mercoledì 25 marzo 2009

AUMENTA L’INTERVENTO MILITARE USA IN COLOMBIA


Dopo la recente visita del ministro della Difesa Juan Manuel Santos negli Stati Uniti, dove si é riunito con il Capo dello Stato Maggiore congiunto yankee, l’ammiraglio Michael Glenn Mullen, prendono forma gli accordi che segnano un incremento ulteriore dell’intervento militare USA in Colombia. Da una parte, infatti, essi sanciscono la legalizzazione della possibilità per gli aerei militari statunitensi di usare le basi aeree colombiane senza limiti né richieste di autorizzazione; dall’altra, i due guerrafondai di professione (e vocazione) hanno concordato l’insediamento in Colombia di un numero non precisato di basi contro-insorgenti, definite pretestuosamente “basi antidroga”, in cui si addestrerebbero anche militari di altri paesi come il Messico, in cui l’imperialismo statunitense sta sviluppano un piano militare interventista clonato dal Plan Colombia (il “Plan México”). Questo ulteriore passaggio fa seguito alle recenti dichiarazioni dell’amministrazione Obama secondo le quali, nell’ambito del Plan Colombia, lo stanziamento previsto per il 2009 in
termini di aiuti militari al regime narco-mafioso colombiano (oltre 500
milioni di $), sarà regolarmente erogato. La Colombia diventerebbe, in
questo modo, una vera e propria portaerei USA nella regione, nonché un
centro d’addestramento e pratica controinsorgente per militari di altri paesi (come Messico, Peru, ecc.) impegnati a reprimere a ferro e fuoco le proteste sociali e le aspirazioni popolari di cambiamento e giustizia sociale.

Fonte: NuovaColombia

Link: http://www.nuovacolombia.net/Joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=187:06-03-aumenta-lintervento-militare-usa-in-colombia&catid=8:accordo-umanitario

Serbia, l'etnocidio della Nato dopo dieci anni


Dopo dieci anni dai bombardamenti della Nato, la Serbia ricorda con le sirene e il silenzio le vittime del massiccio bombardamento dell'Alleanza Atlantica sulla Serbia. Nella giornata di oggi, i ministri del governo serbo poseranno le corone in diverse città, dove la sofferenza della guerra ancora si può avvertire negli edifici distrutti e della povertà della popolazione.  Dinanzi al tempio di San Sava, a Belgrado, dieci atleti provenienti dalla Serbia e dalla Republika Srpska inizieranno la maratona dedicata alla memoria di tutte le vittime innocenti del bombardamento della NATO."Durante i tre mesi di bombardamenti di città e villaggi, sono stati uccisi 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, 12.500 feriti. In queste cifre non sono compresi anche i morti di leucemia e di cancro causate dagli effetti delle radiazioni delle bombe ad uranio impoverito". Queste le parole di Boris Tadic dinanzi al Consiglio di Sicurezza della Nato, ricordando i 2.300 attacchi aerei, che hanno distrutto 148 edifici, 62 ponti, danneggiato 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico. Molti i danni alle infrastrutture e alle aziende, con un danno di 30 miliardi di dollari, che nessuno è disposto a riconoscere e a risarcire. 
Una guerra che si è rivelata totalmente inutile, ingiusta e sanguinosa, rompendo così la pace in Europa dopo il grande conflitto della Seconda Guerra Mondiale. "I bombardamenti NATO non hanno risolto il problema nel Sud della provincia per ristabilire la pace", afferma il Primo Ministro Cvetkovic, in una sessione speciale del governo serbo dedicato alla memoria delle vittime dei bombardamenti NATO. "Quelle conseguenze  si sentono anche oggi, nonostante la Serbia abbia scelto la strada della ragione e della giustizia, per risolvere ogni problema a livello diplomatico", continua. Il Partito socialista serbo afferma invece che "la decisione della Nato di bombardare la Serbia  è stata un'azione contro il diritto internazionale mai subita da un altro Paese al mondo: la Serbia non dimenticherà mai", come afferma Ivica  Dacic. 
Al contrario, dal Kosovo giungono parole di plauso per un intervento armato che "ha dato la libertà" ai kosovari. "Saremo sempre riconoscenti a Usa, Ue e membri Alleanza atlantica - afferma Hashim Thaci, continuando - l'attacco della Nato alla Jugoslavia è stato un grande evento storico per il Kosovo e per il mondo democratico. Il successo dell'azione della Nato ha aperto un nuovo capitolo nella nuova storia del Kosovo, un capitolo di libertà e di costruzione della democrazia".  Ci chiediamo, oggi, come si può parlare di democrazia, e come si può creare "Stati democratici" su atti così crudeli, sul sangue di persone innocenti. Oggi parliamo di "Stato del Kosovo", diretto da un personaggio il cui passato erano noto a tutti, e ciononostante è stato accettato come un politico con potevamo aspettarci altro dai politici occidentali, che hanno stretto le mani a trafficanti e criminali in nome della pace e della stabilità della regione. 
Cosa dire, poi, delle parole di Massimo D'Alema,  il quale afferma oggi che "è stato un errore bombardare Belgrado", che era un atto non necessario.  "Ero turbato dalla guerra. Sentivo la responsabilità di quello che accadeva, i civili che morivano... La mia preoccupazione era questa. Quando ci si trova coinvolti in avvenimenti così drammatici non ci si può preoccupare delle polemiche politiche interne", afferma l'allora Capo del Governo che ha dato il suo via libera all'intervento della NATO. Sono queste parole vuote, ipocrite e vane, perchè è stato bombardato uno stato sovrano, distrutto a livello mediatico un popolo, compiendo il più grande etnocidio che la civiltà europea ha commesso nella sua storia moderna. Quella non è stata  una guerra umanitaria, ma una guerra di colonizzazione, orchestrata dalle lobbies e dai capitalisti senza scrupoli di Washington, che hanno i dollari nel cuore, e ti parlano sempre con il cuore in mano.  Da parte nostra, possiamo ricordare quei tristi giorni di vergogna e di orrore, con delle immagini, nella speranza che possano essere da monito per le società future.

Obama e la sua Exit strategy dalla "palude" Afghanistan


Exit strategy. La locuzione esce durante un'intervista del presidente americano Barack Obama con la Cbs. Assieme all'ammissione, già reiterata, che la sola opzione militare in Afghanistan non può vincere. E che nessuno può pensare che si possa rimanere nell'Hindu Kush per sempre. L'intervista delinea la nuova strategia americana per l'Afghanistan di cui molto si è detto e su cui si sono fatte soprattutto molte illazioni. E mentre il presidente americano si fa, passo per passo, sempre più chiaro e preciso, ecco che ne arriva un'altra attraverso la stampa britannica: il Guardian scrive, senza per altro citare se non fonti anonime, che si sta preparando il dopo Karzai. O meglio, il “durante Karzai”: un piano che prevede un premier forte e un nuovo esecutivo che bypassi il presidente in caduta libera. Ancor prima delle elezioni e col rischio, che lo stesso Guardian paventa, della sensazione che Kabul sia ormai la capitale di una colonia d'oltremare eterodiretta. Più di quanto già non sia. E, dice il Guardian, Obama scioglierà la riserva dopo il buen retiro del week end a Camp David. Settimana prossima.
Ma a parte le illazioni, Obama ha parlato: e, nell'usare quella locuzione (che non significa “andar via” ma “uscire dal pantano”), si comincia a delineare il nuovo piano della Casa Bianca: uno sforzo diplomatico, di cui l'inviato speciale per la regione Richard Holbrooke è il titolare, che legga la mappa regionale unificando la strategia per Pakistan e Afghanistan. Il focus principale resta, Obama lo spiega, impedire l'esistenza di santuari per Al Qaeda e mettere dunque fuori discussione ogni possibile sfida all'Impero americano. Ma il presidente, che pure ha appena autorizzato una nuova immissione di 17mila marine (ma non i 20-30mila richiesti dagli alti comandi militari), si dice più che convinto che non è solo a colpi di reggimenti che si vincerà la partita. Innanzi tutto va potenziato l'esercito nazionale (Ana) che, così ha scritto la Reuters qualche giorno fa, dovrebbe arrivare a 400mila uomini sul lungo periodo. E poi bisogna investire nell'economia reale, in un paese che non sembra per ora aver visto grandi risultati dalla cacciata dei talebani ad oggi. Come? Lo spiega il Guardian. 
La chiave si chiama “decentramento del potere”, il piano B dopo l'affiancamento a Karzai di un premier benvoluto dagli americani e dagli alleati Nato e che dia fiducia ai suoi padrini e al paese. La sostanza è più potere ai 34 governatori provinciali e ai 369 governatori di distretto, probabilmente con una sostituzione rapida di molti degli attuali titolari. Denaro, ma anche responsabilità. Un “surge” civile, per parafrasare un'idea che sembra ormai morta e sepolta e cioè la rete di milizie armate, sulla scia di quella sperimentata in Iraq dal generale David Petraeus, e che adesso sarebbe declinata in altro modo: in chiave assai più civile che militare. Sembra dunque perder forza la vecchia strategia dei Prt (Provincial Reconstruction Team), gli avamposti civili-militari della Nato, per privilegiare un'idea alla Nato altrettanto cara quanto tardiva ed emersa nella primavera scorsa al vertice dell'Alleanza a Bucarest: l'afganizzazione del conflitto, pur se pilotata da Washington e Bruxelles. Ma chi sarebbe l'uomo forte da mettere di fianco al presidente in disgrazia? Il Guardian lancia il ministro dell'Interno Mohammed Hanif Atmar, un uomo di cui gli americani e la Nato si fidano.
Illazioni? Idee? Possibilità reali? Una cosa è certa: difficilmente Obama tirerà fuori il coniglio dal cilindro alla fine del prossimo week end. Il presidente americano sta abituando il suo pubblico a una riflessione intellettuale di lungo periodo e, nel guardare all'Afghanistan, sembra per ora cercare un saggio equilibrio tra le richieste dei falchi e la voglia liberal di uscire dal pantano a testa alta e con una vittoria politica in tasca. Il nuovo piano è dunque ancora in fieri. Ma esiste ed è radicalmente diverso da quello del suo predecessore. Obama vuole lasciare un segno come ha già fatto in Iraq, con le staminali o per l'ambiente, ma sa che questo richiede tempo e impegno. 
Gli addetti ai lavori dicono che sull'aereo che riportava a casa Holbrooke dal suo primo viaggio a Kabul, nella valigia dell'inviato speciale c'era anche il libro di Jolion Leslie “The mirage of Peace”, un saggio molto critico e molto documentato, scritto a due mani con Chris Johnson (che viene dal mondo umanitario), dall'uomo che per anni è stato il rappresentante Onu a Kabul. Un libro molto duro, realista e pragmatico dove è scritto a chiare lettere che la sola opzione militare era un fallimento annunciato. E' probabilmente dando retta anche a gente come Leslie (il suo libro in America ha fatto infuriare i falchi) che la casa Bianca sta rivedendo completamente la sua strategia. Cercando una via d'uscita che si trasformi in vittoria politica. 
di Emanuele Giordana

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