martedì 17 marzo 2009

Banchieri senza pudori


La crisi aguzza l'ingegno. E a Wall Strett, soprattutto i manager nel settore finanziario, di ingegno ne hanno da vendere. Come mostra la reazione alle ultime mosse del presidente americano Barack Obama. Quest'ultimo, scottato dalle crescenti polemiche sui soccorsi all'alta finanza, ha deciso di fermare i super-bonus di Aig. Un messaggio chiaro, non solo per il colosso assicurativo guidato da Edward Liddy, ma indirizzato ai vertici di tutte le aziende salvate con i soldi pubblici: chi usa il denaro del contribuente non può portarsi a casa, in un periodo di durissima crisi, bonus milionari. Sarebbe «un oltraggio», ha detto Obama.

Tutti d'accordo? Assolutamente no. Secondo il Wall Street Journal, Citigroup, Morgan Stanley e altre istituzioni finanziarie che il governo ha aiutato, stanno pensando di aumentare la parte fissa dei compensi per i top manager e i quadri con maggiori responsabilità. Come dire: il Governo pensa di tagliare la parte variabile dello stipendio (il bonus)? E allora io mi aumento quella fissa. Una posizione che - di questi tempi - lascia interdetti.

Per gli integralisti del libero mercato la parte variabile del compenso, legata anche ai risultati conseguiti dall'impresa sotto la guida dei manager, ha una sua logica. È giusto che il "salario" dei manager sia in parte costituito da un elemento variabile. Anche perché, paradossalmente, potrebbe accadere che un manager incapace venga pagato lo stesso anche in mancanza di buoni risultati.

Nei casi in questione, però, i bonus andrebbero ai manager di aziende finanziarie che si reggono solo grazie ai soldi di Mr e Mrs Smith. Cioè del contribuente americano che, attraverso il piano Tarp (Troubled Asset Relief Program), sta puntellando banche e assicurazioni altrimenti fallite. È ovvio che le altre imprese non devono essere coinvolte in simili considerazioni. Ma qui, regole e limiti, seppure temporanei, sono assolutamente doverosi.

Ancora: non si sta parlando di somme "minime". Nel caso di Aig, per esempio, la cifra in ballo sono 165 milioni in premi per i dirigenti della divisione prodotti finanziari. Cioè, proprio «quella divisione - ha ricordato il procuratore generale di New York, Andrea Cuomo - che ha provocato il collasso». E non si deve pensare che cifre così alte siano l'eccezione: a Wall Street la gran parte di broker e banchieri partono da uno stipendio minimo di 200.000 dollari (managing director) per arrivare a cifre di 1,5 milioni di dollari (top execuitive). Cioè, in termini di vecchie lirette, più di un miliardo e mezzo.

Infine, e non si tratta di considerazioni qualunquistiche, in un momento in cui molti dipendenti di queste istituzioni finanziarie perdono il loro posto di lavoro, valori così alti nei "salari" dei top executive hanno solo il retrogusto dell'avidità. Che adesso le financial firm tentino di "aggirare" il problema aumentando la parte fissa del "salario" appare prevedibile ma anche molto discutibile.

D'altro canto: «L'avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l'avidità è giusta, l'avidità funziona, l'avidità chiarifica, penetra e cattura l'essenza dello spirito evolutivo». E poi, «è tutta una questione di soldi, il resto è solo conversazione», parola di Gordon Gekko, il pirata della finanza interpretato magistralmente da Michael Douglas nel film "Wall Street". Correva l'anno 1987...

di Vittorio Carlini

Link: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/03/stipendi-obama-aig-salario.shtml?uuid=5aea529e-12c3-11de-b466-701cbf8751c2&DocRulesView=Libero

Nord Stream e South Stream, ma si chiamano anche "Iran" e "Qatar"


Nascondendosi dietro la necessità di diversificazione delle vie di trasporto per l'approvvigionamento di gas, la Russia continua ad utilizzare l'ennesima "via del gas" come uno strumento per rafforzare la sua posizione nello sviluppo del settore del gas. Mentre la francese GDF-Suez propone di partecipare al progetto del Nord Stream, la Spagna chiede a Gazprom di costruire rapporti analoghi a quelli che unisce la Russia a Germania, Francia e Italia.

In una prospettiva di lungo termine, solo tre paesi avranno la possibilità di garantire la fornitura di gas al mondo, e questi sono la Russia, l'Iran e il Qatar. Lo ha affermato il Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione "Gazprom" Aleksandar Medvedev, in occasione delle negoziazioni con la società francese "GDF-Suez" sulla sua potenziale partecipazione alla realizzazione del progetto "Nord Stream". Nascondendosi dietro la necessità di diversificazione delle vie di trasporto per l'approvvigionamento di gas, la Russia si prepara ad utilizzare l'ennesima "via del gas" come uno strumento nelle mani di Mosca per rafforzare la sua posizione e accentrare sempre più la sua figura di "coordinamento" per lo sviluppo del settore del gas. Infatti Mosca diventa sempre più promotore dei progetti "partecipati" per la distribuzione del gas, invitando gli stessi partner europei a contribuire alla realizzazione degli stessi, al fine di creare un sistema energetico integrato. Un quadro che viene a delinearsi sempre più, con l'estensione dei negoziati alle fasi di estrazione, della produzione e dello stoccaggio, verso nuovi Paesi partner. La recente crisi con l'Ucraina ha dimostrato proprio l'inaffidabilità dei Paesi di transito laddove non vi è reale compartecipazione dei Paesi partner, oltre ad una mera strumentalizzazione politica. Usando queste motivazioni come leitmotiv, Mosca sta cercando di fare cerchio con i partner strategici, isolando coloro che sembrano dei sabotatori, in quanto mossi da motivazioni politiche anziché economiche, considerando che quest'ultime assicurano una certa stabilità nel rispetto dei contratti.

È chiaro che le principali contro-parti ambigue restano Polonia e Ucraina, le quali hanno più volte lanciato segnali negativi, inducendo così la Russia ad un programma strategico alternativo per rispettare la tabella di marcia imposta per la ripresa economica e il consolidamento con leader della Federazione Russa. I piani alternativi si chiamano proprio Nord Stream e South Stream, ma si chiamano anche "Iran" e "Qatar", due improbabili alleati con cui stringere un patto di non concorrenza e monopolizzare il mercato del gas dall'Adriatico al Mar Baltico, sino all'estremità dei Perenei. Seguendo le rotte dell'energia, è facile individuare, dunque, anche il percorso logico delle ultime trattative politiche, ossia la riapertura del dialogo con gli Stati Uniti per una cooperazione all'interno della Nato, l'annullamento del progetto dello scudo missilistico in Polonia, ma anche l'intermediazione con l'Iran e la falsa partenza del nucleare civile con il parziale avvio della centrale di Bouchehr. La Russia, in cambio, ha chiesto che Europa e Stati Uniti cambino i loro toni nei confronti di Georgia, Polonia e Ucraina, in maniera tale da assecondare il suo gioco-forza volto a fare arretrare determinate posizioni. I Paesi dell'Unione Europea stanno seguendo, a modo loro, questa linea diplomatica e rispondono positivamente al dialogo, nonché alla partecipazione ai progetti energetici.

Il cambiamento di rotta europeo, lo si può notare con la proposta della francese GDF-Suez a partecipare al progetto del gasdotto del Nord, che raggiunge l'Europa Centrale attraverso il Baltico, aggirando (non a caso) proprio la Polonia. Il presidente della GDF Suez, Jean-François Cirelli, per la prima volta ha ufficialmente riconosciuto che la società francese è interessata ad acquisire una quota di minoranza del Nord Stream AG. Un alto responsabile di Gazprom Export ha detto che la Russia sta effettivamente seguendo delle trattative per la vendita di circa il 9% del capitale sociale del Nord Stream AG, alla società francese, che potrebbe essere firmato entro la fine di marzo. Le stesse fonti Gazprom affermano che, per consentire l'ingresso dei partner francesi, la BASF e E-On sarebbero risposti a cedere il 4,5% alla Francia, riducendo la loro quota al 15,5%. È da notare che le trattative con i francesi giungono all'indomani della trasmissione al Ministero dell'Ambiente di Russia, Germania, Svezia, Finlandia e Danimarca, dell'intero rapporto sull'impatto ambientale del gasdotto, per "esorcizzare" le polemiche scatenate dai Governi dei Paesi baltici sui rischi di inquinamento del Gasdotto. Dopo aver speso oltre 100 milioni di euro per gli studi ambientali, la Nord Stream AG (51% di proprietà della Gazprom) la società ha chiesto che il processo di risoluzione dopo tre mesi di consultazioni con i cinque paesi della zona del Nord Stream, giungano alla fine per poter raggiungere un accordo sulla sicurezza energetica e sul rischio del progetto. La relazione doveva essere completata un anno fa, ma Finlandia, Danimarca e Svezia hanno chiesto un cambiamento di rotta del gasdotto, che ha richiesto la correzione dell'intero progetto.

Le trattative della Russia si sono spinte sino in Spagna, dove Dmitri Medvedev e Jose Luis Rodriguez Zapatero hanno firmato una dichiarazione di partenariato strategico, dichiarando la loro volontà a costruire rapporti analoghi a quelli che uniscono la Russia con la Germania, la Francia e l'Italia. Secondo il Kommersant, questo tipo di accodo, non fa altro che consolidare l'alleanza politica attraverso l'energia con la partecipazione di Gazprom, che ancora una volta ha rappresentato il principale collegamento per lo sviluppo dei legami tra Mosca e Madrid. Il monopolio russo sarà presto nel mercato spagnolo, probabilmente con una partnership della Repsol, interessata a partecipare alla produzione di GNL a Iamal, e con la vendita del gas naturale liquefatto del giacimento di Chtokmanv. Ma ciò che unisce Spagna e Russia, sono anche gli interessi in comune nell'America Latina, dove Mosca e Madrid potrebbero diventare partner nello sviluppo di giacimenti di idrocarburi in questa regione, in cui Repsol ha delle grandi quote di mercato. Infine, ultima ma non meno importante, è la cooperazione tra MOL e Gazprom, che collaboreranno (oltre che al Sud Stream) nel quadro di un accordo firmato martedì a Mosca, nella costruzione di un deposito di stoccaggio sotterraneo di gas in Ungheria, con una capacità di 1 miliardo di metri cubi, rispondendo alla metà del fabbisogno annuale del paese del combustibile blu.
È evidente che le antiche rivalità che dividevano Stati Uniti e Russia, ma anche la stessa Unione Europea da Mosca, si stanno lentamente colmando, e potrebbero cancellarsi del tutto quando si raggiungerà un accordo anche sull'Iran, ossia quando questa sarà consacrata gigante del gas e non del nucleare. Restano da definire i ruoli degli Stati "cuscinetto", come Ucraina e Polonia, e delle regioni di transizione, quali i Balcani e il Caucaso, sui quali potrebbero continuare a scontrarsi il blocco occidentale e quello orientale.

Golpe militare nel Madagascar


Il braccio di ferro si è concluso. Il Madagascar non ha più un presidente, né un governo ufficialmente in carica. Il potere è per il momento nelle mani dei militari che dopo giorni di attesa e di incertezza hanno fatto irruzione e poi preso possesso del palazzo presidenziale. Occupata anche la sede della Banca centrale. "Per il momento non faremo altre operazioni", ha spiegato il capo di Stato maggiore dell'esercito, il colonnello André Andriarijaona: "Abbiamo preso il palazzo per affrettare la partenza di Ravalomanana. Siamo contrari allo spargimento di sangue. Fino a quando non avremo garanzie su come si comporteranno le guardie presidenziali non faremo irruzione nella residenza fuori dalla capitale".

Il contestato presidente Marc Ravalomanana resta asserragliato a Javoloha, a 12 chilometri dalla capitale. E' sostenuto dalla sua guardia personale formata da 400 soldati, molti dei quali, secondo voci che si rincorrono di ora in ora, avrebbero disertato e si sarebbero uniti con gli insorti. In serata ha parlato il suo portavoce: "Il presidente intende rimanere in Madagascar. Questo ha detto alle guardie presidenziali che gli hanno chiesto se potrebbe andare da un'altra parte. E lui ha risposto 'morirò con voi se sarà necessario'. Questa è la sua posizione".

Il blitz negli uffici presidenziali è scattato poco dopo il tramonto. Si sono udite due forti esplosioni, forse provocate da due razzi o da alcune cariche di esplosivo e poi una serie di raffiche di armi automatiche. Subito dopo due carri armati hanno sfondato il cancello d'ingresso e si sono piazzati all'interno dei giardini, proprio a ridosso del portone principale. Un centinaio di soldati ha preso posizione all'interno e circondato il palazzo. Un ufficiale, armato di un megafono, ha ordinato a tutto il personale della presidenza di abbandonare gli uffici e di uscire.

Il capo dell'opposizione, Andry Rajoelina, eletto ai primi dell'anno sindaco di Antananarivo, ha invitato Ravalomanana a rassegnare le dimissioni. Parlando dal palco piazzato al centro della piazza "13 maggio", davanti ad una folla di sostenitori, l'ex dj e proprietario di una nota stazione radio della grande isola, ha invitato le forze armate ad arrestare il presidente "che", ha ricordato, "è colpito da un ordine di cattura per alto tradimento".

La misura restrittiva è stata confermata dal ministro della Giustizia, Christine Razanamahasoa, nominata nel governo che l'opposizione ha formato da una settimana. Ma il presidente in carica non demorde. Resta chiuso nella sua residenza e tenta di giocare le sue ultime carte. Ha proposto di convocare un referendum per far decidere alla popolazione chi debba governare. Una proposta tardiva: è stata respinta da Rajoelina che si sente ormai ad un passo dal potere.

Ravalomanana paga il suo immobilismo e la sua ostinata incapacità a gestire una crisi che investe tutto il paese e che ha provocato 135 morti negli ultimi due mesi durante le manifestazioni di protesta represse nel sangue. Accusato di essere "un dittatore che affama il suo popolo", Ravalomanana ha perso il consenso di gran parte degli abitanti del Madagascar e della maggioranza dei militari, da sempre legalitari ma ormai favorevoli ad un passaggio delle consegne. C'è grande preoccupazione nell'Unità africana che ammonisce: "Se l'opposizione vuole prendere il potere senza rispettare gli obblighi giuridici e costituzionali sarà un colpo di stato e noi lo condanneremo".

L'Unione europea è allarmata. Il ministro degli Esteri della Repubblica ceca, paese di turno della presidenza della Ue, Karel Schwarzenberg chiarisce: "Se il nuovo capo di Strato sarà insediato con la violenza e contro la Costituzione, noi non lo riconosceremo".

Le Nazioni unite hanno spedito sul posto l'ex ministro degli esteri del Mali, Tiebile Drame per tentare una mediazione che, tuttavia, appare fallita. Si teme soprattutto per l'economia dell'isola. I 390 milioni di dollari prodotti dal turismo e dal settore minerario e petrolifero sono a rischio. Un rischio che dopo mesi di incertezza ha finito per contagiare e innervosire gli investitori stranieri.

di DANIELE MASTROGIACOMO


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