venerdì 3 aprile 2009

Fmi lo sciacallo sente odore di cadavere?


La crisi finanziaria globale ha creato l'opportunità per riaffermare il ruolo del Fondo monetario internazionale. A patto però di diventare davvero internazionale e non solo euro-atlantico come lo giudicano oggi molti paesi emergenti. E' il momento giusto per stabilire regole eque anche per i debitori. Ma serve prima di tutto una riforma della governance, che ridimensioni il ruolo e i privilegi dell'Europa, rispecchi l'attuale dimensione e influenza delle economie ed elimini i diritti di veto. Altrimenti, i paesi asiatici potrebbero decidere di fare da soli.

L’aumento delle risorse del Fondo monetario internazionale è probabilmente l’unico tema su cui il G20 ha trovato un accordo. E nel prepararsi a distribuire questo denaro a potenziali richiedenti, la settimana scorsa l’Fmi ha annunciato la volontà di rendere l’accesso ai prestiti più semplice, meno caro e soggetto a minori vincoli.
Ma ben pochi paesi prendono in prestito il denaro dell’Fmi perché esiste un problema fondamentale: sono in molti a pensare che il Fondo monetario internazionale non sia davvero “internazionale”. Le economie emergenti dell’America Latina, ma soprattutto dell’Asia, lo vedono come un’istituzione Atlantico-centrica, anzi a dominio europeo: un Fondo monetario euro-atlantico. E sono poco propensi a richiedere prestiti al Fondo perché lo considerano incline a usare due pesi e due misure con i paesi membri: “mai più” hanno giurato dopo l’esperienza della crisi finanziaria asiatica di fine anni Novanta e non hanno più cambiato idea.

DUE PESI E DUE MISURE

Sono critiche giustificate? Prendiamo il recente piano per la Lettonia. Il paese ha un deficit delle partite correnti del 24 per cento del prodotto interno lordo, tuttavia una svalutazione della moneta non è stata chiesta. Un “immacolato aggiustamento” probabilmente corretto e giustificato dall’ammontare del debito in valuta straniera e non assicurato contro il rischio cambio della Lettonia, ma altre economie emergenti extraeuropee, che hanno ben impresse nella memoria le vicende della crisi finanziaria asiatica, hanno iniziato a chiedersi: “Se ci fossimo rivolte al Fondo in circostanze simili, avremmo ricevuto lo stesso trattamento?”.
Giustificata o no, la percezione dei “due pesi e due misure” ha già prodotto alcune conseguenze. Nella crisi economica attuale, diversi paesi emergenti (Brasile, Messico, Corea e Singapore) hanno avuto bisogno di interventi di emergenza per il sostegno della liquidità, ma si sono rivolti alla Federal Reserve, non al Fondo monetario. Al contrario, nei paesi europei emergenti, una simile riluttanza a chiedere prestiti al Fondo non c’è stata. Possibile conclusione: solo i paesi emergenti dell’Europa chiedono prestiti al Fondo perché l’Fmi è un’istituzione europea. La maggior parte degli altri paesi non lo fanno.
È un peccato perché la crisi ha creato un’opportunità reale per riaffermare il ruolo del Fondo. L’origine, l’impatto e le conseguenze della crisi sono tutte di dimensione globale, sottolineando così la necessità di rafforzare la cooperazione.
La crisi ha però creato un’opportunità anche in un altro senso, più sottile. il Fondo monetario è sempre stato afflitto da una asimmetria tra i creditori, che avevano più potere e più voce in capitolo, e i debitori, che questi poteri non li avevano. Le identità (e i pregiudizi) degli uni e degli altri non cambiavano mai, dando luogo a posizioni cristallizzate e spesso inconciliabili.
La crisi globale ha messo in crisi quelle identità. Alcuni debitori del passato oggi siedono su montagne di riserve in valuta straniera. E ancor più importante, i creditori sono diventato debitori. Se oggi l’Islanda, l’Ungheria, la Lettonia e Singapore hanno bisogno di interventi per sostenere la liquidità e se perfino l’Irlanda e la Grecia sono pericolosamente vicini a quella soglia, la conclusione che la maggior parte dei paesi può trarne è che praticamente tutti potrebbero trovarsi in futuro nella condizione di mendicante finanziario.

MORALE DELLA STORIA

Se è così, i paesi saranno meno propensi a concepire regole che riflettono il potere dei creditori, anzi è più probabile che escogitino regole eque per i debitori. Il filosofo John Rawls ha mostrato che una società nella quale gli individui sono dietro un “velo di ignoranza” circa la loro vera identità ha più probabilità di stabile regole giuste. La crisi ha creato proprio questo utile velo di ignoranza.
Trasformare la crisi in una opportunità richiede però alcuni passi fondamentali. I paesi industriali, in particolare quelli europei, devono accettare di ridisegnare dalle fondamenta la struttura di governance dell’Fmi. Per comprenderne la necessità, basta considerare una sola anomalia: se dopo i recenti problemi, in Belgio si fosse arrivati a una divisione tra Vallonia e Fiandre, ciascuna delle due regioni, che ha più o meno le dimensioni di una periferia o di uno slum di Mumbai o San Paolo, avrebbe avuto diritto a una rappresentanza nel Fondo non molto diversa da quella dell’India o del Brasile. 
La cessione volontaria di potere è certamente rara nella storia. Ma i paesi in via di sviluppo hanno l’opportunità di riparare lo squilibrio nella governance proprio perché l’Europa ha bisogno dell’Fmi per aiutare le flagellate economie alle sue frontiere orientali. Come dovrebbero giocare le loro carte? Dovrebbero rifiutare la proposta di aumentare le risorse, se non è accompagnata da una seria riforma (e non un rattoppo) della governance dell’Fmi. La riforma dovrebbe mettere fine all’occupazione europea della poltrona di direttore operativo, con il prossimo capo del Fondo monetario selezionato per merito, e dovrebbe anche cambiare il sistema delle quote e dei seggi in modo da riflettere l’attuale dimensione e influenza delle economie. Se ne dovrebbe andare anche ilpotere di veto di cui oggi godono Stati Uniti ed Europa.
Se la strategia dei paesi emergenti non riesce a convincere l’Europa a spogliarsi delle ultime vestigia imperiali che il suo predominio nell’Fmi rappresenta, allora questi paesi devono “votare con i piedi”: la triste verità è che probabilmente solo la credibile minaccia di una alternativa, come un Fondo monetario asiatico, può costringere quello che è oggi il Fondo monetario euro-atlantico a diventare un vero Fondo monetario internazionale.

Il testo originale in inglese su Forbes

di Devesh Kapur Arvind Subramanian 

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001039.html

Caporetto 2009


Nel 1917, nessun giornale Italiano riportò la notizia della disfatta di Caporetto. Ve lo posso dire perché faccio collezione di libri e giornali dell'epoca ed è una cosa che ho notato molte volte. Chi, a quel tempo, avesse voluto capire che cosa stava succedendo esattamente al fronte, dai giornali avrebbe solo potuto vagamente intuire che qualcosa stava andando male, anzi parecchio male. Lo si vedeva dal parossismo di insulti contro gli Austriaci, dall'incremento della retorica bellica e dai disegnini delle truppe imperiali rappresentate come grandi scimmioni pelosi con l'elmetto a punta.Non vi so dire se la notizia della disfatta italiana a Caporetto sia apparsa esplicitamente sui giornali degli altri paesi. E' probabile, comunque, che fosse più facile farsi un'idea dell'andamento del fronte italiano all'estero che sui giornali Italiani, dove un giornalista che avesse voluto dire le cose come stavano sarebbe stato esposto all'accusa di "disfattismo".

Qualcosa di simile sta succedendo in questo momento per la nostra Caporetto economica. Dai giornali italiani, non si riesce a rendersi conto di cosa sta succedendo. Si può solo intuire che qualcosa sta andando male, anzi parecchio male, dal parossismo di insulti contro questo e contro quello. I giornali non se la prendono contro le truppe imperiali, ma trovano come bersaglio i vari rumeni, zingari, immigrati eccetera. Non siamo arrivati ancora a disegnarli come scimmioni pelosi con l'elmetto, ma ci siamo vicino.

Così, se uno vuol capire che cosa sta succedendo anche qui difficilmente può far conto sulla stampa italiana, dove chi volesse far capire le cose si troverebbe subito esposto all'accusa di "catastrofismo" (equivalente moderno del disfattismo di una volta). Lo possiamo fare, però, dando un'occhiata alla documentazione che arriva dall'estero.

Allora, guardate l'andamento della produzione industriale italiana dal blog di Howard Hugh, "Italian Economy Watch". Non so se lo volete chiamare una Caporetto economica, ma era da quando l'ISTAT mantiene i dati sulla produzione industriale che non si vedeva un disastro del genere. E non è solo la produzione industriale che sta crollando: il fronte ha ceduto su tutta la linea. Leggetevi l'articolo di Hugh: c'è da rabbrividire: tutto il sistema industriale italiano è in rotta. Si dimostra ancora una volta come il sistema economico italiano, basato sul turismo e sulla trasformazione di materie prime importate dall'estero, è un modello ormai obsoleto in un mondo in cui si comincia a sentire la scarsità delle risorse minerali.

Troveremo una linea del Piave sulla quale attestarci? Forse si, ma ricordiamoci che il Piave non fu il risultato della retorica, ma di veri sacrifici e delle truppe mandate in aiuto dell'Italia dagli alleati. Anche stavolta, la retorica ci servirà a poco e di sacrifici ne dovremo fare che ci piaccia o no. Speriamo che qualcuno ci dia una mano, altrimenti potrebbero servire a poco anche quelli.
di Ugo Bardi - da aspoitalia.blogspot.com

Alleanza atlantica, gli ultimi arrivi



La Slovenia non pone più impedimenti e questo fine settimana la Croazia entrerà a far parte della Nato. Continuano intanto, finalmente fuori dalla luce dei riflettori, i negoziati sui problemi confinari tra i due paesi. E uno degli ''immortali'' della politica slovena sembra uscire definitivamente di scena
Questo fine settimana Croazia ed Albania entreranno a far parte dell’Alleanza atlantica. La Nato festeggerà il sessantesimo anniversario della sua fondazione anche con l’estensione ai due paesi dei Balcani. Se per l’Albania non ci sono stati intoppi la Croazia ha dovuto attendere fino all’ultimo minuto, a causa dei suoi problemi confinari con la Slovenia.

Lubiana aveva dato ad intendere chiaramente che per risolvere il contenzioso con Zagabria era intenzionata a sfruttare la rendita di posizione che le dava l’esser membro dell’Unione europea e della Nato. Nelle due organizzazioni, infatti, si entra solo con il consenso di tutti.

Il nuovo governo sloveno di centrosinistra - che aveva imposto lo stop alla prosecuzione della trattativa di adesione della Croazia all’Unione europea – avrebbe, però, voluto dare un bel segnale di distensione ratificando con un ampio consenso il protocollo di adesione di Zagabria alla Nato. In parlamento non ci sono stati problemi, ma subito è stata presentata la richiesta di avviare la raccolta delle firme per promuovere un referendum sulla ratifica del documento. A volerlo una piccola forza extraparlamentare di estrema destra: il Partito del popolo sloveno.

Lo stesso premier, Borut Pahor, ha cercato di venire a patti con loro, ma non è riuscito a farli desistere. Senza soldi e privi di qualsiasi supporto logistico, i promotori dell’iniziativa, hanno dovuto fare i conti con un generale ostracismo. E’ stato, comunque, necessario attendere i canonici 40 giorni in cui bisognava raccogliere 40.000 firme necessarie per indire la consultazione. Alla fine sono riusciti a racimolarne solo 1087.

Ciò non ha evitato che un’imbarazzata classe politica slovena fosse costretta a giustificarsi per il contrattempo. Nella stessa Alleanza atlantica i termini di consegna dei protocolli di ratifica sono stati considerati meno perentori. Lubiana, del resto, non appena naufragata l’iniziativa si è precipitata a portare i documenti necessari a Washington.

Quella dell’uso del referendum per bloccare la Croazia, del resto, non è né un’invenzione recente né del piccolo ed insignificante Partito del popolo sloveno. E’ da anni che se ne parla con riferimento esplicito all’adesione di Zagabria all’Unione europea. I più si dicono contrari, ma precisano beffardamente che nessuno può impedire ad un “gruppo di cittadini” o a una forza politica di promuovere “autonomamente” la raccolta delle firme. A ventilare un simile scenario era stato già nel 2005 l’allora ministro degli esteri Dimitrij Rupel. Nel clima arroventato che c’è, nei rapporti tra i due paesi, non è difficile ipotizzare come andrebbe a finire.

Del contenzioso confinario tra Lubiana e Zagabria ora, suo malgrado, si sta occupando l’Unione europea. La speranza è quella di trovare una soluzione per far rimuovere il blocco sloveno alla prosecuzione dei negoziati di adesione della Croazia. Dei progressi croati si sarebbe dovuto discutere alla conferenza intergovernativa dell’Unione in programma a fine marzo, ma il vertice - su insistenza di Lubiana - è stato rimandato alla fine di aprile, considerato che ci si sarebbe trovati di fronte ad un altro stop sloveno.

Per ora qualche piccolo passo avanti è stato fatto. I due paesi hanno formalmente accettato la mediazione proposta dal commissario all’allargamento Olli Rehn. Ovviamente ognuno la interpreta a modo proprio, così, adesso Rehn sta mediando sulla mediazione.

L’unica notizia positiva, comunque, è che adesso a negoziare sono i due ministri degli Esteri, lo sloveno Samuel Žbogar ed il croato Gordan Jandroković. Né uno né l’altro sembrano essere primedonne e né l’uno né l’altro paiono aver bisogno di far politica con le telecamere accese.

Così per ora i toni si sono leggermente calmati e la vicenda ha cominciato a slittare nelle scalette dei telegiornali. In ogni modo - forse un po’ tardivamente - Rehn ha invitato soprattutto i media dei due paesi a smetterla con la retorica nazionalista. Si rende probabilmente conto che sarà più semplice raggiungere un’intesa che spiegarla all’opinione pubblica, per ora quindi bocche cucite sui negoziati.

Quello che è chiaro, comunque, che si sta discutendo ancora di forma. La Slovenia vorrebbe che la mediazione portasse ad una soluzione della vicenda, la Croazia invece vorrebbe che i mediatori indicassero il foro internazionale in cui risolvere il contenzioso. Insomma Lubiana e Zagabria, accettando la proposta di Rehn, ma non hanno modificato nella sostanza le loro posizioni di partenza.

Intanto potrebbe uscire di scena uno degli uomini cardine della politica estera slovena. L’ex ministro degli Esteri Dimitrij Rupel sta, infatti, lasciando il suo ruolo di consigliere per la politica estera del premier Borut Pahor. La sua nomina aveva scatenato un vero e proprio putiferio nella maggioranza, ma Pahor era sembrato irremovibile nella sua decisione di non voler rinunciare all’esperienza di Rupel.

La collaborazione tra i due, però, non è durata a lungo. Rupel, infatti, è destinato a tornare al ministero degli Esteri con il rango di ambasciatore. Secondo Pahor l’intesa di chiudere la collaborazione è stata consensuale.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una lettera di Rupel- su carta intestata del gabinetto del premier - indirizzata al ministro degli Interni Katarina Kresal, in cui considera inaccettabile che la polizia abbia riavviato le indagini sul suo conto e su quello di sua moglie. Nel testo si chiede al ministro di bloccare il procedimento. L’accusa rivolta alla Kresal è che si intende prenderlo di mira politicamente.

La vicenda è apparentemente banale e risale al periodo in cui Rupel faceva il ministro. Nel dicembre del 2006 sua moglie era stata beccata da un paparazzo mentre scaricava da una macchina di servizio del ministero degli Esteri - aiutata dall’autista - scope, rotoli di carta igienica detersivi ed altre suppellettili. Ovviamente la sua consorte non avrebbe avuto diritto di usare quella vettura del ministero. Scattarono le indagini, ma all’epoca vennero bloccate dai vertici della polizia. Adesso gli inquirenti hanno deciso di riaprire il caso.

Stizzita la reazione della Kresal che ha subito precisato che non è competenza del ministro far bloccare o avviare indagini. La stessa Kresal si è premurata di far sapere alla stampa che il premier Pahor l’aveva informata che Rupel avrebbe lasciato il suo gabinetto. La conferma di Pahor è arrivata solo due giorni dopo.

Il bus della vergogna


Un autobus per i bianchi, uno per i neri. Non è un revival anni '50, ambientato in Alabama, né la storia di Rosa Parks, la donna di colore che si rifiutò di far sedere dei bianchi al suo posto; non è neanche una storia di Apartheid in Sudafrica. È quello che accadrà da lunedì a Foggia, nel 2009. L'azienda municipalizzata dei trasporti, infatti, ha istituito una linea differenziata della vecchia "24", che collega la città alla borgata di Mezzanone, che ospita il Cara, centro di accoglienza richiedenti asilo, e che sarà utilizzata esclusivamente dagli extracomunitari.
Un'iniziativa che il governatore regionale pugliese Nichi Vendola ha subito bocciato: "Credo che l'amministrazione di Foggia debba al contrario, se c'è richiesta, moltiplicare i servizi ordinari per tutti. E che la linea per gli extracomunitari di Foggia, che ha il sapore della separazione, debba essere abolita al più presto".

Le due 24 non avranno la stessa fermata: per gli immigrati sarà possibile salire al centro di accoglienza e giungere al capolinea della stazione ferroviaria di Foggia, mentre i residenti di Borgo Mezzanone saliranno nel centro abitato e scenderanno in via Galliani, a circa trecento metri e nei pressi della villa comunale. L'iniziativa segue quella istituita il 19 marzo per i collegamenti del Cara di Bari, che serviva ad evitare agli immigrati un tragitto di quasi tre chilometri per raggiungere la prima fermata utile. A Borgo Mezzanone la situazione è differente: il centro di accoglienza, che dovrebbe ospitare 550 persone, ne accoglie circa 800 e più volte si sono verificati episodi d'intolleranza da parte degli abitanti della borgata, stanchi di furti e molestie da parte degli immigrati. Più volte, gli autisti degli autobus sono stati aggrediti e hanno fatto richiesta di automezzi della polizia a scorta dei pullman di linea.

Le linee diverse sono state istituite per motivi di ordine pubblico. Polemica l'Acsi, l'associazione delle comunità straniere in Italia, a Foggia presieduta dal tunisino Habib Ben Sghaier: "L'integrazione non si fa così. Non posso credere che la prefettura abbia avallato una decisione simile. Questo è razzismo. Forse l'istituzione della nuova linea giunge perché gli abitanti di Mezzanone sono elettori e a giugno ci sono le amministrative". Borgo Mezzanone, però, è una frazione di Manfredonia, seppur più vicina a Foggia, dunque l'elezione del sindaco di Foggia c'entra poco. E proprio il primo cittadino Orazio Ciliberti chiarisce: "Non parliamo di razzismo, ma di opportunità di creare un servizio migliore. Nessuno impedisce agli immigrati del centro di accoglienza di percorrere due chilometri in più, arrivare nella frazione di Borgo Mezzanone e prendere il bus che parte di lì e arriva in centro. Alla base della decisione - continua Ciliberti - ci sono gli attriti tra immigrati e residenti a Mezzanone".

di PIERO RUSSO

Il mistero "Deflazione"


Non credo che sia una novità per nessuno che sia Greenspan che il suo allievo Bernanke, siano da sempre ossessionati dalla possibilità che la Deflazione avvolga il sistema finanziario ed economico americano e mondiale.

Da sempre Bernanke allievo fedele di Milton Friedman e Anna Schwartz sostiene che il loro storico studio dal titolo " A Monetary History of the United States, 1867-1960 " considerata la migliore tra le spiegazioni da dare al peggior disastro economico della storia americana, un pò la bibbia delle banche centrali a tal punto da dichiarare al 90° compleanno di Friedman, nel 2002......

"Vorrei dire questo a Milton e Anna: per quel che concerne la Grande Depressione, avevate e avete ragione; è stata nostra responsabilità. Chiediamo perdono. E grazie a te, Milton, non commetteremo più lo stesso errore".

Qualche anno più tardi Friedman dirà in un'intervista al Financial Times della sua non più completa convinzione sull'efficacia della politica monetaria e Anna in un'intervista al Wall Street Journal dispenserà alcune tiratine di orecchie agli uomini della Federal Reserve! ( WSJ )

Dopo aver sottovalutato la portata di questo autentico tsunami Bernanke prevede che le azioni della Federal Reserve per stabilizzare i mercati porteranno ad una graduale ripresa della crescita economica.

Ritiene anche però che alcuni rischi di inflazione potrebbero essere originati sulla stabilità dei prezzi nel lungo periodo, quel lungo periodo nel quale secondo il buon Keynes siamo tutti morti, quel lungo periodo che ormai è una moda per non dire nulla.

Bassi tassi ad oltranza e bilanci federali in espansione costante e continua quasi che l'onnipotenza della banca centrale fosse infinita, 1250 miliardi di dollari per gradire. Tutte le politiche per agevolare il credito delle famiglie e alle piccole e medie imprese per il momento sono una goccia nell'oceano e poi vedremo il perchè, se non bastasse la Fed si dichiara pronta ad altre iniziative. La Fed continuerà a monitorare la composizione e le dimensioni del proprio bilancio.

Peccato che invece non abbia proprio monitorato secondo quanto scrive il Washington Post, ma il sottoscritto non aveva alcun dubbio, il fatto che AIG aveva già segnalato l'intenzione di versare ai propri dipendenti quei due spiccioli, ma che probabilmente si è dimenticata di segnalarlo alla Casa Bianca o al Tesoro.

Misteri nella nebbia che avvolge la banca centrale americana, una centrale nucleare che produce scorie radioattive a ritmo continuo.

Ora come spesso succede la politica monetaria attuale è il riflesso incondizionato della paura delle deflazione, si cerca di stimolare il ricorso al debito, debito che per fortuna a parte le manovre sugli spread dovrebbe risultare più agevole. La Fed e lo stesso Bernanke sono ossessionati dal risparmio, come già scritto Keynes lo chiamerebbe il " Paradosso della Parsimonia " merce rara dimenticata, il risparmio che fa crollare il risparmio, se tanti risparmiano come dicono gli ultimi dati in America, allora vi sarà meno consumo e quindi il PIL americano composto per oltre il 70 % dai consumi scenderà ancora riducendo gli investimenti i redditi e quindi come in un circolo chiuso il risparmio stesso. Non uomini ma consumatori senza alcuna alternativa siamo......ma questa è una delle balle di questo sistema, consumi sostenibili e non orgie al servizio di redditi e patrimoni esponenziali.

Tornando a noi se il cavallo non va alla fonte, non serve portare l'acqua se questo non vuole bere. Qualcuno potrebbe sostenere che si può anche costringere a bere chi non vuole e se il cavallo si accontenta di sorseggiare, l' acqua naturale, basta ridurre la purezza della fonte abbassando i tassi a lungo termine, sino a quando anche quell'acqua perderà il suo valore.

Ma per il momento nulla di tutto ciò è avvenuto.

Ora grazie alla segnalazione di un lettore sono andato a visitare il sito della FED e ad visionare i FLOW OF FUNDS del quarto trimestre 2008 e girovagando per internet, cercando tra i tulipani della storia, mi sono di nuovo imbattuto in questo sito.... ITULIP.

Ebbene sentite cosa dice il suo autore:

Buried in the details of yesterday’s quarterly Fed Flow of Funds report is the collapse of the private credit market in Q4 2008 and attempts by the Federal Reserve and Treasury Department to compensate for the loss with government credit as the world's largest lender of last resort.

......un crollo del mercato del credito che certifica il fallimento della politica della FED

La percentuale del debito delle famiglie è negativa cosi come tutti i settori tranne naturalmente quello federale, io la chiamerei DEBT DEFLATION! La curiosità è che, siccome oggi la "saggezza convenzionale" o l'ideologia accademica è da sempre concentrata sul dogma delle capacità autoregolatorie del mercato dove lo squilibrio è un fatto occasionale, interessante sarebbe sapere per quale motivo Bernanke non ha mai accennato alla Debt Deflation di un Irving Fisher che nel crollo di Wall Street vide scomparire quasi l'intero patrimonio e anche la sua reputazione. Ma si sa alle volte dai propri errori si impara e la sua teoria è un piccolo capolavoro che i lettori che sostengono Icebergfinanza hanno già conosciuto.

Resta da sottolineare che Bernanke probabilmente attratto dal pensiero accademico convenzionale degli ultimi anni, che si basa su concetto di autoregolamentazione del mercato, dimentica che ha coniato il concetto di " acceleratore finanziario " ovvero quel concetto, che dimostrerebbe la possibilità, che gli squilibri del sistema finanziario siano in grado di accelerare i rischi di una trasmissione all'intero sistema economico, un po il concetto di rischio sistemico.

Resta inspiegabile ma probabilmente da ricondurre all'imperfezione umana il perchè il governatore della Federal Reserve abbia più volte sostenuto che il sistema finanziario era solido e che molto difficilmente la crisi immobiliare si sarebbe potuta trasferire all'economia reale, quando noi tutti sappiamo bene che ha un effetto deflativo non indifferente specialmente in una società che negli ultimi anni ha vissuto un boom economico virtuale basato esclusivamente sull'irrazionalità immobiliare.

Interessante è inoltre la situazione dei fondi pensione.......ma sul sito troverete altri grafici.

Sono inoltre crollate le imposte sul reddito delle persone fische e delle imprese come naturalmente accade sempre in ogni recessione che si rispetti.

Come potete vedere dai grafici la magia delle cartolarizzazioni si è dissolta, eliminando la possibilità di sostenere il credito, la disoccupazione nel frattempo anestetizzata la voglia di fare investimenti o di consumare.

Come sottolinea l'autore, il mercato del credito non potrà più essere stimolato per lungo tempo dalle cartolarizzazioni e la disoccupazione taglierà i consumi e le famiglie non potranno che risparmiare in attesa di un calo dei prezzi ovvero di una spirale deflativa.

Che fine faranno le rendite, le entrate fiscali, i redditi, le plusvalenze e i fatturati se non ci sarà un ripresa economica, come potrà continuare il governo a cercare di salvare il sistema finanziario e a creare posti di lavoro se le entrate fiscali diminuiscono e il deficit aumenta.

Il pareggio di bilancio aggiungo io, per qualcuno non è una virtù, quindi polvere sotto il tappeto e ci penseremo domani, o meglio ci penserà qualcun altro.....sembrerebbe dire la maggioranza che da tempo brucia il futuro dei nostri figli. E i bilanci regionali chi li copre, e quelli dei fondi pensione e delle pensioni sociali.

Conclude l'autore con il rischio che il governo non sia in grado di adempiere al suo compito di prestatore di ultima istanza per un periodo sufficientemente lungo da scongiurare una tempesta perfetta sui bilanci federali.

Gettito fiscale inferiore alle stime ( fine aprile o inizio maggio ? ) sostegno al sistema finanziario e all'economia reale ( in corso ) aumento dell'inflazione provocato dalla reflazione ( 4 ° trimestre 2009 o 1 ° trimestre 2010 ) Cina che con la contrazione dell'economia non è più in grado di sostenere l'acquisto di titoli americani quindi un possibile crollo del dollaro e di conseguenza un volo dell'oro e delle materie prime ( 3° o 4° trimestre 2009 ) queste sono le motivazioni dell'autore, ma per il momento il rischio inflazione resta lontano! La conseguenza finale potrebbe essere una perdita di fiducia nella qualità del merito di credito del paese.

Personalmente al di la della pura speculazione non credo possibile nessuna seria ripresa del prezzo delle materie prime, in una economia dove la produzione sta crollando all'unisono.

Non solo l'accesso al credito è crollato, ma pure come abbiamo visto per le carte di credito stanno pensando bene di modificare il livelli di merito creditizio dei consumatori in maniera di accentuare ulteriormente questa nemesi, sempre e comunque quando è troppo tardi.

Ieri Gross di PIMCO sempre molto interessato quando si parla di bond, ha sostenuto che la FED comprando treasury a lunga scadenza sia in grado di far scendere i tassi sui mutui ipotecari sotto il 4 %, peccato che Calculatedrisk dal quale molti hanno ancora molto da imparare, abbia bollato questa uscita come pura utopia dipendente dal fatto di far scendere i rendimenti a 10 anni almeno all'1,5 %.

Interessante inoltre, la risposta dell'oro alle dichiarazioni della FED!

A dimenticavo se andate a dare un'occhiata in dettaglio ai FLOW of FUNDS troverete inoltre che la leva delle istituzioni finanziare continua a dilattarsi: Ricordate quanto scrissi tempo fa, date un'occhiata QUI e vedrete che la favola del deleveraging è solo l'ennesima illusione di un sistema che non vuole affatto abbandonare l'idea che questa volta è diverso, molto diverso, che è ora di finirla di creare ricchezza dal nulla!
In questo momento, non vi è nulla o quasi, se non ciò che è successo in Giappone nel decennio perduto, che possa aiutarci a comprendere la dinamica di questa crisi, se non la teoria della deflazione da debiti di Irving Fisher spesso ripresa da Hyman Minsky.
Il cosidetto " momento Minsky " è un pò il fulcro di questo eccesso di " leverage " che ha attraversato il sistema finanziario mondiale negli ultimi anni, un'esaltazione collettiva esponenziale che secondo i dati della Federal Reserve riprende imperterrita, diluendo la possibilità di un riequilibrio del sistema.

Questa è principalmente una crisi della finanza, l'economia reale ne è stata contagiata, ma anche se il sistema lo vuole nascondere le istituzioni finanziarie sono sostanzialmente insolventi, tecnicamente fallite. Il rischio di un fallimento porta a liquidare spesso qualsiasi attività liquida che permetta di ristabilire il capitale, ma è in sostanza un effetto deflativo in quanto i prezzi degli assets scendono e perdono di valore. Cosi avviene nel panico! Per l'economia reale il processo incomincia quando un'azienda si vede costretta a ridurre i prezzi per la diminuzione dei consumi che erodono i profitti e a mettere in moto un processo anch'esso con implicazioni deflative di blocco degli investimenti e ricorso ai licenziamenti che a loro volta implicano un minor potere di acquisto dei consumatori che saranno costretti a rinunciare a determinati beni e che non procederanno ad investimenti come l'acquisto di una abitazione o altro.

Non necessariamente la deflazione è un male, in quanto favorirebbe un maggiore potere di acquisto dei consumatori e potrebbe stimolare maggiori economie di scala e quindi una futura crescita virtuosa. D'altra parte come nel caso di una crisi, provoca un crollo della domanda dovuta alle attese di prezzi in discesa che provocano il posticipare degli acquisti e degli investimenti.

Ovviamente la deflazione nel nostro caso facendo scendere i valori mobiliari, case e azioni, provoca un minor livello di garanzie esistenti sul mercato che mettono in crisi il sistema finanziario.

Basta pensare che oggi oltre 10 milioni di americani hanno un mutuo residuo superiore al valore della loro abitazione e quindi le garanzie non sono più sufficienti!

Il Giappone ha vissuto la Grande deflazione, vi è immerso ormai tra alti e bassi da oltre 18 anni, ma non ha mai conosciuto la Depressione. Qualcuno sostiene che questo fatto sia da ricondurre alla possibilità di continuare ad esportare in un mondo che nel frattempo tra alti e bassi procedeva nella crescita, magari svalutando la propria moneta. In effetti questo è vero, oggi la recessione è globale, non vi è una sola economia in crescita, la produzione crolla in tutto il mondo ed è in atto un sorta di corsa alla svalutazione silente delle varie monete.

di Andrea Mazzalai

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