venerdì 13 marzo 2009

No al protezionismo! No all'autarchia!


Non passa giorno senza che qualche politico al termine di un vertice internazionale dichiari l’avversione e il rigetto del protezionismo: tutti hanno ben presenti i danni causati dalle politiche adottate da gran parte degli Stati in seguito alla crisi della fine degli anni Venti.

IL 2009 NON È IL 1929

La situazione attuale, invero, è completamente differente: la comunità internazionale, sin dal secondo dopoguerra, si è dotata di una serie di accordi internazionali che pongono precisi vincoli alla libertà dell’esercizio della politica commerciale degli Stati. Si pensi agli accordi del Wto, alla supervisione delle politiche economiche del Fondo monetario internazionale e ai numerosi accordi regionali e bilaterali che promuovono la creazione di zone di libero scambio e che imbrigliano le decisioni di politica commerciale. In più, tutti questi accordi prevedono meccanismi di soluzione delle controversie che funzionano da deterrente contro le violazioni. (1)
Gli Stati ne sono consapevoli: il “buy american”, la recente controversa disposizione contenuta nello “stimulus bill” degli Stati Uniti, che vincola l’erogazione degli aiuti statali per la promozione di lavori pubblici all’impiego di beni e materie prime di produzione statunitense, è potenzialmente contraria a due accordi del Wto, quello sui sussidi e quello sugli appalti pubblici. Nel timore di dover affrontare un procedimento per la soluzione delle controversie di fronte al Wto, il legislatore statunitense ha aggiunto che “la presente disposizione si applicherà conformemente agli impegni internazionali degli Stati Uniti”.

LE MISURE PROTEZIONISTICHE “LEGITTIME”

Le preoccupazioni maggiori vengono dalle cosiddette misure di protezione “legittime”, quelle, cioè, conformi alle norme internazionali.
Quali sono? In primo luogo, i sussidi pubblici: ne sono vietati solo due tipi, quelli all’esportazione e quelli erogati a condizione che il beneficiario si rifornisca di input locali, come il “buy american”.
In secondo luogo, le misure di difesa commerciale: l’antidumping (dazi aggiuntivi nei confronti di beni importati a prezzi eccessivamente ridotti), i dazi compensativi nei confronti di prodotti importati che, nel paese di origine, hanno beneficiato di un sussidio pubblico e le misure di salvaguardia (dazi o restrizioni all’importazione) applicabili a determinati prodotti in presenza di un recente, notevole incremento delle importazioni degli stessi che abbia danneggiato i produttori locali.
In terzo luogo, i dazi doganali. Se, infatti, gli Stati si sono impegnati in sede Wto a non incrementare i dazi oltre una soglia concordata per ogni prodotto, quelli applicati sono spesso inferiori, molto inferiori nel caso dei paesi in via di sviluppo, rispetto agli impegni internazionali. La differenza tra soglia concordata e tariffa effettiva comporta che ogni paese ha la facoltà di innalzare i dazi applicati fino a concorrenza degli impegni internazionali senza violare alcuna norma Wto.
La tabella sotto illustra la differenza fra i dazi applicati e oggetto di impegno, sottolineando il “margine protezionistico” legittimo a disposizione degli Stati.

Dazi applicatiDazi oggetto di impegnoMargine protezionistico
Tutti i paesi3.79.96,2
Paesi sviluppati2.55.22,7
Paesi in via di sviluppo6.921.814,9

Fonte: Mattoo, Subramanian, 2008

PIÙ PROTEZIONISMO NEI PERIODI DI CRISI?

I dati sembrano confermare due tendenze: un incremento del protezionismo nei periodi di crisi e il notevole attivismo dei paesi in via di sviluppo.
Una recente ricerca conferma che le inchieste antidumping nei paesi membri del Wto sono aumentate nel 2008 del 31 per cento rispetto all’anno precedente. I paesi in via di sviluppo dominano la scena con il 73 per cento delle nuove inchieste, anche se gran parte delle misure sembrano applicate nel commercio fra queste nazioni, il 78 per cento dei produttori colpiti. I paesi industrializzati, comunque, hanno più che raddoppiato il numero di misure antidumping imposte: 54 nel 2008 contro 23 nel 2007. I settori più colpiti sono quelli del ferro e acciaio seguiti dal tessile e abbigliamento.
I dati attuali delle misure di difesa commerciale, tuttavia, illustrano solo parzialmente il fenomeno. Prima di imporre un dazio o una misura restrittiva provvisoria bisogna completare una procedura che dura circa un anno: il rischio, pertanto, è che le misure di difesa commerciale siano applicate troppo tardi.

MISURE “CONTROLLABILI” E “NON CONTROLLABILI”

Mentre le decisioni di limitare i sussidi e di non innalzare i dazi doganali fino a concorrenza degli impegni internazionali possono essere adottate in brevissimo tempo dai governi, le misure di difesa commerciale sfuggono in gran parte al loro controllo. Nell’Unione Europea, e in altri membri del Wto, per esempio, tali strumenti sono disciplinati da appositi regolamenti che attribuiscono diritti soggettivi ai singoli interessati. Ad esempio, alla presenza di tutti i requisiti previsti dal regolamento antidumping, l’Unione può rigettare la richiesta di dazi presentata dai produttori locali danneggiati dal dumping straniero solo in casi ben precisi e con motivazione adeguata. (2) Le decisioni degli organi competenti dell’Unione in materia possono essere oggetto di ricorso alla Corte di giustizia: la discrezionalità per limitare l’applicazione delle misure di difesa commerciale è, pertanto, limitata.
L’unica possibilità consisterebbe nel modificare i testi dei regolamenti comunitari: il tempo necessario per gli emendamenti e la difficoltà di trovare adeguato consenso da parte degli Stati membri, poco propensi a rinunciare all’impiego di uno strumento di difesa, rendono tale scelta impraticabile.

IL RISCHIO DEL PROTEZIONISMO “ILLEGITTIMO”

Non bisogna trascurare che esiste sempre il rischio che gli Stati adottino misure protezionistiche illegittime e siano pronti a sopportare le conseguenze di una decisione di condanna dell’organo di soluzione delle controversie del Wto. La forza deterrente di tale meccanismo è, infatti, molto limitata: la sanzione per uno Stato colto in violazione di una norma del Wto è l’eliminazione della misura illegittima che, peraltro, ha luogo normalmente almeno due anni e mezzo dopo l’inizio della procedura. Le sanzioni commerciali possono essere applicate solo se lo Stato violatore non si conforma alla decisione del Wto. Il sistema consente agli Stati di proteggere illegittimamente un determinato settore per un periodo di tempo assai dilatato, come è accaduto nel caso delle misure di salvaguardia statunitense contro l’importazione di acciaio, istituite nel marzo 2002 e abrogate, dopo essere state giudicate illegittime, nel dicembre 2004. Va detto, tuttavia, che numerose condanne da parte del Wto minano la credibilità negoziale dello Stato coinvolto e ciò, in un sistema basato sui continui negoziati, è un fattore che non può essere trascurato.
Esistono numerosi strumenti legittimi di protezione a disposizione degli Stati; l’applicazione di molti di questi non può essere limitata da parte dei governi nel breve periodo. Gli unici che potrebbero realmente essere mantenuti sotto controllo dagli esecutivi sono i sussidi, proprio quelli maggiormente impiegati nell’attuale situazione di crisi economica internazionale.


(1) Sono oltre 400 gli accordi istitutivi di zone di libero scambio notificati al Wto.
(2) In materia commerciale gli Stati membri dell'Unione Europea hanno trasferito tutte le competenze agli organi di Bruxelles.

di Claudio Dordi

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000995.html

Madagascar, la notte dei carri armati


Momenti di tensione in Madagascar. Nella capitale Antananarivo questa notte alcune centinaia di militari dissidenti hanno dispiegato per le strade carri armati. Secondo quanto si apprende dalle loro dichiarazioni sembra che il gesto di posizionare i mezzi militari sia stato fatto per impedire l'ingresso in città di un gruppo di mercenari (che probabilmente sono solo una frangia dell'esercito fedele al presidente Marc Ravalomananna). Secondo alcuni ben informati, però, il gesto, che rompe definitivamente la neutralità dell'esercito, sarebbe una richiesta implicita di sollecitare la conclusione del duro testa a testa che da settimane contrappone il presidente Marc Ravalomananna e l'opposizione guidata dal leader Andry Rajoalina. In ogni caso la tensione fra le parti resta alta.

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Arrestato Giovanni Strangio


Il superlatitante Giovanni Strangio, 30 anni, è stato arrestato stasera ad Amsterdam dalla polizia insieme al cognato, Francesco Romeo: è accusato di essere stato l’organizzatore e l’esecutore materiale della strage di Duisburg, in cui furono assassinate sei persone. Le vittime della strage, avvenuta davanti il ristorante da Bruno il giorno di Ferragosto del 2007, erano tutte appartenenti alla cosca Pelle-Vottari, contrapposta a quella dei Nistra-Strangio nella faida di San Luca (Reggio Calabria). Le persone uccise uccise nella strage furono Sebastiano Strangio, di 39 anni, titolare del ristorante «da Bruno»; i fratelli Francesco e Mario Pergola, di 20 e 22 anni, che lavoravano nel ristorante; Marco Marmo, di 25, Tommaso Venturi, di 18, e Francesco Giorgi, di 17. Ad agire fu un commando della ’ndrangheta venuto da San Luca composto da almeno quattro persone. I complici di Giovanni Strangio nell’esecuzione della strage non sono stati ancora identificati, ma la polizia sarebbe da tempo sulle loro tracce. I due arresti sono stati compiuti «grazie all’impegno dei ragazzi della squadra mobile di Reggio Calabria e dello Sco di Roma», ha commentato Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, tributando agli investigatori «un plauso particolare». Strangio, inserito nell’elenco dei30 latitanti più pericolosi, è stato bloccato dalla polizia nella città olandese mentre era in compagnia della moglie e del figlio.Secondo l’accusa, compì la strage per vendicare l’assassinio della cugina, Maria Strangio, uccisa a San Luca il giorno di Natale del 2006. Una delle vittime della strage, Marco Marmo, infatti, era sospettato di essere il responsabile dell’uccisione di Maria Strangio nell’agguato in cui restò ferito anche il nipote di cinque anni della donna. Secondo quanto è emerso dalle indagini, obiettivo dell’agguato in cui morì Maria Strangio sarebbe stato, in realtà, il marito della donna, Giovanni Nirta, considerato uno dei capi della cosca Nirta-Strangio. Gli investigatori, dopo la strage di Duisburg, grazie alla collaborazione di una testimone, tracciarono l’identikit di uno dei possibili responsabili della strage. E alla fine di agosto identificarono in Giovanni Strangio uno dei presunti esecutori. Strangio era stato scarcerato pochi mesi prima della strage dopo essere stato arrestato perchè trovato in possesso di una pistola ai funerali di Maria Strangio. Era stato lui ad esprimere i maggiori propositi di vendetta per l’agguato contro Giovanni Nirta costato la vita alla moglie di quest’ultimo. Giovanni Strangio, in Germania, era titolare di due pizzerie considerate dagli investigatori basi logistiche per gli affari della ’ndrangheta in Germania. Lo stesso ristorante da Bruno, davanti al quale avvenne la strage di Duisburg, sarebbe stato utilizzato dalla cosca Pelle-Vottari per nascondere armi. Romeo, arrestato insieme Strangio, era ricercato dal 1997 con l’accusa di traffico internazionale di droga.


Fonte: la Stampa.it

Lotta di classe in Irlanda


Chissà se qualche prezzolato autore degli astrusi modelli econometrici, che hanno spiegato per decenni come la compressione dell'offerta monetaria e dei salari a andasse infine magicamente a vantaggio dei lavoratori stessi, ora sarà capace di fare uno più uno.
Chissà quando si esauriranno le descrizioni della crisi come una furia cieca mentre invece ci vede benissimo.
Chissà se si prenderà coscienza in tempo che la recessione sta colpendo soprattutto i paesi che hanno demolito di più le garanzie salariali e di welfare, a cominciare da Stati Uniti, Islanda, Est europeo e isole britanniche, con menzione particolare per la celebratissima “tigre celtica”. I ceti popolari irlandesi se ne sono accorti, e alle ultime misure “anti-crisi” hanno risposto invadendo le piazze con numeri sconosciuti nel paese da almeno trent’anni.Erano centocinquantamila a sfilare per le strade di Dublino lo scorso 21 febbraio, su iniziativa dell’Irish Congress of Trade Unions, la prima di una catena di mobilitazioni che sta mettendo in serio imbarazzo il governo di Brian Cowen, inducendolo a ripetuti appelli all’opposizione a unirsi in un esecutivo di unità nazionale.
Obiettivo, mettere al riparo dalle agitazioni i suoi “Soldati del Destino”, come si traduce dal gaelico il Fianna Fàil, fondato quasi un secolo fa su posizioni progressiste, poi schiacciatosi al centro per tenersi al governo lungo un lasso di circa mezzo secolo.

La protesta è esplosa alla notizia dell’ennesima “terapia d’urto” annunciata dal governo. L’urto consiste non in un’immissione di liquidità nell’economia reale o nelle tasche dei lavoratori, bensì all’opposto in un ulteriore, drastico taglio. Il taoiseach ha annunciato una decurtazione della spesa pubblica di almeno due miliardi entro quest’anno, addirittura quindici entro il 2010. Da reperire dove? Nelle tasche dei duecentosessantamila dipendenti pubblici e delle famiglie, naturalmente. Viene prospettata una riduzione dei sussidi per i figli più piccoli e un ribasso addirittura del sette per cento nelle retribuzioni, pari a una perdita media in busta paga stimata a quarantatre euro settimanali.

«È un attacco di classe», accusa il sindacato, che nota come «all’un percento più ricco della popolazione non viene invece chiesto alcun sacrificio». In effetti si tratta oggettivamente di un nuovo trasferimento di risorse da un ceto all’altro, considerando che negli stessi giorni in cui venivano formalizzati gli “inevitabili sacrifici salariali”, il governo concedeva aiuti da ben sette miliardi di dollari per rimpinguare le casse dell’Allied Irish e della Bank of Ireland, mentre i parlamentari godevano dell’ennesimo scatto nelle proprie indennità, cresciute negli ultimi quattro anni del sessantacinque per cento.

Quella del taoiseach non è del resto solo una strategia di bilancio. È in gioco una politica economica, in fondo la stessa del cosiddetto boom dell’ultimo quindicennio: rendere competitive le esportazioni sacrificando gli stipendi.
Con la crisi, nessuna virata, anzi si estremizza il concetto, a scapito anche dei dipendenti del settore privato. Lo scorso settembre un tavolo con le parti sociali, poi abbandonato dai sindacati, ha praticamente azzerato la contrattazione collettiva, lasciando i lavoratori al ricatto aziendale del taglio in luogo del licenziamento, concetto aggravato dall’ipotesi, prospettata nelle scorse settimane dal governo, di una riduzione del salario minimo, fissato a poco più di otto euro.

Con la politica dei tagli fiscali è salito negli anni scorsi non solo l’export e i capitali stranieri, ma anche la domanda interna, spiegano gli apologeti della Tigre Celtica. Vero, salvo che quell’ultima (moderata) crescita era spinta dalle carte di credito e dalle altre forme di indebitamento, non dagli stipendi reali, decurtati dai tagli paralleli ai servizi pubblici.

La crisi non è il risultato di una “finanza cattiva”, da distinguere dalla “buona”, ma dall’esplosione della povertà, di cui l’Irlanda del boom, tra gli elogi delle agenzie di rating, era leader europeo. «I ricchi non hanno condiviso la loro ricchezza, ora chiedono a noi di pagare la loro crisi», scandiscono per le strade di Dublino insegnanti, infermieri, poliziotti, spazzini, pompieri.

di Alessandro Cisilin
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8822

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