mercoledì 18 marzo 2009

Il futuro governo Netanyahu per un Israele senza futuro


Il Likud, il partito del futuro premier israeliano Netanyahu, e il partito Israel Beitenu capeggiato da Avigdor Lieberman hanno annunciato che arriveranno a un accordo sulla formazione della futura coalizione di governo. Il risultato del negoziato non è chiaro, e infatti continuano le trattative segrete del Likud con il partito centrista Kadima per una coalizione ampia che non si basi unicamente sulla destra radicale.
È il caso d'intendersi: persino Netanyahu sembra capire che un governo d'estrema destra non lo porterà da nessuna parte. E di spiegarsi: se non si mette in piedi la coalizione ampia e bisognerà includerlo nel governo, Lieberman è un moderato se lo si confronta ad alcuni dei possibili alleati. Fondamentalisti, coloni dei Territori occupati, seguaci del defunto rabbino razzista Kahane: anche loro faranno parte della coalizione. Meno conosciuti all'estero, sono l'aria peggiore che si respira e che minaccia il futuro di Israele.
Nel passato Israele ha rotto le relazioni diplomatiche con l'Austria quando il partito di Heider entrò nella coalizione di governo. L'Austria non romperà le relazioni diplomatiche con Israele, ma peggio ancora è molto probabile che nell'immediato futuro le capitali europee preparino un ricevimento ufficiale per il nuovo ministro degli esteri Avigdor Lieberman.
L'intera coalizione ha segnato una vittoria elettorale sulla base dell'atmosfera di guerra, ed è molto difficile che una coalizione di ultradestra possa cambiare pelle. Parte dei suoi possibili componenti hanno una chiara ideologia razzista, ultranazionalista e bellicista. Nel campo dei diritti civili, l'integralismo di Lieberman lo porta a richieste di taglio nazionalista etnocentrico. La fragile democrazia israeliana, nella quale i cittadini palestinesi non godono di una reale uguaglianza, potrebbe scivolare verso un sistema ancora più discriminatorio. Lieberman e chi lo appoggia vogliono che uno stato che non è leale verso i suoi cittadini esiga da alcuni di loro una lealtà viziata dall'etnia. Una cittadinanza condizionata sarà l'inizio della distruzione del tessuto democratico che ancora resta nella società israeliana.
Il possibile futuro ministro degli esteri Lieberman ha già insultato Mubarak e gli egiziani, minacciando di voler distruggere la diga di Assuan. Lieberman dice di essere pragmatico e potrebbe anche parlare di due stati per due popoli, ma ciò vorrebbe dire a suo giudizio che nello stato palestinese vanno considerati i cittadini arabi d'Israele. E il pericolo della coalizione non è solo Lieberman. Apparentemente il futuro ministro della difesa sarà Moshe «Boogy» Yaalon, in passato comandante dell'esercito, che da anni considera di fatto la pace impossibile e l'uso della forza l'unico mezzo per riformare le menti dei palestinesi. Per un ministero da dove potrebbero ripetersi provocazioni militari ed escalation del «circolo del sangue».
Sembra chiaro che anche Netanyahu capisce che questa coalizione lo porterà in una strada senza uscita e per questo mantiene negoziati segreti con Tzipi Livni. Ma non è solo questione di componenti del governo. In gioco è la gravità del momento che vive Israele, la sua possibile proiezione per l'intera regione: forze oscurantiste, fondamentaliste, ultranazionaliste e belliciste dominano oggi Israele e potrebbero essere il detonatore che incendierà tutta l'area. Non sarebbe il primo caso in cui un'élite nazionalista delirante porta il suo stesso paese alla perdizione. Chi può fermare questa pazzia?
di Zvi Schuldiner

IL DILEMMA DI BARCLAYS : COSA VENDERE ?


Vendere azioni allo Stato o dismettere asset in attivo? È questo il rebus che i dirigenti di Barclays PLC dovranno risolvere nei prossimi giorni. Una delle due manovre, infatti, è necessaria se il colosso bancario inglese vuole far parte del programma governativo per il rilancio del sistema. Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, il board dell'istituto di credito è infatti orientato a diventare la terza grande banca britannica ad aderire al piano di Downing Street, che mira a restituire fiducia nel sistema bancario del Paese e a far riprendere il flusso del credito.

E a chi ha chiesto, nei giorni scorsi, all'amministratore delegato di Barclays John Varley se il suo gruppo davvero può prendere parte al programma governativo senza correre il rischio di essere, di fatto, nazionalizzato, la risposta è stata netta: «Sono certo che ciò non sarà necessario».

Nelle scorse settimane, anche Royal Bank of Scotland e Lloyds hanno acquistato le garanzie assicurative dell'amministrazione inglese: un'operazione da 600 miliardi di sterline, che ha contemplato la concessione di notevoli quote azionarie al governo.

Non si sa ancora, invece, a quanto ammonti il valore degli asset che Barclays potrebbe assicurare. Secondo gli analisti, tuttavia, il costo aziendale per la banca potrebbe essere alto, ed è probabile che il board possa decidere, a quel punto, di drenare nuovi capitali tramite la vendita di alcuni asset, soprattutto nei mercati emergenti. ( Fonte: Valori)

Redazioneonline- Succede Nel Mondo

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