giovedì 19 marzo 2009

Crisi, abisso armeno


Dopo anni di sorprendente crescita economica, all'inizio di marzo la crisi finanziaria globale ha colpito anche l'Armenia costringendo la Banca Centrale a svalutare la moneta locale, il dram. Già prima di questa decisione era comune vedere fuori dalle banche della capitale armena, Yerevan, persone che tentavano affannosamente di cambiare i loro dram in dollari. Le autorità si sono mosse rapidamente per limitare tali transazioni. Ma il 3 marzo l'inevitabile è accaduto e nello spazio di poche ore il dram veniva scambiato a 380-400 dram per un dollaro, prima di scendere a 360-370. Le banche e gli sportelli di cambio hanno continuato a limitare le transazioni in dollari e molti negozi hanno chiuso per alcune ore, mentre i proprietari consideravano il danno potenziale e valutavano l'opportunità di incrementare i profitti. Nonostante le scorte fossero state acquistate ben prima della svalutazione, all'atto della riapertura i prezzi di molti beni d'importazione erano aumentati. Zucchero, pasta, olio vegetale, riso, medicinali, sigarette e petrolio sono stati colpiti particolarmente, con rincari dal 10 al 30 per cento. Altri articoli come la farina sono cresciuti di più del 50 per cento, mentre il prezzo del burro è salito del 125 per cento. Due giorni dopo il dram si è stabilizzato intorno ai 360 dram per un dollaro, ma la svalutazione del 20 per cento rispetto al precedente tasso fisso di cambio (305 dram per un dollaro) ha causato allarme tra gran parte della popolazione, che dipende dalle rimesse dall'estero e dai salari pagati in valuta locale. Vedendo che i soldi che avevano in tasca perdevano il loro valore, gli armeni hanno fatto scorta di generi di prima necessità. Il giorno del crollo del dram è stato presto ridefinito il “martedì nero”, mentre vaghe preoccupazioni si trasformavano in ondate di panico. Sottolineando le vere carenze di un'economia locale basata largamente sulle importazioni, la preoccupazione principale era la speculazione commerciale, e sono riemersi ancora una volta dubbi riguardo alle condizioni finanziarie della nazione. Certo, da mesi l'opposizione sosteneva che il tasso di cambio del dram rispetto al dollaro era stato artificiosamente rafforzato dalla Banca Centrale, al costo di 800 milioni di dollari in riserve estere, e a tutto beneficio degli importatori legati al governo. Secondo le autorità invece, dal settembre scorso le riserve sono scese a soli 400 milioni di dollari. “Sono profondamente convinto che il paese semplicemente sta sprofondando in un abisso”, aveva detto solo pochi giorni prima del tracollo l'ex presidente e leader dell'opposizione extraparlamentare, Levon Ter-Petrossian, a migliaia di sostenitori radunati nel centro di Yerevan per ricordare il primo anniversario degli scontri post-elettorali del 1 marzo 2008, che avevano causato 10 morti e centinaia di feriti. “L'attuale crisi molto probabilmente sarà perfino più grave e più difficile da superare di quella dei primi anni '90, che aveva avuto luogo in un periodo globalmente prospero per l'economia”, ha continuato, predicendo non solo il crollo del dram, ma anche un incremento vertiginoso della disoccupazione e tagli nelle spese governative. Senza dubbio le sue parole iniziano ora a suonare vere a molti. Da più parti, negli ambienti internazionali, la manovra era stata comunque prevista. Intervistato da Osservatorio Balcani e Caucaso alcune settimane prima del crollo, un importante diplomatico occidentale aveva dichiarato che era solo una questione di tempo. E mentre i critici del governo armeno comprensibilmente hanno utilizzato il tracollo per convalidare le precedenti accuse di cattiva gestione dell'economia, i funzionari internazionali e gli istituti di credito finanziario hanno invece cercato di mostrarsi ottimisti di fronte ai giornalisti. In un comunicato scritto, la Banca Centrale sostiene che la svalutazione favorirà i produttori locali e beneficierà le esportazioni, incoraggiando anche la creazione di nuovi posti di lavoro. Se così fosse, hanno replicato i critici, perché questo non è accaduto in precedenza? Intanto, le istituzioni finanziarie internazionali hanno appoggiato la manovra stanziando un prestito di 540 milioni di dollari, che si vanno ad aggiungere ai 500 milioni di dollari già allocati dalla Federazione Russa. “Il pacchetto complessivo delle misure predisposte dalle autorità armene in collaborazione con lo staff del Fondo monetario internazionale comprende il ritorno ad un regime di tassi di cambio variabili... insieme a politiche di sostegno nei settori monetario, fiscale e finanziario e a riforme strutturali ben indirizzate”, ha dichiarato il direttore amministrativo del FMI, Dominique Strauss-Kahn. Nonostante anche la Banca mondiale abbia appoggiato la manovra e ne abbia evidenziato i benefici, i produttori locali non sono stati altrettanto entusiasti, rimarcando che la competitività sui mercati internazionali è limitata da altri fattori. Le rotte per l'esportazione, bloccate dall'Azerbaijan e dalla Turchia, passano principalmente dalla Georgia e già sono divenute più costose, inoltre la produzione locale deve confrontarsi con il costo delle materie prime importate, che è destinato a crescere. Alcuni ipotizzano anche che i tassi di interesse delle banche locali verranno aumentati e che l'economia locale sarà colpita dalla costante diminuzione delle rimesse dai lavoratori emigrati all'estero, in particolare in Russia. Dal momento che alcuni imprenditori locali hanno ipotizzato che i presunti benefici apportati dalla svalutazione del dram saranno inficiati da altre realtà, la settimana scorsa Tbilisi è entrata ufficialmente nel dibattito. "L'economia armena è virtualmente crollata in un paio di settimane”, ha affermato il presidente georgiano Mikheil Saakashvili alla fine della settimana. “Perché l'Armenia è crollata? Perché dipendeva completamente dal mercato russo. Il mercato russo è crollato e l'economia armena lo ha seguito". Yerevan ha subito criticato queste affermazioni, collegandole alla crescente pressione politica interna, che chiede le dimissioni del presidente georgiano. Le settimane e i mesi a venire diranno se l'Armenia sarà capace di gestire la crisi economica, ma altri segnali preoccupanti sono già apparsi all'orizzonte. Mentre vengono segnalate interruzioni della produzione in settori chiave dell'economia come l'industria mineraria, sembra probabile che l'inflazione crescerà. Inizialmente prevista intorno al 4 per cento, ora si prevede che crescerà fino all'8-9 per cento. La Banca Mondiale ritiene anche che la crescita del PIL del paese rimarrà probabilmente sullo zero per cento nel 2009, invece del 9,2 per cento inizialmente predetto dal governo. Altri sono ancora più pessimisti, ipotizzando che l'Armenia entrerà in una leggera recessione e che il dram si deprezzerà di un ulteriore 30 per cento nel corso dei prossimi mesi. D'altro canto alcuni analisti suggeriscono che il maggiore slancio nell'attuale processo di riavvicinamento tra Armenia e Turchia potrebbe permettere la riapertura della frontiera tra i due paesi, chiusa dalla Turchia nel 1993 quando infuriavano i combattimenti tra Armenia e Azerbaijan sul territorio conteso del Nagorno Karabakh. Tale mossa potrebbe apportare dei benefici a entrambi i paesi, mentre la crisi globale schiude le porte ad un futuro economico incerto. 
di  Onnik Krikorian 
Link: http://www.osservatoriocaucaso.org/article/articleview/11040/1/398/

Lettonia-Estonia-Europa. Europa?


Viaggio a Riga, Lettonia, Europa. Europa? Sono venuto per vedere da vicino una sfilata di ex nazisti, sopravvissuti delle Waffen SS che, volontari (in maggioranza) o arruolati di forza, aiutarono i tedeschi nell’assedio di Leningrado e parteciparono attivamente allo sterminio degli ebrei lettoni. Sono vecchi, ma tanti. È la mattina del 16 marzo. Si radunano lentamente nelle strade della città vecchia, alcuni con i loro berretti militari. Poveracci, malandati ma non soli e non pochi. La città è presidiata da migliaia di poliziotti, a ogni angolo gruppi di agenti in borghese. Il giorno in cui si riuniscono ogni anno, sono accompagnati da migliaia di figli, nipoti, simpatizzanti e amici.
È una manifestazione di forza, non un momento di nostalgia. Il 16 marzo 1944 le due divisioni naziste lettoni ebbero il battesimo del fuoco a Pskov, contro le truppe sovietiche che si apprestavano a spezzare l’accerchiamento di quella che allora si chiamava Leningrado e oggi Pietroburgo. Alla vigilia giunge notizia che le autorità hanno vietato la manifestazione. È una novità. Fino a qualche anno fa la data del 16 marzo era tra le festività nazionali. Il parlamento della nuova repubblica indipendente non ancora membro dell’Ue, aveva preso la decisione a larga maggioranza. Poi qualcuno aveva capito che, forse, l’Europa non avrebbe gradito e fu revocata.
Ma i nazisti lettoni non avevano rinunciato alle loro parate con obiettivo il monumento alla libertà, nel pieno centro di Riga. Né si vede perché avrebbero dovuto dal momento che esse ricevono la benedizione di ministri e sono frequentate da non pochi parlamentari. Così gli antifascisti lettoni, i russi etnici in prima fila, avevano gioito pensando che il divieto fosse un buon segno di ripensamento e magari anche l’effetto della loro contro-azione, consistente nella richiesta di autorizzare una manifestazione, lo stesso giorno, nel centro di Riga e nella convocazione di un’assemblea con organizzazioni antifasciste estoni, finlandesi, russe, polacche, ucraine.
Ma a Riga, Lettonia, Europa, le cose sono andate diversamente. La polizia lettone ha avuto l’ordine di bloccare gli invitati alla conferenza «Un futuro senza nazismo». Nove giovani sono stati fermati alla frontiera lettone, privati dei documenti, riaccompagnati in Estonia. Motivo? Essere inclusi - ha detto un funzionario - in un elenco di «indesiderati». Un altro estone, Sergej Chaùlin, veniva arrestato al rientro in patria. Tutti cittadini europei, incensurati, che stavano attraversando una frontiera interna dell’Europa di Shengen, della libertà di movimento. A un altro invitato, anche lui estone, Dmitry Linter, è andata peggio. Arrivava da Mosca, in treno. Europeo che rientrava in Europa: rimandato in Russia senza spiegazioni, ma forse il motivo è che aveva appena ricevuto a Mosca un premio giornalistico. E il giorno dopo l’imponente schieramento di polizia ha occupato l’intero centro di Riga, attorno a piazza Domskij, e ha lasciato passare, con meticolosa cura, il corteo delle SS naziste in un garrire di bandiere nazionali, arrestando invece un deputato cittadino, lettone ma russo etnico, insieme ad attivisti antifascisti che protestavano dai marciapiedi.
Alla conferenza sono invece arrivati, eludendo gli oscuri elenchi dei servizi, Maksim Reva e Mark Siryk, che si sono fatti rispettivamente un mese e mezzo e 7 mesi di carcere (prima di essere riconosciuti «non colpevoli») per aver organizzato nel 2007 «disordini di massa» allo scopo di impedire l’assolutamente indispensabile (per il democratico governo estone) rimozione del monumento al soldato sovietico vincitore del nazismo nel centro di Tallinn.
Quella stessa Tallinn, Estonia, Europa, dove si sta celebrando il processo contro l’89enne Arnold Meri, eroe dell’Urss, accusato di aver partecipato alle deportazioni staliniane post-belliche. Sta morendo di cancro, è quasi cieco. I capi d’accusa sono inesistenti e il maggiore è un’intervista rilasciata dallo stesso Meri. Ma il giudice pretende che l’imputato si presenti in aula, e ha sospeso il processo in attesa della guarigione. Per poterlo, s’immagina, condannare all’ergastolo. Meglio se muore sotto processo, infamato nel Paese in cui ha vissuto tutta la vita. Il tutto mentre suo fratello, Lennart Meri, già presidente dell’Estonia indipendente, scrive la prefazione entusiasta a un costoso volume che inneggia alle SS estoni (anche qui Hitler trovò non pochi adepti). Lennart durante il periodo sovietico faceva tranquillamente il professore all’Università di Tallinn. Mentre il fratello Arnold - oggi messo alla gogna – dovette aspettare la morte di Stalin per essere riabilitato dal partito comunista, che non lo considerava, evidentemente, troppo fedele.
Così va la storia in questi due Paesi baltici che sono entrati in Europa ossessionati da un passato che non riescono a dimenticare e che avvelena la loro vita quotidiana. Ma la questione è: da dove viene questa volontà di rivincita, perfino di vendetta contro i padri, che si esercita sui figli? Dal 1996 al 2008, sono nati in Lettonia 9000 bambini con il peccato originale di essere «non cittadini». Già, perché nascere in Lettonia da russi non significa avere il diritto di cittadinanza. Mentre chi è nato all’estero ma da lettoni è automaticamente cittadino.
È il sentire della gente comune? Non pare. A Riga ho visto rapporti normali tra russi e lettoni. Perfino di gentilezza nei pubblici uffici, e nei locali, dove si parla normalmente russo senza scandalo o enfasi. Il tutto sembra provenire da un’élite politica venuta in buona parte dall’esterno, in prevalenza dagli Usa, figli di fuorusciti dell’epoca sovietica, che non sono passati attraverso nessuna de-nazificazione, accuratamente selezionati per «de-sovietizzare» il Paese e occupare tutti i gangli dello Stato, senza badare troppo alla sua caratura democratica.
Il risultato è, per esempio, che in una città in maggioranza di lingua russa non c’è una sola scritta, indicazione stradale, nemmeno pubblicitaria, nemmeno un’insegna di negozio, in russo. E che in Lettonia, 16 anni dopo l’indipendenza, 7 anni dopo l’ingresso nella Nato, 5 anni dopo l’ingresso in Europa, 372.421 «alieni» non hanno nessun diritto civile. Non possono nemmeno votare nelle elezioni locali. Sono cittadini europei ma non possono nemmeno votare nelle elezioni europee. Lettonia-Estonia-Europa. Europa?
di Giulietto Chiesa – «La Stampa»

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