lunedì 13 aprile 2009

Il declino dell'impero statunitense


Potrebbe non essere percepito come ovvio al giorno d'oggi, sicuramente per via del modo in cui i media riportano la situazione, ma il 13 marzo 2009 sarà molto probabilmente visto dai futuri storici come l'inizio di un inesorabile declino dell'imperialismo statunitense. In questo giorno il premier cinese Wen Jiabao annuncia la preoccupazione da parte del suo paese per l'oltre 1 miliardo di dollari di azioni in titoli del tesoro statunitense e chiede che gli Stati Uniti garantiscano alla Cina il mantenimento del credito e che vengano “onorate le promesse”, e pretende di essere rassicurato a proposito della “sicurezza degli asset cinesi”.

Non c'è modo per cui gli Stati Uniti possano accontentare il Premier Wen e continuare a finanziare e a mantenere operativo un sistema militare globale con più di 1000 basi oltreoceano, enormi gruppi tattici di portaerei e con centinaia di migliaia di uomini e donne armati fino ai denti con le ultime attrezzature militari più high-tech. Tutto questo senza menzionare le guerre senza fine che, da tempo, porta avanti dall'altra parte del globo.

La Cina sta togliendo il terreno da sotto ai piedi del dominio globale militare statunitense durato sei decadi. Non è una coincidenza che il weekend precedente all'affermazione fatta da Wen, un vascello cinese abbia aggredito la "Impeccable", una nave dell'intelligence statunitense che operava nel mare a sud della Cina.

La minaccia implicita nel commento apparentemente moderato di Wen è che se gli Stati Uniti non dovessero riuscire a dare un taglio alla loro spesa in disavanzo, rimettendo in sesto la situazione economica (il che significherebbe ridurre drasticamente la qualità della vita americana e diminuire le esorbitanti spese militari) la Cina taglierebbe semplicemente i finanziamenti al disavanzo americano, forniti con l'acquisto di Titoli di Stato statunitensi, un'azione che di per sé causerebbe il collasso del dollaro e di ciò che rimane dell'economia statunitense.

Il declino economico e militare degli Stati Uniti non è certo una cosa che può verificarsi dal giorno alla notte, poiché la Cina deve continuare a vendere la sua manodopera al mercato statunitense (il più esteso al mondo) e per farlo, deve continuare a ri-immettere i dollari spesi in beni di manifattura cinese sul mercato statunitense, il che finora si è tradotto con l'acquisto di titoli del debito pubblico.

Tra gli altri modi per riciclare i dollari verso il mercato statunitense vi è l'investimento in asset propri degli Stati Uniti. Finora, la Cina ha fatto ciò cautamente, anche per evitare l'insorgere di complicanze di ordine politico all'interno degli Stati Uniti. L'acquisto di titoli di capitale è sempre avvenuto tramite l'acquisizione di partecipazioni minoritarie, come è successo nel caso della Blackstone Group, una società di private equity. Ma se la Cina decidesse di smettere di finanziare l'enorme disavanzo statunitense, le cose potrebbero cambiare. La Cina potrebbe decidere di lasciar scendere il dollaro per avvantaggiarsi della caduta del valore degli asset statunitensi e iniziare a comprare gli Stati Uniti a poco prezzo.

Si parla già di compagnie automobilistiche cinesi che acquisiranno General Motors e Chrysler, e perché no? Potrebbero ottenere queste aziende, per non parlare della maggior parte delle banche nazionali, attualmente acquistabili per quattro soldi. Ma la Cina non ha nessun obbligo di limitarsi (né lo farebbe) a comprare compagnie morenti, ma potrebbe tranquillamente concedersi General Electric, Boeing e IBM, asset in agricoltura e miniere, compagnie petrolifere e giacimenti di petrolio.

Infatti, la Cina ha usato le sue riserve di valuta in Dollari e Euro, ottenute col surplus commerciale, per mettersi sotto chiave convenienti contratti a lungo termine per quanto riguarda il petrolio e altri beni critici. Questo non è che l'inizio. Sarebbe ironico e incredibilmente stupido se gli Stati Uniti dopo aver speso diverse centinaia di miliardi di dollari in prestiti, (che diventerebbero poi 3000 miliardi di dollari se considerassimo gli interessi maturati) lo avessero fatto solo per ottenere la conquista e il controllo dell'Iraq, con l'obiettivo di garantirsi il controllo del petrolio, dal momento che la Cina ha ottenuto gli stessi fini in maniera molto più pacifica e molto più economica, semplicemente comprando a mano a mano i contratti forniti.

E' plausibile oltretutto che l'India, la cui economia è anche più solida di quella cinese al momento, faccia lo stesso. Ne risulterebbe un vasto e permanente indebolimento degli Stati Uniti, poiché è inevitabile che l'economia di questa federazione diventi sempre più subordinata agli interessi dei suoi nuovi proprietari.

Vi è un'ironia deliziosa in tutto ciò, poiché gli Stati Uniti hanno fatto esattamente lo stesso per decenni con tutti i paesi in via di sviluppo di cui hanno comprato le industrie e le risorse, manipolandone e controllandone i sistemi politici a loro vantaggio e piacimento, sempre col supporto, e quando ritenuto opportuno, l'uso minaccioso della sua potenza militare.

Ora, quelli che una volta erano i potenti Stati Uniti (ricordate il “world’s lone superpower” di Dick Cheney e il “New World Order” di George H.W. Bush?), adesso si ritrovano a implorare le Cina di lasciare in pace le loro navi da guerra, ridotti a un mendicare privi di ogni dignità, come esternato da una delle prime dichiarazioni di Hillary Clinton in veste di Segretaria di Stato in cui chiedeva alla Cina di continuare a comprare i titoli statunitensi.

Dal punto di vista della maggioranza della popolazione mondiale, che ha vissuto per troppo tempo sotto la dittatura statunitense, questo è tutto positivo, ma costringere la "nuova Roma" a ritirarsi all'interno dei suoi stessi confini, potrebbe risultare positivo anche per noi, cittadini americani, che abbiamo sempre dovuto pagare per tutte queste avventure militari in nome dell'impero e del profitto aziendale, con il nostro sangue e le nostre tasse.

Il nostro problema, comunque, è che tutte queste meritate rivalse militari ed economiche saranno accompagnate da un'amara dose di realtà quotidiana che vedrà il livello della nostra qualità della vita scemare. Finché Cina, India e tutti i paesi produttori di petrolio hanno voluto acquistare Titoli di Stato americani per finanziare tutti i nostri eccessi multi-generazionali, è stato possibile per il governo statunitense continuare a mantenere tutti noi cittadini grassi e felici, creando una serie di bolle economiche, alzando i nostri salari e il valore delle nostre case a livelli assurdi, mentre i tassi d'interesse rimanevano rassicurantemente bassi e il Dollaro, valuta di riserva del mondo, rimaneva abbastanza alto da permetterci di continuare a comprare i beni la cui produzione veniva progressivamente spostata oltroceano.

Improvvisamente però, con questa breve asserzione, il Premier cinese Wen ha reso evidente quanto non siano più gli Stati Uniti a tenere le redini. Nessuno lo dice forte qui in America ma, dietro le quinte, è palese quanto la politica economica statunitense sarà dettata d'ora in poi dai governi con sede a Pechino, Tokyo, Nuova Delhi e Brasilia. Gli stessi posti che avranno sempre più potere decisionale sulle modalità e sull'eventualità dell'uso del nostro, un tempo "magno", potere militare.

Considerata la storia del nostro secondo dopoguerra, non può essere una cosa negativa.

Dave Lindorff è un giornalista e colonnista di Philadelphia. Il suo ultimo libro è: "The Case for Impeachment" (St. Martin's Press, 2006, ora disponibile in edizione tascabile). Contatto:dlindorff@mindspring.com

Titolo originale: "Who's Calling the Shots Now?"
Traduzione di RAMONA RUGGERI
Fonte: http://www.counterpunch.org/

Nabucco il progetto per l'Europa


Il progetto di costruzione del gasdotto Nabucco diventa sempre più importante per l'Europa, in particolare dopo la guerra in Georgia e la crisi del gas con l'Ucraina
Da Baku, scrive Leila Alieva* 
La produzione e il trasporto di petrolio e gas naturale dal bacino del Mar Caspio hanno sempre rappresentato un tema fortemente connotato politicamente. L'intensità degli intrighi geopolitici sviluppatisi intorno alle risorse del Caspio sono il risultato di molti fattori: i cambiamenti post-coloniali negli equilibri di potere, una nuova fase nella competizione per le risorse tra le potenze regionali, il coinvolgimento in questa competizione di attori extraregionali come l'Europa, gli USA e la Cina, e il tentativo della potenza energetica precedentemente dominante – la Russia – di mantenere le proprie posizioni. Le tensioni che circondano il progetto del gasdotto Nabucco riflettono un nuovo stadio di questa competizione. Nabucco è un progetto alternativo di gasdotto, che trasporterebbe in Europa le risorse di gas naturale del bacino del Caspio. Nato nel 2002, il progetto prevede la costruzione di un condotto che attraverserà l'Azerbaijan, la Georgia, la Turchia, la Bulgaria, la Romania, l'Ungheria e l'Austria. La maggior parte del tracciato passerebbe per la Turchia – 2.000 km sui 3.300 della lunghezza totale del condotto. 

È un progetto ambizioso, non solo per i costi – 8 miliardi di euro, più del doppio del Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) costato 3,6 miliardi di dollari – ma soprattutto perché, e in questo è simile al BTC, è un progetto che ha un significato strategico, dato che bypasserebbe la Russia sfidando così la posizione dominante di questo paese per quanto riguarda le forniture di gas all'Europa, e diminuendo la dipendenza da Mosca del vecchio continente. 

Negli ultimi mesi, due eventi hanno rivelato la forte tensione esistente sul piano energetico: la guerra intrapresa dalla Russia contro la Georgia nell'agosto 2008 e la crisi del gas tra Russia e Ucraina. La guerra, oltre a evidenziare l'estrema sensibilità russa relativamente alla propria influenza nell'area del Mar Nero, e il carattere conflittuale delle relazioni tra Mosca e i due stati della “rivoluzione arancione”, non era indirizzata contro la sola Georgia. Il suo obiettivo era quello di colpire tutti quegli stati che nutrono aspirazioni verso la NATO. Inoltre, ha mostrato che il monopolio sulla produzione e sul trasporto del gas non è solo un obiettivo della politica estera russa, ma è anche uno strumento del suo dominio politico. Quando è scoppiata la guerra in Georgia, le azioni militari nelle immediate vicinanze dei porti petroliferi e dei gasdotti, e l'interruzione temporanea del flusso del petrolio attraverso l'oleodotto BTC - il progetto strategico occidentale - hanno indicato l'intenzione russa di contrastare l'idea che la Georgia potesse diventare il principale stato di transito dal Caspio all'Europa. Nelle parole di Kent Moors: “Ora Tbilisi ha davanti a sé il danno reale, e probabilmente irreversibile. L'immagine della Georgia come strada sicura per l'energia è stata distrutta” (v.: Georgia Conflict Obliges Export Route Reality Check, Caspian Investor, 21 agosto 2008 

Colpendo, con le azioni militari in Georgia, la sicurezza dei trasporti di petrolio e gas naturale, la Russia ha anche cercato di intimidire i suoi immediati vicini sulle rive del Mar Caspio, come l'Azerbaijan, il Turkmenistan e il Kazakistan, per impedire loro di partecipare a futuri gasdotti alternativi “ricattando” allo stesso tempo i partner europei, così da distoglierli da velleità di fonti e vie di trasporto energetiche alternative. 

Per sfruttare appieno la capacità del Nabucco, che è prevista in 30 miliardi di metri cubi all'anno, servirebbero infatti il gas del Turkmenistan e quello del Kazakistan, in aggiunta a quello azero dei campi di Shah Deniz, che riempirebbe il gasdotto solo ad uno stadio iniziale. La lotta per gli stati dell'Asia Centrale rappresenta dunque un nuovo stadio nella competizione per il controllo sulle forniture di gas. Gli intensi sforzi diplomatici della Russia, e in particolare le visite ad alto livello negli stati produttori di energia dell'Asia Centrale, quasi immediatamente dopo la guerra, sembravano mirate proprio ad "incassare" gli effetti di quella guerra. 

Non tutto è andato liscio neppure dall'altra parte – ad occidente del Caspio. La Turchia, in un primo momento, è parsa trarre vantaggio della sua posizione di paese di transito, cercando di collegarla al processo di integrazione europeo. Successivamente, considerazioni di carattere commerciale hanno però fatto rallentare i negoziati, dato che la Turchia voleva comprare il gas a un prezzo inferiore ai suoi confini orientali per rivenderlo rincarato al confine occidentale. 

La mancanza di unità all'interno della UE, dovuta alle relazioni energetiche bilaterali di Germania e Francia con la Russia, è stato un altro fattore che ha impedito la realizzazione di progetti comuni, dato che il Nabucco andrebbe a scontrarsi coi progetti russi di Nord Stream e South Stream. 

Tutti questi aspetti ricordano assai da vicino la situazione che si era creata negli anni '90 intorno al progetto dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, quando i partner regionali e dell'Occidente discutevano della possibilità di trasportare le ricche riserve petrolifere dell'Azerbaijan. In aggiunta alle esistenti vie passanti attraverso la Russia (la Baku-Novorossijsk) e la Georgia (la Baku-Supsa), i partner locali come l'Azerbaijan, la Georgia e la Turchia, insieme agli USA, insistettero per costruire un nuovo oleodotto che portasse il petrolio dal Caspio all'Europa, anziché rinnovare quello russo. Si scontravano due ordini di considerazioni, commerciali e politiche. Mentre alcuni paesi interessati dall'iniziativa erano riluttanti verso un dispendioso oleodotto che avrebbe irritato la Russia ed innalzato i rischi politici, gli stati del Caucaso, sostenuti dalla Turchia e dagli USA, premevano decisamente per un oleodotto che bypassasse la Russia. Il principio della diversificazione degli oleodotti, che a quel tempo compariva perfino sugli adesivi per automobili, “Felicità è... tanti oleodotti!”, divenne un popolare slogan e veniva visto come il modo migliore per diversificare i rischi connessi al trasporto del petrolio. Le discussioni dietro le quinte erano durissime, riflettendo non solo le divergenze tra i partner europei e americani sulla sostenibilità commerciale, ma anche le possibili conseguenze politiche del nuovo tracciato. 

Le attività a favore del BTC raggiunsero simbolicamente il culmine nella campagna organizzata dal noto giornalista Thomas Goltz, con un gruppo di motociclisti e di attivisti che trasportavano delle botti di petrolio lungo il percorso del futuro oleodotto, destinato a cambiare l'assetto geopolitico della regione. Certamente l'oleodotto non ci sarebbe mai stato senza l'impegno innanzi tutto del paese produttore – l'Azerbaijan – e degli stati di transito – Georgia e Turchia. Dato che ogni condotto energetico significa anche controllo geopolitico, per gli stati del Caucaso che avevano intrapreso la strada dell'integrazione con l'Occidente l'oleodotto era un importante strumento di consolidamento della propria indipendenza, innanzi tutto dalla Russia, e per legarsi all'Occidente. 

La situazione è simile nell'attuale dibattito sul gasdotto Nabucco, ma con alcune significative differenze. 

Il controllo sui gasdotti ha acquisito un maggiore significato per la Russia dopo la perdita del controllo sugli oleodotti. Il gas naturale, per la Russia, è rimasto l'ultimo strumento per esercitare il proprio monopolio energetico attraverso la compagnia statale Gazprom. Ciò significa che stavolta per la Russia la posta in gioco è più alta. 

Nella guerra con la Georgia, Mosca ha dimostrato che per proteggere i propri interessi ricorrerà a qualsiasi mezzo, incluso l'uso della forza. La risoluzione pacifica della crisi con l'Ucraina potrebbe indicare però la possibilità di un comportamento responsabile, nel caso che l'Europa sia unita nel difendere i propri interessi. 

Secondo, diversamente che nella questione del BTC, in cui gli interessi di Europa e USA erano divergenti, recentemente abbiamo assistito ad un avvicinamento delle due posizioni. Tra le varie conseguenze degli ultimi avvenimenti, inoltre, ve ne è una chiara: la Russia non è un partner affidabile per l'Europa nel campo della fornitura di gas. La posizione del Commissario europeo all'Energia, Andris Piebalgs, il 5 settembre scorso, ha mostrato chiaramente la lezione che l'UE ha tratto dalle azioni russe: “Alla luce della crisi georgiana, l'UE deve raddoppiare i propri sforzi per costruire il gasdotto da 12 miliardi di dollari Nabucco, e ridurre la sua dipendenza dalle importazioni dalla Russia” (v. Energy: Brussels told to pursue Azerbaijan pipe dream, David Gow, The Guardian, 5 settembre 2008). 

Infine, un maggior interesse dell'Europa nel gasdotto che attraverserà il Caucaso meridionale lega più strettamente il tema della sicurezza degli attori locali a quello dell'Europa. I due stati coinvolti – Georgia e Azerbaijan – pur con tutti i loro problemi di politica interna, sono ora attori più esperti, hanno sviluppato istituzioni più forti e più strette relazioni di partenariato con gli USA e l'Europa. Non da ultimo, la volontà politica dei tre – Azerbaijan, Georgia e Turchia - di costruire il Nabucco, è più strettamente legata alle loro aspirazioni europee. 

Eppure, nonostante le più ottimistiche prospettive che sono apparse per il Nabucco dopo che si è rivelata l'inaffidabilità della Russia, uno dei nodi cruciali – quello dell'impegno degli stati dell'Asia Centrale - rimane aperto. 

Pur con tutte queste complicazioni, il discorso dell'attuale presidente dell'UE, il primo ministro della Repubblica Ceca, Mirek Topolanek, durante la recente visita a Baku, ha confermato il crescente impegno assunto dagli attori europei verso il Nabucco, in vista del Summit di questa primavera degli stati partecipanti al progetto. Si tratta di un decisivo passo in avanti dell'Unione a fronte dell'importante posta in gioco in Asia Centrale ed anche, indirettamente, di una prova di quanto sia stata finora controproducente la politica estera ed energetica della Russia. 

*Leila Alieva è presidente del Center for National and International Studies di Baku 

L'atmosfera irreale di Bangkok


Le macchine di traverso, le barricate, i Suv che girano per la città con i militanti a bordo e migliaia di persone a sventolare i loro battimani di plastica: il caos quotidiano è improvvisamente ritornato a Bangkok, ma i protagonisti sono cambiati. Non sono più i "gialli" a manifestare, ma i "rossi" sostenitori dell'ex premier in esilio Thaksin Shinawatra. Protestavano da mesi per chiedere le dimissioni del governo di Abhisit Vejjajiva, ma da ieri sembrano aver deciso di alzare il livello dello scontro. Utilizzando gli stessi metodi dei loro rivali.L'enorme rotonda del Victory Monument, un'intersezione nevralgica a nord del centro di Bangkok, è stata per un giorno in mano alle "camicie rosse". Senza preavviso, giovedì pomeriggio decine di tassisti hanno chiuso al traffico le strade di accesso, e lentamente nella piazza vuota si sono riversati migliaia di militanti. In serata, altri incroci fondamentali per il traffico della capitale sono stati bloccati dai manifestanti. La polizia non ha mosso un dito per cercare di contrastare queste azioni. Ma il primo ministro Abhisit ha anticipato a venerdì il ponte di Songkran, il capodanno thailandese che durerà per tutta la prossima settimana, per fare in modo che i blocchi stradali non mandassero la capitale nel completo caos. Come risultato, oggi a Bangkok c'è un'atmosfera irreale: molte strade sono vuote per i blocchi, ma anche in centro c'è poca gente in giro. Questo è il periodo che centinaia di migliaia di lavoratori aspettano per tornare nella propria città e rivedere la famiglia. Vale anche per le "camicie rosse", molte delle quali vengono dal povero e popoloso Isaan, il nord-est. Anche per questo, nel pomeriggio di venerdì hanno deciso di "liberare" il Victory Monument, e ritrarsi nei loro bivacchi intorno alla sede del governo circondata da due settimane.Quando se ne andranno? A sentir loro, solo quando saranno soddisfatte tre condizioni: dimissioni di Abhisit e del consigliere reale Prem Tinsulanonda (accusato di aver orchestrato il colpo di stato del 2006 contro Thaksin), per andare a nuove elezioni. Tutte opzioni che il governo ha rigettato, e non deve sorprendere. Abhisit sa di avere scarse speranze di prevalere in elezioni nazionali. E' popolare solo a Bangkok, mentre nell'Isaan e nel nord trionferebbe qualsiasi candidato vicino a Thaksin. Abhisit è al potere dallo scorso dicembre solo grazie a un ribaltone parlamentare, dopo che la Corte costituzionale aveva sciolto il governo di Somchai Wongsawat (cognato di Thaksin) e i tre maggiori partiti della ex maggioranza. Fu quella sentenza a porre fine, improvvisamente, al blocco degli aeroporti di Bangkok per opera dei "gialli" del Pad (Alleanza del popolo per la democrazia). Le "camicie rosse" lo definiscono ancora un "colpo di stato giudiziario", e in sostanza tutti gli osservatori intravedono un sostegno dietro le quinte da parte dell'establishment.Le "camicie rosse", quindi, non godono dello stesso tacito appoggio nei piani alti, e per questo motivo forse non possono permettersi di tirare troppo la corda con azioni del genere. Che succederà se le forze dell'ordine decidessero di non poter tollerare i blocchi stradali? "Continueremo a lottare contro questo governo illegittimo", dice entusiasta una donna di mezza età nel grande bivacco del Victory Monument. Ma questo è un esercito di poveri, e praticamente disarmato - a differenza dei "gialli", che avevano squadre di picchiatori armati di bastoni e mazze da golf. Con la forza della massa, hanno però riportato quell'instabilità già vista lo scorso autunno. E quando si domanda loro se non pensano che questi metodi possano farli diventare "antipatici" agli occhi di molti thailandesi, rispondono con gli stessi slogan che usavano i "gialli": ci scusiamo per i disagi, ma è una misura necessaria contro un governo illegittimo. Sono le due facce della Thailandia di oggi, e si disprezzano a vicenda. Ma in giorni come questi sembrano così simili. Cambia solo il colore.

di Alessandro Ursic

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