alla quale rispondere per leggere un po' il futuro è dunque la seguente: visto che attualmente lo Stato italiano non riesce a pagare non solo gli interessi, ma neanche gli interessi sugli interessi, e vista la situazione produttiva del nostro Paese, la perdita dei posti di lavoro e la impossibile speranza di vederli ricomparire secondo il sistema di sviluppo precedente alla crisi, quale possibilità razionale c'è anche solo di ipotizzare il sistema con il quale pagare tali debiti. E quando? Basteranno i nostri figli? O i figli dei figli dei nostri figli?

Fiducia in cosa, dunque?

Sapete cosa può - temporaneamente - fare finta di salvarci? Un'altra bolla. Un'altra speculazione. Un altro spostamento in là dei nodi attualmente al pettine. Il mercato, i padroni del vapore faranno di tutto per inventarsela. E i media ufficiali, che ai signori sono collegati, faranno di tutto per non raccontare le cose come stanno e per coprire per l'ennesima volta lo stupro sistematico dei cittadini.

Aspettare una nuova bolla - sia pure senza considerare quanto abbiamo detto in merito al petrolio, all'energia e ai problemi ecologici dietro l'angolo - equivale però a dire che non si tratta di un salvataggio. Ma di uno spostamento nel tempo dello schianto. Una dilazione che non farebbe altro che peggiorare la situazione, peraltro. Caricando le generazioni - attenzione: non quelle che sopravverranno tra qualche secolo, ma già quella attuale e quelle immediatamente successive - del conto che nel frattempo si sarà gonfiato ancora di più a dismisura.

Cosa aspettarsi? Immaginatelo voi stessi. Con un suggerimento di metodo, però: seguite la logica e il ragionamento. Pensate a cosa può accadere, non a cosa vorreste che accadesse. Tanto meno a cosa ci dicono che accadrà. Insomma, ragionate con la vostra testa e non fatevi abbindolare dai richiami di politica e media: esattamente quei richiami che hanno portato (per molti inconsapevolmente, per altri colpevolmente) allo stato attuale delle cose. La prossima volta proveremo a ipotizzare il momento zero. Perché ci aspetta e va pertanto affrontato. Con forza, onore e dignità. Certo, cambiando sensibilmente le proprie abitudini. 

Sul prossimo numero proveremo a ipotizzare qualche azione da intraprendere - e da subito - per non farci trovare del tutto impreparati nel momento in cui i processi che abbiamo delineato arriveranno a compimento.

Valerio Lo Monaco

Jobs lavora a un nuovo gadget


SUBITO una precisazione: ci apprestiamo a scrivere di rumor, ragionando quindi su semplici indiscrezioni. Ma ne vale la pena perché al centro si trova un nuovo misterioso prodotto della Apple e perché stavolta a parlare di una prossima, possibile, creatura della casa di Cupertino è il Wall Street Journal

Ecco la novità del giorno. Il 54enne Steve Jobs, che per curarsi ha ceduto fino al 30 giugno il comando dell'azienda a Tim Cook (e secondo il WSJ non vede l'ora di ritornare al lavoro), non se ne sta certo con le mani in mano. Tutt'altro. Il fondatore della Apple - scrive il Wall Street Journal - sta seguendo personalmente diversi progetti tra cui quello di una nuova periferica definita dal giornale "più piccola di un portatile ma decisamente più grande di un iPhone o un iPod touch". Non male, se si pensa a tutto quello che già sono in grado di fare i due popolari dispositivi. 

Ma andiamo con ordine. Tempo fa proprio Jobs aveva detto che il mercato dei netbook - i mini notebook con prezzi generalmente al di sotto dei 400 euro - non era fatto per la Apple. Questa la sostanza, confermata nei fatti. Tant'è che finora il prodotto pensato nel segno della massima portabilità, il Macbook Air, non accetta compromessi nell'hardware e quindi nemmeno nel prezzo visto che costa 1700 euro. 

La strada potrebbe essere un'altra, anche più suggestiva. Tanto per cominciare: la Apple di recente si è confermata per il quinto anno consecutivo l'azienda più innovativa del pianeta, secondo la classifica redatta da BusinessWeek in collaborazione con il Boston Consulting Group. Come potrebbe smentirsi proprio adesso? Proviamo quindi a immaginare questo nuovo prodotto aiutandoci anche con le libere creazioni dei designer della rete e con quanto si desume dalle tracce che gli appassionati sono certi di aver scovato tra le righe di codice del software della mela.Le ipotesi su questa "cosa" potrebbero convergere e prendere forma di un oggetto che al momento non esiste: una sintesi di alto profilo stilistico-operativo tra un notebook e un tablet pc, ovviamente nel segno del touchscreen. Un oggetto dalla portabilità estrema, una sorta di tavoletta da usare in punta di dita per fare molte cose: navigare, scrivere, videochattare, giocare e, volendo, anche telefonare. Il tutto con il sistema operativo, OSX, più vicino all'iPhone che non ai Mac. 

E ancora: dall'Oriente arrivano altre voci di una fornitura di videocamere da 3,2 megapixel (di cui dovrebbero essere dotati i nuovi iPhone previsti per questa estate) e, pare, di un'altra di camere da 5 megapixel destinata a un nuovo dispositivo che sarebbe in rampa di lancio prima di Natale. Che si tratti proprio di questo table-netbook? Mai dire mai. 

Segnali di questo dispositivo misterioso, tra l'altro, si troverebbero anche nel firmware prossimo venturo dell'iPhone, il 3.0, dato in arrivo per giugno. Insomma, come si dice in questi casi, non resta che aspettare. Quanto al prezzo (sempre che le indiscrezioni vengano confermate), meglio non farsi illusioni: la specialità di Apple è quella di spostare in avanti i limiti dell'innovazione. Che, come si sa, non va poi tanto d'accordo col low-cost. 

Alberto Fujimori: i prolet amano il padre buono e "corrotto"


Juana è la coordinatrice di un Comedor popular in un Asientamiento del Distretto di Ate, all'estrema periferia est di Lima. Cinquantadue anni, è venuta nella capitale da una comunità quechua della zona centrale delle ande peruviane a metà degli anni '80, quando il terrorismo cominciava a farsi sentire e i militari con la repressione pure. Sposata giovanissima, separata e quindi madre sola, ha allevato i tre figli vendendo caramelle e dolcetti agli incroci delle strade di Lima. Adesso i figli sono ormai grandi, ma un vero lavoro non l'hanno mai trovato. Due vivono ancora con lei, insieme alle compagne e ai rispettivi figli, due, ancora molto piccoli. La casa di Juana, arrampicata su una pendice polverosa tipica dei cerros, cioè le montagne della precordigliera alla periferia nord est di Lima, è in realtà una baracca di due stanze costruite con assi di legno, non più di 40 m2 in tutto. Il pavimento è in terra battuta e il tetto di lamine di zinco ormai arrugginite. Niente acqua potabile. Un buco per terra evidenziato da tre pali con intorno una plastica azzurra ormai scolorita dal sole è la latrina. Juana si occupa della casa e si prende cura dei nipoti, mentre i figli e le loro compagne hanno ereditato la professione di vendita ambulante di dolcetti per le strade di Lima. Tra tutti portano a casa, la sera, tanto fumo dei tubi di scappamento delle macchine nei polmoni e pochi spiccioli che servono solo a non morire di fame. Questa è la vita di Juana, della sua famiglia, e del 70 percento degli abitanti di Lima. Le speranze di un futuro migliore, sinceramente, scarseggiano. Eppure Juana sostiene Fujimori a spada tratta.Botta e risposta. In questi giorni, alla nostra domanda "Perché sostieni tanto el Chino?", il suo viso generalmente triste e rassegnato, come solo le popolazioni andine riescono a somatizzare, si ravvivava. Non bastava ricordarle: "Dai Juana, sinceramente, come fai a difendere Fujimori, che oltre ad aver usato mezzi terribili per combattere il terrorismo, ha portato fuori dal paese per sé e per i suoi soci milioni di dollari rubati al popolo, con privatizzazioni selvagge e abusi di ogni tipo. Fujimori ha lasciato un paese economicamente in ginocchio e indebitato. Ha lasciato te e i tuoi figli nella povertà di sempre. Quando ha visto la mala parata se l`è data a gambe levate in Giappone. Perché difendere lui e non sperare in un miglior Presidente per il Perù?". Juana, convintissima, rispondeva: "Se lui ha rubato ha fatto come tutti i presidenti venuti prima e dopo. Qui i presidenti hanno sempre rubato. Se ha ucciso per combattere il terrorismo, fatto sta che il terrorismo non c'è più. Quello che so è che prima di Fujimori io non avevo mai visto un presidente. Nessuno si era mai degnato di venire a visitarci. Lui è venturo spesso. Io l`ho incontrato almeno tre volte, passeggiava con noi per le strade del quartiere, ascoltava i nostri problemi". "Sì, va bene - intervenivamo noi - vi ha ascoltato e poi?". Ma lei ribatteva: "Gli abbiamo chiesto la scuola, ed eccola lì". Gli abbiamo chiesto una tazza di latte per la colazione dei bambini e ce l'ha dato. Non ci ha dato tutto, ma qualcosa abbiamo avuto. Non sarà molto, ma è più di quanto ci hanno mai dato gli altri".Dietro l'apparenza. Non è bastato spiegare a Juana che in realtà la scuola e il centro medico del quartiere, che effettivamente sono dell'epoca di Fujimori, sono costati il doppio di quello che dovevano e, dopo poco più di 10 anni, sono già fatiscenti. Non è bastato sottolineare che la spesa per l'educazione con Fujimori è diminuita e le medicine nel centro medico sono state quasi sempre una chimera. La signora ci guardava perplessa e ricominciava: "Sì, ma prima non avevamo neppure le strutture e nessuno si degnava di ascoltarci. C'erano colonne di senderos che scendevano dalla montagna gridando i loro inni e noi avevamo paura. Con Fujimori anche questi sono andati via. Ha fatto comunque, per me, più degli altri. Per questo, nosotros queremos el Chino".Il processo. Questo il contesto sociale in cui si è svolto il processo a Fujimori. Per questo non è stato facile. Si trattava di un processo storico: per la prima volta nella storia moderna un presidente civile, democraticamente eletto, veniva accusato di crimini contro l'umanità nel suo paese. Processi simili erano già avvenuti, ad esempio con i militari argentini o con Pinochet in Cile, ma in questi casi si trattava di militari giunti al governo con un golpe e di processi realizzati un tempo opportuno dopo l'uscita dal potere. La situazione nel caso del processo Fujimori, invece, è molto diversa. La grande capacità e il coraggio dei giudici, della procura della repubblica, degli avvocati difensori e dei familiari delle vittime nella gestione dell`intero processo sta nel fatto che Fujimori e il suo movimento hanno ancora un grande consenso politico e popolare nel paese. Non era facile, in queste condizioni, arrivare a ricostruire una verità storica, senza prove evidenti e tangibili: ovviamente l'ordine di omicidio non si dà per iscritto.Le inchieste. La contraddittorietà della situazione emerge chiaramente dalle inchieste realizzate negli ultimi mesi. Se da una parte, infatti, il 70 percento della popolazione peruviana considerava Fujimori colpevole dei delitti per cui era processato, un buon 30 percento, con una predominanza dei ceti popolari, lo considerava invece innocente. Un`altra inchiesta recente manifestava aspetti ancora più paradossali: alla domanda "Quel è stato il migliore presidente del Perù negli ultimi 30 anni?", oltre il 60 percento della popolazione ha indicato Fujimori. Perchè? Aveva eliminato l'inflazione (2.800 percento annuale nel 1989); era l'unico presidente che si ricordava "dei poveri" (costruendo scuole e centri di salute, appunto) e perché aveva "battutto" il terrorismo (70.000 morti tra il 1980 e 2000 secondo la Commissione della Verità e Riconciliazione).
Risposte date da gente a cui non è importato andare oltre i dati, solo parzialmente veri, ma ormai impressi nella memoria storica collettiva di una fetta importante della popolazione peruviana. 
Risultato, questo, di un sistematico metodo di controllo psicologico e sociale applicato dal governo dell`ex presidente Fujimori e ancora non totalmente rimosso.Il bastone e la carota. Il Fujimorismo, il movimento fondato da Fujimori che oggi ha nei due figli Keiko Sofia, poco più che trentenne, e Kenyi, poco più che ventenne, gli eredi "politici" designati dal padre nell`arringa finale del processo, risulta in testa alle intenzioni di voto per le prossime elezioni politiche peruviane del 2011. Della realtà, per quanto assurda, di questa situazione qui abbiamo prove dirette e tangibili. Spesso infatti discutiamo dei governi del Perù e in particolare di quello di Fujimori con le signore come Juana, che vivono negli Asientamientos Humanos(quartieri periferici urbani marginali) di varie zone di Lima, dove realizziamo i progetti di Terre des Hommes Italia. La maggioranza di loro - molte sono donne leaders e con grandi capacità organizzative - sostengono Fujimori a spada tratta.

In effetti Fujimori sino ad oggi aveva vinto su tutta la linea, scoprendo un metodo per governare impeccabile: il bastone e la carota. Mantenere l`alleanza strategica con i militari, grandi imprenditori ed organismi multilaterali e raccogliere la simpatia politica dei ceti popolari storicamente esclusi dal sistema, attraverso metodi di populismo assistenziale diffuso che la popolazione ha pagato con lacrime e sangue, senza però rendersene conto. Anche perché di lacrime e purtroppo anche di sangue questo paese è lastricato.

E Juana? Con la sentenza di oggi però il ciclo potrebbe essersi interrotto. Oggi per coloro che credono nella forza della ragione e della giustizia è un giorno di festa. Per questo ringraziamo i giudici peruviani e le famiglie delle vittime del sistema di potere Fujimorista che hanno lottato con costanza e sacrificio per dare forza alla ragione e ragione alla giustizia. Ma chi glielo spiega a Juan?

di Mauro Morbello

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/15076/Eppur+lo+amano


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