giovedì 9 aprile 2009

Cina: la nuova potenza mondiale


Il 2 aprile 2009 potrà essere ricordato come il giorno in cui la Cina, attraverso l’accelerazione di una crisi economica globale, è emersa definitivamente tra le potenze mondiali del XXI secolo. Appena pochi mesi fa, nelle capitali dell’occidente si discuteva ancora su un cortese invito alla Cina ad entrare nel gruppo occidentale del G-7 più la Russia. Adesso il G-20 è largamente accettato come il nuovo importante tavolo delle trattative della politica mondiale, e la Cina è già considerata uno dei maggiori giocatori a quel tavolo. Ora, la domanda è: che tipo di potenza mondiale sarà la Cina?

Fino a poco tempo fa, la politica ufficiale della Cina era improntata ad un’aperta modestia – il drago sotto forma di geco. La Cina faceva sentire la sua voce solo in merito a questioni che toccavano direttamente il suo sviluppo economico e l’immediato interesse dello stato. Adesso, sembra muoversi con cautela oltre lo schema di una modestia da paese in via di sviluppo. Dato che, in questa crisi, il mondo le chiede di più, comincia a chiedere di più al mondo.

L’esempio più evidente è un recente articolo del governatore della banca centrale del paese, che ha suggerito la creazione di una “valuta di riserva” sopranazionale da usare negli scambi internazionali, “che sia sganciata dalla singole nazioni”. In altre parole, non il dollaro statunitense.

Questo febbraio, Xi Jinping, vicepresidente cinese e presunto erede di Hu Jintao, ha espresso liberamente le sue opinioni di fronte ad un pubblico cinese, parlando di paesi ricchi e potenti che “fanno i furbi” con i paesi più poveri. Ora, a chi avrebbe potuto riferirsi? Lo scorso anno, un alto rappresentante del ministero della difesa cinese disse che il mondo non si sarebbe dovuto sorprendere se la Cina avesse costruito una propria portaerei. Pechino e Washington si sono scontrate pubblicamente in merito al livello della spesa militare cinese. Allo stesso tempo, i cinesi sono affascinati dall’idea, promossa in origine da uno studioso americano, di un G-2 in seno al G-20. La Cina e gli Stati Uniti – questo Gruppo dei Due – dovrebbero essere per il mondo ciò che la coppia franco-tedesca è stata per l’Europa.

La Cina sta anche investendo di più nella diplomazia delle relazioni con l’opinione pubblica internazionale, con quasi 300 Istituti “Confucio” nel mondo; ha aumentato la copertura internazionale da parte dei media, e i vertici cinesi pubblicano editoriali sui quotidiani occidentali. Così in tutte e tre le dimensioni-chiave del potere – economica, militare, e delle relazioni con la comunità internazionale – la Cina sta intensificando il suo gioco.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. La Cina, fino ad ora, ha resistito alla crisi meglio dell’America. Ma prove più difficili devono ancora venire.
 
Sul lungo periodo, rimane l’interrogativo chiave per i cinesi: potete continuare a mettere insieme la politica del potere assoluto con l’economia di mercato? O, per formularlo in modo più positivo: potete arrivare ad un’evoluzione controllata, passo dopo passo, dell’attuale sistema politico in uno che sia più ricettivo, trasparente, responsabile e di conseguenza durevole?

Supponiamo pure con ottimismo, per ipotesi, che la Cina riesca a dominare queste sfide interne e continui la sua pacifica crescita. E allora? Che genere di potenza mondiale desidererebbe essere? Nessuno lo sa, nemmeno i cinesi. La risposta dipenderà da una generazione di leader non ancora al potere, e dai cinesi più giovani, le cui idee sono ancora scarsamente formate.

Sembra probabile che, nell’immediato futuro, la Cina continuerà ad attribuire grandissimo valore ad una sovranità indiscussa, (di quel genere che la maggior parte degli stati europei non mette più in pratica né afferma pubblicamente); all’unità della madrepatria (incluso il Tibet); ad un tipo di rispetto che prevede molte limitazioni, (essendo sensibile ad ogni accenno di umiliazioni di tipo coloniale), e alle esigenze del suo sviluppo economico. Fintanto che le relazioni “attraverso lo stretto” con Taiwan potranno essere migliorate mediante strumenti politici ed economici, la Cina - al contrario della Russia - non mostra segni di essere una potenza revisionista, o, se lasciata da sola, espansionista. Oltre a questo, nessuno sa come si comporterà la Cina da attore di primo piano nel sistema internazionale, quando sarà chiamata – che le piaccia o no – a parlare e ad agire in merito a questioni ben lontane dalle sue preoccupazioni interne.

Se la ricetta pragmatica di Deng Xiaoping per la riforma interna era “attraversare il fiume camminando sulle pietre”, la Cina attraverserà gli oceani, tastando il terreno dei fondali mentre procede. Questo significa che molto dipenderà dal benvenuto che otterrà dalle potenze che ancora decidono molta parte dell’agenda politica mondiale, specialmente gli Stati Uniti e l’Unione Europea. In poche parole, il processo di definizione della Cina come potenza mondiale sarà fortemente interattivo.

Quindi il prossimo decennio, a partire dal 2010, sarà determinante. Noi, in Occidente, dovremmo accogliere la Cina come un attore importante e pienamente partecipe nell’ordine internazionale liberale che è stato costruito sin dal 1945. Invece di fare resistenza alle richieste cinesi di avere maggior voce in capitolo nelle organizzazioni internazionali, dovremmo essere noi ad offrirle questa possibilità.

Timothy Garton Ash è un saggista e accademico britannico; è professore di Studi Europei presso l’Università di Oxford

Titolo originale:

China is now a world power

Fonte: Medarabnews

Link: http://www.medarabnews.com/2009/04/08/adesso-la-cina-e-una-potenza-mondiale/

Israele, l'ultranazionalista Lieberman agli Esteri


Ha suscitato reazioni preoccupate l'accordo di governo tra il Likud del premier israeliano incaricato Benyamin Netanyahu e il partito di estrema destra Yisrael Beitenu guidato dall'ultranazionalista Avigdor Lieberman.
Quest'ultimo sarà ministro degli Esteri se Netanyahu riuscira' a formare il governo, e la sua possibile nomina in via definitiva genera forti timori tra i sostenitori della ripresa del processo di pace. 

Lieberman è noto per le sue posizioni radicali, non ha mai nascosto la sua contrarieta' (come Netanyahu) alla nascita di uno Stato palestinese indipendente e nei mesi scorsi ha condotto una campagna elettorale velenosa contro i cittadini arabi di Israele (circa il 20% della popolazione). Secondo la stampa israeliana, Likud e Yisrael Beitenu nelle loro intese non parlano di negoziato con i palestinesi e ribadiscono soltanto che Israele non negoziera' con organizzazioni terroristiche e cerchera' abbattere il potere di Hamas a Gaza. Mettono in guardia inoltre dal pericolo del nucleare iraniano per la sicurezza dello Stato ebraico.


L'Unione europea, per bocca del suo Alto rappresentante in politica estera, Javier Solana si dice pronta a lavorare con il nuovo governo israeliano purche' esso sia a sua volta pronto a "proseguire sulla strada che prevede la creazione di uno Stato palestinese" accanto a quello ebraico. In caso contrario, ha avvertito Solana, "la situazione sara' molto diversa", lasciando intravedere un raffreddamento delle relazioni. Da parte sua il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini si e' augurato una ripresa immediata del processo di pace israelo-palestinese e il rispetto del nuovo esecutivo israeliano dei principi fissati dal Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu).
Duri i commenti dell'Egitto, in passato uno dei bersagli preferiti delle invettive di Lieberman contro il mondo arabo.


Secondo il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Aboul Gheit, l'accordo tra il Likud e Yisrael Beitenu costituisce un fattore pericoloso per la pace nella regione. In evidente riferimento a Lieberman, Gheit, che parlava all'Assemblea euromediterranea a Bruxelles, ha ammonito che se i ministri del futuro governo di Netanyahu attueranno cio' che hanno detto in passato a proposito della continuazione della colonizzazione dei territori palestinesi, "ci troveremo davanti a difficoltà molto serie".


Da parte sua il ministro degli Esteri palestinese, Riad Malki, ha lanciato l'allarme sulla coalizione delle destre nello Stato ebraico.
Nelle ultime ore gli assistenti del premier incaricato Netanyahu hanno gettato acqua sul fuoco ma le preoccupazioni internazionali sono forti e tutti guardano all'atteggiamento che avra' l'Amministrazione del presidente Barack Obama che, sin dal giorno del suo insediamento, ha affermato la volonta' di dare un impulso alle trattative israelo-palestinesi nel quadro di una nuova politica americana in Medio Oriente. Questa strategia nelle ultime settimane ha visto la riapertura del dialogo con Damasco, la conferma del ritiro delle truppe Usa dall'Iraq e la possibilita' di contatti futuri tra Usa e Iran. 


Sul nuovo governo israeliano, Washington si sta mantenendo prudente. Il Segretario di stato Hillary Clinton, nel corso del suo recente viaggio della regione, ha ribadito la stretta alleanza strategica con lo Stato ebraico e affermato che gli Stati Uniti collaboreranno con qualsiasi governo israeliano. Nelle prossime settimane però Obama e i vertici dell'Amministrazione dovranno decidere quale posizione assumere verso un esecutivo che, stando agli ultimi sviluppi, dovrebbe essere formato dalle destre nazionaliste e dai partiti religiosi. 


E' difficile infatti che Kadima, il partito di maggioranza relativa guidato dal ministro degli Esteri uscente Tzipi Livni accetti di far parte della coalizione. Livni ha ribadito che entrerà nel nuovo governo solo se Netanyahu accetterà pienamente la soluzione di pace fondata dai due Stati. 
Se i timori per il programma dell'ormai probabile governo israeliano di destra crescono in Europa e nel mondo arabo moderato, allo stesso tempo non sono pochi a pensare che Lieberman, una volta nominato ministro degli Esteri, sarà costretto a fare i conti con la realta' della diplomazia e delle risoluzioni internazionali. In sostanza, se dall'opposizione ha continuato per anni a sbraitare contro palestinesi e arabo-israeliani, nei panni di ministro sara' necessariamente costretto a moderare la sua linea politica oltranzista. Non è escluso peraltro che Netanyahu possa utilizzarlo come ministro degli Esteri "a tempo", ovvero per il periodo necessario a convincere Kadima ad entrare nella coalizione ed effettuare un rimpasto. Lo stesso leader ultranazionalista ha detto di vedere con favore un eventuale governo con Kadima.

Fonte: ilsole24ore

I fedeli cattolici contro la Santa amata dai narcos


Una strana manifestazione si è svolta nei giorni scorsi nella piazza principale di Città del Messico, capitale messicana. Decine di persone fedeli al culto della Santa Muerte hanno inneggiato alla libertà di culto e protestato a gran voce il loro dissenso nei confronti di chi, come avvenuto nelle scorse settimane, colpisce i loro simboli per discriminarli."E' una discriminazione religiosa" si leggeva nello striscione dei manifestanti che nello Zocalo puntavano il dito contro le autorità ecclesiastiche e politiche messicane. "Protestiamo perchè vogliamo che i nostri diritti vengano rispettati e così anche i nostri santuari. Il govenro e le autorità di pubblica sicurezza credono che noi siamo dei narcotrafficanti, delinquenti o addirittura una setta. Questa però non è la verità", racconta uno dei manifestanti fiero di farsi vedere sotto lo striscione di protesta.
La Santa Muerte o come spesso viene definita Niña Blanca è un culto che spesso viene associato alla delinquenza e in generale i suoi adepti sono in gran parte associati alle organizzazioni dedite al narcotraffico o ad altri traffici illeciti. Ma i particolari fedeli accusano le autorità municipali e federali di Nuevo Laredo di aver distrutto moltissime cappelle dedicate alla Santa Muerte. Una in particolare, quella posta al chilometro 22 della strada che porta a Monterrey, sembra potesse dare una cattiva immagine alla città e per questo è stata rasa al suolo.Prostitute, spacciatori, assassini e ladri: secondo la maggioranza dei fedeli cattolici sono queste persone a far parte del culto della Santa Muerte. Persone che non hanno trovato posto all'interno della religione intesa in modo classico. Ma loro si sentono solo uomini e donne che credono in un qualcosa di superiore, extra-terreno. "All'interno della comunità che crede nella Santa Muerte ci sono tutti i tipi di persona. Vorremmo che si rispettasse di più il loro diritto a seguire una qualsiasi religione" dice un po sfiduciata e impaurita Graciela Huerta, che della Santa Muerte è una fervente seguace. Così come lo è Josè Silva, transessuale devotissimo, che ci tiene a spiegare come non si tratti di una setta satanica. "Non siamo né mafiosi né satanisti. A me la Santa Muerte ha protetto la famiglia e mi ha anche fatto un miracolo".
Insomma, i fedeli cristiano cattolici, la maggioranza in Messico, non vedono di buon occhio i seguaci della Santa Muerte che ritengono essere fedeli di serie B. ma devono anche fare i conti con la Costituzione messicana che garantisce a tutti la libertà di culto. Uno scontro religioso che andrà avanti ancora per lungo tempo.

di Alessandro Grandi

Appello al Governo per il terremoto in Abruzzo


La redazione de Nuovediscussioni partecipa al dramma della popolazione colpita dal terremoto e al lutto di chi ha perso i propri affetti, i parenti, gli amici. Le calamità naturali richiedono la mobilitazione tempestiva di ingenti risorse per i primi soccorsi e per la ricostruzione. Il Governo, sino a questo momento, ha stanziato 30 milioni di euro. Una goccia nel mare. In questi tempi di crisi è difficile reperire risorse. Facciamo nostra una proposta che ci arriva da un gruppo di lettori che vivono all'estero: chiediamo che il Governo non esiti nel raggruppare le tre scadenze elettorali di giugno stanziando subito per le aree disastrate i risparmi derivanti dal loro accorpamento in un unico election day. Si tratta, secondo il ministro Maroni, di 172milioni di euro (la stima della voce.info, analoga, aggiunge 200 milioni di costi indiretti sostenuti dalle famiglie). Siamo certi che tutti gli italiani apprezzeranno l’uso di queste risorse e potranno essere incoraggiati dallo stesso Governo e dai media a devolvere allo scopo quanto risparmieranno personalmente con l’election day.
Ricordiamo che per la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli (1976) lo Stato spese una cifra pari a 10 miliardi di euro, per quella dell’Irpinia (1980) 32 miliardi, per quella in Umbria e Marche (1997) 4 miliardi.
Alla luce di questa catastrofe, in cui edifici recenti sono crollati come castelli di carte, è fondamentale rivedere il “piano casa”: questo riduce i controlli formali ex ante e non rivede affatto il sistema dei controlli sulle opere in costruzione e completate. Alle Regioni il compito, nel recepire il piano, di tenere alta la guardia sul rispetto dei requisiti antisismici, imponendocontrolli sui cantieri e ad opere completate .

di La redazione

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