venerdì 20 marzo 2009

Madagascar, Rajoelina presidente



Dopo la consacrazione di Andry Rajoelina a nuovo leader del Madagascar per mano dei militari, molti governi africani hanno condannato la rimozione del presidente Marc Ravalomanana, definendola un'azione incostituzionale contro un capo di stato democraticamente eletto.
Ravalomanana si era dimesso martedì, nominando un consiglio militare che avrebbe dovuto guidare il paese temporaneamente, fino al raggiungimento di un accordo tra gli schieramenti politici rivali. Ma le alte cariche dell'esercito, sotto la pressione dei ribelli pro-Rajoelina presenti nelle forze armate, hanno ceduto il potere all'ex sindaco di Antananarivo.
Secondo la costituzione del Madagascar, il 34enne Rajoelina non potrebbe ricoprire la carica di presidente, per la quale bisogna avere almeno quarant'anni. Ma la riforma della costituzione è proprio uno dei principali obiettivi del nuovo leader, che ha dichiarato: "La vita del paese non può attendere, è per questo che il popolo, la vera forza vitale del Madagascar, mi ha nominato presidente della repubblica per governare la transizione e organizzare nuove elezioni, che si terranno tra 18-24 mesi."
Come detto, gran parte delle reazioni a questo passaggio di potere sono state negative. Kgalema Motlanthe, presidente del Sud Africa e della Comunità per lo Sviluppo dell'Africa Meridionale, ha posto l'enfasi sull'incostituzionalità dell'operazione. Ojo Maduekwe, Ministro degli Esteri nigeriano, ha definito le azioni di Rajoelina "una minaccia per la sicurezza dell'Africa", aggiungendo che gli aspiranti al potere dovrebbero agire nel rispetto della democrazia: "Se vuoi il potere, ti presenti alle elezioni con un programma e ti fai eleggere. Mantenendo la costituzione originale."
Anche se l'appoggio militare è stato l'elemento decisivo per l'ascesa al potere di Rajoelina, alcuni analisti parlano anche di un sostegno da parte dell'ex presidente Didier Ratsiraka, ora in esilio, e di un tacito assenso della Francia ex colonizzatrice.
di Marco Menchi

Articoli correlati su Nuovediscussioni (qui)
Articoli correlati su SudTerrae (qui)

ISOLA DI SAN MICHELE, LA SPOON RIVER VENEZIANA STA CROLLANDO


Da Ezra Pound a Igor Stravinskij, da Luigi Nono a Sergej Doppler: l'isola di San Michele è l'ultima dimora di veneziani e personaggi illustri che qui hanno voluto fermarsi per sempre. Ma ora la necropoli rischia di affondare.
Il melting pot galleggiante che accoglie gli immigrati di tutto il mondo. Una zattera della diversità, ancorata ai bassi fondali della laguna tra le Fondamenta Nove e l'isola di Murano. L'inevitabile ultimo approdo dei veneziani d'origine e il «trucco» che permette per sempre la «vera» città eterna a quelli d'adozione. 
Da due secoli San Michele consegna il passaporto di Venezia a chiunque ne faccia richiesta, senza distinzione di razza, cultura e religione. Il cimitero lagunare è l'indirizzo finale di un'enciclopedia di personaggi illustri da far invidia a qualsiasi accademia. Riposano tutti nell'oltretomba metafisico del Père-Lachaise veneziano dove regna un unico serenissimo culto: l'amore laico, trasversale e infinito per la città sull'acqua. 
Oggi il pantheon della multiculturalità sprofonda lentamente sotto i colpi delle onde come il resto di Venezia. Con la differenza che qui il pericolo non si chiama alta marea ma motoscafo: le scie perenni dei vaporetti per Murano e dei taxi diretti all'aeroporto di Tessera sbriciolano le sponde del gioiello architettonico del Quattrocento. E così rischia di colare a picco anche quello della convivenza. 
Nell'ecoscandaglio di bordo dei vaporetti della linea 41 l'isola di San Michele è un quadrato luminoso circondato da una rete di canali poco profondi. Spartitraffico in versione acquatica, nel mezzo dell'intasato canale di San Cristoforo, la «tangenziale Nord» che collega le isole minori al centro storico. Dalla riva dietro all'ospedale San Giovanni e Paolo, il cimitero non si distingue da fortini e «ottagoni» a uso militare disseminati nella laguna fin dai tempi della guerra di Chioggia. Solo le cime verdi di tassi e cipressi lasciano immaginare una destinazione d'uso più civile; ma è praticamente impossibile intuire che oltre il muro perimetrale in mattoni e pietra d'Istria batte il cuore spirituale della città.
A San Michele svettano il campanile e la chiesa «appoggiata» a due chiostri. All'ingresso l'effige dell'angelo che sconfigge il drago accoglie indifferentemente salme e visitatori. Oltre la soglia spuntano 21 «recinti» contrassegnati da numeri romani: la legenda della storia del Novecento scolpita sulle lapidi. Basta scorrere i nomi sulle tombe.
Tra i 1300 «abitanti» di San Michele, Frederick Rolfe (1860-1913) detto Baron Corvo, poeta «uraniano» con il pallino della fotografia e della pittura. Sognava di diventare papa in un mondo creato a sua immagine e somiglianza: morì senza una lira in riva alla laguna dopo aver chiuso Venice letters l'opera più marcatamente omosessuale della carriera. 
E' sepolto non lontano dalla sezione protestante che accoglie i resti di Ezra Pound (1885-1972),controverso «traduttore globale» eccentrico e fascista, innamorato di Dante,Tasso e Ariosto quanto delle strette calli veneziane. San Michele è la tappa finale del lunghissimo esilio italiano e dell'infermità mentale che gli era servita a schivare una condanna a morte per tradimento. 
Nella parte greco-ortodossa spicca il nome di Igor Fëdorovic Stravinskij (1882-1971). Il compositore dell'Uccello di fuoco è voluto rimanere per sempre nella città che aveva ispirato il celebre Diluvio mostrandogli involontariamente gli spettacolari effetti scenici dell'«acqua alta». Stravinskij aveva gridato al miracolo anche quando lo «spirito di Venezia» aveva guarito improvvisamente il dito infettato. E' sepolto con la moglie Vera, a pochi metri dall'amico e «scopritore» Sergej Djagilev (1872-1929) il più grande talent scout di tutti i tempi. Impresario teatrale con amicizie nel jet set dell'epoca fece conoscere l'enfant prodige di San Pietroburgo e soprattutto il balletto russo. Riuscì ad affascinare Coco Chanel e Igor Markevic, ma rimase, come gli altri, definitivamente abbagliato da Venezia. 
Nell'olimpo di San Michele c'è anche l'anima ribelle avanguardista e antiborghese di Luigi Nono (1924-1990). Veneziano doc aveva cercato inutilmente di «forzare» le porte delle fabbriche con le note dell'opera e gli hertz della musica elettronica. Dopo la morte di Giuseppe Pinelli firmò il documento dell'Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. Proprio come il pittore e incisore Emilio Vedova (1919-2006), non a caso seppellito a due passi da Nono. 
A San Michele i suoi nastri magnetici non smettono mai di suonare. Come l'eco di Christian Doppler (1803-1853), matematico viennese che ha risolto i misteri di frequenza e lunghezza d'onda, svelando il più importante effetto acustico. Aveva vissuto a Venezia fino a quando la polmonite lo colse cinquantenne nell'umido appartamento in Riva degli Schiavoni. 
Se a San Michele molti approdano per caso, perché è l'unico cimitero della città, c'è anche chi un posto lo prenota per tempo. E' il caso dello scrittore russo Josif Brodskij (1940-1996) che ha insegnato come difendersi dall'accecante bellezza veneziana in Fondamenta degli incurabili rivalutando in chiave psicologica perfino «ecomostri» come l'hotel Bauer. «Riuscirò a permettermi questa città per il resto dei miei giorni» aveva rivelato in una delle ultime interviste. Pare che sia riuscito. Decisamente più problematico accogliere le spoglie di Helenio Herrera (1910-1997), Mago della Grande Inter e inventore del «calcio totale» negli anni Sessanta. L'allenatore sudamericano aveva già la cittadinanza argentina, spagnola e francese. Volle anche quella veneziana specificando l'ultimo desiderio alla moglie Flora Gandolfi: «Saranno gli anni, ma sono diventato freddoloso. La tomba, quando arriverà il momento, la vorrei in faccia al sole. E mi piacerebbe sentire anche il suono del mare». 
Per accontentare Herrera che non era battezzato ed era figlio di un anarchico c'è voluto il permesso della comunità valdese di Venezia affidataria dello spicchio soleggiato sognato dal Mago. Anche il via libera della Commissione di salvaguardia, e la nobile pressione della regina Elisabetta. Alla fine un'apposita ordinanza comunale dell'allora sindaco Paolo Costa chiuse definitivamente l'iter di approvazione durato quattro anni. Il risultato è una tomba bizantina con l'urna cineraria a forma di Coppa dei campioni, che sull'isola non scandalizza nessuno. 
«Abita» a San Michele anche il piemontese Felice Carena (1879-1966), pittore «secessionista» che oppose alle botteghe d'arte, il linguaggio libero, innato e popolare degli autodidatti. Venne rapito dai riflessi fluttuanti della laguna tanto da definire Venezia «città della luce». «Ho sempre desiderato abitare in questa città meravigliosa. Sono venuto per trovare la pace e per concludere la mia vita», disse prima di morire. 
Oggi il cimetière flottant descritto dallo scrittore francese Charles Maray vacilla sotto i colpi del moto ondoso. Il muro di cinta crolla sotto la spinta dell'erosione. Con la bassa marea il risucchio provocato dalle grandi imbarcazioni «scarica» sulle fondazioni. Il terreno cede mettendo a rischio gli ossari e la tenuta della facciata del Codussi. «Problemi statici» dicono gli esperti. «Un'emergenza annunciata», ribattono le venti associazoni remiere di Pax in aqua, «cartello» che unisce vogatori e canottieri dal sestriere di Cannaregio fino al Lido. Lottano contro il traffico selvaggio e la scarsità di controlli. Denunciano le scorribande dei motoscafi Gran Turismo e dei «cofani» in vetroresina con motori da 40 cavalli.
Il futuro del cimitero storico di Venezia è appeso alla navigabilità sostenibile. Basterebbe far scattare il limite unico di velocità (8 chilometri all'ora) e governare davvero il traffico in questo spicchio di laguna che non può essere un'autostrada. La navigazione intorno a San Michele resta però burocraticamente nelle mani di troppe amministrazioni: Comune, Autorità portuale e Magistrato alle acque si contendono il governo dei canali veneziani. E da oltre dieci anni si aspetta la realizzazione dell'ampliamento del cimitero con il progetto firmato da David Chipperfield. Sulla carta, 500 mila metri quadri destinati a tombe, loculi e ossari. Un cantiere che dovrebbe essere chiuso nel 2012. Con buona pace di tutti.
di Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi

Cina, una Legge Muraglia anti-monopolio frena la corsa della Coca-Cola


La Coca Cola non potrà diventare la regina dei succhi di frutta in Cina. Pechino ha infatti bloccato l'acquisizione da parte del colosso Usa della China Huiyuan Juice Group Ltd., azienda cinese che detiene il 40% del mercato nella produzione di bevande non alcoliche e non gassose. Per la Coca Cola tramonta una possibilità di affari decisamente più vasta rispetto al limitato, per ora, mercato delle bevande frizzanti in Cina. C'era grande attesa intorno all'operazione per svariati motivi: sarebbe stata la più imponente acquisizione di una società cinese da parte di un'azienda estera e si era interessati a valutare il funzionamento della legge anti monopolio cinese varata solo lo scorso agosto, dopo anni di bozze e tentativi.
La Coca Cola da parte sua era arrivata all'operazione nel migliore dei modi. Durante le Olimpiadi di Pechino era stata una degli sponsor più imponenti e visibili, con i propri prodotti presenti in ogni punto di Pechino. Grazie a questa azione commerciale vasta, si dice che avesse anche rafforzato i propri legami con la nomenclatura cinese, indispensabile per aumentare il proprio giro di affari in un paese in cui il network relazionale è determinante. Aveva effettuato l'annuncio di un ulteriore investimento di due miliardi di dollari in Cina e monetizzato un'offerta di 2,4 miliardi di dollari, presentata lo scorso autunno, che aveva già sciolto le riserve degli azionisti della Huiyuan, azienda quotata in borsa ad Hong Kong. Sottoposta a controlli e richieste, la Coca Cola aveva aggiustato il tiro: tutto sembrava pronto per la grande mossa. Ne sarebbe venuta fuori un'operazione commerciale d'altri tempi, con un potenziale giro d'affari dei due gruppi uniti che avrebbe superato i 10 miliardi di yuan, oltre un miliardo di euro, tenendo conto dei numeri di bilancio del 2007, con oltre 400 milioni di yuan registrati da ciascuna azienda in Cina. 
Invece, l'operazione è saltata, poiché non consentita dalla nuova legge anti monopolio cinese. Un'acquisizione «negativa per la concorrenza» secondo un comunicato diramato dal ministero del commercio cinese, che ha aggiunto: «se l'operazione fosse andata in porto, i consumatori sarebbero stati costretti ad accettare prezzi più alti e una rosa più ristretta di prodotti». Zhang Junsheng, un professore universitario di economia si è detto soddisfatto: «Questa decisione aiuterà sia i produttori di succhi cinesi, sia quelli esteri a competere in modo corretto ed è un ottimo segnale per le aziende che sviluppano il proprio business su un arco temporale piuttosto lungo». Dopo l'altolà alla Coca Cola tra gli osservatori internazionali rimangono alcuni dubbi sulla decisione, in virtù di una legge anti monopolio sulla quale sono state sollevate nel corso del tempo parecchie perplessità. «Il ministro del commercio cinese dovrà rendere pubblico il motivo della sua decisione», sostiene su Bloomberg Guan Anping, trader cinese, oggi avvocato di un noto studio legale a Pechino: «il governo - aggiunge - deve dimostrare di trattare ogni caso con lo stesso metro di giudizio». La legge anti monopolio cinese era già stata criticata a suo tempo dalla Camera di Commercio Usa e da quella dell'Unione Europea. Ieri alla notizia del blocco dell'acquisizione della Coca Cola, l'Unione Europea ha chiesto chiarimenti a Pechino. 
La Coca Cola rimane in silenzio, per ora, e con il becco asciutto rispetto ad un'operazione partita nello scorso ottobre e grazie alla quale avrebbe ampliato le proprie quote di mercato come mai ha potuto fare in questi trent'anni di rapporti commerciali con la Cina. Per la Coca Cola il Celeste Impero è infatti il terzo mercato mondiale dopo Stati Uniti e Messico. 
Per la China Huiyuan Juice Group Ltd. invece è stata una giornata da incubo, da dimenticare il prima possibile. La quotazione dell'azienda, composta dal fondatore Zhu Xinli (che controlla il 36%), la Danone (22,98%) e il fondo di investimento Usa, Warburg Pincus (6,8%), ha fatto un tonfo letale nella Borsa di Honk Kong: il titolo è scesa a picco del 19%, infine è stato sospeso.
La decisione sorprendente di Pechino è avvenuta nel giorno in cui la Banca Mondiale ha annunciato una revisione della previsione di crescita dell'economia cinese nel 2009: dal 7,5 al 6,5%.

QUELLA LEGGE MURAGLIA ANTI-MONOPOLIO

Nell'agosto del 2008 il comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo (il parlamento di Pechino) ha approvato la Legge anti monopolio (fan longduan fa) dopo quasi 13 anni di lavori preparatori. Non sono mancate critiche nei confronti del provvedimento, specie riguardo ad alcuni suoi punti particolarmente oscuri, come ad esempio il tema della National security review, secondo il quale le acquisizioni di aziende cinesi da parte di investitori esteri, che potrebbero produrre effetti sulla sicurezza nazionale, saranno soggette ad un controllo mirato da parte di un organo di competenza, specie su settori chiave dell'economia cinese (energia, armamenti, telecomunicazioni). Secondo Xinhua, l'agenzia governativa cinese, il ministero del Commercio cinese ha già applicato la legge in almeno 40 casi, da quando è stata approvata.
di Simone Pieranni

Questione di civiltà


Non è una messa al bando totale, ma il progresso rispetto all'amministrazione Bush c'è: la settimana scorsa il presidente statunitense Barack Obama ha firmato una legge che limita l'uso e la vendita delle bombe a grappolo da parte degli Stati Uniti.Il provvedimento, inserito nella legge finanziaria approvata dal Congresso, proibisce la vendita delle cluster bomb che non raggiungano un tasso di autodistruzione dell'1 percento delle loro munizioni, prerogativa di ben pochi modelli tra i 5,5 milioni di bombe a grappolo dell'arsenale americano. Inoltre, la legge richiede alle forze armate di usare tali armi solo su obiettivi militari ben definiti e separati dalle zone civili. Le stesse disposizioni erano state approvate nel dicembre 2007, ma con validità di un anno: la legge appena firmata le rende permanenti. E' un progresso rispetto allo scorso luglio, quando il segretario alla Difesa Robert Gates - confermato da Obama - pubblicò un documento che definiva le bombe a grappolo "armi legittime, con una chiara utilità militare". Solo dal 2018, però, gli Usa non utilizzeranno più le cluster che non soddifano il requisito dell'1 percento. Prima di quella data, l'uso di queste armi potrà essere approvato solo da uno dei massimi comandanti militari.La mossa statunitense è stata accolta con favore dalle associazioni per i diritti umani, che in 67 avevano scritto a Obama per chiedergli di far aderire gli Usa alla Convenzione sulle cluster bomb, firmata finora da 95 Stati - tra cui diversi Paesi della Nato -dopo l'accordo raggiunto l'anno scorso a Dublino. "Questa messa al bando permanente delle esportazioni è un importante cambiamento nella politica statunitense. Allinea Washington un po' di più all'opinione internazionale su queste terribili armi", ha dichiarato Steve Goose, direttore della sezione armi di Human Rights Watch. "Spero che saremo capaci di continuare su questa linea con un altro provvedimento che stiamo preparando, per limitare in modo permanente l'uso di queste armi da parte delle forze armate statunitensi, specialmente nelle aree dove i civili vivono e lavorano", ha aggiunto la senatrice democratica Dianne Feinstein.Rimane però ancora molto lavoro da fare, per portare gli Usa dalla parte dei Paesi firmatari della Convenzione, da cui l'amministrazione Bush è rimasta fuori fin dall'inizio. Negli ambienti politici di Washington sembra comunque essere in atto un ripensamento, dovuto anche all'uso massiccio (si parla di un milione di ordigni) di bombe a grappolo da parte di Israele in Libano, nella guerra del 2006 contro Hezbollah. Da parte sua, Obama non ha segnalato apertamente le sue intenzioni ma in passato è apparso quantomeno interessato al tema. Nel 2006, da senatore, votò per un emendamento (poi sconfitto) alla legge per le spese militari, che avrebbe limitato l'uso delle cluster nelle aree civili. E lo scorso dicembre, un suo portavoce ha dichiarato che il presidente avrebbe "rivisto con attenzione" il testo della Convenzione, "lavorando a contatto con i nostri amici ed alleati per assicurare che gli Stati Uniti facciano tutto il possibile per la protezione dei civili". Lavoro da fare non ne manca: si calcola che il 98 percento delle vittime delle cluster siano civili, molti dei quali bambini, attirati da quelle munizioni che possono esplodere anche a distanza di decenni.

di Alessandro Ursic
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14673/Cambiamenti+a+grappolo

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori