giovedì 2 aprile 2009

Can We Bail Out of Narcissism?


The problems we face and the problems we face getting out of the problems we face have more than a little to do with the culture of narcissism that has enveloped our politics, corporate life and entertainment over the past three decades.

We have been taught to regard personal success as more significant than cooperation, community, joint achievement, common advancement, or shared values and systems (such as democracy and fairly regulated commercialism). Better, in short, than qualities that benefit large numbers of citizens rather than just a few. Having accepted the very values that helped push us over the edge, we are now in a poor position to recover from the mess they have created. Add to that all the isolating factors in our society from television to population growth to Ipods, and it makes finding a common way back to social, political and economic sanity extraordinarily difficult.

A good place to start would be to jettison our heavy adulation of leaders in the arts, business, sports and politics for their appearance and attitude rather than for actual achievement. We need to free ourselves of hyper-manipulated dependence on hyper-exalted individuals.

For example, in politics we find ourselves increasingly huddled in the glow of favored individuals rather than united in a cause or joined by values. It doesn't really matter if it is Sarah Palin or Barack Obama. It's the same phenomenon: politicians about whom we know far too little upon whom we are taught to project far too many hopes and dreams.

Most Obama supporters, for example, had extraordinarily little idea where he stood on a large variety of subjects and now will only learn randomly and by chance over time. Neither was there much evidence of experience, but in today's culture, a sufficiently attractive if unfamiliar man can apparently leap from being an unknown state senator to the White House in four short years. What this says is less about Obama and more about how we deal with issues like war, the environment or the economy. We just put the right personal brand on them and hope for the best.

We only ask that the politician in question acts enough like a leader. We are thus behaving not as citizens but as directors of a reality show version of West Wing.

For this to occur, you basically need two things: an easily obsessed audience and a character actor willing to exploit that obsession. It is small wonder that the ambitious notice this and play to it.

Obama, mind you, is only the most prominent example of this phenomenon. The reason he was able to win was because we had long come to accept a similar principle in film, business and the news media. Ideas, issues, principles, record and known skill have faded in importance. Whom we trust with these things has become what matters.

This is an open invitation for control of our lives by narcissists.

As a culture it is not something we talk about. We have drifted into this approach with help from TV fantasies, bad books claiming to explain good management, parents who teach their children that they are the world's best, and an approach to leadership modeled on car dealers from back in the day when they were still able to sell cars. Thus it is not surprising that Bill Clinton's stepfather was a gun-brandishing alcoholic who lost his Buick franchise through mismanagement and his own pilfering. He physically abused his family, including the young Bill. According to FBI and local police officials, his Uncle Raymond -- to whom young Bill turned for wisdom and support -- was a colorful car dealer, slot machine owner and gambling operator, who thrived on the fault line of criminality.

An abused kid raised by hustlers. Not a bad formula for narcissism. But it can also come from being constantly told how wonderful you are, say like a black Harvard law school student or handsome black state senator when there aren't that many. Or it can be taught in business school as good management or exceptional leadership. Or you can learn it from the movies. Or watching who makes the most money in baseball or on Wall Street.

We are, in short, a culture that cultivates, teaches, celebrates narcissism and its results. And this may prove to be one of the hardest obstacles in our recovery from our recent past.

Sam Smith is the editor of the Progressive Review, where this column originally appeared.

Link: http://www.counterpunch.org/smith04022009.html

I FONDI SPECULATIVI ALL'ATTACCO DELL'AGRICOLTURA


DI NADIA DJABALI

I fondi speculativi cominciano ad interessarsi del fondiario. Dal Brasile all'Indonesia, dal Madagascar all'Ucraina si accaparrano milioni di ettari accanto a multinazionali o a Stati ricchi che mancano di terreni da coltivare. La corsa all'accaparramento delle terre sembra essere partita. I piccoli agricoltori espropriati e le comunità autoctone represse sono i primi a subirne le conseguenze. E domani?

Un nuovo problema preoccupa le organizzazioni contadine e non governative: la corsa all'acquisizione di vaste superfici di terra coltivabile lanciata da Stati, da multinazionali e, da qualche mese, da fondi speculativi. L'ONG Grain (per Genetic Resources Action International), con base a Barcellona, ha perciò dato vita ad una quotidiana vigilanza mondiale e ad un blog che recensisce gli articoli di stampa su questo tema.

Redditività del 400%

Attualmente milioni di ettari vengono acquistati o affittati nei paesi poveri da parte di governi, multinazionali e investitori privati. Conseguenza di questo vasto movimento: le terre fertili sono privatizzate e concentrate nelle mani di un solo proprietario con annessa espulsione dei piccoli coltivatori e la scomparsa dei loro mezzi di sussistenza. L'ora è grave, soprattutto considerando che a livello mondiale la fame è la principale causa di mortalità e che essa è legata alle difficoltà di accesso alla terra. A metà settembre 2008 il direttore generale della FAO, il senegalese Jacques Diouf, ha annunciato che 920 milioni di persone soffrono la fame, contro gli 850 milioni precedenti all'impennata dei prezzi. Il 70% di essi sono contadini. Nello stesso tempo, l'aiuto alimentare internazionale è caduto nel 2008 al livello più basso degli ultimi 40 anni.

Governi, grandi imprese e fondi speculativi non hanno tutti i medesimi obiettivi. I primi – Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, tra i principali – sperano di assicurare la sicurezza alimentare alle loro popolazioni lanciandosi nella produzione di cereali o di carne piuttosto che ricorrere alle importazioni che sono soggette alle fluttuazioni delle quotazioni mondiali. Le multinazionali e i fondi speculativi, aiutati dalla crisi finanziaria, hanno abbandonato i mercati dei derivati per rivolgersi verso questo nuovo eldorado. "In numerose parti del mondo, i prezzi alimentari sono alti e i prezzi delle terre bassi. - spiega l'ONG Grain – Si può dunque chiaramente guadagnare denaro assumendo il controllo dei suoli migliori, vicini alle risorse idriche". L'orizzonte degli investimenti è in media di 10 anni, naturalmente con l'obbligo di sfruttare la terra e di costruire i silos e le strade necessarie all'esportazione dei raccolti. I ritorni sugli investimenti sono valutati tra il 10 e il 40% all'anno per le aziende situate in Europa e possono raggiungere il 400% in Africa.
Sono i governi che in un primo tempo negoziano gli accordi di "cooperazione agricola" con i paesi fornitori di terre. Il settore privato verrà poi incaricato della messa in opera.

Petrolio in cambio di cibo

La Cina ha così acquisito 2,1 milioni di ettari (l'equivalente della Slovenia) in America del Sud, in Africa, nel Sud-Est asiatico e in Australia. L'Impero di Mezzo vede le proprie superfici agricole scomparire a mano a mano che l'industria avanza e richiede risorse d'acqua sempre crescenti. Con riserve valutarie stimate in 1800 miliardi di dollari, la Cina ha denaro a sufficienza per onorare la trentina di accordi di cooperazione agricola conclusi negli ultimi anni. Dal Kazakhistan al Queenslan (Australia) e dal Mozambico alle Filippine, le imprese cinesi coltivano riso, soia, mais, canna da zucchero, manioca, sorgo, in cambio di tecnologie, di formazione e di fondi per lo sviluppo di infrastrutture.

Le monarchie del Golfo possiedono ormai circa 3 milioni di ettari in Sudan, in Pakistan o in Indonesia. A seguito dell'aumento dei prezzi alimentari sul mercato mondiale ed alla caduta del dollaro, i paesi del Golfo hanno visto, in cinque anni, balzare da 8 a 20 miliardi di dollari i costi delle loro importazioni. L'Arabia Saudita ha annunciato il 23 febbraio scorso di volere investire in Africa del Sud e nelle Filippine per coltivare banane, manghi, ananas, riso, mais e carne bovina.

Queste derrate saranno tutte destinate al mercato saudita. Israele prepara una visita ufficiale in Cambogia per il 16 marzo. "Penso che cerchino terre coltivabili per fare crescere riso e legumi" ha commentato Nguon Meng Tech, direttore generale della camera di commercio cambogiana.

Gentlemen farmers?

L'acquisizione di proprietà da parte delle imprese e dei fondi speculativi è una novità. Questa evoluzione data di qualche mese, da quando sono crollati i mercati finanziari. La Deutsche Bank e Goldman Sachs possiedono aziende agricole e industrie di carne in Cina. La banca d'investimenti Morgan Stanley è proprietaria di 40.000 ettari in Ucraina, il granaio d'Europa. Il fondo speculativo russo Renaissance Capital possiede 300.000 ettari, sempre in Ucraina. L'impresa lituana Agrowill, le svedesi Alpcot Agro e Black Earth Farming investono massicciamente in Russia. Il fondo d'investimento americano Black Rock annuncia la costituzione di un fondo speculativo agricolo da 300 milioni di dollari, di cui 30 milioni dedicati all'acquisto di nuove terre. Il britannico Dexia Capital spera di comprare 1,2 milioni di ettari di steppe russe. La società francese Louis Dreyfuss Commodities, che possiede 60.000 ettari in Brasile, è al momento interessata dall'acquisto o affitto di terre in Nigeria e nell'Africa sub-sahariana. La mappa delle recenti acquisizioni è stata compilata dall'ONG Grain:




"La terra è diventata una risorsa rara. Il cambiamento climatico genera una desertificazione a ritmo accelerato. Centinaia di migliaia di terre arabili spariranno nei prossimi anni - ha spiegato al quotidiano online Mediapart Olivier de Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all'alimentazione. - D'altra parte, la terra coltivata è sfruttata, in conseguenza di un'agricoltura intensiva e del ricorso sistematico a concimi chimici. Parallelamente, aumenta la domanda di materie prime agricole, in ragione dell'aumento della popolazione mondiale, ma anche della modificazione delle abitudini alimentari". Poiché quello che è raro costa caro, ciò si traduce in previsioni di mercato di un aumento dei prezzi delle derrate alimentari, di fruttuosi investimenti e di una accentuata pressione per ottenere terre agricole.

Manna finanziaria per i paesi del Sud?

I governi dei paesi fornitori di terre vedono questo fenomeno decisamente di buon occhio. Difendono questi progetti spiegando alle loro popolazioni che questa manna finanziaria permetterà la costruzione di strade e infrastrutture. La maggior parte degli accordi di cooperazione comprendono anche programmi di ricerca tendenti a migliorare i rendimenti agricoli. In un contesto di crisi alimentare mondiale, la retorica utilizzata è quella del "win-win" che valorizza le politiche di sviluppo. Ora, qui non si tratta né di sviluppo rurale né di sovranità alimentare, ma di sviluppo agro-industriale. Secondo Grain, quest'ultimo ha "generato povertà e distruzione dell'ambiente e ha esacerbato la perdita di biodiversità, l'inquinamento da prodotti chimici agricoli e la contaminazione delle colture da organismi geneticamente modificati".

Le cattive notizie non giungono mai sole: la Banca mondiale e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERD) guardano al movimento con molto interesse e consigliano i governi di modificare la propria legislazione fondiaria affinché gli investitori stranieri possano acquisire le terre più facilmente. Eppure, numerosi paesi bersaglio, come è il caso del Kenya, della Tanzania o del Madagascar, sono importatori netti di derrate alimentari. "La Cambogia, che affitta per 600 milioni di dollari al Qatar e al Kuweit, ha beneficiato del Programma alimentare mondiale per 35 milioni di dollari per combattere la fame", ribadisce Grain.

Il 4% dei proprietari possiede la metà delle terre

Nel Madagascar, 600.000 persone dipendono da aiuti alimentari. Le recenti sommosse che hanno infiammato l'isola sono state scatenate dall'annuncio dell'affitto di 1,3 milioni di ettari – la superficie dell'Ile-de-France – per 99 anni all'impresa sud-coreana Daewoo Logistic, che sperava di produrre 4 milioni di tonnellate di mais e 5 milioni di tonnellate di olio di palma per il mercato sud-coreano. Per ora Daewoo ha sospeso le trattative con il governo e i suoi negoziatori sono partiti senza lasciare l'indirizzo. Per quanto tempo?

L'affare pone il problema della proprietà della terra. In numerosi paesi africani ed anche sud-americani, non esistono titoli di proprietà [1]. I coltivatori corrono quindi il rischio di essere espropriati di una terra che occupano da numerose generazioni. Questi contadini senza terra andranno ad ingrossare le bidonvilles che circondano le grandi metropoli del terzo mondo. "Bisogna esplorare sistemi alternativi di proprietà che, ad esempio, riconoscano i diritti comuni sulle terre. Si potrebbe immaginare che i diritti dei coltivatori siano riconosciuti, per proteggerli dall'espropriazione, vietando loro di vendere la terra senza l'assenso preventivo della municipalità o della comunità", aggiunge Olivier de Schutter.

A livello mondiale, il 4% dei proprietari fondiari è alla testa della metà delle terre coltivate. Tuttavia, la lunga sfilza di studi prodotti in campo agricolo hanno dimostrato che le piccole coltivazioni sono più redditizie delle grandi coltivazioni industriali. Uno studio ha dimostrato che in Turchia le aziende famigliari di meno di un ettaro producono proporzionalmente venti volte più di quelle superiori ai 10 ettari.

Che ne sarà dei movimenti che lottano per una vera riforma agraria e per il diritto delle popolazioni autoctone? In Cile, ad esempio, gli indios Mapuche si battono da decenni per difendere la foresta, che è il loro unico mezzo di sostentamento. Sono in conflitto con le multinazionali del legname e sono vittime di assassini, di arresti, di torture e di sorveglianza continua. In Indonesia, dove i movimenti contadini vengono criminalizzati, 22 milioni di famiglie sono state cacciate dalla loro terra.

Per ora, Grain si interroga. A lungo termine, quali saranno le conseguenze economiche, sociali e ambientali di questo fenomeno di accaparramento di terre? E' troppo presto per dirlo. Ma questa nuova tendenza è inquietante, soprattutto se si conoscono i progetti di privatizzazione e di manipolazione genetica delle sementi che caratterizzano certe multinazionali.



NOTE

[1] In Brasile, un progetto di "cartografia sociale" tende, tra l'altro, ad impedire le espropriazioni di comunità indiane o rurali che occupano una zona.



Titolo originale: " Le fonds spéculatifs s'attaquent à l'agriculture"
Fonte :www.bastamag.net







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Cern ancora problemi, una studentessa scopre un bug


Una studentessa statunitense ha scoperto un problemanell'hardware del rivelatore Cms (Compact Muon Solenoid) posto all'interno del Large Hadron Collider del Cern ed è andata a Ginevra per parlarne con i progettisti.

Il Cms dev'essere un componente piuttosto sfortunato: poco dopo l'inizio degli esperimenti la pagina del sito dedicatagli era stata attaccata e modificata; ora Xiaohang Quan ha dovuto spiegare ai progettisti dove abbiano sbagliato.

Gli errori scoperti da Quan mentre lavorava sulla propria tesi portano all'apparizione di immagini doppie a causa di flussi di particelli noti come jet; se ne è accorta quando i valori mostrati dal Cms si sono mostrati molto diversi dalla proprie predizioni, parte integrante della tesi.

Quan, accompagnata dal proprio relatore, il professor Christopher Tully, si è recata al Cern per spiegare "ai progettisti dell'hardware come mettere gli occhiali agli algoritmi per rimuovere le immagini doppie" come ha spiegato Tully stesso.

La sorpresa più grande per i fisici del Cern è stato scoprire come un problema del genere sia sfuggito ai loro occhi per essere avvistato soltanto da quelli di una studentessa non ancora laureata.

ZEUS News - http://www.zeusnews.com/

Fotovoltaico uno sguardo agli incentivi in vigore


A partire da maggio 2007, per 14 mesi, il rimborso spese è garantito a tutti gli impianti e per chi riesce a diventare autoproduttore di energia e a cedere alla rete l'energia prodotta in più è previsto un premio del 5% della tariffa.


Non solo pannelli solari. Nel pacchetto di agevolazioni per chi sceglie il risparmio energetico con le fonti rinnovabili, il governo ha inserito nuovi incentivi per chi preferisce il fotovoltaico, ossia l'impianto in grado di produrre anche energia elettrica. Le novità sono contenute in uno dei decreti della "lenzuolata energetica", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e in vigore dal 24 febbraio. Grazie al nuovo sistema, saranno garantiti incentivi a tutti gli impianti che entreranno in funzione entro 14 mesi a partire dal prossimo mese di maggio, senza la necessità di graduatorie e numero chiuso. Il rimborso per le spese di produzione va da un minimo di 40 centesimi per kilowatt prodotto dagli impianti con i pannelli a terra, fino ai 49 centesimi per quelli integrati negli edifici. Gli incentivi sono erogati per 20 anni, sono indicizzati all'inflazione, ma questa agevolazione non è comulabile con altre detrazioni. In compenso è previsto un premio con un aumento dell'incentivo fino al 30% per chi diventa totalmente autosufficiente o risparmia di più.

A chi spettano gli incentivi - Il rimborso spese per la produzione di energia riguarda sia i singoli impianti realizzati a livello personale, che quelli condominiali. Non si fa distinzione sul tipo di fabbricato, ma i moduli fotovoltaici installati su tetti piani e terrazze di edifici e fabbricati non devono superare l'altezza della balaustra. Un valore indicativo di occupazione di superficie è di circa 8 -10 mq per kW di potenza nominale installata.

Le caratteristiche dell'impianto - Avranno diritto al finanziamento tutti gli impianti fotovoltaici che diverranno operativi dopo che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas avrà aggiornato le modalità tecniche per l'erogazione degli incentivi. Le norme sono previste entro maggio. In ogni caso, la potenza nominale degli impianti non deve essere inferiore a 1 kW e gli impianti devono essere realizzati con componenti di nuova costruzione o comunque non già impiegati in altre strutture. No ai pannelli usati, dunque, ma in compenso non ci sono altre restrizioni al tipo di impianto. Infatti hanno diritto alle agevolazioni sia quelli con i moduli al suolo, sia quelli collocati sui tetti o sui terrazzi. In ogni caso devono essere collegati alla rete elettrica o a piccole reti isolate, e ogni singolo impianto deve essere caratterizzato da un unico punto di connessione alla rete elettrica, non condiviso con altri. Per realizzare gli impianti è sufficiente una DIA, ossia la Dichiarazione di inizio attività da presentare in Comune. Per questa occorre la firma di un tecnico (architetto, ingegnere, geometra).

I costi - Per avere un'idea dei costi, progetto a parte, occorre considerare che un impianto base parte da un minimo di 7.000 euro per kW per quelli taglia fino a 10 kW, mentre per quelli di maggior grandezza il costo parte dai 5.000 euro per kW.
A questa spesa si aggiunge un costo annuo di manutenzione di circa l'1% del valore dell'impianto. La durata dei moduli, che rappresentano i componenti economicamente più costosi, è garantita dai produttori fino a 25 anni. Tutto l'impianto dovrà essere realizzato in conformità alla normativa comunitaria e alle altre disposizioni contenute nel decreto per quel che riguarda standard e rendimenti, e possedere un apposito certificato di collaudo finale. Per ottenere l'incentivo occorre, infatti, allegare una serie di documenti sulla base dei quali saranno effettuate le verifiche per il calcolo e il pagamento. Ovviamente al vantaggio dell'incentivo va aggiunto il risparmio sulla bolletta.

La procedura - Chi intende realizzare un impianto fotovoltaico e accedere alle tariffe incentivanti, deve dunque presentare al gestore di rete Gestore dei servizi elettrici, GSE, il progetto preliminare dell'impianto e richiedere la connessione alla rete. A impianto ultimato occorre trasmettere la comunicazione di fine lavori e la relativa documentazione, e poi si può chiedere l'incentivo. Entro sessanta giorni il GSE comunica la tariffa riconosciuta. Questa, infatti, varia a seconda dell'impianto e delle sue capacità produttive. La tariffa più alta è prevista per gli impianti integrati, ossia quelli installati sui tetti degli edifici. L'ncentivo è riconosciuto per un periodo di venti anni a decorrere dalla data di entrata in esercizio dell'impianto ed è aggiornato all'inflazione.
I premi aggiuntivi - Oltre a tariffe incentivanti più elevate rispetto al passato, e alla procedura semplificata, il decreto prevede un premio del 5% della tariffa stessa per chi riesce a diventare autoproduttore di energia, ossia completamente autosufficiente e anche in grado di cedere alla rete l'energia prodotta in più. Premio anche per i tetti fotovoltaici che sostituiscono coperture in eternit o comunque contenenti amianto. E non solo. Ha diritto ad un aumento della tariffa anche chi, approfittando del fotovoltaico, aggiunge al nuovo impianto un uso più efficiente dell'energia, ed è in grado di ottenere una risparmio certificato di almeno un altro 10% a livello di prestazione energetica dell'edificio o dell'unità immobiliare. Il premio consiste in una maggiorazione percentuale della tariffa pari alla metà della percentuale di riduzione del fabbisogno di energia conseguita e dimostrata, fino ad un massimo del 30% in più. Il testo del decreto sul sito del governo
di Antonella Donati



Foglio di calcolo per il rendimento fotovoltaico di Onoff

Windows Xp e Wga: nuovo aggiornamento di marzo rileverà copie pirata del software modificando il desktop del pc


Arriva una nuova versione del sistema di notifica anti-pirateria di Microsoft, WGA Notifications.

In aggiunta ai consueti aggiornamenti al sistema di autenticazione che migliorano la capacità della tecnologia anti-pirateria di rilevare chiavi prodotto rubate o fasulle e altri tentativi di aggirare l'attivazione del sistema, questa nuova release include un paio di aggiornamenti importanti, come evidenziato da Alex Kochis, senior product manager di Windows Genuine Advantage, sul blog ufficiale di WGA.

Da WGA Blog: "Con questa release abbiamo migliorato il design rendendo più facile installare l'aggiornamento e restare aggiornati con le ultime release di WGA.

Questa release si focalizza sulla edizione prodotto che abbiamo trovato più spesso contraffatta, Windows XPProfessional. Questo aggiornamento include le ultime informazioni di validazione come le chiavi prodotti recentemente rubate o usate illegalmente e altre informazioni.

Inoltre con questo aggiornamento cambia il processo di installazione. È stato aggiornato in modo che una volta scaricato l'aggiornamento da Aggiornamenti Automatici (interamente in linea con le vostre impostazioni AU esistenti) dopo il successivo accesso o riavvio il wizard di installazione sarà presentato all'utente che sarà in grado di scegliere se installare l'aggiornamento nello stesso modo delle passate release.

I clienti che hanno installato l'ultimo aggiornamento avranno semplicemente aggiornate le informazioni di validazione (nuove chiavi prodotto, etc.) senza necessità di eseguire nuovamente il processo di installazione. Dopo aver installato questa versione di WGA Notifications su una copia di Windows XP che fallisce la validazione una UX di Windows includerà (come con l'ultima release) prima un messaggio al prossimo accesso che indica che l'utente potrebbe essere vittima di contraffazione del software.

Si vedrà che il desktop è cambiato in sfondo nero e una notifica permanente sul desktop sopra il system tray oltre a messaggi dal sistema tray che offrono informazioni addizionali e modi per segnalare pirateria o ottenere un copia autentica di Windows".

a cura di Tweakness

Per gentile concessione di Tweakness.net

LA SOLUZIONE SVEDESE


La crisi attuale ha la stessa origine di quella che ha colpito la Svezia negli anni Novanta. In quel caso, il governo seppe reagire in modo veloce e appropriato, senza costi per il contribuente. Una ricetta valida anche oggi? Il modello svedese può offrire alcune linee guida, ma la politica dovrebbe avere il coraggio di esplorare nuove soluzioni. Servirebbe una risposta coordinata e cooperativa, che però impone necessariamente agli Stati di mettere a disposizione spazi di sovranità nella gestione della politica economica. E per questo appare, purtroppo, lontana.

Nel mezzo di una crisi finanziaria reale, pervasiva e globale, come quella che stiamo vivendo, può essere utile il confronto con precedenti recessioni. Un interessante termine di paragone è la crisi dei paesi del Nord Europadegli anni Novanta, e in particolare il caso svedese.

LA GENESI DELLA CRISI SVEDESE

Le origini della crisi svedese sono riconducibili a un processo di liberalizzazione dei mercati finanziari e creditizi che determinò una riduzione dei tassi d'interesse, incentivando famiglie e imprese a indebitarsi per finanziare consumi e investimenti in immobili e titoli. Questo si tradusse in un boom del mercato immobiliare e azionario. Le aspettative estremamente positive degli operatori in un clima di crescita economica sostenuta, bassa disoccupazione e valore degli asset in costante aumento, spinsero famiglie e imprese a indebitarsi ulteriormente. E le banche aumentarono l’offerta di prestiti, non valutando correttamente il rischio sottostante. L’elevato livello di indebitamento rese gli operatori vulnerabili a shock inattesi sui tassi di interesse. Il crollo del sistema si verificò proprio a seguito di un aumento dei tassi, determinando le prime insolvenze e quindi sofferenze sui prestiti. In breve, le perdite si trasferirono da famiglie e imprese al settore finanziario e creditizio, mettendo a rischio la stabilità dello stesso sistema bancario.

LA SOLUZIONE SVEDESE

La reazione di politica economica si articolò su diversi interventi.Nel settembre 1992, il governo annunciò unagaranzia ufficiale da parte dello Stato a tutti i depositanti e a tutte le controparti delle banche svedesi. Non fu fissato alcun limite alla garanzia: l’obiettivo era quello di eliminare il rischio di un fenomeno di “corsa agli sportelli”.
Nel 1993 fu istituito il Bank Support Authority (Bsa): un organismo indipendente col compito di analizzare i bad asset delle banche ispirandosi alla massima trasparenza, fornendo una valutazione rigida e realistica delle perdite attese e della loro capacità di ritornare a produrre profitti nel medio-lungo termine. L’intervento statale fu impostato sul ricorso, per quanto possibile, a soluzioni di mercato basate sull'iniezione di capitale proprio da parte degli azionisti, con il supporto di garanzie pubbliche.
Solo per due istituti, Nordbanken e Gota Bank, fu adottata la divisione in “good bank” e “bad bank”, denominate rispettivamente Securum e Retriva. Gli asset di tali istituti furono quindi scissi in due categorie: quelli solidi e quelli problematici. I primi furono lasciati presso la good bank, mentre i secondi furono trasferiti presso le Asset Management Companies (Amc), esterne alla banca. Il vantaggio di disporre di unità specifiche ad hoc è dovuto al maggior grado di specializzazione di questi istituti e all’arco temporale impiegato per la dismissione degli stessi. Le Amc, propriamente capitalizzate e garantite dallo Stato, potevano aspettare il ritorno a normali condizioni di mercato prima di liquidare i propri asset. Si limitarono così in modo significativo le conseguenze sul sistema del processo di stress selling.
Il culmine della crisi si ebbe nel novembre 1992 con la svalutazione della corona, che ne rappresentò anche il punto di svolta: una politica fiscale e monetaria espansiva, unita alla svalutazione, aiutò la ripresa progressiva della domanda aggregata.

I COSTI DELLA CRISI

Il processo di aggiustamento svedese viene spesso considerato come un modello di successo per la gestione di crisi finanziarie e bancarie: si evitarono casi di bank-run e il sistema creditizio del paese continuò a funzionare senza alcun fenomeno di credit crunch.
Il merito più rilevante del “modello svedese” fu il costo finale, sostanzialmente nullo se non addirittura lievemente positivo, sostenuto dai contribuenti. Tuttavia, i costi macroeconomici furono ingenti con forti ripercussioni sia sul tasso di disoccupazione, che raggiunse l’8 per cento tra il 1991 e il 1993, sia sul Pil, che si contrasse con una media annua pari al 2 per cento.
Per una valutazione esaustiva del modello svedese è perciò importante considerare altri due fattori. Il primo riguarda l’occupazione: per tornare ai livelli pre-crisi ha impiegato quasi quattordici anni. Il secondo riguarda, invece, gli effetti di lungo periodo della politica di salvataggio sul sistema bancario. È importante valutare se abbia generato comportamenti virtuosi, proteggendo il sistema dalla crisi attuale, o se al contrario, abbia incentivato atteggiamenti più rischiosi. L’esposizione del sistema svedese ai titoli tossici sembra ridotta, mentre qualche preoccupazione deriva dall’esposizione degli istituti verso i paesi baltici, che attraversano una profonda crisi economica. Nei prossimi mesi alcune banche svedesi registreranno cospicue perdite su questi prestiti Ma non dovrebbe esserci alcun problema a livello di sistema in quanto l’esposizione totale degli istituti nei confronti dei paesi a rischio è pari al 10 per cento degli impieghi totali.
In sintesi, i principali elementi che contribuirono al successo della soluzione svedese furono: l’elevato grado di trasparenza nella valutazione dei bilanci delle banche; il ruolo svolto dalle Amc nella liquidazione degli asset tossici; il ricorso per quanto possibile a meccanismi di mercato; la credibilità e velocità dell’azione politica; la politica monetaria e fiscale.

UN CONFRONTO CON LA CRISI ATTUALE

La crisi svedese degli anni Novanta e quella di oggi hanno in comune l’origine, identificata in un processo boom-and-bust generato da una dinamica di over-optimistic lending, alimentata da bassi tassi di interesse, che genera una bolla nel settore immobiliare. In entrambi i casi, lo scoppio della bolla è stato causato da uno shock negativo sui tassi di interesse.
E un richiamo alle misure adottate negli anni Novanta può essere colto in alcune misure del recente “piano Geithner", come il Cap, che subordina la ricapitalizzazione delle banche a test di stress sui loro bilanci; e l’istituzione del Ppif, che in qualche modo ricalca le Amc svedesi.
Nonostante le similitudini, però, restano decisive le differenze. La prima è la dimensione ridotta del sistema bancario svedese, che ha reso possibile l’intervento dello finanza pubblica per ricostruirne la stabilità a breve termine.
Inoltre,un elemento fondamentale della ricetta svedese è stata la crescita della la trasparenza dei bilanci delle banche, che ha permesso di effettuare una stima attendibile delle perdite complessive e far scomparire le banche “Zombie”. Nella crisi attuale, invece, l’ammontare delle perdite è tuttora ignoto: dal 2007 il Fmi ha continuamente aggiornato verso l’alto le stime, che oggi sono arrivate a 3mila miliardi di dollari.
Ma la differenza fondamentale riguarda la struttura del mercato finanziario e, di conseguenza, il grado didiffusione della crisi. Un sistema finanziario relativamente sviluppato e chiuso, come quello svedese, circoscrisse la crisi a un fenomeno locale e la ripresa fu stimolata da misure standard di politica economica, quali la svalutazione. Ora, invece, l’elevato grado di sviluppo del sistema finanziario americano e il suo livello di integrazione a livello internazionale hanno prodotto una crisi di natura globale. E la ripresa non può essere affidata a misure convenzionali, ma richiede una risposta di carattere coordinato a livello mondiale.
Nel caso svedese, l'azione del governo fu immediata e la crisi fu gestita in un clima di piena collaborazione. Oggi, una risposta a livello globale appare di difficile attuazione. Una risposta coordinata sembra ardua anche in aree regionali fortemente integrate come l’Europa, dove, dal lato della politica monetaria, la Bce svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza, senza un’autorità fiscale alle spalle, mentre, sul fronte della politica fiscale, la forte interdipendenza economica (e i relativi contagi) e i vincoli di Maastricht, disincentivano il ricorso alla leva fiscale per stimolare la ripresa.
Tutto ciò produce un effetto contrario al caso svedese, minando la fiducia degli operatori economici. Per superare velocemente la crisi, la ricetta svedese può darci delle linee guida, ma la fantasia della politica dovrebbe avere il coraggio di esplorare nuove soluzioni adatte alla prima crisi di natura globale. Una rispostacoordinata e cooperativa, che necessariamente imponga agli Stati di mettere a disposizione alcuni spazi di sovranità nella gestione della politica economica sembra inevitabile, ma, purtroppo, lontana.

L'articolo in versione integrale.

di Guido Ascari e Paola Elena Brignoli

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001033.html

Cina alla conquista dell'Fmi


In gergo tecnico si chiama “currency swap”: è un’intesa bilaterale fra le due banche centrali di Pechino e Buenos Aires per i regolamenti valutari dell’interscambio tra le due nazioni. In partenza l’accordo-swap vale 70 miliardi di yuan o renminbi (la valuta cinese) ma potrà essere aumentato a seconda della crescita dell’import-export bilaterale. La novità è che le transazioni commerciali tra i due paesi potranno essere regolate in valuta cinese, anziché in dollari Usa come accadeva di consueto.




Il cambiamento ha una portata notevole. E’ un altro pezzo della leadership mondiale del dollaro che se ne va, sgretolato sotto la paziente ma implacabile offensiva dei cinesi. E stavolta la penetrazione dello yuan avviene addirittura nel “cortile di casa” degli Stati Uniti, quell’America latina dove fino a un’epoca recente l’influenza economico-finanziaria di Washington era dominante.

L’accordo firmato con l’Argentina è l’ultimo episodio nell’escalation di mosse con cui la Cina alza il suo profilo nella governance globale. La recessione internazionale diventa per Pechino un’opportunità: accelera i tempi del declino dell’Occidente e quindi dell’assunzione di un ruolo più importante da parte della Repubblica Popolare. Appena una settimana fa il governatore della banca centrale di Pechino ha fatto scalpore chiedendo che al G-20 di Londra sia messo all’ordine del giorno proprio il superamento del dollaro come moneta universale.

Il governatore Zhou Xiaochuan ha proposto che nelle riserve ufficiali delle banche centrali e nei pagamenti internazionali al posto del dollaro Usa subentrino gradualmente i Diritti speciali di prelievo, una moneta-paniere (composta da dollaro, euro, yen e sterlina) attualmente usata come unità di conto dal Fondo monetario internazionale.

Zhou ha motivato la sua proposta con la necessità di stabilizzare l’economia globale, sottraendola agli choc provocati dal ruolo del dollaro. La moneta americana oggi è la più usata dalle banche centrali e nel commercio mondiale (per esempio per la quotazione delle materie prime), ma è condannata a riflettere le fragilità dell’economia americana e del suo deficit pubblico. Quella proposta del banchiere centrale cinese è stata accolta in Occidente come un ballon d’essai, non un’idea concretamente praticabile a breve termine.

Intanto però Pechino procede su altri tavoli per dimostrare che la leadership del dollaro non è destinata a durare all’infinito. L’accordo con l’Argentina è sorprendente perché investe un’area geografica tradizionalmente sotto la tutela finanziaria di Washington, e tuttavia non è una novità assoluta. Simili accordi di “currency swap”, per sostituire lo yuan al dollaro nell’interscambio con la Cina, sono stati firmati da dicembre a oggi con Corea del Sud, Bielorussia, Indonesia, Malesia, nonché con la piazza finanziaria di Hong Kong (un fatto significativo quest’ultimo, perché se Hong Kong è tornata a far parte politicamente della Repubblica Popolare dal 1997, tuttavia ha conservato la propria moneta che è agganciata al dollaro Usa).

In soli tre mesi dunque Pechino ha sfoderato una formidabile capacità di seduzione a scapito del dollaro. Gli accordi-swap che promuovono l’uso dello yuan nel commercio mondiale sono un “cavallo di Troia” per indebolire la supremazia mondiale della moneta Usa: i leader cinesi fanno leva sul proprio ruolo di partner commerciale per accompagnare alla penetrazione dell’export anche quella della loro moneta.

La nuova grinta esibita da Pechino sarà messa alla prova giovedì al G-20. Uno dei test riguarderà il ruolo del Fondo monetario internazionale. Questa istituzione, che sembrava condannata a un declino inesorabile fino al 2008, è tornata di colpo in primo piano per effetto della recessione. Di fronte al rischio-bancarotta che ha colpito una schiera di Stati sovrani (cominciando dall’Islanda per finire con la Romania), il Fmi è l’unica istituzione “addestrata” a intervenire velocemente con aiuti finanziari alle nazioni in difficoltà.

L’Amministrazione Obama ha riscoperto l’utilità del Fondo: di fronte a un’Europa che rifiuta di varare manovre di spesa pubblica più sostanziose, gli aiuti del Fmi ai paesi emergenti possono essere una scorciatoia per sostenere la domanda dei paesi emergenti e quindi la crescita mondiale. Ma anni di marginalità hanno dissanguato le casse del Fondo monetario. Il segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, ha proposto una ricapitalizzazione di 500 miliardi di dollari. Stati Uniti, Europa e Giappone al massimo riusciranno a offrire 300 miliardi. Per andare oltre, tutti guardano alla Cina. Che però è determinata a negoziare duramente il proprio aiuto finanziario. In seno al Fmi l’influenza europea e americana è condannata a diminuire per fare spazio al nuovo azionista-Cina, deciso a pesare quanto la propria economia.



di Federico Rampini - rampini.blogautore.repubblica.it

Dagli antichi fattori ai nuovi manager


Una delle novità di questa crisi è che i padroni non ci sono più. Ci sono solo i manager: da punire, tassare, sequestrare. A pensarci un po' sembra di esser tornati alla civiltà contadina, quando i baroni proprietari stavano nei bei 
palazzi di città (quasi tutti gli agrari pugliesi abitavano a Napoli) e in campagna c’erano solo i fattori contro i quali si scatenava l’ira di braccianti e contadini.
Questo fenomeno di oscuramento dei proprietari è cominciato da tempo: le Spa (società anonime) furono già un bell’esperimento di dissimulazione 
della proprietà, che continuava a sfruttare nascondendo il volto.
Ma, forse, in questo nascondersi c’è anche un indebolimento del diritto di proprietà e vale ricordare che nelle campagne la proprietà assenteista apre le porte alla riforma agraria.

E’ un dato di fatto che i manager, come i fattori di un tempo, con le stock option e altro hanno ridotto i guadagni del proprietario, che pur di rimaner nascosto accettava di pagare il tributo. E, anche in Italia, alcuni eccellenti manager 
(non farò nomi) si sono un po’ arricchiti alle spalle dello sfruttamento dei padroni sui lavoratori. Si potrebbe ancora aggiungere che la primazia dei managers potrebbe essere un primo passo per l’abolizione della proprietà, nel senso che i proprietari sono diventati rentiers.
Intanto la rabbia dei lavoratori in Francia si scatena contro i manager, che sono gli attuali fattori. La storia delle campagne può insegnare qualcosa.

di Valentino Parlato

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