giovedì 26 marzo 2009

Il messaggio di Obama all'Iran inserito nell'attuale situazione geopolitica




Salutato dai media occidentali come un grande segnale di apertura e pacificazione, il video-messaggio lanciato dal presidente statunitense Barack Obama all'Iran in occasione del capodanno persiano sembra aprire una nuova stagione nei rapporti internazionali. Ma molteplici segnali indicano una soluzione opposta. L'Amministrazione americana, infatti, potrebbe aver deciso: sarà guerra per l'Iran.
Per spiegare questa drastica e preoccupante ipotesi, è necessario fare riferimento alla attuale situazione geopolitica. Se non interverranno forze esterne, nel termine di pochi anni la SCO (Organizzazione di Shangai per la Cooperazione) determinerà il consolidarsi di un blocco asiatico tale da provocare la fine dell'egemonia statunitense. Dell'organizzazione fanno ora parte Cina, Russia ed un gruppo di paesi centro-asiatici già parti integranti dell'Unione Sovietica. A giugno si discuterà dell'ingresso dell'Iran che ha proposto la candidatura per passare dal ruolo di osservatore a quello di membro effettivo.
Specialmente la Cina avrà molto da guadagnare dall'imporsi di una alleanza strategica, economica e militare, con Russia e Iran. 
L'impero americano si regge essenzialmente su due pilastri: il potere finanziario del dollaro e l'egemonia tecnologico-militare. La divisa americana è il parametro di riferimento negli scambi commerciali a livello planetario, ogni transazione, e specialmente nel nevralgico settore dell'energia, viene effettuata in dollari. Gli americani possono così stampare banconote a loro piacimento per finanziare i propri consumi senza che l'emissione di moneta abbia nessun corrispettivo di valore economico reale. Si tratta di un autentico signoraggio monetario applicato all'intero pianeta, ovvero si scambiano foglietti di carta verde (senza nessun valore intrinseco) contro merci, creando una enorme bolla speculativa fondata sul debito. La globalizzazione degli ultimi anni è stato questo: la Cina produceva beni reali e pagava in dollari le materie prime; gli Stati Uniti compravano a debito le merci prodotte pagandole in dollari (che loro stessi stampavano).
Il risultato è che il deficit pubblico americano è andato fuori controllo, e i maggiori creditori sono proprio Cina, Giappone, i paesi produttori di petrolio arabi. Ora, nella congiuntura di crisi i nodi vengono al pettine drammaticamente: il presidente cinese Hu Jintao ha cominciato a chiedersi, pubblicamente, ciò che da anni si sussurra. Gli Stati Uniti sono in grado di onorare il proprio debito?
La domanda potrebbe altresì porsi in questo modo: i creditori avranno mai la forza di costringere gli americani ad onorare il debito, ovvero porli di fronte alla scelta tra il ridimensionamento drastico del loro potere o la bancarotta? La risposta è evidente. Finché l'egemonia militare sarà nelle mani di Washington, nessun paese avrà tale forza.
Ma un'alleanza Cina-Russia-Iran potrebbe creare tali presupposti. Sul piano militare Russia e Cina non sono singolarmente in grado di fare fronte agli Stati Uniti, ma in un contesto di difesa strutturata potrebbero già oggi essere un boccone indigesto da affrontare, tanto più che il divario sarebbe destinato ad assottigliarsi nel futuro. Sul piano economico il meccanismo è ancora più evidente. All'interno della SCO la Cina avrebbe i più grandi detentori di riserve di gas e petrolio al mondo, Russia, Iran e Kazakistan, e tramite loro un accesso indipendente dagli Stati Uniti al bacino del Mar Caspio, il nuovo Eldorado energetico. A quel punto nulla impedirebbe a questi paesi di dotarsi di una moneta autonoma dal dollaro per i loro scambi commerciali. Sarebbe lo sganciarsi dell'area più produttiva al mondo dall'influenza del dollaro e la fine dell'Impero americano.
Gli Stati Uniti hanno ancora del tempo per scongiurare questo scenario. L'occupazione militare dell'Asia centrale cominciata dall'11 settembre aveva evidentemente questo scopo strategico ultimo, il controllo dell' Heartland e delle sue risorse energetiche per mettere sotto tutela lo sviluppo economico della Cina ed imporle il controllo.
L'Iran rimaneva l'ultimo ed essenziale pezzo del mosaico ma il risorgere della Russia aveva determinato una spaccatura nella strategia imperiale negli ultimi due anni dell'Amministrazione Bush, spaccatura che si è riproposta nell'Amministrazione Obama. Continuare la strategia neo-con che portava alla collisione con l'Iran, come propugnato ora dalla fazione filo-sionista del Dipartimento di Stato con Hillary Clinton, o al contrario dialogare con Teheran e rivolgere la propria determinazione verso la Russia come voluto dal confermato ministro della Difesa Robert Gates esponente di un'area nazional-conservatrice?
Una scelta risultava necessaria perché gli Stati Uniti non sono attualmente in grado di fronteggiare contemporaneamente due scenari di crisi: una rinascente guerra fredda con la Russia ed una possibile guerra calda con l'Iran. L'azione doveva essere diretta a disarticolare il nascente triangolo Mosca-Teheran-Pechino puntando sulla sua divisione. La tentazione di far transitare l'Iran nel campo occidentale è stata reale, ma ora i giochi sembrano fatti. Si troverà l'accordo con Mosca, si mostrerà il volto duro all'Iran.
Zbigniew Brzezinski, uno degli strateghi americani della guerra fredda (fu lui da consigliere per la sicurezza dell'Amministrazione Carter, 1976-80, ad organizzare la trappola afgana in cui caddero i sovietici), in una recente intervista al Corriere della Sera (del 21 marzo 2009, pag. 3) ha dato una lezione di diplomazia indicando due diversi modi per portare a termine una trattativa diplomatica. La prima, con l'intenzione di farla fallire, è quella di fare annunci roboanti che celino richieste inaccettabili alla controparte. La seconda è realmente propositiva, molto più difficile, ed in quel caso è necessario armarsi di tempo, pazienza e soprattutto disponibilità a concessioni.
Il messaggio di Obama all'Iran ha esattamente le caratteristiche della prima ipotesi. In un video di quattro minuti ci si può limitare, come è stato, a fare dichiarazioni di principio e buona volontà ma senza determinare significativi mutamenti di scenario. Ed infatti l'embargo contro Teheran rimane, e rimangono i diktat di interrompere il programma nucleare ed il sostegno al terrorismo (ovvero il supporto di Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina). La risposta della guida spirituale e massimo leader iraniano, Alì Khamenei, è stata infatti quella che gli stessi americani si aspettavano e volevano. Gli iraniani chiedono fatti concludenti, non parole. Per il sistema mediatico occidentale, però, il risultato è stato ottenuto. Obama avrebbe dato una grande apertura di credito agli ayatollah, un grande segnale di distensione accolto con freddezza.
Anche sul piano interno iraniano il messaggio non va nella direzione di favorire il dialogo, quanto piuttosto nell'arroccamento delle posizioni dell'attuale leadership. Il presidente Ahmadinejad in vista delle elezioni di giugno potrà spiegare agli elettori che la posizione di fermezza ha dato il risultato di costringere gli americani ad una apertura. Perché cambiare strategia ora con l'elezione di un moderato?
Da non sottovalutare poi l'effetto determinato dal presidente di Israele Shimon Peres, che accodandosi al messaggio di Obama ha espresso amicizia al popolo iraniano invitandolo allo stesso tempo a cambiare il proprio governo. Presso una opinione pubblica fortemente nazionalista e anti-israeliana, il messaggio di Peres assomiglia più al video di Osama bin Laden, che durante la campagna elettorale americana del 2004 invitava a non rieleggere Bush, che ad un vero tentativo di pacificazione.
Ben diversa da quella con l'Iran appare la trattativa intavolata dagli Stati Uniti con Mosca, ovvero una trattativa vera e propria. In vista del primo incontro tra Barack Obama e Dimitri Medvedev che si terrà a Londra il 1 aprile (ai margini della riunione del G-20), la diplomazia americana ha deciso di inviare in Russia i prìncipi della sua diplomazia per determinare l'agenda dell'incontro, o come spesso accade in questi casi, discutere o ratificare accordi che poi vengono pubblicamente suggellati dai rispettivi leaders.
La delegazione americana è ai massimi livelli e bi-partisan, anzi con molti esponenti di area repubblicana, a testimonianza del fatto che quando sono in gioco gli interessi nazionali, la leadership americana si muova con assoluta unità di intenti. Alcuni nomi, in particolare, dicono quale sia la posta in gioco.
Partecipano Henry Kissinger, il decano della diplomazia a stelle e strisce, uomo di riferimento delle lobbies ebraiche e George Schultz, già Segretario di Stato nell'amministrazione Reagan, indicato da analisti come Lyndon La Rouche quale uomo di riferimento della finanza anglosassone, e segnatamente britannica, negli Stati Uniti. Questo gruppo era stato preceduto da un incontro ai massimi livelli al Cremlino avuto dal generale Brent Scowcroft, già consigliere alla sicurezza nell'amministrazione Bush sr. ed indicato come l'ideologo dei cosiddetti "generali ribelli", ovvero esponenti delle forze armate che avevano contrastato al Pentagono Donald Rumsfeld fino ad ottenerne l'allontanamento e la sostituzione con Robert Gates.
Questa fazione militare si è strenuamente opposta, finora, all'intervento bellico in Iran. Addirittura, durante le ultime settimane del suo mandato, George Bush jr. aveva rivelato alla stampa che dietro pressione di Gates gli americani avevano bloccato la scorsa estate un blitz aereo israeliano contro le installazioni nucleari iraniane, ciò che avrebbe innescato un conflitto.
La notizia che Scowcroft è uno dei personaggi chiave del dialogo tra Wasghington e Mosca potrebbe indicare un mutamento di scenario all'interno della stessa fazione militare finora pro-iraniana, e che, anzi, l'ex generale divenga una sorta di garante di tale cambiamento di rotta.
Certo è che gli americani stanno cedendo su tutta la linea. In un primo rapporto che questi gruppi di contatto hanno consegnato ad Obama (17 marzo) si legge l'intenzione netta di rivoluzionare i rapporti bilaterali con Mosca. Dopo l'autocritica ("Tutte le precedenti amministrazioni americane non capivano assolutamente la Russia ed hanno spacciato i loro desideri per realtà, sostituendo la propria logica a quella russa"; fonte: Etleboro, 19 marzo), le concessioni: rivedere il piano di scudo missilistico da dislocarsi in Europa orientale (Polonia, Cekia) che tanto aveva allarmato Mosca; stop all'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato, come voluto fortemente anche da alcuni paesi europei come la Francia, appena rientrata nel comando integrato dell'Alleanza atlantica e portatrice di una politica decisamente pro-russa e anti-iraniana; rilanciare il dialogo sul controllo della proliferazione delle armi nucleari e giungere ad un nuovo trattato che sostituisca lo START II; coinvolgere la Russia in un progetto di sicurezza integrato europeo; riconoscere alla Russia uno speciale interesse nell'area dei paesi ex-sovietici (come dire fine delle ingerenze americane in Europa orientale, Caucaso, Repubbliche asiatiche ex sovietiche); appoggio all'ingresso della Russia nell'Organizzazione mondiale del Commercio sganciato da controlli e verifiche sul rispetto dei diritti umani, considerati questione interne.
Un ulteriore segnale di questa dinamica appare altamente significativo. Il vice Segretario di Stato americano Matthew Bryza, partecipando ad un incontro internazionale in Turchia sulle tematiche energetiche, ha dichiarato: "Attualmente, l'amministrazione statunitense non vede con occhio di favore la partecipazione dell'Iran al progetto Nabucco" [fonte: Etleboro, 18 marzo] ovvero al gasdotto costruito dagli americani che attraverso il Caucaso e la Turchia dovrebbe unire l'Asia centrale all'Europa. Al tempo stesso il Nabucco è stato declassato come progetto non prioritario nel bilancio dei fondi della UE: dai 250 milioni previsti si è passati a 50.
Questo significa che gli unici grandi progetti di gasdotti che arriveranno da oriente in Europa saranno quelli russi e del monopolista di stato Gazprom. A nord il North-Stream che attraverso il Baltico arriverà in Germania by-passando Polonia e Paesi baltici; e soprattutto a sud il South-Stream (consorzio Gazprom/Eni) che attraverso il Mar Nero unirà Russia ed Europa meridionale scavalcando l'Ucraina.
Il South-Stream era il concorrente diretto del Nabucco. Ma come ebbe a dire Putin, "è inutile depositare migliaia di kilometri di tubi, se poi non hai il gas da metterci dentro", e mentre i russi il gas da convogliare attraverso il South-Stream ce l'hanno, gli americani avrebbero potuto avere le risorse necessarie solo tramite un accordo politico-commerciale con l'Iran. È chiaro che a Washington ad un tale accordo qualcuno aveva pensato, ma ora non più. E se si accetta che i maggiori paesi europei diverranno dipendenti dal gas russo, significa che evidentemente tale salatissimo sacrificio sarà ampiamente ricompensato da un'altra partita, altrettanto o ancor più cruciale.
Se tutti questi segnali portano verso uno scenario di guerra con l'Iran (si vedrà in che modi e tempi), è possibile immaginare un solo spiraglio di pace. Ovvero che Barack Obama incarni effettivamente ciò che ampie fasce della opinione pubblica mondiale si aspettano (forse troppo ingenuamente) da lui, che egli sia il traghettatore del proprio paese verso un mondo realmente multipolare in cui gli Stati Uniti rappresentino una voce importante ma in mezzo a tante altre: Cina, India, Europa e Russia, America Latina, un nuovo mondo, cioè, in cui gli Stati Uniti possano fare la pace con tutti e contemporaneamente poiché smettono la volontà di essere la superpotenza imperiale.
Ma anche se così fosse, permetteranno mai ad Obama di realizzare tale progetto? Glielo permetterà il potere fondato su quello che Eisenhower chiamava il "complesso militare-industriale"? Glielo permetterà la lobby ebraico-sionista? Glielo permetteranno i padroni del pianeta, il potere finanziario transnazionale?
di Simone Santini

Madagascar, gli oppositori dell'ex sindaco


Gli oppositori del nuovo presidente Andry Rajoelina si sono riuniti nella stessa piazza da dove l'ex sindaco di Antananarivo ha guidato la protesta negli ultimi mesi che ha portato al cambio di presidenza sull'isola dell'Oceano Indiano. 
Circa 2 mila sosteniotori dell'ex presidente Marc Ravalomanana hanna preso parte a una marcia per contestare l'insediamento di Rajoelina, avvenuto con l'appoggio morbido dell'esercito. Rajoelina che è il più giovane presidente del continente africano, gode del supporto della popolazione più giovane e povera della capitale. Negli ultimi due mesi i moti popolari hanno portato un duro colpo all'industria del turismo, la principale fonte di reddito dell'isola, che porta nelle casse circa 400 milioni di dollari all'anno.

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Crollo del Governo ceco e rinascita dell'accordo USA-Mosca


Il primo ministro ceco Mirek Topolanek, e attuale Presidente dell'Unione europea, rassegnerà oggi le sue dimissioni dopo la riunione del Consiglio dei Ministri e si recherà al Castello di Praga per presentare la sua lettera di dimissioni al presidente Vaclav Klaus, come annunciato dal suo portavoce Jana Bartosova. Martedì, il Parlamento ceco ha approvato la mozione di sfiducia presentate dalle forze di opposizione, nei confronti del governo Topolanek, accusato di essere passivo dinanzi alla crisi economica mondiale. La crisi annunciata del Governo della Repubblica Ceca, in piena reggenza della Presidenza europea, potrebbe rivelarsi un duro colpo per la stabilità interna dell'Unione Europea, che si è notevolmente divisa intorno a questioni di rilevanza internazionale, come la costruzione dello scudo missilistico nell'Europa Centrale, la gestione delle fonti di energia e la politica da adottare nei confronti di Washington. Certo è che l'accordo che potrebbe unire la Russia e gli Stati Uniti ha provocato un diffuso disorientamento, ma ha reso sempre più evidente le scelte fatte dai singoli Governi europei, e la linea politica adottata. 
Anche la Repubblica Ceca, come la Polonia, è una "vittima" indiretta dell'apertura di un dialogo, basato su diverse premesse, tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, i quali hanno così deciso di escludere banali intermediari e affrontare personalmente i negoziati. La Russia è pronta ad ampliare la cooperazione con gli Stati Uniti e l'Europa, al fine di creare un'architettura di sicurezza comune e di difesa, ha affermato lo scorso venerdì il Vice Ministro degli esteri russo Sergei Riabkov. "
Questa iniziativa prevede uno studio congiunto di fonti alternative di risposta a questa minaccia, mediante l'applicazione di misure politiche e diplomatiche. In mancanza di comprensione della sua efficacia delle misure, siamo pronti a partecipare ad un progetto di sviluppo in collaborazione con gli Stati Uniti e con i partner europei , la creazione di un'architettura difesa ", ha detto il diplomatico russo in una conferenza stampa a Mosca. In questo senso, all'indomani dell'incontro dei due Presidenti a margine del vertice G20 a Londra, è stato creato un gruppo di lavoro sulle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia, guidata da "esperti" molto noti nel mondo diplomatico, come l'ex Segretario di Stato USA Henry Kissinger e l'ex primo ministro russo Yevgeny Primakov; gruppo che dovrà preparare il faccia-a-faccia sulla gestioni delle importanti questioni che riguardano la scena internazionale, come la proliferazione delle armi e la pianificazione della strategia di difesa globale. 
Proprio sulla realizzazione di questa struttura di sicurezza e di prevenzione contro nemici esterni, vacilla e poi crolla il Governo ceco, che, oltre ad aver criticato il piano anti-crisi degli Stati Uniti e la sua reale efficacia per fermare la recessione globale, decide di ritirare dalla camera dei deputati del Parlamento, l'accordo che aveva precedentemente presentato per la realizzazione sul territorio nazionale, di una stazione radar di difesa missilistica degli Stati Uniti. Un cambiamento di rotta che va senz'altro attribuito alla politica della nuova amministrazione americana con riferimento allo scudo di difesa missilistica in Europa orientale. Eppure, solo pochi mesi fa, dinanzi alle proteste dei cechi contro la ratifica dell'accordo con gli americani, furono le sole forze dell'opposizione a formare all'interno della Camera bassa del parlamento una coalizione per rinviare la chiusura dell'accordo. La crisi economica e la perdita del sostegno degli alleati americani, hanno indebolito troppo Praga, la quale si vede costretta a piegarsi ai nuovi accordi e i nuovi protocolli che fanno parte della politica dell'Europa e non riconoscono le vecchie alleanze. 
Da questo punto di vista, la crisi della Repubblica Ceca era del tutto prevedibile, in considerazione di quanto è accaduto a Varsavia, che ha percepito subito il duro contraccolpo del fallimento dell'investimento americano, che si è tradotto anche in perdita di attrattività per i grandi capitali speculativi. Se il crollo del Governo ceco viene accolto con una relativa calma in seno all'Unione Europea, dalla parte dei russi sembra essere un evento risolutivo, in quanto sferza un "colpo mortale" ai progetti per implementare gli elementi del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti. "
Ora la possibilità di formare un nuovo governo ceco costituito da forze tradizionalmente più disposte alla Russia, sono più vicine", afferma il rappresentante permanente russo presso la NATO Dmitri Rogosin. Mosca può non solo approfittare della debolezza dell'esecutivo guadagnando la fiducia dei cechi, ma anche della stessa Unione Europea, facendo crollare gli ultimi fronti di resistenza. Una variabile che ha un impatto non trascurabile anche sulla destinazione degli investimenti e dei fondi della Comunità, tra vari progetti e partnership che decideranno sempre più, in futuro, gli equilibri politici tra Russia e Unione Europea. Così, dopo l'accantonamento del gasdotto Nabucco come progetto prioritario per l'UE, si giunge, lo scorso 23 marzo, alla firma con l'Ucraina di una dichiarazione congiunta per migliorare il sistema per il trasporto di gas (STG). Secondo gli esperi, in uno scenario di forte crisi, i funzionari UE hanno scelto la soluzione più pragmatica e conveniente nel breve periodo, scegliendo Ucraina e Russia come partner per il trasporto del gas, e valutando inutili e dispendiosi ogni altro progetto volto ad aggirare, e forse non ad evitare, il monopolio del gas russo. Tra l'altro, l'attuale possibilità di trasporto del gas naturale del sistema Ucraina sono stimate tra i 120 ei 140 miliardi di m3 all'anno, tale che Kiev è arrivata a chiedere un finanziamento agli investitori europei di 5,5 miliardi di euro. Bruxelles è pronta a investire nell' ucraina STG, vecchio ormai di 40 anni, 2,5 miliardi di euro in 7 anni, fino al 2015, somma necessario a mantenere la capacità del sistema a loro livello attuale (pari a 60 miliardi di m3). Secondo gli accordi, l'Ucraina si è impegnata, da parte sua, a garantire un sistema trasparente del mercato del gas e che gli operatori del transito del gas russo verso l'Europa possano agire su una basi commerciali. Ad ogni modo, bisogna ben intendere il ruolo che avrà la Russia in questo accordo, in quanto, se da una parte può rassicurarsi di aver eliminato un progetto rivale, dall'altra potrebbe insospettirsi per queste strette cooperazioni con l'Ucraina. D'altro canto, l'investimento che farebbe l'UE è di breve periodo e non dà alcuna sicurezza negli approvvigionamenti, ma consente a Mosca di recuperare del tempo e rendere i suoi gasdotti pienamente funzionali. Vladimir Putin ha subito fatto notare che nessuno ha chiesto il parere della Russia su questo punto, ma non si sbilancia troppo, in quanto i fondi promessi da Bruxelles per modernizzare il sistema di transito ucraino, non farebbero altro che riconfermare l'utilizzo del gas russo per il mercato europeo. Non vi sono dubbi, comunque, che la crisi economica ed energetica ha stravolto letteralmente le vecchie divisioni, e ora si è disposti ad accettare compromessi, accordi assurdi di cooperazione, persino il crollo di un Governo di un Paese "non accondiscendente" pur convenire con le condizioni dei nuovi accordi. La Russia aveva chiesto all'America l'eliminazione dello scudo missilistico dall'Europa Orientale, e ha ottenuto questo ed altro ancora, come la possibilità di rimodellare anche gli stessi Governi di questi Stati cuscinetto. Inoltre Mosca aveva suggerito ai Paesi europei che non conveniva bypassare il gas russo, e pian piano lo ha ottenuto, raggiungendo persino la riconferma di fornitore energetico ufficiale. Il raggiungimento dell'accordo storico tra USA e Russia, passa dunque per tappe progressive, e fa di questi ostacoli intermedi solo dei fusibili.

di Fulvia Novellino

Link: http://www.rinascitabalcanica.com/?read=21488

La guerra in Cecenia? finisce il 31 marzo


Con un annuncio sorprendente - ma in fondo abbastanza realistico - il presidente ceceno Ramzan Kadyrov ha annunciato ieri ai giornalisti convocati nella sua residenza che le “operazioni speciali antiterrorismo” (nome convenzionale per indicare la guerra contro i militanti islamisti e indipendentisti) verranno dichiarate ufficialmente concluse il 31 marzo, cioè martedì prossimo. Kadyrov non ha indicato se questo comporterà o meno anche un sostanziale ritiro delle forze federali (essenzialmente reparti del ministero dell’interno e del Fsb, i servizi di sicurezza) dal territorio ceceno.

Il presidente ceceno Ramzan Kadyrov

Il presidente ceceno Ramzan Kadyrov

L’annuncio sembra aver colto di sorpresa le autorità federali. Fonti vicine al Cremlino hanno confermato che al vertice del paese si sta effettivamente discutendo la chiusura formale della “campagna antiterrorismo”, ma non si è ancora decisa una data. L’annuncio di Kadyrov sembra quindi voler forzare la mano a Mosca: il presidente ceceno ha parlato di “vittoria definitiva del popolo ceceno sui banditi e terroristi internazionali che lo hanno lungamente minacciato”, e ha peraltro ammesso che nelle città cecene si nascondono ancora “alcuni criminali che non possono consegnarsi per la gravità dei delitti che hanno commesso”. Ma questo non impedirà, ha detto, che lo stato di semi-guerra che finora è stato imposto alla repubblica venga tolto.

La campagna di “operazioni speciali antiterrorismo” (il termine “guerra” non è mai stato usato dal Cremlino) in Cecenia venne ufficialmente lanciata nel settembre 1999, anche se già da alcuni mesi erano in corso vere e proprie battaglie, soprattutto sui confini sud-orientali della Cecenia con il Dagestan. Il regime indipendentista del presidente Aslan Maskhadov, che governava a Grozny in piena autonomia fin dal 1996, venne investito da una massiccia invasione da parte delle forze armate federali, con bombardamenti aerei e ampio uso di mezzi corazzati; le operazioni di guerra vera e propria durarono alcuni mesi, fin verso la metà del 2000, per lasciare via via il posto a un teatro di guerriglia strisciante, con attacchi, imboscate e rapidi scontri da parte di formazioni combattenti più piccole e agili.

L'ultimo leader guerrigliero rimasto, Doku Umarov

L'ultimo leader guerrigliero rimasto, Doku Umarov

Nel corso degli anni successivi i più noti e popolari comandanti ceceni vennero uccisi uno a uno, spesso con “operazioni speciali” gestite da infiltrati (come l’eliminazione del leggendario Shamil Basayev con un camion-bomba fatto scoppiare da un suo uomo) fino all’eliminazione del presidente Maskhadov nel 2005, scoperto e trucidato mentre si trovava solo con due uomini in una casa presunta “sicura”.

Negli ultimi 3-4 anni le operazioni di guerriglia in Cecenia sono praticamente cessate, limitandosi a sporadici attacchi contro pattuglie isolate; anche gli attentati dinamitardi nelle città, che all’inizio del decennio avevano provocato centinaia di vittime, sono quasi completamente cessati. Gran parte del successo va attribuito anche alla strategia di feroce controllo su ogni villaggio e ogni famiglia messa in atto con spietata efficacia dal giovane presidente Kadyrov (il padre, a sua volta presidente dopo esser stato guerrigliero anti-russo durante la prima guerra cecena, nel ‘94-’96, fu ucciso in un pauroso attentato dinamitardo nel 2oo3). Il giovane Kadyrov è riuscito tra l’altro a “comprare” la resa e il passaggio di campo di molti leader guerriglieri locali, diversi dei quali figurano ora nel suo governo. In compenso la guerriglia islamista si è progressivamente allargata nelle altre repubbliche autonome russe del Caucaso settentrionale, sia in quelle direttamente confinanti come Inguscezia e Dagestan (la più a rischio di tutte, oggi) sia in quelle più lontane come la Kabardino-Balkaria o la Karachaevo-Cerkessia, nelle quali il numero degli incidenti e degli scontri armati è andato progressivamente crescendo.

di Astrit Dakli

Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=419

ITALIA, UN RIARMO CONTRO LA CRISI


Entro il 16 aprile le commissioni Difesa di Camera e Senato dovranno esprimersi sul programma di riarmo aeronautico presentato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, che prevede l'acquisto di 131 caccia-bombardieri da attacco F-35 Lightning II nell'arco dei prossimi diciotto anni. Spesa complessiva: oltre 13 miliardi di euro. Velivoli 'stealth' di quinta generazione che dal 2014 dovrebbero progressivamente sostituire tutta la flotta aerea d'attacco italiana, attualmente composta dai Tornado e dagli Amx dell'Aeronautica e dagli Harrier-II della Marina. Sessantanove F-35A a decollo convenzionale verrebbero destinati alle forze aeree, mentre sessantadue F-35B a decollo rapido o verticale andrebbero a finire sui ponti delle portaerei 'Garbaldi' e 'Cavour'.

Per le missioni all'estero. Nei mesi scorsi il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini, aveva definito l'acquisizione degli F-35 "assolutamente vitale per la difesa" del nostro Paese. 

In realtà, per la 'difesa' propriamente detta dello spazio aereo italiano sono già stati spesi oltre 7 miliardi di euro per l'acquisto di 121 caccia Eurofighter in sostituzione dei vecchi F-104. 
Pur definendo il programma come "destinato alla difesa nazionale", il testo che il ministro La Russa ha sottoposto alle commissioni parlamentari - e di cui PeaceReporter ha ottenutocopia - enuncia chiaramente la destinazione d'impiego degli F-35 "nelle missioni internazionali a salvaguardia della pace" in virtù della loro "spiccata capacità di impiego fuori area".

Un affare per Finmeccanica. I caccia F-35 sono il frutto del programma di riarmo internazionale Joint Strike Fighter (Jsf) lanciato dagli Stati Uniti a metà degli anni '90, al quale hanno aderito molti Paesi alleati, tra cui l'Italia nel 1996 con il primo governo Prodi (adesione confermata nel 1998 dal governo D'Alema e nel 2002 dal secondo governo Prodi). Il nostro Paese partecipa al consorzio industriale Jsf - guidato dalla statunitense Lockheed Martin - tramite l'Alenia, l'azienda aeronautica del gruppo Finmeccanica. Lo stabilimento piemontese di Cameri (Novara) è già stato attrezzato per diventare l'unica linea di montaggio finale del velivolo al di fuori fuori dagli Stati Uniti, dove verranno assemblati tutti gli F-35 destinati alle forze aeree del Vecchio Continente (per ora è certa l'Olanda). Secondo i piani, l'Alenia di Cameri si occuperà anche delle successive revisioni e aggiornamenti per tutta la vita operativa degli F-35, vale a dire per altri trentacinque anni circa.

Un riarmo contro la crisi. Secondo la Difesa, il super-bombardiere F-35 creerà almeno 10 mila posti di lavoro, genererà un forte sviluppo tecnologico dell'industria italiana e determinerà un incremento del Pil. Insomma, il riarmo come via d'uscita dalla crisi economica, come con la Grande Crisi degli anni '30 e con la Grande Depressione di fine '800. Peccato che in entrambi i casi questa strada abbia condotto a guerre mondiali. Di certo - questo il documento di La Russa non lo dice - l'impiego dei nuovi bombardieri nelle missioni "di pace" produrrà anche morti, mutilati e sofferenza. E se non dovessero mai venire usati - improbabile - risulteranno del tutto inutili. Forse questi 13 miliardi di euro di denaro pubblico - nostro - potrebbero essere investiti in qualcosa di più utile alla collettività. Spetta alle due commissioni parlamentari decidere nelle prossime settimane.

di Enrico Piovesana

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14849/L'Italia+compra+131+bombardieri

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