martedì 10 marzo 2009

Europa dell'est al collasso


L’Europa dell’Est sta per scoppiare. Se lo farà, potrebbe portare con sé anche gran parte dell’Unione Europea. E’ una situazione d’emergenza, ma non ci sono soluzioni facili. Il Fondo Monetario Internazionale non ha abbastanza risorse per un intervento di queste dimensioni e la recessione si sta diffondendo più velocemente di quanto gli sforzi per sostenerla possano essere organizzati. I ministri delle finanze e gli operatori delle banche centrali stanno correndo in cerchio cercando di spegnere un fuoco dopo l’altro. Il sopravvento delle circostanze è solo una questione di tempo. Se ad un paese viene concesso di non pagare, le tessere del domino potrebbero iniziare a cadere nell’intera regione. Ciò potrebbe innestare dei cambiamenti drammatici nel panorama politico. La rinascita del fascismo non è più fuori questione.

L’editorialista economico del UK Telegraph, Edmund Conway, riassume la situazione in questi termini:

“Una ‘seconda ondata’ di paesi cadrà vittima della crisi economica e l’affronterà con il sostegno del Fondo Monetario Internazionale, il cui presidente è stato avvisato durante il summit del G7 tenutosi a Roma… Ma con le economie di alcune nazioni effettivamente soffocate dalla dimensione del loro settore bancario e delle sue responsabilità finanziarie, c’è paura che cadano vittime di crisi monetarie o di bilancio dei pagamenti, come è successo all’Islanda l’anno scorso prima di ricevere sostegni d’emergenza dal FMI”. (UK Telegraph)

Nella foto: momenti di tensione durante le recenti proteste di fronte al parlamento Ungherese (foto Telegraph).

Il capitale straniero sta scappando ad una velocità allarmante: quasi due terzi se ne sono andati nel giro di mesi. La deflazione sta spingendo i prezzi dei beni verso il basso, aumentando la disoccupazione e aggravando l’onere debitorio delle istituzioni finanziarie. E’ lo stesso dappertutto. Le economie si stanno svuotando e svestendo di capitale. L’Ucraina sta dondolando sull’orlo della bancarotta. Polonia, Lettonia, Lituania e Ungheria sono tutte scivolate in una lenta depressione. I paesi che hanno seguito il regime economico di Washington sono quelli che stanno soffrendo di più. Essi credevano che una crescita fomentata dal debito e dalle esportazioni avrebbe portato alla felicità. Quel sogno è andato in pezzi. Non hanno sviluppato i loro mercati di consumatori, quindi la domanda è debole. Il capitale è scarso, e il business è costretto verso il deleverage [riduzione del rapporto di debito. Vedi Wikipedia. N.d.r.] per evitare inadempienze economiche. A tutta l’Europa dell’Est è stato richiesto di aggiungere liquidità. C’è bisogno di fondi extra per coprire il valore in caduta del loro capitale. Hanno bisogno dell’aiuto del FMI, o le loro economie continueranno a deteriorarsi.

Il corrispondente per le notizie economiche del UK Telegraph, Ambrose Evans-Pritchard, ha scritto una serie di articoli sull’Europa dell’Est. Ne “Il mancato Salvataggio dell’Europa dell’Est porterà al Collasso Mondiale” egli scrive:

“Il ministro della finanza austriaco, Josef Pröll, ha fatto degli sforzi frenetici la scorsa settimana per mettere assieme la somma di 150 miliardi di Euro per soccorrere i paesi dell’ex blocco sovietico. Ne aveva la possibilità. Le sue banche hanno concesso prestiti alla regione per 230 miliardi di Euro, corrispondenti al 70% del PIL dell’Austria”.

'Un tasso di fallimento del 10% [inteso come mancato rientro dei prestiti N.d.r.] porterebbe al collasso del settore finanziario austriaco', era scritto su Der Standard a Vienna. Sfortunatamente, questo è quanto sta per accadere.

La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) sostiene che i debiti cattivi aumenteranno del 10% e potrebbero aumentare fino al 20%…

Stephen Jen, direttore valutario di Morgan Stanley, dice che l’Europa dell’Est ha chiesto prestiti all’estero per 1700 miliardi di dollari, la maggior parte in titoli con scadenza a breve termine. Deve ripagare -o reinvestire – 400 miliardi di dollari quest’anno, corrispondenti ad un terzo del PIL della regione. Buona fortuna. La finestra del credito si è chiusa.

Il grosso dei debiti dell’Est Europa sono detenuti dall’Occidente, soprattutto da banche austriache, svedesi, greche, italiane e belghe. In più, gli europei sono titolari di un sorprendente 74% del portfolio complessivo di 4900 miliardi di dollari di prestiti ai mercati emergenti. Essi sono cinque volte più esposti a questa ultima crisi rispetto alle banche americane o giapponesi, e hanno un rapporto di indebitamento più alto del 50% (dati del FMI)”. (Ambrose Evans-Pritchard - UK Telegraph)


La crisi economica si sta trasformando velocemente in una crisi politica. Rivolte sono scoppiate nelle capitali dell’Est Europeo. Mr. Geithner dovrebbe stare attento. Le prospettive per una rivolta politica stanno aumentando. L’angoscia popolare potrebbe riversarsi nelle strade da un momento all’altro. I governi devono agire in fretta e in modo risoluto. Quei paesi hanno bisogno di una moneta forte e di garanzie di supporto. Se non verranno aiutati, la furia pubblica che ora bolle in pentola potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più letale.

Il corrispondente economico del UK Telegraph Ambrose Evans-Pritchard:

“Le banche globali hanno finora registrato la metà dei 2.200 miliardi di dollari stimati in perdite dal FMI. In aggiunta a questo, le banche europee hanno uno scoperto di 1.600 miliardi di dollari con l’Est Europa – che viene visto sempre più come il disastro dei subprime dell’Europa, e i debiti corporate dell’EU ammontano al 95% del PIL comparati al 50% degli USA

“E’ fondamentale che il supporto governativo attraverso aiuti di sostegno non sia dato in misura tale da far crescere le preoccupazioni per l’indebitamento e per i problemi finanziari. Queste considerazioni rivestono un’importanza fondamentale nel contesto attuale di allargamento dei deficit di budget, del rialzo dei livelli di debito pubblico e di sfide nell’emissione di bond”. (UK Telegraph)


Lo stesso accade anche nel caso in cui le banche abbiano deciso di unire le loro branche commerciali e d’investimento. Il debito è schizzato a livelli insostenibili, destabilizzando l’intera economia. Gli istituti di credito si sono comportati come hedge funds, nascondendo le loro attività dietro operazioni fuori bilancio e massimizzando il leverage attraverso strumenti di debito poco chiari. Ora l’economia globale è chiusa nel declino di una bolla speculativa sull’orlo dell’esplosione. L’Europa dell’Est ha subito un duro colpo, ma questo è solo il primo di molti birilli che cadranno. Tutta l’Europa è stata infettata dallo stesso virus che ha avuto origine a Wall Street. Il New York Times di lunedì riassume così gli sviluppi nell’UE:

"Secondo le proiezioni dello scorso venerdì, l’Europa si è incagliata nella recessione in modo più profondo di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti negli ultimi mesi dello scorso anno…L’ufficio statistico dell’Unione Europea dice che l’economia dei 16 paesi che condividono l’euro è decresciuta di 1.5 punti percentuali negli ultimi quattro mesi (una caduta annuale di circa il 6%). Ciò è ancora peggio del ribasso dell’1% dell’economia americana nello stesso periodo, se confrontato con il quadrimestre precedente.

'I dati di oggi spazzano via ogni illusione che la zona euro stia affrontando una caduta morbida in questa recessione globale', ha detto Jörg Radeke, un economista del Center for Economics and Business Research di Londra” ("L’Europa Va Più a Fondo Delle Aspettative” New York Times)


I "liquidazionisti" vorrebbero che i governi tagliassero il flusso di fondi finalizzati a curare le istituzioni finanziarie e che li lasciassero fallire. E’ pazzia darwiniana, del tipo aspettare che passi un attacco di cuore stesi sul pavimento della cucina invece di precipitarsi all’ospedale. L’economia globale sta rallentando ad una velocità da record. Il 40% della ricchezza globale è stato spazzato via. Il sistema bancario è insolvente, la disoccupazione cresce, i proventi delle tasse stanno diminuendo, i mercati sono in crisi, il settore immobiliare sta crollando, i deficit aumentano e la fiducia dei consumatori è al punto più basso della storia. Non c’è tempo per attenersi a un’ideologia improvvisata. L’economia globale sta attraversando una contrazione massiccia che coinvolge tutto il sistema, che potrebbe sfuggire di mano e gettarci dentro un’altra guerra mondiale. I leader politici devo cogliere l’emergenza del momento e tenere la rotta del veicolo in modo che non cada nel fosso.

di MIKE WHITNEY Information Clearing House

Titolo originale: "Eastern Europe is about to Blow"

Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5664

Fonte: http://informationclearinghouse.info/

Link

Default Italia? Solo speculazione...come nel 1992


"Nella notte
non e' successo niente al debito italiano e non e' successo niente all'Italia.
Non c'e' niente che possa spiegare
movimenti di queste dimensioni". Cosi' Alessandro Fugnoli,
strategist di Abaxbank, interpellato da Radiocor getta acqua
sul fuoco dell'allarmismo per un possibile default
dell'Italia. La speculazione, secondo quanto riferiscono gli
operatori, penalizza in questo momento i corsi di Borsa, che
vedono Milano registrare in mattinata un tonfo decisamente
superiore a quello delle altre Piazze europee. A innescare
l'allarme e' stato il lancio del "First to default basket" di
JpMorgan, un prodotto strutturato a tre anni secondo cui il
Paese piu' a rischio di fallimento tra gli otto proposti e'
l'Italia. Timori che si sono riflessi nell'andamento delle
quotazioni dei credit default swap per proteggersi
dall'insolvenza sulle emissioni del Tesoro italiano, volate
al nuovo massimo storico sopra i 200 punti, a 201. Livello
inferiore a quello di Grecia (267) e Irlanda (367), ma
decisamente piu' alto rispetto a Germania (90), Francia (94)
e Spagna (154). Fugnoli, tuttavia, collega lo scivolone di
Piazza Affari "al peso delle banche sul listino italiano",
decisamente piu' sbilanciato sul settore finanziario rispetto
agli altri, e invita a "considerare anche le recenti
rassicurazioni del commissario europeo agli Affari economici
e monetari Joaquin Almunia e del presidente della Bce,
Jean-Claude Trichet, che ha definito assurda l'ipotesi di un
default" nell'Eurozona. "In una situazione di recessione
pesante - nota Fugnoli - cadono di conseguenza le entrate
fiscali", ma "il deterioramento del debito e' piu' rapido in
altri Paesi, come ad esempio la Francia, che in Italia".
Anche se per il nostro Paese resta comunque il problema di
un debito "elevato a livello assoluto".

di Alessandro Fugnoli
Link: http://www.tgfin.mediaset.it/tgfin/ultimissima.shtml?nRC_06.03.2009_13.39_15719813

Per la cronaca:L'attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato
preceduto e preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht
"Britannia" della regina Elisabetta II d'Inghilterra, dove i massimi
rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica,
impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S.G. Warburg,
la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana
guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e
dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la
privatizzazione dell'industria di stato italiana. A seguito
dell'attacco speculativo contro la lira e della sua immediata
svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a
prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a
discapito degli interessi dello stato italiano e dell'economia
nazionale e dell'occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti
all'incontro del Britannia avevano già ottenuto l'autorizzazione da
parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare
le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla
Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più
noti. L'agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha
denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992
provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni
politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l'intero
procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione.
Link: http://www.movisol.org/soros1.htm

La polveriera nord irlandese


Un poliziotto è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco durante un’imboscata a Craigavon, una località a sudovest di Belfast. Lo ha annunciato il Servizio di polizia d’Irlanda del Nord. L’attacco, la cui responsabilità non è stata finora rivendicata, è stato commesso nel quartiere a maggioranza cattolica di Lismore Road a Craigavon. Il fatto avviene due giorni dopo l’assassino di due soldati britannici nella caserma di Massereene (contea di Antrim, a nordovest di Belfast), il primo dal 1997.

Un commando di uomi armati ha aperto il fuoco all’ingresso principale della caserma. Due soldati britannici sono stati uccisi e due altri feriti, come pure sono stati feriti i due fattorini che stavano consegnando delle pizze. L’attentato è stato rivendicato dalla Real Ira, dissidenti dell’Ira, l’esercito repubblicano irlandese. La pattuglia della polizia stava effettuando un’indagine su attività sospette nella località, quando è stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco, ha riferito la polizia nordirlandese.

Una donna politica cattolica, Dores Kelly, ha avvertito che l’Irlanda del Nord potrebbe conoscere una nuova spirale di uccisioni se gli estremisti protestanti - che uccidevano i cattolici fino al cessate il fuoco del 1994 in risposta agli attentati dell’Ira contro le forze di sicurezza - decideranno a loro volta di rispondere agli attacchi di elementi dissidenti del campo repubblicano.

«Siamo sull’orlo dell’abisso» ha concluso la Kelly, membro della commissione mista cattolici-protestanti che controlla le forze di polizia nella provincia. «Non serve a niente rivolgersi alle persone che hanno pianificato e perpetrato questo attacco - sostiene la Kelly - ma dobbiamo tutti realizzare che siamo sull’orlo di qualche cosa di assolutamente spaventoso. Noi dobbiamo agire insieme per uscirne» ha proposto.

Fonte: la Stampa
Link: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200903articoli/41739girata.asp

La tela del ragno


Nessuno dei servizi che ho letto sulla crisi economica spiega agli americani qual è il nocciolo della della questione, né fornisce una prospettiva storica che vada oltre a riferimenti semplicistici alla Grande Depressione: questo articolo tenta di fornire l’analisi e la prospettiva mancanti.

Nel 1948 George Kennan, uno dei maggiori architetti della politica estera statunitense del dopoguerra, dichiarò, con una frase poi divenuta famosa, qual era l’obiettivo principale della politica americana dell’epoca: “Deteniamo circa il 50% della ricchezza mondiale ma siamo solo il 6,3 % della popolazione, perciò non possiamo che essere oggetto di invidia e risentimento. Il nostro vero compito nel tempo a venire è pianificare uno schema di relazioni che ci permetta di mantenere questo divario”. La politica estera americana nella seconda metà del Ventesimo secolo si è strettamente conformata ai dettami proposti da Kennan.



Kennan e i suoi colleghi sapevano che gli USA non avrebbero potuto mantenere facilmente, né in modo permanente, il controllo del 50% della ricchezza mondiale. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la capacità produttiva di Europa e Giappone, e di una buona parte del resto del mondo, era praticamente annientata mentre la produttività degli USA, sostenuta dalle spese di guerra del governo, era florida e consistente. Ma l’Europa e il Giappone sarebbero stati ricostruiti e le aspirazioni economiche sarebbero cresciute nel mondo quando le nazioni, una dopo l’altra, si fossero liberate dal giogo del colonialismo di stampo europeo.

Kennan e gli altri sapevano che alla fine l’Europa e il Giappone e quelli che al tempo erano chiamati paesi sottosviluppati avrebbero rivendicato una porzione significativa della ricchezza mondiale e che ciò avrebbe intaccato l’opulenza statunitense. Decisero dunque che era loro compito ritardare quest’eventualità e limitare la quantità di ricchezza che gli USA avrebbero dovuto perdere a vantaggio di nazioni in via di sviluppo o ricostruzione. Allo stesso tempo, per mantenere le industrie americane in piena attività, il governo degli Stati Uniti prendeva provvedimenti per aumentare considerevolmente la domanda interna e quindi l’agiatezza dei cittadini americani.

Negli anni Sessanta e Settanta gli americani furono indotti a credere che avrebbero mantenuto il loro standard di vita per sempre, mentre Kennan e la classe al potere sapevano che non sarebbe stato così sul lungo periodo. Avevano capito che il dominio militare sul mondo avrebbe solo potuto ritardare l’inevitabile resa dei conti.

Ma il dominio militare richiedeva l’impegno di ingenti capitali e il problema divenne quindi come affrontare queste spese e allo stesso tempo mantenere alti i consumi dei lavoratori americani. La sola soluzione era il consumo di massa a credito, finanziato dalla vendita di obbligazioni oltre oceano. Abbiamo venduto le nostre obbligazioni all’Europa e al Giappone reindustrializzati; più recentemente economie emergenti come la Cina sono state convinte a finanziare l’impresa. Solo con il sostegno dei prestiti gli USA avrebbero potuto mantenere ciò che fu chiamato da allora in poi “lo standard di vita americano”, mentre la porzione di ricchezza reale che detenevano diminuiva costantemente. L’imperativo di nascondere la realtà economica ai cittadini americani e ritardare la resa dei conti spiega perché, a scanso d’ogni retorica, sono stati i Repubblicani i principali fautori del deficit americano nel secondo dopoguerra.

A partire dagli anni Ottanta la maggiore preoccupazione dell’élite al potere è stata assicurarsi che quando la resa dei conti fosse arrivata sarebbero stati i lavoratori e non i ricchi a sostenerne il peso. Ciò richiedeva un trasferimento di ricchezza dalla working class ai ricchi in anticipo rispetto alla resa dei conti. Questo è stato il progetto fondamentale dell’élite al potere dall’elezione di Ronald Reagan in poi.

Nel frattempo i governanti hanno trovato il modo di minimizzare la redistribuzione della ricchezza mondiale. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto la loro parte ma lo strumento principale sono stati gli accordi del cosiddetto “libero scambio”. Se gli Stati Uniti e l’Europa avessero potuto convincere il resto del mondo a permetterci di essere i loro banchieri, avremmo potuto utilizzare il dominio bancario per mantenere la presa su una fetta maggiore della ricchezza mondiale.

Questo progetto è andato incontro a notevoli ostacoli. Le potenze manifatturiere emergenti, guidate dall’India e dal Brasile, hanno chiesto che, in cambio dell’accesso ai loro mercati finanziari, gli Stati Uniti smettessero di sovvenzionare la propria produzione agricola e quella di alcune industrie. Ma queste industrie si sono opposte e per il momento sono per lo più riuscite nei loro intenti. Ad ogni modo le grandi imprese agricole credono che alla fine i banchieri vinceranno la partita e che i sussidi diretti alle coltivazioni finiranno. Ciò contribuisce a spiegare perché i sussidi agricoli si stiano spostando dalle coltivazioni alla conservazione. Ma questa è un’altra storia…

Al tempo della prima elezione di Bush Secondo, il governo aveva un surplus notevole, almeno sulla carta. L’élite al potere aveva cominciato a preoccuparsi che la strategia del libero scambio non avrebbe funzionato. L’urgenza di assicurarsi che il contraccolpo ricadesse sui lavoratori – e non sui ricchi- si fece ancora più pressante. Lo strumento per raggiungere questo fine fu la trasformazione del surplus dei conti correnti federali in un enorme deficit.

Nel suo discorso al Congresso del 24 febbraio il Presidente Obama ha riconosciuto che durante la presidenza di George W. Bush “un surplus era una scusa per trasferire ricchezza ai ricchi invece che un’opportunità di investire nel nostro futuro”.

I dati sul reddito individuale suggeriscono che il progetto di trasferimento della ricchezza messo in atto dalla classe al potere sia riuscito perfettamente. Secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso, che può essere considerato imparziale, il reddito della metà più povera delle famiglie americane è aumentato del 6% dal 1979 ma, solo durante il 2005, il reddito della fascia più alta è andato alle stelle, aumentando del 228 %. Il Wall Street Journal riporta che nella fascia più alta della classifica reddituale si trova lo 0,1 % della popolazione, ovvero 14.000 famiglie, che detengono il 22,2% della ricchezza nazionale, mentre nella parte più bassa si trova il 90%, ovvero 133 milioni di famiglie, con appena il 4%.

Mentre le disparità di reddito e ricchezza si sono mantenute durante le amministrazioni Clinton, Bush 1 e Reagan, il trasferimento di ricchezza negli otto anni della presidenza di Bush Secondo è stato caratterizzato da un’ampiezza e un’audacia senza precedenti.

La cosiddetta “crisi dei mutui” è la prova che “chi semina vento raccoglie tempesta”. Buona parte dei consumi sostenuti dal prestito facevano riferimento al mercato immobiliare. Il risultato è stata un’inflazione enorme.

La crisi del credito scatenata dalla crisi dei mutui è uno degli aspetti della resa dei conti. Per fortuna della classe al potere, le Presidenze Bush 1 e 2, Clinton e Reagan sono state usate per far sì che la perdita di ricchezza associata al crollo del credito ricadesse sproporzionatamente sulle spalle dei lavoratori rispetto alla classe dominante. Com’era prevedibile, ad ogni modo, l’avidità l’ha spinta a puntare troppo in alto. Messa di fronte all’ascesa di un nuovo presidente, la cui fedeltà ai suoi stessi valori non era certa, non ha potuto astenersi dal cibarsi ancora una volta alla pubblica mensa.

Quest’ultimo pasto è conosciuto come il “Salvataggio delle Banche”. Secondo gli investigatori del Congresso, le azioni date dalle banche al governo valevano, nel momento in cui le transazioni sono state perfezionate, solo il 69% dei pagamenti ricevuti dal governo stesso. Si è trattato di un trasferimento di 78 miliardi dai contribuenti ai ricchi proprietari delle banche. Il valore di mercato delle azioni è al momento ulteriormente diminuito.

Ecco a che punto ci troviamo oggi.

Molti americani hanno votato per il Presidente Obama credendo che potesse portare un vero cambiamento in America. Questi elettori vogliono giustizia economica e politica. Le prime azioni dell’Amministrazione Obama sono piuttosto ambigue. Ha affermato di voler alzare le tasse ai ricchi ma ha ignorato le richieste di un controllo pubblico sui fondi di salvataggio ricevuti dalle banche. Persino le pressioni a limitare i compensi dei manager sembrano essere decisamente retoriche. Il sistema dei bonus, che incoraggia la speculazione dando ai manager ingenti retribuzioni aggiuntive quando prendono rischi estremi, apparentemente non cambierà. Le proposte dell’amministrazione Obama per continuare i salvataggi sono piene di buchi attraverso cui si potrebbe far passare una flotta di grandi e nuovi yachts.

Se gli elettori fossero stati meno ipnotizzati dalla retorica di Barack Obama, avrebbero realizzato che i cambiamenti che intende favorire sono pensati per sostenere l’attuale sistema economico, piuttosto che riformarlo alla base. Il Presidente sottoscrive l’affermazione che queste istituzioni finanziarie sono “troppo grandi per fallire”. Un vero riformatore avrebbe concluso che le istituzioni troppo grandi per fallire devono essere dissolte.

Teddy Roosvelt sfruttò lo tsunami politico dell’ Età Progressista [1] per spezzare i cartelli monopolistici. La classe al potere da allora ha lavorato instancabilmente per ricostruirli, sebbene sotto nuove forme. Dobbiamo liberarci dei cartelli monopolistici come fece Teddy Roosvelt e dobbiamo farlo ora, mentre la classe al potere è indebolita e i lavoratori americani sono impazienti di vedere un cambiamento.

Barack Obama sarà il nostro Teddy Roosvelt? I segnali che abbiamo avuto fino ad ora dicono di no.

di Felice Pace

NOTA DEL TRADUTTORE

[1] L’Età Progressista (Progressive Era, 1890-1920), nella storia degli Stati Uniti, è un periodo di importanti riforme politiche, economiche e sociali.

Autore: Felice Pace ha studiato economia a Yale. Osservare il comportamento del compagno di studi G. W. Bush ha giocato un ruolo fondamentale nel convincerlo a ritornare alla classe lavoratrice e ad adoperarsi per una riforma politica ed economica radicale.

Titolo originale: "The Economy and the Big Picture"

Fonte: http://www.counterpunch.org
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Kashmir: questione irrisolta


Il nuovo ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Susan Rice, ha identificato il Kashmir come uno dei punti caldi del mondo inserendolo in un insieme di regioni contese come i Balcani e le alture del Golan, in occasione del suo resoconto davanti alla Commissione per le Relazioni Estere del Senato, il mese scorso.

Allo stesso modo, in un’intervista rilasciata alla rivista Time nel novembre del 2008, il presidente americano Barack Obama aveva affermato che “lavorare con il Pakistan e l’India per cercare di risolvere seriamente la crisi del Kashmir” sarebbe stato uno dei “compiti più critici” per la sua amministrazione.

Con l’attenzione mondiale ancora una volta focalizzata sul Kashmir, tutti i principali attori della regione – il Pakistan, l’India, i separatisti kashmiri, gli estremisti religiosi, e gli intermediatori di pace allo stesso modo – sperano che il rinnovato interesse internazionale possa facilitare la conclusione di un conflitto decennale che ha causato oltre 80.000 morti e centinaia di migliaia di sfollati.

Contrariamente alla percezione diffusa di un Kashmir devastato dal conflitto, abituato all’intervento militare ed alle ribellioni armate, la regione è rimasta relativamente pacifica fino a pochi decenni fa, quando ebbe inizio una lotta armata per la separazione dall’India.

Per la maggior parte, il Kashmir conservò un senso di armonia comunitaria durante tutta la guerra del 1948, che seguì all’indipendenza del Pakistan dall’India britannica nel 1947. E sebbene durante la guerra la regione kashmira del Jammu fu testimone della peggior specie di massacri e di un esodo di musulmani verso la vicina regione del Punjab soggetta al governo pakistano, ciò non influenzò la vita quotidiana della maggior parte dei kashmiri al di fuori del Jammu.

Il Kashmir è costituito da tre regioni e religioni distinte. Nella valle del Khashmir, il 98% della popolazione è musulmano. Nel Jammu il 60% della popolazione è indù, e nel Ladakh il 49% è buddista. I kashmiri sono sempre stati orgogliosi delle loro differenti culture, tradizioni e religioni, con indù, cristiani, buddisti e musulmani che hanno vissuto in comune armonia. Anche Gandhi lodò i kashmiri per la loro natura amante della pace e definì il Kashmir “un raggio di speranza nell’oscurità”.

Se è vero che le radici dell’attuale conflitto risalgono al tempo della partizione con l’India, le lotte violente più recenti ebbero inizio quando i musulmani kashmiri, incoraggiati dai successi afghani nella guerra contro i sovietici, lanciarono un movimento analogo contro l’India verso la fine degli anni ’80.

I 18 mesi di rivolta armata che seguirono, crearono divisioni religiose dove prima non ne esistevano, e spinsero 200.000 indù kashmiri ad abbandonare la valle. Alla fine, tuttavia, la lotta armata cessò, a seguito delle pressioni internazionali e del diminuito supporto popolare nei confronti delle tattiche violente sulla scia dell’11 settembre 2001.

Nel 2008, ebbe nuovamente inizio una sollevazione di massa in Kashmir quando il governo indiano propose di donare un’ampia porzione di terra kashmira per l’espansione di un santuario indù. I musulmani kashmiri videro in questo tentativo un piano per cambiare gli equilibri demografici del Kashmir, che si sarebbe inevitabilmente tradotto in nuovi insediamenti indù, e diedero inizio a una protesta contro l’India. Malgrado alcune vittime, queste proteste rimasero ampiamente pacifiche.

Il 18 agosto 2008, oltre mezzo milione di persone scesero in strada a Srinagar, la capitale del Kashmir, marciando verso l’ufficio del Gruppo di Osservatori Militari dell’ONU in India e Pakistan (UNMOGIP), per ricordare al mondo che la questione del Kashmir è ancora irrisolta.

Queste proteste di massa ricevettero l’appoggio di alcuni gruppi della società civile indiana, ed attirarono l’attenzione della comunità internazionale. I principali attori del Kashmir, inclusi i gruppi militanti, accolsero in maniera entusiastica questo rinnovato interesse internazionale per la risoluzione del conflitto del Kashmir. Anche Syed Salahudin, capo di Hizb ul-Mujahideen (il Partito dei Mujahidin), a nome del Consiglio Unito del Jihad – un gruppo di diverse organizzazioni militanti –, dichiarò che le affermazioni di Obama e della Rice incoraggiavano a giungere ad una risoluzione del conflitto del Kashmir.

Inoltre, il premier recentemente eletto dello stato di Jammu e Kashmir controllato dall’India, Omar Abdullah, ha affermato nel corso della cerimonia per il suo giuramento, il 5 gennaio, che egli appoggia sinceramente la normalizzazione dei rapporti fra Islamabad e Nuova Delhi, ed ha promesso pubblicamente che avrebbe lavorato per facilitare la risoluzione della questione del Kashmir.

Se è vero che queste dimostrazioni nonviolente hanno attirato l’attenzione del mondo, come dimostra il recente riconoscimento del conflitto da parte di Obama, tuttavia le parole da sole non bastano; devono essere adottate dalle Nazioni Unite azioni concrete per facilitare una pace duratura nella regione.

Come primo passo, gli Stati Uniti dovrebbero nominare un inviato speciale per il Kashmir. Infatti, la campagna di Obama ha annunciato alla fine di gennaio che il mandato dell’inviato americano in Asia meridionale Richard Holbrooke non avrebbe incluso il Kashmir, lasciando la posizione libera per qualcun altro. Questo inviato dovrebbe incoraggiare l’India e il Pakistan a includere rappresentanti kashmiri in un dialogo fra i due paesi.

Rivitalizzando il processo di pace indo-pakistano e coinvolgendo nel dialogo i kashmiri – insieme ai pakistani ed agli indiani – gli Stati Uniti possono fornire la loro assistenza per risolvere il problema del Kashmir, che fino a questo momento è stato un serio ostacolo all’affermazione della pace nella regione ed alla promozione di leali e corretti rapporti fra le due potenze nucleari regionali.

di Ershad Mahmud

Ershad Mahmud è un analista politico kashmiro residente a Islamabad, in Pakistan

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