giovedì 12 marzo 2009

La guerra di Correa


Perché il governo dell'Ecuador ha tolto la «personalità giuridica» a Acción Ecológica, storica ong ambientalista? Non è facile rispondere: l'Ecuador ha un presidente progressista, Rafael Correa, e Acción Ecológica è un'organizzazione che si batte per la difesa dell'ambiente e insieme per la giustizia sociale e i diritti dei popoli indigeni che sono spesso le prime vittime del degrado ambientale risultato dallo sfruttamento indiscriminato di risorse naturali quali il petrolio: tra le sue storiche campagne quella per la difesa del parco nazionale di Yasunì, o perché l'imprtesa petrolifera texaco sia tenuta responsabile della devastazione ambientale provocata nella regione amazzonica da cui ha estratto petrolio.
Perché dunque un presidente progressista dovrebbe muovere guerra a una ong ambientalista? Eppure è così: in data 2 marzo le autorità hanno cominicati all'organizzazione, che ha sede a Quito, che gli era stato ritirato il riconoscimento giuridico: che significa chiudere la ong, impedirle di operare. Certo, Acción Ecológica è tra le forze sociali che criticano «da sinistra» il governo di Correa: in particolare ha criticato la sua politica di avviare grandi progetti di sfruttamento delle risorse minerarie, con concessioni a imprese multinazionali, e con addirittura una legge, la Ley Minera, approvata dal parlamento nonostante polemiche e opposizioni di chi, come Acción Ecológica, criticava criticato le implicazioni ambientali e sociali, l'inquinamento di falde acquifere e fiumi, la contaminazione tossica di regioni abitate da popolazioni rurali e indigene peraltro mai consultate. E questo, ha attaccato in più occasioni Acción Ecológica, in barba a una Costituzione, elaborata e approvata su spinta del medesimo presidente Correa, che riconosce i diritti della natura e il diritto alla vita.
La ong ambientalista certo non si lascerà chiudere facilmente: e per cominciare ha lanciato una campagna internazionale, chiede di sottoscrivere un appello al presidente Correa (si veda www.accionecologica.org). In quella lettera si sottolinea che Acción Ecológica ha sempre difeso «i diritti della natura e delle persone», ha lavorato a difesa dell'Amazzonia e dei suoi popoli contro le imprese petrolifere, si dedica alla «protezione delle ricchezze sociali ed ecologiche del paese contro gli interessi di imprese nazionali e transnazionali ansiose di sfruttarle». Sottolinea: proteggere i diritti dell'ambiente e delle persone «contro il taglio industriale di legname, la produzione industriale di gamberi, lo sfruttamento petrolifero, le piantagioni di monocoltura, la biopirateria, la privatizzazione dell'acqua», come ha sempre fatto Acción Ecológica, «è un mandato della nuova Costituzione dell'Ecuador».
In Italia Acción Ecológica è nota. Una delle sue esponenti di spicco, Esperanza Martinez, è stata premiata anni fa con il premio Langer; il suo attivista Ricardo Buitron è stato ospite di recente del Forum dei movimenti per l'acqua. Acción Ecológica è partner di diversi progetti di cooperazione internazionale che coinvolgono la cooperazione decentrata (tra cui il progetto interandino «Scuola andina dell'acqua», promosso in Italia dall'associazione Yaku). E' ancor più nota in ambito latinoamericano, come si vede dai primi messaggi di sostegno pubblicati sul suo sito: dove spicca una lettera di Eduardo Galeano a Rafael Correa.

di Marina Forti
Link: http://www.ilmanifesto.it/archivi/terra-terra/nocache/1/pezzo/49b803d95f8fc/

Quanto vale l'Africa per noi? Meno della coppia Gregoraci - Briatore


Un mese di colera nello Zimbawe, con la fuga di centinaia di migliaia di persone verso il Sud Africa, sottoposte a violenze e aggressioni di ogni sorta, in tutto il 2008 ha prodotto 12 notizie nei telegiornali nazionali di Rai e Mediaset. Ma all'estate di Briatore e della Gregoraci - solo alla loro estate - sono state invece dedicate 33 notizie. E così per l'Etiopia: le violenze del conflitto tra i ribelli e le forze governative, aggiunte alla siccità che ha reso impossibili le condizioni di vita della gente che sopravvive nella regione somala dell'Etiopia, è stata raccontata in 6 notizie durante il 2008. Un anno di Carla Bruni ha invece richiesto un racconto seriale di 208 puntate.

Sono solo due esempi tratti dal quinto Rapporto sulle Crisi dimenticate che Medici Senza Frontiere (Msf) ha presentato stamattina nella sede della stampa estera, per voce di Kostas Moschochoritis, direttore di Msf Italia. Per il quinto anno consecutivo, dunque, la Ong - fondata nel 1971 a Parigi da un gruppo di medici e giornalisti e che opera con progetti in 60 paesi - prova così a fare le pulci al giornalismo italiano, contando i minuti e le righe dedicate alle persone che nel mondo sopravvivono in contesti indecenti, condannati alla guerra, alla fame, alla sete, alle malattie più perfine e devastanti, costretti alla povertà cronica, all'assenza di libertà e dignità.

Come nel passato, l'analisi è stata curata dall'Osservatorio di Pavia, che ha catalogato i notiziari, secondo macro-aree tematiche e argomenti trattati. La metodologia usata ha "scomposto" i telegiornali in unità di analisi omogenee per contenuto informativo (notizia comprensiva di eventuale lancio). Per ogni unità di analisi viene rilevata una breve sintesi dei contenuti e la categoria tematica di riferimento. Convenzionalmente, la sintesi della notizia riguarda il suo focus principale e non tutti gli argomenti o le derive argomentative contenute in essa. Il corpo dell'analisi è costituito dai notiziari trasmessi nelle fasce del day time e del prime time dai due principali network della televisione italiana generalista, Rai e Mediaset. I notiziari presi in esame sono quelli delle edizioni di metà giornata (13, 13.30, 14,20) e della serata del Tg1, Tg2, Tg3, Canale 5, Tg4 e Studio Aperto.

Adotta una crisi. Quest'anno c'è un'iniziativa in più: la campagna "Adotta una Crisi Dimenticata", per chiedere a quotidiani e periodici, programmi radiofonici e televisivi o testate online di impegnarsi a parlare di una o più crisi dimenticate nel corso di quest'anno. Ci sono già diverse adesioni da parte di importanti testate giornalistiche, oltre al patrocinio della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI). Sarà Kostas Moschochoritis, direttore di Msf Italia ad illustrare le dieci crisi umanitarie identificate dalla Ong fondata a Parigi nel 1971 da un gruppo di medici e giornalisti, e che oggi si vanta di essere la più grande organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, che opera in 60 paesi e con 19 sedi.

Forse c'è una legge, non scritta, che giustifica chi per difendersi prende le distanze dalle tragedie che opprimono quasi tre quarti degli abitanti della Terra. Un diritto in parte sancito dal buon senso, il quale suggerisce di non farsi coinvolgere ogni giorno da
chi è costretto a contare i bambini che ogni minuto, da qualche parte nel mondo, muoiono di dissenteria, o di fame, o malnutrizione, malaria, aids. Da quei numeri, entro certi limiti, è dunque lecito non farsi travolgere, se non altro per evitare l'assuefazione. C'è però anche un obbligo etico che dovrebbe indurre le persone di questo lato ricco della Terra a non dimenticare del tutto cosa sta succedendo, ad esempio, in Somalia, o in Myanmar, in Iraq, in Pakistan, nello Zimbawe o nel Congo. Luoghi dove l'occhio dell'informazione occidentale non arriva quasi mai, se non in occasione di catastrofi naturali, oppure "emergenze umanitarie" provocate dai frequenti sussulti di guerra, se non addirittura per meri interessi commerciali, sanciti da visite ufficiale di qualche sottosegretario.

Africa e Asia. Le situazioni più gravi e ignorate nel 2008 secondo MSF sono la crisi sanitaria nello Zimbabwe; la catastrofe umanitaria in Somalia; la situazione sanitaria in Myanmar; i civili nella morsa della guerra nel Congo Orientale (RDC); la malnutrizione infantile in Sierra Leone, nel Corno d'Africa, in Bangladesh; la situazione critica nella regione somala dell'Etiopia; i civili uccisi o in fuga nel Pakistan nordoccidentale; la violenza e la sofferenza in Sudan; i civili iracheni bisognosi di assistenza; la coinfezione HIV-TBC. Nel suo complesso, l'analisi delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali RAI e Mediaset confermano la tendenza riscontrata negli ultimi anni: un calo costante delle notizie sulle crisi umanitarie, che sono passate dal 10% del totale delle notizie nel 2006, all'8% nel 2007 fino al 6% (4901 notizie su un totale di 81.360) nel 2008.

Di queste, solo 6 sono quelle dedicate all'Etiopia, dove la popolazione della regione somala, intrappolata negli scontri tra gruppi ribelli e forze governative, continua a essere esclusa dai servizi essenziali e dagli aiuti umanitari, e nessuna alla coinfezione HIV-TBC, nonostante la TBC sia una delle principali cause di morte per le persone affette da HIV/AIDS e circa un terzo dei 33 milioni di persone con HIV/AIDS nel mondo è affetto da TBC in forma latente. Per altri contesti, dove sono in corso da anni gravi crisi umanitarie, l'attenzione dei media si concentra esclusivamente su un breve lasso temporale in coincidenza con quello che viene identificato l'apice della crisi. È il caso del Myanmar, di cui i nostri TG si occupano solamente in occasione del ciclone Nargis, che rappresenta solo l'ennesimo colpo inferto a una popolazione quasi dimenticata dal resto del mondo, dove l'HIV/AIDS continua a uccidere decine di migliaia di persone ogni anno, la malaria continua a restare la principale causa di morte e ogni anno vengono diagnosticati 80mila nuovi casi di tubercolosi.

Ed è il caso della provincia del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, dove anche nel 2008 sono proseguiti i combattimenti tra l'esercito governativo e diversi gruppi armati, che sono degenerati in una vera e propria guerra a partire da agosto, che ha provocato la fuga di centinaia di migliaia di persone. I nostri Tg ne hanno parlato quasi esclusivamente in occasione dell'assedio della città di Goma a ottobre e novembre. Nel caso di crisi umanitarie, cui i Tg hanno dedicato uno spazio notevole, come l'Iraq o il Pakistan, va tuttavia notato come le notizie relative alla drammatica situazione umanitaria della popolazione civile irachena o di quella del Pakistan nord-occidentale, rappresentano una netta minoranza.

L'Iraq e la politica. Vengono invece privilegiate, nel caso dell'Iraq, oltre alla cronaca degli attentati, le notizie sul dibattito politico in Italia o negli Usa; nel caso del Pakistan, le elezioni e la cronaca degli attentati. Infine, anche per il 2008 viene confermata la tendenza, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi soprattutto laddove riconducibili a eventi e/o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, a cui i Tg hanno dedicato 93 notizie (su 178 totali) che coinvolgevano uno o più nostri connazionali; la malnutrizione infantile, di cui si parla principalmente in occasione di vertici della Fao o del G8; il Sudan, cui si fa riferimento principalmente per iniziative di sensibilizzazione che vedono coinvolti testimonial famosi e per notizie circa l'inchiesta da parte della Corte Penale Internazionale per il presidente del Sudan.

di CARLO CIAVONI

Link: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/crisi-dimenticate/crisi-dimenticate/crisi-dimenticate.html

TREMONTI COME ROOSVELT? MAH...





“…Abbiamo seguito la stessa strada intrapresa da Roosevelt durante la crisi americana, e per questo pensiamo che l'investimento più importante sia continuare a mantenere il proprio stile di vita. Sommando le cifre, quelle messe a disposizione dal governo italiano sono maggiori rispetto a quelle degli altri Paesi europei… ( Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, Corriere della Sera 6 marzo 2009).
"Noi siamo il Paese che per l'economia reale ha fatto più degli altri. Quello che hanno fatto gli altri Paesi e' stato soprattutto per salvare le banche” (Giulio Tremonti, Asca 6 marzo 2009).

Riportiamo qui due tabelle pubblicate nell’ultima nota (marzo 2009) del Fondo Monetario Internazionale. Impossibile trovare riscontro nei dati alle affermazioni di Tremonti che pertanto sono false. Da notare come un altro paese, il Giappone, con un debito pubblico maggiore del nostro ha stanziato risorse più ingenti di quelle varate dal nostro governo.

La prima riguarda le misure fiscali adottate in tutti paesi appartenenti al G20 in relazione al Pil.

La seconda riguarda le misure adottate per il settore finanziario. Nello specifico:

Colonna a: iniezione di capitale
Colonna b: acquisto di asset e prestito dei governi
Colonna c: aiuto della Banca centrale nazionale coordinato con il governo
Colonna d: iniezione di liquidità e altre forme d’aiuto della banca centrale
Colonna e: garanzie statali



Fonte: redazione lavoce.info
Link: http://www.lavoce.info/articoli/-vero_falso/pagina1000991.html

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