sabato 21 marzo 2009

Israele, insabbiare in nome della sicurezza nazionale


E' opinione consolidata in Israele che l'esercito nazionale, l'Israel Defence Force, o Tsahal, sia caratterizzato da un alto standard di moralità. Certo, le atrocità fanno parte della guerra e gli abusi da parte di singoli elementi ci sono sempre stati. Tuttavia, essendo Israele una democrazia, quelle violazioni sono anche sempre state oggetto di indagini, perlomeno interne alle forze armate, e in alcuni casi sono state sanzionate. Fino a oggi, per l'opinione pubblica israeliana tanto bastava per credere che Tsahal sia un esercito che non commette volontariamente crimini di guerra. Negli ultimi due mesi, le accuse di aver commesso tali crimini di guerra nella Striscia di Gaza, durante l'operazione Piombo Fuso, sono state liquidate dall'establishment di Tel Aviv come propaganda, da parte palestinese o da parte di Ong con un agenda anti-israeliana. Ora invece, nuove e pesantissime accuse vengono mosse all'Idf da parte degli stessi soldati che a Gaza hanno combattuto. Racconti che hanno turbato l'opinione pubblica israeliana e costretto, in ritardo, i vertici delle forze armate ad aprire un'inchiesta. L'occasione è stata una discussione sul conflitto tra i diplomati al corso pre-militare Yitzhak Rabin, all'accademia militare di Oranim, nel nord di Israele. La lezione, organizzata dal professor Danny Zamir e animata dalle testimonianze dei soldati che parteciparono all'operazione, ha sconvolto il pubblico e ha spinto l'organizzatore a confessare al capo dell'esercito israeliano, Gabi Ashkenazi, di “temere un grave fallimento morale dell'Idf”.
L'inviato speciale delle Nazioni Unite a Gaza, Richard Falk, ha dichiarato che durante l'operazione Cast Lead sono stati commessi “crimini di guerra di eccezionale gravità ai sensi delle leggi internazionali”. Falk ha ricordato che la convenzione di Ginevra impone ai combattenti di distinguere tra obiettivi civili e militari, e ha documentato un numero di casi in cui Tsahal non lo ha fatto, colpendo scuole, moschee e ambulanze. La stessa aggressione militare secondo l'inviato Onu sarebbe stata ingiustificata e potrebbe costituire un “crimine contro la pace”.
Finora la risposta ufficiale delle forze armate era stata che “l'esercito ha fatto un enorme sforzo per evitare vittime civili”. Oggi però, di fronte ai soldati che raccontano di uccisioni di civili innocenti e disarmati, di distruzione volontaria di abitazioni e infrastrutture, di vandalismo e regole di ingaggio “rilassate”, da più parti in Israele si chiede un indagine indipendente per appurare fatti e responsabilità. “L'Idf non ha mai saputo come indagare simili questioni, e negli ultimi anni il problema si è aggravato perché il numero di incidenti è aumentato” ha commentato l'ex direttore dello Shin Beth (il servizio segreto interno israeliano) Amy Ayalon, secondo cui “un tempo l'Idf era fondata su etica e sacrificio, mentre oggi, dopo l'offensiva contro Gaza, si basa solo sulla forza”. Uno dei militari intervenuti per raccontare dell'uccisione di una donna da parte di un cecchino ha raccontato che “l'atmosfera generale, parlando con le truppe, era che che le vite dei palestinesi erano, per così dire... qualcosa di molto, molto meno importante di quelle dei nostri soldati”.
La prima conseguenza della pubblicazione delle testimonianze dei soldati, da parte del quotidiano Haaretz, è stata l'apertura di due inchieste militari. Finora, però, non sono stati aperti procedimenti penali e non sono in programma indagini indipendenti. Inoltre, le trascrizioni delle testimonianze dei soldati erano state trasmesse ai vertici dall'esercito lo scorso 23 febbraio, ma il fascicolo della polizia militare è stato aperto solo dopo la pubblicazione di Haaretz, oltre tre settimane dopo. Lo ha rivelato il cronista militare della testata, Amos Harel, che denuncia anche il tentativo da parte dei media israeliani di screditare Zamir, il docente organizzatore del dibattito. Secondo Harel, la stampa locale ha descritto Zamir come un “ben noto obiettore del servizio militare nei territori” (riferendosi a quando, nel 1990, fu processato e incarcerato per il rifiuto di fare la guardia a una cerimonia in cui coloni della destra israeliana portarono i rotoli della Torah alla tomba di Joseph, a Nablus, in Cisgiordania. Incriminazione che non gli impedì di proseguire la carriera in accademia. Ndr).
Secondo il cronista di Haaretz il “deterioramento morale” di Tsahal è il risultato di un processo iniziato già durante la guerra dei sei giorni, nel 1967, è andato peggiorando con la prima e la seconda guerra in Libano e infine con l'operazione Cast Lead. “La visione del nemico si è fatta sempre più estrema”. Cinque anni, fa un altro alto esponente della Difesa israeliana dichiarava “La mia più grande preoccupazione è la perdita dell'umanità causata dal prolungato stato di guerra”. Si trattava di Gabi Ashkenazi, oggi a capo dell'esercito. A questo punto il mito dell'esercito etico sembra svanito, ma la domanda chiave per il futuro è se Israele sarà in grado di affrontare le accuse in modo indipendente, oppure se, ancora una volta, tutto verrà insabbiato in nome della sicurezza nazionale.
di Naoki Tomasini

Casa Bianca, "indiscrezioni afghane"


Attraverso una serie di 'indiscrezioni' lasciate trapelare sulla stampa statunitense, l'amministrazione Obama ha svelato la nuova strategia per l'Afghanistan.

'Surge' e 'afganizzazione'. Come preannunciato, gli attuali 62 mila soldati delle forze d'occupazione occidentali, comandate dal generale Usa David McKiernan, riceveranno 17 mila uomini di rinforzo dagli Stati Uniti nei prossimi mesi, e quasi altrettanti - sempre dagli Usa - entro la fine dell'anno: 30 mila in tutto. Solo qualche migliaio di uomini in più dovrebbe arrivare dagli alleati europei (Italia compresa), che in compenso rimuoveranno i 'caveat' che finora impedivano alle loro truppe già schierate di partecipate attivamente alla guerra. L'obiettivo finale è quello di arrivare a quota 100 mila: quasi la stessa raggiunta negli anni '80 dalle forze d'occupazione sovietiche (118 mila uomini), che però non bastarono a sconfiggere la resistenza afgana. 
La vera novità della strategia Usa in Afghanistan riguarda le forze armate locali. 
I generali sovietici potevano contare su circa 50 mila soldati del governo collaborazionista afgano. Oggi, i generali statunitensi possono fare affidamento su 82 mila soldati dell'Esercito Nazionale Afgano (Ana) e su 80 mila uomini della Polizia Nazionale Afgana (Anp): Obama vuole creare, in pochi anni, un esercito afgano di 260 mila solati e una polizia afgana di 140 mila uomini, in un'ottica di 'afganizzazione' del conflitto.
Portare la guerra in Pakistan. L'altra grossa svolta strategica dell'amministrazione Obama riguarda il Pakistan. Come nel 1969 il presidente Nixon autorizzò l'operazione segreta 'Menu' per colpire le retrovie e i santuari dei Vietcong in Cambogia, così Bush l'estate scorsa ha autorizzato la Divisione Attività Speciali (Sad) della Cia e il Comando Congiunto Operazioni Speciali (Jsoc) dell'Esercito Usa a condurre raid aerei e incursioni di forze speciali contro le retrovie talebane nelle Aree Tribali pachistane. Da settembre gli aerei telecomandati statunitensi hanno condotto una cinquantina di bombardamenti missilistici uccidendo finora almeno 520 persone (300 civili, 200 jihadisti e 20 militari pachistani). 
Ora Obama vuole espandere questa 'guerra segreta' di droni e commando anche al Balucistan pachistano, in particolare alla zona di Quetta, dove dal 2002 si nasconde - protetta dai servizi segreti pachistani - la leadership politica dei talebani, ovvero il Mullah Omar e il Consiglio (Shura) da lui presieduto, e dove ultimamente si sarebbero spostati anche i capi militari della resistenza, spinti dalla crescente pressione militare sulle Aeree Tribali. 
Il rischio di portare la guerra a Quetta è che la retrovia talebana si sposti ancora più a sud: nella città portuale di Karachi - culla ideologica del jihadismo pachistano e già rifugio dei principali esponenti di Al Qaeda - costringendo gli Usa a colpire fin nel cuore di questa megalopoli da 18 milioni di abitanti. Ipotesi a dir poco impensabile.
di Enrico Piovesana

Colombia nel radar della Cina, Adios Plan Colombia?


"Il Plan Colombia? Non è necessario". A pronunciare questa frase non è stato un difensore dei diritti umani allarmato per le devastanti conseguenze che da sempre ha l'accordo colombo-statunitense per la lotta a droga e terrorismo. Sono parole uscite dalla bocca di Francisco Santos, nientemeno che il vicepresidente della Repubblica e braccio destro di Alvaro Uribe, paladino del Plan. L'intervista che ha rilasciato al principale quotidiano del paese, El Tiempo, ha stupito e diviso opinione pubblica e maggioranza: si è trattato di dichiarazioni inedite per un filo-americano della prima ora qual è Santos.

No al ricatto. "Il Plan Colombia, che ci ha aiutati tanto e che, dal punto di vista politico e militare, è stato molto importante in un momento critico contro il narcotraffico, ora non è necessario". Il "costo politico" è diventato "troppo grande" per il Paese, è una "questione di dignità", che il gigante nordamericano, sventolando la carota milionaria del Plan Colombia, ha calpestato più volte facendo il bello e il cattivo tempo di Bogotà per anni. Questo in sostanza il nocciolo dello sfogo del vicepresidente che, da probabile candidato alla presidenza del Paese, nasconde molti e profondi perché.

Le vittime del Plan Colombia. Dal 2000, il Congresso Usa rinnova ogni anno un'ingente somma di denaro da immolare a una lotta alla droga quantomeno discutibile, basata su fumigazioni indistinte di milioni di ettari che provocano conseguenze devastanti per la salute di tanti, troppi malcapitati. Interi villaggi sono stati soffocati dal glifosato, il veleno spacciato per anti-coca, che in realtà provoca danni irreversibili alle vie respiratorie, dermatiti incurabili, tumori, aborti spontanei, e quasi niente alle pianticelle incriminate che rinascono dalle loro stesse ceneri. A farne le spese sono infatti le migliaia di famiglie che tirano avanti coltivando yucca, platano o riso, alimenti base per una vita di stenti. E anche se non è a loro che Santos fa riferimento nel motivare il suo "basta" al Plan Colombia, le tante vittime scorgono un barlume di speranza.

Le fumigazioni? Inutili. "Sradicare la coca manualmente porta molti più risultati delle fumigazioni. Noi lo stiamo facendo con i nostri soldi e lo scorso anno abbiamo raggiunto i 90mila ettari". Ebbene sì, Santos ammette anche questo, ossia che le fumigazioni sono inutili per combattere la droga, concetto che le Ong in difesa dei diritti umani vanno ripetendo da sempre, accusando Uribe e gli Usa di usarle per stanare la guerriglia o per cacciare intere popolazioni da terre golose e ricche. Ma cosa spinge Santos a pronunciare parole così stonate in bocca al vice di Uribe? Gli operatori umanitari che lottano da un decennio contro il Plan Colombia e il marcio che cela con la scusa della lotta alla droga ancora non si pronunciano, ma i dubbi sono già molti.

Dietro il no di Santos. In otto anni, sono seimila i milioni che Washington ha dato a Palazzo Narino: 700 milioni all'anno fino all'arrivo della maggioranza democratica al Congresso, nel 2007, quando divennero 550. A questo prezzo, secondo Santos, la Colombia avrebbe svenduto la sua dignità. E il vicepresidente rinuncerebbe a questa valanga di dollari solo in nome della dignità del Paese, del rispetto e di un rapporto da pari a pari con i vicini americani? E se invece si prospettasse all'orizzonte un altro finanziatore altrettanto gigante e forse, con i tempi che corrono, ben più solido degli Usa? "C'è qualcuno che ci vede come la bella donna dell'America Latina per la prima volta negli ultimi 40 anni - ha detto Santos nell'intervista fiume a El Tiempo -. Sono stato tre giorni su e giù per la Colombia con il vicepresidente della Cina e la sua conclusione è stata di stupore davanti al grande paese che ha incontrato. Sono sicuro che siamo entrati nel radar della Cina, dato che, nonostante la crisi mondiale, siamo risultati un paese solido, rispettabile e con un'economia in crescita", quindi "che mi tiri pure le orecchie il ministro degli esteri" o il caro Uribe, ma "è arrivato il momento di evolversi" e di voltare pagina. Magari titolando il nuovo capitolo: "Adios EE.UU, bienvenido China".

di Stella Spinelli

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14676/Adios+Washington,+bienvenido+Pechino

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