lunedì 23 marzo 2009

Una visione distorta del Pakistan...


Mentre ci crucciamo per l’imminente disgregazione del Pakistan, siamo insensibili a quello che risulta essere il cambiamento veramente importante nel paese – sostiene il giornalista inglese Jason Burke. Gli ultimi anni hanno visto il consolidarsi di una nuova identità pakistana, che vede l’Occidente come aggressivo e ostile. L’Occidente non può più permettersi di imporre i propri valori e i propri concetti di democrazia a paesi che né li vogliono né ne hanno bisogno – afferma Burke.

Prima di tutto una buona notizia: il Pakistan non è sul punto di esplodere. I militanti islamici non prenderanno il potere domani; le armi nucleari non saranno oggetto dei traffici di al-Qaeda; l’esercito non sta per mandare i Talebani afghani ad invadere l’India; una guerra civile è improbabile.

La cattiva notizia è che il Pakistan ci pone delle questioni che sono molto più profonde di quelle che dovremmo affrontare se questa nazione di 170 milioni di abitanti – il secondo stato musulmano del mondo per ordine di grandezza – fosse semplicemente uno stato fallito. Se il Pakistan crollasse, saremmo di fronte ad una grave sfida per la sicurezza. Ma la capacità di ripresa del Pakistan, e il persistente rifiuto collettivo della nazione a fare ciò che l’Occidente vorrebbe, pongono delle questioni le  cui implicazioni vanno ben al di là dei semplici problemi di sicurezza. Esse riguardano la nostra abilità di influenzare eventi in luoghi lontani, la nostra capacità di analizzare e capire il comportamento di quelli che sono percepiti come gli interessi di altre nazioni e culture, la nostra attitudine a trattare con le differenze, e il nostro modo di vedere il mondo.

Il Pakistan ha dei problemi molto gravi. Negli ultimi due anni, dalla prima linea di una feroce guerra contro gli estremisti islamici, ho fatto la cronaca di sanguinosi scontri etnici e politici, e di violente manifestazioni. Ho trascorso una giornata con Benazir Bhutto una settimana prima che fosse assassinata, e mi sono occupato della serie di attentati commessi in patria e all’estero da gruppi militanti residenti in Pakistan che tradivano ambigue relazioni con i servizi di sicurezza di questo paese. Vi è una crisi economica, e problemi sociali – tra cui l’analfabetismo, la violenza domestica e la tossicodipendenza – di proporzioni gigantesche. Osama bin Laden è probabilmente in terra pakistana.

Per molte nazioni in via di sviluppo, tutto questo equivarrebbe alla totale disgregazione dello stato. Questo spiega in parte il motivo per cui il crollo del Pakistan è così spesso oggetto di pronostici. Il crollo della nazione fu pronosticato quando nel 1971 la sua parte orientale si staccò per dare origine al Bangladesh, e fu previsto ancora durante le violenze che precedettero il golpe del generale Zia ul-Haq nel 1977, e ancora quando i sovietici invasero l’Afghanistan, quando Zia fu ucciso nel 1988, durante le terrificanti violenze settarie dei primi anni ‘90, durante varie insurrezioni etniche, dopo l’11 settembre, dopo la morte di Bhutto nel 2007, e ora dopo l’ennesima crisi politica. Queste previsioni si sono costantemente rivelate sbagliate. Anche l’ultima lo sarà. Ieri, gli animi si stavano già calmando.

Parte degli eterni isterismi internazionali è alimentata dai pakistani stessi. I governi che si sono succeduti hanno perfezionato l’arte di negoziare puntandosi la pistola alla testa. Essi sanno che l’importanza strategica della loro nazione garantisce lo stanziamento, da parte della comunità internazionale, delle risorse finanziarie di cui hanno bisogno. Più in generale, l’impressione che abbiamo del Pakistan è distorta. Ciò è in parte dovuto a un’eredità storica vecchia di secoli. Sebbene pochi citerebbero Emile Zola in riferimento alla Francia contemporanea, Winston Churchill, che da giovane combatté alla frontiera nord-occidentale del Pakistan, viene regolarmente citato per spiegare l’attuale insurrezione. Questo lascito del passato comprende anche stereotipi di ” pazzi mullah ” in preda alla follia, un’immagine alimentata da servizi televisivi che mostrano manifestanti esaltati affiliati a partiti islamici pakistani, sebbene tali partiti non abbiano mai ottenuto più del 14% dei voti in un’elezione.

Per molti cittadini britannici, il Pakistan rappresenta “l’altro” - caotico, lontano, esotico, sporco, caldo, fanatico e minaccioso. Eppure, allo stesso tempo, il Pakistan appare molto familiare. Vi si trova la lingua inglese, il cricket, il kebab, il curry e personaggi come Imran Khan (politico pakistano ed ex campione di cricket (N.d.T.) ). Ci sono più di un milione di cittadini britannici di origine pakistana che nel corso di quattro decenni si sono integrati nel Regno Unito molto meglio di quanto spesso si sostenga.

E’ la tensione tra questi due Pakistan altamente immaginari a condurre a delle reazioni così forti in Gran Bretagna. Vediamo questo paese come immerso in una lotta tra ciò che è spaventosamente straniero e ciò che è familiare, tra il fanatismo da una parte e la democrazia ed i valori occidentali, la nostra visione del mondo e del modo in cui esso dovrebbe essere organizzato, dall’altra. Eppure, mentre ci crucciamo per l’imminente disgregazione del Pakistan, siamo insensibili a quello che risulta essere il cambiamento veramente importante.

Gli ultimi anni hanno visto il consolidarsi di una nuova identità pakistana che si colloca tra questi due estremi. È nazionalista e conservatrice in termini religiosi e sociali, e molto più determinata a far valere quelli che sono considerati, a torto o a ragione, gli interessi “pakistani” locali. Si tratta di un misto di sciovinismo patriottico ed islamismo moderato che attualmente è profondamente pervaso da una visione del mondo distorta, sfortunatamente fin troppo diffusa in tutto il mondo musulmano. Ciò significa che per molti pakistani, l’Occidente è aggressivo ed ostile. L’ammirazione per gli inglesi e il desiderio di vacanze a Londra sono stati sostituiti dall’idea che il Regno Unito sia il “leccapiedi dell’America”, e dai sogni di Dubai o della Malesia. Gli attacchi dell’11 settembre sono considerati, anche da alti ufficiali dell’esercito, dei complotti organizzati dal Mossad, dalla CIA o da entrambi. Gli indiani – i nemici storici – sono considerati come coloro che creano disordini in Afghanistan, dove i Talebani sono dei “combattenti per la libertà”. Abdul Qadeer Khan, lo scienziato nucleare considerato dall’Occidente come un criminale commerciante di  bombe, è un eroe. La democrazia è vista come il sistema migliore, ma solo nel caso in cui essa si concretizzi in governi che prendono delle decisioni che riflettono i sentimenti della maggior parte dei pakistani, e non solo quelli dell’élite anglofona ed occidentalizzata all’interno della quale i politici ed i giornalisti occidentali tendono a scegliere i loro interlocutori .

Questa visione del mondo è particolarmente ricorrente all’interno del nuovo ceto medio urbano, che si ritrova ad essere molto più esteso dopo un decennio di rapida ed irregolare crescita economica. Questa è la classe che fornisce la maggior parte degli ufficiali militari e dei burocrati del paese. Questo spiega in parte l’ostinazione degli apparati di sicurezza pakistani nel sostenere individui affiliati ai Talebani. La famigerata agenzia di spionaggio ISI è in gran parte formata da soldati, e l’esercito è il riflesso della società. Per l’ISI, così come per molti pakistani, sostenere determinate fazioni ribelli in Afghanistan è considerata una scelta d’obbligo. Se questa tendenza dovesse continuare, essa porrà delle questioni piuttosto diverse rispetto a quelle poste da uno stato fallito. Si avrà una nazione fornita di armi nucleari, con una grande popolazione che fa sempre più sentire la propria voce, e che vede il mondo in modo molto diverso da noi.

Siamo di fronte a un problema simile in Afghanistan, dove stiamo ancora sperando di costruire quello stato che vorremmo che gli afghani desiderassero, invece dello stato che essi realmente vogliono. Si chieda a molti afghani a quale paese sperano che assomigli il loro, tra qualche decennio; la loro risposta sarà “l’Iran”. Dalle decine di interviste che ho condotto la settimana scorsa con alti generali, diplomatici e funzionari occidentali residenti a Kabul, è emerso quanto profondamente gli anni del conflitto e del processo di “nation building” abbiano intaccato la fiducia nella nostra capacità di trapiantare valori occidentali. Il nostro interesse in Afghanistan ha finito per consistere solamente nell’evitare che esso diventi una piattaforma da cui lanciare minacce contro l’Occidente. In Afghanistan, così come in Iraq, l’Occidente ha intravisto i limiti del suo potere e del presunto universalismo della capacità di attrazione dei suoi valori.

I sogni dell’Occidente su un tranquillo post-guerra fredda sono stati bruscamente scossi. Siamo stati costretti a malincuore ad accettare l’indipendenza e l’influenza della Cina e della Russia. Si tratta per noi di attori internazionali scomodi, che perseguono obiettivi condivisi da una parte sostanziale della loro popolazione. E’ probabile che presto altri paesi, in particolare quelli meno travagliati rispetto al Pakistan o all’Afghanistan, si aggiungano a questa lista.

Ciò costituisce una sfida cruciale in materia di politica estera. Preoccuparsi dell’imminente crollo del Pakistan non ci aiuterà a trovare una risposta alle questioni veramente difficili che il Pakistan pone.

di Jason Burke

Jason Burke è un giornalista inglese esperto di estremismo islamico; ha seguito la guerra in Afghanistan nel 2001 e quella in Iraq nel 2003; ha vissuto in Pakistan tra il 1998 ed il 2000

Fonte: http://observer.guardian.co.uk/

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/03/23/la-nostra-distorta-visione-del-mondo-non-ci-fa-vedere-il-vero-pakistan/

Titolo originale:

Our skewed world view won’t let us see the real Pakistan

Dove si troverà la somma per alimentare il fondo di garanzia statale per le piccole e medie imprese?


Soldi freschi per 1,3 miliardi che dovrebbero tradursi in 60-70 miliardi di nuovi prestiti per le aziende: è la promessa che accompagna il rifinanziamento del fondo di garanzia statale per le piccole e medie imprese. Per riuscirci il fondo dovrebbe però operare con una leva consistente, non troppo realistica nella situazione attuale. A un tasso medio di sofferenze come quello del 2008, l'intera nuova dotazione se ne andrebbe in un anno. Effetti incerti anche in termini di requisiti patrimoniali. Soprattutto, resta da capire dove si troverà la somma per alimentare il fondo.

Nei giorni scorsi si è parlato molto del “fondo di garanzia per le piccole e medie imprese” istituito dallo Stato nel 1996. Forte di un’iniezione di mezzi freschi di 1,3 miliardi, dovrebbe ora aiutare le piccole imprese a non perdere i finanziamenti bancari o ad acquisirne di nuovi. Secondo il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, questi 1,3 miliardi potrebbero tradursi in 60-70 miliardi di nuovi prestiti per le imprese.

NON DENARO MA PROMESSE

Il fondo di garanzia è alimentato condenari pubblici e gestito dal Mediocredito Centrale. Non emette prestiti, ma solo garanzie. In altri termini: non denaro, ma promesse. Se una Pmi non rimborsa la banca, il fondo di garanzia interviene e paga. Mai più dell’80 per cento, però, perché la banca deve comunque avere un incentivo a fare bene il proprio mestiere. Dunque finché le Pmi si comportano bene, il fondo non ha bisogno di sborsare denaro. Anche se, con un pizzico di malizia, si potrebbe dire che quando un’impresa fallisce, il fondo inizia a prestarle soldi davvero.

Oltre alle banche, anche i Confidi, consorzi locali di garanzia fidi creati da associazioni di piccole imprese, di norma con sovvenzioni pubbliche, beneficiano del fondo di garanzia. In questo caso, si dice che il fondo emette una “controgaranzia”: in altri termini, il Confidi che ha garantito a una banca il credito verso una Pmi può a sua volta assicurarsi con il fondo per ottenere un risarcimento della sua perdita, se l’impresa fallisce.
Se c’è la garanzia del fondo, le banche prestano più volentieri e praticano tassi più bassi. Perché lo fanno? Perché il fondo possiede una propria dotazione finanziaria, e dunque sa dove trovare i soldi nel momento in cui è chiamato a rispondere delle garanzie emesse.
È normale che, a fronte di una dotazione di 100 euro, il fondo garantisca prestiti per un ammontare molto maggiore. Pensandoci bene, fanno così anche le banche, che di norma hanno attività finanziarie pari a circa dodici volte i mezzi propri. Qual è il rapporto massimo tra dotazione e garanzie emesse? È una questione dicredibilità. Se il fondo è molto bravo a selezionare le imprese a cui presta, allora può permettersi di operare con una “leva” anche sensibile. Se invece la qualità media delle Pmi garantite è scarsa o peggiora per effetto di una crisi, allora il fondo è meno credibile e il suo intervento è meno efficace.
Dire che gli 1,3 miliardi di mezzi freschi promessi dal governo al fondo di garanzia “genereranno” nuove erogazioni per 70 miliardi significa ritenere che il fondo possa operare con una leva consistente. Ammettendo che i 70 miliardi siano garantiti dal fondo solo al 60 per cento, fanno 42 miliardi di garanzie, cioè 32 euro di garanzie per ogni euro di mezzi freschi. Non pochi. Fabio Pammolli, sul Sole 24Ore di sabato scorso, suggeriva come ragionevole una rapporto di uno a 10. 
È poi interessante osservare che, se sui 70 miliardi di nuovi crediti si verificasse un tasso di sofferenza pari a quello medio registrato in Italia a fine 2008 (2 per cento), le nuove sofferenze finirebbero col “mangiarsi”, in un anno, l’intero aumento del fondo di dotazione.

UN VORTICE DI SOLDI. SULLA CARTA

La leva adottata dal fondo dev’essere dunque credibile e sostenibile, ma vi è dell’altro. L’effetto del fondo appare incerto anche in termini di requisiti patrimoniali.
Se le banche potessero considerare le garanzie del fondo come garanzie di Stato, il requisito minimo obbligatorio di capitale per i relativi prestiti scenderebbe a zero (si dice che gli attivi garantiti riceverebbero una “ponderazione nulla”). Non male, considerato che il capitale delle grandi banche è eroso dalle perdite di borsa e raccoglierne di nuovo è sempre più difficile: sarebbe un grande incentivo a usare la garanzia del fondo e a erogare credito alle Pmi. Tuttavia, se lo Stato diventa illimitatamente responsabile delle garanzie erogate dal fondo, allora queste sono, a tutti gli effetti, nuovo debito pubblico.
Se invece si assimila il fondo a un’entità statale, ma senza dare la formale certezza che la Repubblica, in caso di necessità, farà fronte a eventuali perdite, allora il requisito patrimoniale nullo non sarebbe giustificato, e la Banca d’Italia non potrebbe autorizzarlo. Per inciso, è interessante notare che il governatore, nell’audizione del 17 marzo alla Camera, ha indicato una strada assai diversa in materia di garanzie statali sul credito: anziché assumersi il rischio delle posizioni “a prima perdita”, lo Stato dovrebbe aiutare le banche a cartolarizzare i propri crediti finanziando le tranche “senior”, cioè le meno rischiose.
Peraltro, prima di pensare a eventuali interventi dello Stato che travalichino i limiti del fondo di dotazione, resterebbe da capire esattamente come verranno reperiti gli 1,3 miliardi da seppellire nel campo dei miracoli per trasformarli in 70 miliardi di crediti alle Pmi. Al riguardo la situazione non è chiarissima. Una possibilità è addirittura che una parte venga versata dalle banche, e in particolare da quelle istituzioni creditizie che, nel prossimo futuro, richiederanno allo Stato di essere finanziate con i Tremonti bond. Dunque proprio a quelle banche che, per definizione, non se la passano benissimo, visto che bussano a denari in via XX Settembre, verrà richiesto un obolo per finanziare un fondo che a sua volta, attraverso le garanzie, sosterrà le banche. Un vortice di soldi di carta da fare invidia a Bernie Madoff. Monetine, però, poche.

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