lunedì 16 marzo 2009

Il banco di prova della riconciliazione araba


La riconciliazione inter-araba – soprattutto fra Egitto, Arabia Saudita e Siria – avviata in Kuwait all’indomani della guerra di Gaza e confermata pochi giorni fa al vertice di Riyadh, dovrà in realtà produrre non soltanto mere prese di posizione, come è avvenuto finora, ma superare test ben più importanti, come quello della riconciliazione inter-palestinese, delle elezioni libanesi e della crisi iraniana – afferma l’editorialista Zuheir Kseibati.

Dopo il vertice siro-saudita, Riyadh ha ospitato mercoledì scorso un vertice fra Siria, Egitto, Kuwait e Arabia Saudita che aveva lo scopo di rafforzare l’iniziativa del re saudita Abdullah finalizzata ad ottenere una riconciliazione araba. I colloqui fra i leader arabi avevano come obiettivo anche quello di assicurare il successo del prossimo vertice arabo che si terrà a Doha alla fine di questo mese, al fine di liberare la regione dalle paralizzanti controversie arabe. Tali controversie si sono prolungate fin troppo, soprattutto alla luce dei loro effetti “burrascosi” che hanno messo a rischio gli interessi arabi, in mezzo a timori di accordi stranieri imposti alla regione (con alcune forze regionali che a volte “mediavano” fra gli arabi, ed altre volte fomentavano una collera improvvisa spingendola a sfociare in una politica di reazione).

Dopo la barbara aggressione contro i palestinesi a Gaza, il Sudan è rapidamente salito alla ribalta delle questioni più pressanti. Malgrado le grosse differenze esistenti fra le circostanze dell’invasione dell’Iraq e la situazione affermatasi in Sudan – con il paese impantanato nelle sue stesse crisi, dilaniato fra l’opposizione al Nord e l’altro fronte di opposizione al Sud, e politicamente (non militarmente) assediato dalle ingerenze straniere che accedono al paese attraverso il “varco” che offre la crisi del Darfur – il presidente Omar al-Bashir spicca come il secondo leader arabo preso di mira dall’Occidente dopo Saddam Hussein, questa volta attraverso l’emissione di un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale.

A prescindere dalle incertezze, dalle accuse e dagli sviluppi sul terreno in Darfur, tutti i leader arabi sono consapevoli del fatto che una mossa di questo genere contro al-Bashir può soltanto fomentare l’estremismo nella regione. Nel frattempo, l’Iraq ha ancora molta strada da fare prima di poter superare le proprie divisioni interne. Certamente, con ciò non vogliamo negare i terribili errori commessi dal regime sudanese contro l’opposizione e nella provincia del Darfur.

Il Sudan viene dopo Gaza, il Libano e l’Iraq, mentre i paesi del Golfo sono tuttora preoccupati per il prezzo della questione iraniana, indipendentemente dal fatto che le affermazioni secondo cui l’Iran sarebbe sul punto di entrare in possesso di armi nucleari siano vere o meno. Ovviamente, l’ascesa di un governo di estrema destra guidato da Netanyahu in Israele è sufficiente a suscitare il timore che Washington non escluda uno scontro israelo-iraniano, anche se l’amministrazione Obama sembra corteggiare Teheran offrendo il dialogo al regime sciita.

Sebbene gli arabi non possano che sperare in una soluzione diplomatica della questione nucleare iraniana, nessuno può escludere lo “scenario israeliano”, uno scenario che metterebbe il Golfo di fronte all’ignoto.

Ma l’altro fattore iraniano che incombe sugli sforzi di giungere ad una reale riconciliazione araba è quello delle divisioni inter-arabe a proposito del ruolo regionale di Teheran – quello che gli egiziani descrivono come il “dirottamento” iraniano delle carte in mano agli arabi, al fine di “prenderne in ostaggio le decisioni”.

Secondo alcuni, questa “trappola” è ormai alle spalle, anche prima che si svolgesse il vertice di Riyadh, grazie al rinnovato cammino di riconciliazione. Ma le affermazioni rilasciate dal presidente egiziano Hosni Mubarak alla vigilia del vertice, con le quali egli ha criticato “posizioni che riflettono ben noti progetti di forze esterne alla regione”, sono una chiara espressione dell’amarezza del Cairo per quella che esso considera una “caccia” che ha per obiettivo gli sforzi diplomatici egiziani volti ad ottenere una riconciliazione fra i palestinesi, e quelli riguardanti la crisi sudanese. Questa “caccia” non ha un’identità araba. Da qui l’appello del ministro degli esteri saudita, principe Saud al-Faisal, a un linguaggio comune per affrontare la “sfida iraniana”, accanto al consenso egiziano-saudita a eliminare tutte le divergenze arabe, come premessa per porre fine a qualsiasi intromissione straniera nel processo decisionale arabo.

Se all’accordo egiziano-saudita per facilitare un’apertura nei confronti di Damasco aggiungiamo la decisione siriana di sottoscrivere l’intesa comune sui requisiti minimi di una solidarietà araba, allora possiamo aspettarci un nuovo periodo di minori tensioni alla luce dell’iniziativa del re saudita Abdullah bin Abdul Aziz che ha richiamato alla responsabilità tutti i leader arabi. Questo periodo probabilmente beneficerà dell’ottimismo di Bashar al-Assad sul clima di riconciliazione.

E’ vero che Riyadh e il Cairo vogliono andare al di là di una mera “gestione” delle divergenze arabe. Ma è anche vero che convincere Hamas a facilitare una riconciliazione inter-palestinese a sua volta persuaderebbe l’Egitto che la Siria sta cercando di rassicurarlo con i suoi tentativi di “arabizzare” le alleanze del movimento palestinese. Al Cairo vi è un consenso prevalente sul fatto che l’Egitto non può permettere che il suo confine con Gaza venga “infiltrato”, come è avvenuto in Iraq quando forze non arabe sono penetrate attraverso i confini, al riparo del polverone sollevato dall’invasione anglo-americana.

Così, mentre Damasco scambia segnali positivi con Riyadh e il Cairo, la visita del presidente siriano a Riyadh, che giunge in quanto parte dell’iniziativa del re Abdullah, rappresenta un nuovo test per la riconciliazione. Ciò di cui c’è bisogno a questo punto è un insieme di misure tangibili all’interno delle ben note arene politiche; non semplici decisioni o prese di posizione, e neanche soltanto un pacifico svolgimento del prossimo vertice di Doha.

Questo banco di prova include molti altri test a livello del futuro governo palestinese che seguirà alla riconciliazione, delle elezioni libanesi, e della “minaccia” iraniana.

di Zuheir Kseibati 

Zuheir Kseibati  è un noto editorialista del quotidiano ‘Dar al-Hayat’

Traduzione: http://www.arabnews.it/

Link: http://www.arabnews.it/2009/03/15/la-riconciliazione-araba-al-banco-di-prova/

Titolo originale:

A Test of Reconciliation

Gli Stati Uniti e la crisi, tensioni sociali alle porte?


L’Eurasia sta attualmente incontrando seri problemi derivanti dalle difficoltà finanziarie ed economiche come la disoccupazione, la crescita negativa del PIL, la svalutazione monetaria, il rallentamento generale dell’economia e così via. Svariati membri sia dell’Unione Europea che della NATO (vengono in mente la Polonia, l’Ungheria, l’Islanda) sono già alle prese con un considerevole livello di malcoltento nazionale. Alcuni stati dell’ex Unione Sovietica (in particolare l’Ukraina, la Bielorussia e le repubbliche centro-asiatiche) e persino la stessa Russia stanno affrontando problemi simili. Persino i pubblici funzionari cinesi ammettono [il verificarsi di] proteste nella Cina continentale, come indicato dal Professor Michael Klare, il che significa che l’Asia orientale non è affatto un’eccezione. Come vedremo, le condizioni finanziarie ed economiche sono altrettanto o addirittura più gravi, nell’emisfero americano.
Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale nonché uno dei primi sostenitori della campagna presidenziale di Barack Obama, ha avvisato che il malcontento civile sul suolo americano è una possibilità che non dovrebbe essere sottovalutata. Brzezinski spiega che “[gli Stati Uniti stanno] per avere milioni e milioni di disoccupati, persone con problemi davvero terribili da affrontare. E questo perdurerà per un certo lasso di tempo prima che le cose, si spera, migliorino. E allo stesso tempo c’è la consapevolezza da parte della gente di questa straordinaria ricchezza che è stata trasferita ad alcuni individui a livelli senza precedenti storici in America…” Brzezinski conclude con un commento degno di nota “…maledizione, potrebbero esserci persino dei disordini”. 
Quanto detto sopra significa che ai gradini più alti dell’elite politica americana hanno capito che l’attuale fermento finanziario ed economico è molto peggiore di quanto molti esperti avessero pronosticato, e che se la situazione attuale dovesse peggiorare ulteriormente potrebbe davvero sfuggire di mano. Di certo non si trovano segnali di ottimismo da nessuna parte. Proprio il contrario.
La vera entità dello tsunami finanziario si riflette chiaramente in un articolo di Barry Ritholtz, che scrive che il piano di salvataggio promosso dall’ex Segretario del Tesoro americano Henry “Hank” Paulson ammonta ad una somma di denaro superiore all’acquisto della Louisiana, al New Deal, al Piano Marshall, al Progetto Apollo sulla luna, alla guerra di Corea, alla guerra del Vietnam, all’invasione dell’Iraq ed altre grandi spese del governo – tutte messi insieme (!). Questo illustra che i maggiori fautori della politica americana (sia i democratici che i repubblicani) nutrono serie preoccupazioni per la salute del sistema finanziario americano e per l’economia americana.
La bancarotta della Lehman Brothers (la più grande nella storia dell’America) è stata solo la punta dell’iceberg e le condizioni economiche e finanziarie sono peggiorate drammaticamente da quel momento in poi. Il 22 gennaio 2009 il Christian Science Monitor ha pubblicato che le quattro maggiori banche statunitensi “avevano perso la metà del loro valore dal 2 gennaio”. Per di più, nel periodo tra l’estate del 2008 e il marzo 2009, l’indice industriale di Dow Jones è diminuito più del 50%. Inoltre, solo nel mese di febbraio 2009 sono stati persi oltre 651 000 posti di lavoro negli USA, dove il tasso di disoccupazione ha ora raggiunto l’8.1%, il [picco] più alto degli ultimi 26 anni. E alcuni produttori di automobili (come la Ford, la General Motors e la Chrysler), un tempo il fiore all’occhiello dell’industria americana, sono praticamente moribondi.
Steve Lohr del New York Times, scrive che “Alcune delle grandi banche negli Stati Uniti, secondo gli economisti ed altri esperti di finanza, sono nel braccio della morte”. Certo, c’erano rimaste solo due banche d’investimentimento: la Morgan Stanley e la Goldman Sachs e la loro condizione non è per l’esattezza solida perché sono riuscite a sopravvivere diventando ordinarie banche commerciali. Il Guardian ripropone una valutazione di Bill Isaac, rinomato esperto di finanza; sostiene che la trasformazione sia della Morgan Stanley che della Goldman Sachs è “una vergogna perché questo paese [gli USA] è stato costruito, in parte, sull’assunzione di rischi da parte della Goldman e della Morgan e di un bel po’ di società prima di loro”. Karl West, del Daily Mail menziona che gli esperti di finanza avvertono che il colosso bancario Citigroup “potrebbe crollare”.
Quanto detto sopra indica che il tanto temuto crollo finanziario non è più una possibilità distante e remota perché in effetti sta già avendo luogo. Tuttavia questo caos potrebbe portare a conseguenze molto serie e preoccupanti. Per comprendere chiaramente tali implicazioni, è essenziale prendere in considerazione alcune relazioni cui non è stata data la necessaria attenzione che meritavano quando sono state pubblicate per la prima volta.
Il Professor Michel Chossudovsky ha osservato che la prima brigata da combattimento della III divisione di fanteria dell’esercito americano è ritornata dall’Iraq qualche mese fa. Questa informazione è estremamente preoccupante perché tale unità militare “potrebbe essere chiamata in aiuto in caso di sommosse civili e per il controllo della folla”, secondo fonti ufficiali. Ma quale eventualità potrebbe possibilmente richiedere il dispiegamento di tali unità sul suolo americano? Il Professor Chossudovsky propone un’ipotesi interessante da tenere presente. Sostiene che “il malcontento civile derivante dal tracollo finanziario è una chiara possibilità, dato il vasto impatto del crollo finanziario sui risparmi di tutta la vita, sui fondi pensionistici, la proprietà degli immobili, ecc.
Poco dopo il sito internet del Centre for Research on Globalization ha postato un articolo di Wayne Madsen. Madsen sostiene che è circolata una relazione ufficiale strettamente riservata tra membri più anziani del Congresso e tra i loro primi consiglieri. La relazione sarebbe stata soprannominata il “documento C & R”. L’autore sostiene che queste lettere stiano proprio per “conflitto” e “rivoluzione”, poiché tali scenari sarebbero considerati dai fautori della politica americana come conseguenze plausibili innescate da un tracollo finanziario. Secondo Madsen, il contenuto del documento rivela che il grave caos finanziario potrebbe far scoppiare un grosso conflitto se Washington si rifiutasse di onorare il suo debito estero e/oppure enormi disordini nelle città statunitensi se la popolazione americana non accettasse un considerevole aumento fiscale.
Per decenni, la stabilità politica generale negli USA è stata data per scontata. Tuttavia come è stato indicato, persino gli uomini di stato americani più esperti stanno prendendo in considerazione che la volatilità finanziaria potrebbe fomentare un’ondata di malcontento che potrebbe facilmente raggiungere proporzioni allarmanti. Sembra che l’America stessa non sia immune alla “instabilità che minaccia il regime” come viene denominata dal Pentagono e dalla comunità dell’intelligence americana. È probabile che i funzionari di governo americani non abbiano tralasciato lo scenario peggiore. Sembra infatti che vi si siano preparati di conseguenza.
Pertanto, come è stato esaminato qui, quando iniziamo a congiungere i puntini comincia a formarsi un’immagine molto sinistra, a dir poco. La nube di incertezza che tutto copre ci impedisce di formulare una previsione accurata sugli sviluppi che ci saranno e su come questi si evolveranno nei prossimi mesi, per non parlare dei prossimi anni. L’unica cosa che può essere data per certa e di cui si può essere sicuri è che l’impensabile è ora diventato pensabile.

di JOSÉ MIGUEL ALONSO TRABANCO
Global Research
José Miguel Alonso Trabanco vive in Messico ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari militari e geopolitici. Ha conseguito la laurea in Relazioni Internazionali dal Monterrey Institute of Technology and Higher Studies di Città del Messico. I suoi principali interessi sono la geopolitica contemporanea e storica, l’equilibrio di potere mondiale, l’architettura del sistema internazionale e i nuovi poteri emergenti. 
Titolo originale: "Civil Unrest in America?"
Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
09.03.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

L'impatto europeo della crisi finanziaria


Ossessionati come siamo dalla nostra economia che cade a pezzi, è difficile, per molti tra noi americani, osservare e apprezzare la natura globale della crisi e il modo in cui sta impattando e impatterà altre persone nel mondo. Non riconosciamo quanta gente, in altre nazioni, considera un qualche ‘aiuto finanziario’ nato negli USA il colpevole della caduta delle loro economie.
Perfino mentre si diffondono le proteste, con la Gran Bretagna che mette in allerta il suo esercito per paura di sconvolgimenti organizzati dagli anarchici durante la prossima estate, i quali hanno una certa predisposizione alla lotta di classe che utilizza slogan come ‘brucia un banchiere’, le dimostrazioni di massa non danno segno di cedimento in Francia, Irlanda, Islanda, Grecia e altre nazioni dell’Unione Europea. Qui le persone hanno politicizzato i temi economici, probabilmente sia a causa di un più completo e differente sistema mediatico, sia grazie alle aspettative sul fatto che i loro governi abbiano il dovere di proteggere i cittadini.
Quando arrivai a Vienna per partecipare ad un festival cinematografico alla Danube University, rimasi sorpreso di vedere prodotti e libri usati svalutati, ad un prezzo da mercato delle pulci, in mostra nelle solite bancarelle costose di un aeroporto, solitamente conosciute per l’esposizione di marchi di lusso.
Alcuni pensano che l’UE e la zona dell’euro non possano sopravvivere agli scossoni. Il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha affermato venerdì: “L’Unione Europea sta affrontando un’insolita situazione dovuta alla crisi economica e necessita di lavorare su differenti livelli per ripristinare i flussi di credito”. Ha affermato che ci si aspetta una contrazione del due percento dell’economia del blocco europeo quest’anno.
La General Motors vuole che anche i governi europei contribuiscano al suo salvataggio e a quello di 32000 posti di lavoro a rischio.
L’Europa dell’est si trova in una situazione pessima con le sue valute vacillanti. L’Europa occidentale ha finora rifiutato di acconsentire alle richieste di salvataggio, ad esempio, provenienti dall’Ungheria, la quale è sempre stata considerata un modello per dimostrare come il libero mercato potesse rimpiazzare le economie del blocco sovietico.
Ci sono ondate di protesta in corso nell’Est. Pubblicazioni di sinistra riportano “migliaia di dimostranti in Lituania, Lettonia e Bulgaria hanno attaccato gli uffici del governo e chiesto le dimissioni dacché la disoccupazione è salita alle stelle nell’Est Europa. Gli esperti predicono un incremento tra i 15 milioni e i 18 milioni di disoccupati nei prossimi mesi, senza contare che i lavori per immigrati spariscono in Europa occidentale e negli Stati Uniti”.
Mike Whitney scrive: “L’economia globale sta decelerando ad un ritmo velocissimo. Il 40 percento della ricchezza globale è stato eliminato. Il sistema bancario è insolvente, la disoccupazione cresce a livelli altissimi, le entrate fiscali stanno crollando, i mercati si trovano sotto shock, l’industria immobiliare si sta distruggendo, i deficit aumentano e la fiducia dei consumatori è ai livelli più bassi della storia”.
Guardando alcuni numeri, si possono notare le bombe ad orologeria che stanno ticchettando. Secondo Ed Bonawitz, molte nazioni hanno debiti profondi: “ Il debito estero irlandese, pari a 1800 miliardi di dollari, equivale al 900 percento del PIL nazionale (200 miliardi di dollari). Il debito estero della Gran Bretagna, che consiste in 10500 miliardi di dollari, equivale al 456 percento del PIL ( 2300 miliardi di dollari). Il debito estero svizzero, che ammonta a 1300 miliardi di dollari, è pari al 433 percento del PIL ( 300 miliardi di dollari)”. Ora che i mercati creditizi sono bloccati, rinegoziare i termini di tali prestiti è virtualmente impossibile. Si dice che le banche statunitensi abbiano un rapporto di prestiti pari a 26 a 1, mentre quello delle banche europee si assesta sul 60 a 1.
F. William Engdahl scrive: “I problemi che stanno emergendo con tutta la loro forza nell’Europa dell’est sono, se volete, una conseguenza indiretta della politica monetaria libertina della Fed di Greenspan dal 2002 al 2006, il periodo in cui il sistema di cartolarizzazione delle azioni a schema di Ponzi, decollò.
La rischiosità di questi prestiti all’est europeo viene ora alla luce, in quanto la recessione economica sia in Europa occidentale che orientale sta forzando le banche occidentali a ritirare i prestiti, rifiutando il loro rinnovamento o la ‘rinegoziazione’ dei crediti, lasciando migliaia di persone con debiti impossibili da pagare. La dimensione della crisi dei prestiti nell’Europa orientale fa impallidire…
Secondo le mie ben informate fonti della City londinese, le nuove preoccupazioni riguardanti la vulnerabilità delle banche nell’est Europa definiranno la prossima ondata della crisi finanziaria globale, che si presume possa essere anche più devastante del collasso della cartolarizzazione dei subprime che ha innescato l’intera crisi di fiducia”.
A causa della globalizzazione e della natura interconnessa dell’economia globale, ciò che succede lì [in Est Europa, ndt] farà peggiorare le cose qui da noi [Occidente, ndt], riporta l’agenzia Reuters. “Un nuovo rapporto, che suggerisce come il crollo dell’economia dell’Europa orientale trascinerà le banche occidentali in una situazione di allarme rosso, ritiene che le economie emergenti renderanno più profonda la recessione in Occidente. Non c’è da stupirsi che le agenzie internazionali abbiano impugnato le armi”. Un tema su cui sta focalizzando l’attenzione l’Europa è l’attività sregolata svolta dagli hedge funds e il controllo di enormi quantità di denaro depositate in conti offshore. I leader europei hanno preso una decisa posizione nei confronti degli hedge funds, i prodotti altamente speculativi che molti accusano di esser stato la scintilla che ha causato l’instabilità dei mercati. Un problema maggiore coinvolge le banche svizzere. Il fisco statunitense chiede i nomi di 52000 americani, intestatari di conti segreti che permettevano loro di evadere le tasse.
Bloomberg afferma: “Nelle scorse due settimane, il ministro delle finanze Hans Rudolf Merz si è dichiarato voglioso di riscuotere le tasse dai conti nei paradisi fiscali e il ministro della giustizia Eveline Widmer-Schlumpf ha offerto la sua cooperazione per risolvere alcuni casi di evasione fiscale”.
“Tutto ciò in definitiva abolisce il segreto bancario”, ha affermato Regula Staempfli, una politologa svizzera residente a Bruxelles.
Alcuni rapporti evidenziano l’esistenza di una dimensione oscura, entro cui affari legittimi stanno rivolgendosi alla mafia e alla criminalità organizzata per ricevere i miliardi di cui necessitano per rimanere in carreggiata. Douglas Farah scrive sul Counterrorism Blog: “C’è una forte evidenza di cartelli del Sudamerica, dell’Asia meridionale ed europei … che stanno entrando nella breccia del credito, intessendo relazioni con uomini d’affari disperati, i quali normalmente non si rivolgerebbero all’economia ‘informale’ per ottenere dei prestiti.
Tutto ciò contribuirà ad estendere ulteriormente i tentacoli della malavita nella società legale e nella struttura finanziaria. Come fatto notare da un articolo, “una criminalità organizzata forte equivale a uno stato debole”.
Un articolo del Washington Post “afferma che un nuovo rapporto ha stimato che il crimine organizzato italiano – che comprende la Camorra, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta – raccoglie circa 250 milioni di euro ogni giorno dai commercianti. Ciò significa circa un miliardo di dollari ogni tre giorni, o circa 122 miliardi all’anno succhiati dall’economia. E poi ci si meraviglia se l’economia italiana è costantemente in rovina?”
Se il trend continua, si avrà un tendenza che offrirà molte più opportunità alla classe criminale e, di conseguenza, una maggiore fusione tra il cosiddetto business legittimo e il supposto business illegittimo. 
Tony Soprano, stai prestando attenzione?
I regolatori stanno monitorando anche il denaro mancante. Ecco un titolo dal Financial Times: “I liquidatori della Lehman Brothers hanno chiesto a Barclays spiegazioni in merito a ciò che è successo a circa 3 miliardi di dollari riservati a premi e altri vincoli che la banca inglese ricevette quando acquistò parte della compagnia di Wall Street in bancarotta lo scorso anno”.
Affari divertenti come questi sembrano parte del modo in cui vengono gestiti.
I boss delle banche sembrano sempre più persone qualunque. Ecco un intervento attribuito a Jimmy Caine, ex presidente della Bear Stearns, a riguardo di Tim Geithner, il quale gestì la vendita della sua banca a JP Morgan provocando una forte perdita: “L’audacia di quello s****** di fronte al popolo americano annunciando che stava decidendo se per una società di tale caratura tutto ciò era comunque sufficiente per chiedere un prestito… questo ragazzo pensa di avere un c**** grande. Invece non ha nulla, se non forse un fidanzato… Chi c**** te l’ha chiesto? Non sei un funzionario che è stato eletto… Sei un impiegato. Credimi, sei un impiegato. Voglio aprire il c*** a questo s******, questo è ciò che ti posso dire”.
Tutto si sta mettendo male. E’ ora di prepararsi per un lungo conflitto. Dato che l’economia crolla e il centro non tiene, come scrisse il poeta W.H. Auden, le cose cadono a pezzi. 

di DANNY SCHECHTER
Global Research 
Titolo originale: "The Financial Crisis Slams into Europe"
Fonte: http://www.globalresearch.ca/
08.03.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MAURO SACCOL

Hersh: Cheney Ran SS-Style Political Assassination Unit


Award-winning investigative reporter Seymour Hersh dropped another bombshell this week when he revealed that former Vice-President Dick Cheney had his own SS-style political assassination unit that reported directly to him.

Hersh told a University of Minnesota audience on Tuesday, “After 9/11, I haven’t written about this yet, but the Central Intelligence Agency was very deeply involved in domestic activities against people they thought to be enemies of the state. Without any legal authority for it. They haven’t been called on it yet.”

Hersh then went on to describe how the Joint Special Operations Command was an executive assassination unit that carried out political`assassinations abroad. . “It is a special wing of our special operations community that is set up independently,” he explained. “They do not report to anybody, except in the Bush-Cheney days, they reported directly to the Cheney office. … Congress has no oversight of it.”

The revelation that Cheney had his own private assassination unit is not too far removed from Hitler’s notorious SA (Sturmabteilung), the much feared para-military wing of the Nazi party who were used to beat, torture and kill political opponents of the Nazi party in 1930’s Germany and the Waffen SS, who were later used in the war to carry out executions and war crimes.

The SA were later targeted by Hitler during the Night of the Long Knives, a brutal purge to eliminate political adversaries both inside and outside of the Nazi party. Hundreds of people were executed in cold blood by the Gestapo and the SS.

Tellingly, German courts and cabinet quickly swept aside centuries of legal prohibition against extra-judicial killings to demonstrate their loyalty to Hitler. The Waffen SS was deemed beyond prosecution despite it blatantly being involved in egregious and ongoing war crimes, as well as domestic assassinations.

The Joint Special Operations Command, Cheney’s assassination unit, is also described as an area of ‘extra-legal’ operations.

“It’s an executive assassination ring essentially, and it’s been going on and on and on,” Hersh stated. “Under President Bush’s authority, they’ve been going into countries, not talking to the ambassador or the CIA station chief, and finding people on a list and executing them and leaving. That’s been going on, in the name of all of us.”

And it’s still going on. None of Obama’s reversals of Bush executive orders say anything about abolishing the Joint Special Operations Command. Indeed, the specialist unit is an integral part of Obama’s vastly expanded bombing raids and other incursions in Pakistan.

by Paul Joseph Watson - Prison Planet.com

Link: http://www.prisonplanet.com/hersh-cheney-ran-ss-style-political-assassination-unit.html

Versione italiana su SudTerrae

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