lunedì 9 marzo 2009

Regolate gli Hedge Fund!



È dall’inizio della crisi finanziaria che si continua a discutere sulla necessità di regolamentare gli hedge fund, quei fondi di investimento che operano con regole elastiche e leggere. È una posizione che certamente paga, sotto il profilo politico. Ma qual è la situazione reale? Gli hedge fund sono responsabili della crisi? È davvero necessario inquadrarli in regole più rigide? In caso affermativo, cosa bisogna fare e come?

L'ORIGINE DELLA CRISI

Anzitutto è bene ricordare che gli hedge fund non sono al centro dell’attuale crisi, anche se hanno recentemente sofferto per le sue conseguenze. Per dirla in breve, la crisi finanziaria è il risultato di due fattori. Il primo dipende dall’eccessivo ammorbidimento delle condizioni monetarie nel mondo intero. Indebitarsi era divenuto, da troppo tempo, troppo facile: una situazione che ha generato bolle in diversi mercati, tra cui i derivati del credito residenziale, ma anche del credito al consumo o dei fondi di private equity. E le banche ci hanno speculato alla grande. Per giunta, alla speculazione hanno potuto partecipare in molti (istituzioni, banche), grazie a una recente innovazione finanziaria, la securitization. Di conseguenza, quando la bolla è scoppiata, tutti sono stati colpiti. Gli investitori istituzionali, per rispettare i loro obblighi, hanno dovuto liberarsi in gran fretta delle attività a rischio, ma liquide (come le azioni) e ciò ha fatto precipitare le borse. Le banche, in cui è totalmente venuta a mancare l’attività di controllo dei rischi, hanno dovuto sospendere l’erogazione creditizia, al fine di ricostituire le loro riserve, senza pesare troppo sugli azionisti. In conclusione, sono proprio i principali, e in teoria più regolamentati, operatori della finanza che hanno provocato lo scandalo.
In tale contesto, gli hedge fund, nonostante quanto affermato dai loro sostenitori, non hanno certo potuto impedire al sistema di sfasciarsi. Si tratta di strumenti finanziari a lungo termine, avvantaggiati, rispetto a normali Sicav, dal fatto che il loro passivo è bloccato da clausole contrattuali diverse dalla norma. Se gli investitori vogliono recuperare quanto investito, il fondo richiede una dilazione oscillante tra i tre e i dodici mesi, talvolta persino ventiquattro, il che permette di liquidarlo in modo più sistematico o di mantenere la posizione, finché non divenga più vantaggiosa. Alcuni fondi sono addirittura in grado di sospendere temporaneamente i rimborsi, per periodi anche di parecchi anni, qualora venga ritenuto che una loro liquidazione troppo rapida vada a detrimento degli interessi degli investitori.
Eppure, malgrado queste misure di sicurezza, la crisi è stata troppo lunga per permettere agli hedge fund di tenere le posizioni sino alla ripresa dei mercati. Sotto questo profilo, i fondi di private equity, in cui gli investimenti sono bloccati per 7-10 anni, sono meglio attrezzati per sostenere i mercati e il finanziamento dell’economia, fino al momento in cui si normalizzi il sistema finanziario. Comunque sia, anche se gli hedge fund hanno solo subìto l’attuale crisi, necessitano ugualmente di ulteriori regole.

REGOLE DI PRUDENZA

Coloro che auspicano una maggiore regolamentazione degli hedge fund la giustificano invocando il rischio sistemico. Se mi indebito molto per assumere posizioni a rischio, il mio eventuale fallimento coinvolgerà parecchie controparti (trader, banche, altri fondi, e così via), il cui dissesto creerebbe un effetto domino su tutto il sistema. Ogni operatore finanziario, che si tratti di hedge fund, di istituzioni o di banche, è potenzialmente capace di far crollare tutto l’edificio. Ed è proprio per evitare situazioni del genere che banche e investitori istituzionali sono sottoposti, in genere, a regolamenti ispirati alla prudenza. Talora accade addirittura che le regole debbano intervenire ex post e cioè quando è già suonato l’allarme. Ricordiamoci che nel 1998 la Fed di New York aveva obbligato gran parte degli operatori finanziari mondiali a organizzare la liquidazione ordinata dell’hedge fund “Long Term Capital Management” (Ltcm), la cui brusca caduta aveva scosso le fondamenta del sistema finanziario internazionale. La crisi attuale ha registrato, anch’essa, comportamenti devianti di questo tipo (assicurazioni Aig, banca Citigroup, ecc.). Ma per ora gli hedge fund non hanno svolto un ruolo fondamentale nello scatenarsi della crisi: tuttavia il rischio esiste sempre. Il che significa che occorre sottoporre anche questi fondi a regolamenti prudenziali, analoghi a quelli delle banche. La difficoltà principale consiste, però, nell’inquadrare l’attività di tutta una serie di operatori diversi, senza per questo paralizzarli.
Come fare? Il primo suggerimento potrebbe essere applicare lo stesso sistema di regolamentazione delle banche solo agli hedge fund di notevoli dimensioni. Per evitare che si possano generare rischi sistemici, le regole impongono alle banche di detenere, in funzione della loro esposizione al rischio, una più o meno grande quantità di capitale a lungo termine. I piccoli fondi non hanno certo i mezzi per indebolire il sistema, ma alcuni hedge fund mastodontici sarebbero perfettamente in grado, a causa della loro capacità di indebitamento, di minare le fondamenta dei mercati. È ciò che è successo a Ltcm, che godeva al suo apogeo di un capitale di 6 miliardi di dollari, ma in virtù di un financial leverage di 20, era in grado di gestire attività per 120 miliardi. Le regole devono pertanto imporre a tutti i grandi operatori del sistema finanziario, compresi gli hedge fund, comportamenti ispirati alla prudenza. Eppure, si tratta pur sempre di soluzioni parziali, perché nel caso di Ltcm i 120 miliardi sottovalutavano di molto le posizioni prese dal fondo, che era una controparte di notevole spessore sui mercati dei derivati dei prodotti di tasso. D’altra parte, si può legittimamente sostenere che cento piccoli fondi, tutti sulle stesse posizioni, e in questo caso si parla di crowded trade, hanno lo stesso potere destabilizzante di un grande fondo.

REGOLE DI BORSA

Tali limitazioni ci portano a configurare il secondo suggerimento: obbligare gli operatori finanziari, tra cui anche gli hedge fund, a lavorare in maggior misura sui mercati organizzati, specie per quanto riguarda i prodotti derivati. Automaticamente gli hedge fund dovranno sottostare alla regolamentazione di questi mercati. In altri termini: siccome la regolamentazione diretta è difficile e costosa, tanto vale utilizzare quella indiretta, imposta dalle borse.
Non si tratta di fantascienza: gli hedge fund che comperano azioni alla borsa americana, per un ammontare che supera un determinato livello, devono dichiarare le loro posizioni alla Security and Exchange Commission, che le rende pubbliche. Uno dei vantaggi dei mercati organizzati è che permettono di sorvegliare più agevolmente l’eventuale accumulo di posizioni a rischio da parte di uno o più operatori. E, a parte ovvie questioni di trasparenza, la crisi attuale ha messo in evidenza i rischi esistenti quando si scambiano prodotti derivati al di fuori dei mercati organizzati. Per esempio, un investitore che avesse acquistato un’assicurazione contro l’eventuale fallimento della Lehman Brothers non era in alcun modo garantito sulla effettiva “presenza” del suo “assicuratore”, se questa fosse fallita. Quando è scoppiata la crisi, gli operatori hanno improvvisamente scoperto il problema, rendendosi conto che i loro bilanci erano molto meno solidi di quanto credessero. Si è allora diffuso il panico. Questo “rischio della controparte” è meno diffuso nei mercati organizzati, che richiedono ai partecipanti la dimostrazione della loro solidità finanziaria, grazie a quotidiane richieste di margine, che dipendono dall’evolversi delle loro posizioni. Quando vengono scambiati in forte misura molti prodotti similari (era il caso dei credit default swaps, prima della crisi) la regolamentazione deve “forzare” la loro standardizzazione, facendone migrare le transazioni su un mercato organizzato. Del resto lo sviluppo di questo tipo di mercato è una delle sfide della “politica industriale”. Muovendosi in tal senso, le regole europee possono restituire ai mercati finanziari del Vecchio Continente una posizione di leadership mondiale, permettendo che i nuovi prodotti finanziari vengano scambiati in Europa.
Ultimo suggerimento: organizzare un ordinato movimento di settore al di fuori dei paradisi fiscali. Del resto, lo richiedono gli stessi investitori per motivi di trasparenza. Se coordinano la loro azione, i governi responsabili delle principali piazze finanziarie riusciranno a sopprimere efficacemente le transazioni che provengono da operatori con base nei paradisi fiscali. L’opinione pubblica è giustamente scandalizzata dai benefici fiscali di cui godono gli investitori in hedge fund, anche perché in genere si tratta di individui che dispongono di grosse fortune. I politici hanno, in questo caso, l’opportunità di porre il settore di fronte alle sue responsabilità. Gli hedge fund hanno la pretesa di creare valore per l’economia, portando liquidità ai mercati e contribuendo alla loro efficienza. Tornare onshore rappresenta un’occasione unica, per dimostrare alla collettività che l’evasione fiscale non è la loro unica ragion d’essere.

di David Thesmar

(traduzione di Daniela Crocco)


* Il testo in lingua originale è pubblicato su
Telos.

Wall Street non ci crede


Metà dei primi cento giorni di Barack Obama è già alla spalle. Ma molti, negli Usa e non solo, hanno già liquidato la luna di miele con il presidente sbarcato a Washington con un carico di promesse e di speranze che, alla prova dei fatti, si sono infrante con una realtà che ogni giorno diventa più dura. E l’unico cambiamento visibile minaccia di essere quello del colore dei capelli di Obama, ingrigiti dalla tensione e dalle preoccupazioni. Già il benvenuto, cioè il brusco ribasso di Wall Street il giorno dell’insediamento alla Casa Bianca, lasciava intendere che la comunità finanziaria non avrebbe fatto sconti al presidente. Da allora il listino azionario ha perduto il 24%. Dallo scorso ottobre ad oggi la perdita sfiora il 57%: come fa notare il Los Angeles Times, lo stesso ribasso accumulato tra il 1938 e la metà del 1942, quando l’espansione della Germania nazista e dell’impero giapponese aveva toccato il suo punto massimo.

Non va mai sottovalutato, parlando di Usa,. Questo perché, al di là delle fortune accumulate da Warren Buffett o Bill Gates, è a Wall Street che è investita la maggior parte del patrimonio dei fondi pensione, che a loro volta possono godere dell’afflusso di capitale dai lavoratori, stimolati dai benefici fiscali a costruirsi la pensione attraverso il meccanismo del K 401 (che consente di pagare le tasse sui redditi accumulati solo alla fine del piano di accumulo). Ovvero, le cadute delle Borse equivalgono ad altrettante picconate sull’attesa di reddito dei pensionati di oggi e di domani.

Il quadro, poi, peggiora se si passa all’economia reale: si va dal crollo di General Motors, ad un passo dalla bancarotta dopo aver ingoiato 42 miliardi di aiuti erogati negli ultimi mesi, al costante peggioramento del settore immobiliare. Nell’ultimo trimestre del 2008 il Pil è arretrato del 5,8%, ma la Casa Bianca fa già sapere che il primo trimestre del 2009 chiuderà peggio. Sul fronte dell’occupazione, infine, arrivano segnali terribili: -8,1% a febbraio, cioè 651 mila occupati in meno. E più dei numeri, spaventa la tendenza: a dicembre i posti perduti erano stati 591 mila, meno di mezzo milione a novembre. Dallo scoppio della crisi 4,4 milioni di americani hanno perduto il posto. E gli economisti prevedono che sarà molto difficile evitare che entro l’anno non si arrivi al record assoluto, il 10,2% di disoccupazione del 1982.

Certo, è ingiusto scaricare sulle spalle di Barack Obama una crisi che ha avuto una lunga gestazione. Il lento ma inesorabile avvelenamento a suon di assets tossici è durato almeno dieci anni. La situazione ereditata dal neo presidente è tanto grave quanto di difficile comprensione. Ma si sperava che lo shock politico del cambio di guardia a Washongton potesse innescare un processo virtuoso. O, almeno, un cambio di rotta. Non è successo. Anzi.:il trend è peggiorato. Così non pochi, da Steve Forbes su The Wall Street Journal allo stesso Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera possono accusare l’amministrazione Usa di aver interrotto la terapia precedente, adottata da Hank Paulson (basata sulla garanzia o sul riacquisto degli assets tossici da parte del Tesoro) per sostituirla con una terapia confusa: la minaccia di nazionalizzazione del sistema bancario; una serie di annunci rimasti finora nel vago; la sensazione di navigare a vista sui dossier più importanti, a partire dall’intervento sull’automobile. Cioè l’esatto opposto della materia prima chiesta dai mercati: la fiducia, l’ingrediente essenziale per riportare sui giusti binari l’economia.

Non mancano i difensori. Prendiamo l’ultima intervista di Nouriel Roubini, la Cassandra della crisi. «In sole sei settimane - dice l’economista al Time - Obama ha fatto tre cose importanti: a) il pacchetto di stimolo all’economia per 800 miliardi; b) un programma di sostegno ai mutui ben più efficace di quello della passata amministrazione; c) un piano bancario che, per quanto vago, almeno non prevede un altro sostegno agli istituti. Il bicchiere è mezzo pieno... Per quanto riguarda le banche non c’è da chiedersi se verranno nazionalizzate o meno. Ma in quale misura: vai, pulisci, ristruttura e rivendi ai privati. Non c’è altro da fare». La politica, insomma, si sta muovendo nella giusta direzione. «Ma, onestamente - conclude Roubini - non vedo all’orizzonte nulla di buono».

Può stupire che i “pessimisti” si dimostrino i più comprensivi verso il neo presidente. In parte, il fenomeno si spiega con motivazioni politiche: il fronte dei pensatori democratici, capitanato dal Nobel Paul Krugman, ha duramente contestato in questi anni le ricette dei neocon. Sull’altro versante, la decisione di aumentare le tasse ai ricchi dal 2010, quando scadranno le esenzioni a suo tempo volute da George W. Bush, ha senz’altro esasperato l’opposizione del Big Business, ancor più ferito dalla prospettiva della riforma sanitaria che inciderà sui profitti delle assicurazioni e delle grandi case farmaceutiche.

Ma al di là delle valutazioni politiche, c’è una linea di confine netta: da una parte chi c’è chi sostiene che i prezzi, vuoi delle case che delle azioni, siano ormai scesi sotto livelli innaturali, al di sotto di ogni valutazione logica. A questi prezzi, perciò, l’intervento dello Stato nel capitale delle banche o del patrimonio immobiliare da loro garantito, rischia di essere un vero esproprio. Al contrario, dicono gli altri, è tutt’altro che sicuro che tutto il marcio sia emerso dai bilanci delle banche e della Corporate America in genere. Per questo, prima di dare altri quattrini, bisogna vederci chiaro. «Per quanto riguarda le banche non c’è da chiedersi se verranno nazionalizzate o meno. Ma in quale misura: vai, pulisci, ristruttura e rivendi ai privati. Non c’è altro da fare» tuona ancora Roubini.

Chi ha ragione? L’unica cosa certa è che siamo nel bel mezzo di una guerra economica da combattere con mezzi forti. Senza cadere nella tentazione della scorciatoia protezionistica. Val la pena di tifare ancora per Obama (anche perché guai se fallisce). Ma sarà lunga e dura: non pretendiamo miracoli.

di Ugo Bertone

Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=13632

Questione di competitività


Qualche mese fa il quotidiano The New Vision di Kampala ha condotto un'inchiesta sul giro d'affari che gravita intorno ai contractors ugandesi, uomini e donne disposti a tutto pur di essere spediti in Iraq come guardie private per 600 dollari al mese.Le società, i truffatori e la speranza. Messo a confronto con gli stipendi dei colleghi statunitensi, che partono da un minimo di 4 mila per arrivare, in alcuni casi, fino a 15 mila dollari al mese, quello degli uomini d'Uganda fa ridere; ma non importa: queste persone farebbero comunque carte false per partire. Non sono pochi gli esempi di quelli che dopo solo un anno di lavoro in Iraq, considerato il Paese più pericoloso al mondo, sono ritornati in patria e hanno acquistato casa e aperto nuove attività commerciali. E' stato calcolato che sono circa 12 mila gli ugandesi, tra uomini e donne, impiegati a sorvegliare aeroporti, basi militari, cisterne di acqua e istallazioni petrolifere dislocate in Iraq. Secondo fonti governative ugandesi, il sistema delle rimesse costituisce attualmente il primo introito per lo stato, superando di 20 milioni di dollari l'esportazione del caffè che si attesta su un valore annuo di 70 milioni.
Le quattro società di reclutamento autorizzate dal governo - Watertight, Askar, Dreshak, Gideon's Men - provvedono alla formazione "professionale". In quello che un tempo era un campo di calcio, gli istruttori insegnano a un plotone di centinaia di uomini e donne l'uso di armi automatiche, la loro manutenzione e i rudimenti per l'auto-medicazione. Non tutti quelli che si presentano avranno poi la sicurezza di guadagnare un biglietto per l'Iraq. Solo chi risulta idoneo sarà ingaggiato. Le entrate di queste società "esportatrici di manodopera", derivano principalmente dai corsi formativi e in secondo luogo da una percentuale, generalmente intorno al 10, dedotta dal primo stipendio di coloro che vengono poi impiegati in Iraq. E poi c'è l'indotto, quello illegale. Ci sono molti truffatori che riescono a farsi pagare fino a 500 dollari promettendo viaggio e lavoro in Iraq, salvo poi sparire nel nulla. Da quelle parti, dunque, l'annuncio del presidente Usa Barack Obama di voler ritirare le truppe dall'Iraq anche prima del 2011, non deve essere stato accolto di buon grado.Il buon affare. In Uganda, parte dell'opinione pubblica si è schierata contro il governo che permette questa forma di schiavitù moderna. Inoltre, le notizie arrivate nel Paese africano secondo cui gli ugandesi verrebbero trattati dagli americani come bestie, picchiati e sodomizzati, e che le donne sarebbero usate come oggetti sessuali, non hanno fatto che inasprire la polemica.
The Christian Science Monitor di Boston ha cercato di dare una spiegazione al boom dei contracotrs ugandesi. La guerra in Iraq, si legge in un articolo a firma di Max Delany, è il conflitto più "privtizzato" della storia. Secondo i dati forniti dal Congressional Budget Office, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha chiuso contratti con aziende private per un valore di oltre 100 miliardi di dollari. Per le multinazionali impegnate in Iraq, pescare nel bacino ugandese si è rivelato un grande affare: in quanto ex colonia della Corona, si ha a che fare con persone anglofone; la venetennale lotta con la guerriglia di Joseph Koni e la Lra (Lord's Resistence Army), rappresenta un ulteriore elemento di esperienza che gli ugandesi possono aver guadagnato sul campo. Ma soprattutto, l'elevato tasso disoccupazione e le bassissime condizioni di vita, rendono la manodopera ugandese molto conveniente. Tanto che da quando sono entrati "nel mercato", i loro stipendi hanno avuto una forza attrattiva, verso il basso, anche per gli altri. Gli indiani, per rimanere competitivi, si sono visti costretti a un taglio sui loro stipendi del 40 percento.

di Nicola Sessa

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14565/Contractors+d%27Uganda%3A+un+buon+affare

Dove vanno i risparmi italiani?


La crisi “anomala” di Piazza Affari - dove l'indice S&P/Mib ha perduto dall'inizio dell'anno il 33,7%, quasi il doppio della caduta dell’indice Stoxx delle blue chip europee - si accompagna nelle analisi di questi giorni alle evidenze di de-globalizzazione dei flussi di capitale.

Come ha rilevato Il Sole 24 Ore, l’effetto-panico sulle Borse provoca “fughe verso la qualità”. Queste premiano i titoli di Stato su quelli azionari, su quelli di debito privato e sugli altri strumenti finanziari e - può sembrare in parte un paradosso - privilegiano gli Stati Uniti sul piano geografico, nonostante proprio Wall Street continui a essere l'epicentro della crisi sistemica. Oppure premiano la storica appetibilità del Bund tedesco, sebbene quel sistema bancario non sia certo considerato tra quelli attualmente più sani. Ma tant'è. La capitalizzazione dei 336 titoli azionari quotati alla Borsa italiana si è ormai contratta al di sotto della stima del valore degli immobili della sola città di Milano; ma anche - quel che più conta - al livello del 17% del Pil: un rapporto che in Italia si registrava vent'anni fa, cioè al punto di partenza della rivoluzione finanziaria.


A fine anni ‘80 le privatizzazioni italiane dovevano ancora iniziare e, d'altra parte, il risparmio degli italiani - tradizionale risorsa del paese - aveva appena iniziato a diversificare il suo impiego. I fondi comuni d'investimento erano stati appena disciplinati e avevano cominciato ad attirare gradualmente mezzi non più monopolizzati dal debito pubblico nazionale o da un sistema creditizio domestico poco concorrenziale e protetto. Il primo boom di Borsa (maggio ‘86) aveva avvicinato molti italiani anche all'investimento diretto sul mercato.


Vent’anni dopo l'Italia si trova a registrare con preoccupazione di aver corso molto - forse troppo - sulle piste del capitalismo finanziario: al punto da non aver più neppure una Borsa propria. Borsa Italiana è stata fusa con il London Stock Exchange e - come ha dimostrato l'ultimo ricambio del chief-executive-officer - non ha voce in capitolo nella governance (e chissà se qualche frazione dell'arretramento di prezzi e indici è da addebitarsi anche al disarmo della società mercato).

Le public company create nel frattempo sulla penisola (dalle banche alle compagnie di assicurazione alle utility) sono divenute facilmente scalabili, laddove non richiedono salvataggi pubblici. e ancora una volta i maggiori problemi vengono da quei gruppi che hanno “globalizzato” di più (come le banche nell'Est europeo).

D'altro canto l'industria dei risparmio gestito - che si era organizzata in misura rilevante sotto il controllo delle grandi banche - ha registrato perdite rilevanti proprio per la diversificazione strutturale crescente (e c'è da chiedersi se il mancato decollo dei fondi pensione sia a questo punto un fatto positivo o se, viceversa, questa particolare categoria di investitori istituzionali avrebbe potuto offrire qualche forma di puntello ai mercati).

Le banche, d'altronde, devono badare ai propri difficili equilibri di liquidità, oltre che rispondere alla pressione del forze politiche, imprenditoriali e sindacali a mantenere e migliorare gli standard di erogazione creditizia alle imprese piccole e medie. Perfino il Tesoro - pur agevolato dai bassi tassi d'interesse - deve lottare sui mercati per finanziarsi, soprattutto allorché resta lontano il possibile coordinamento Ue nell'emissione dei titoli pubblici dei Pesi membri.


Al di là di giudizi demagogici sia sugli eccessi della finanza di mercato sia sulla necessità di tutelarla “a prescindere”, è difficile capire concretamente quali evoluzioni possa conoscere “il risparmio degli italiani”. L'unico dato di partenza è che un “sistema finanziario nazionale” - pur all'interno dello spazio monetario dell'euro - è destinato a sopravvivere e forse addirittura a riconsolidarsi. Ponendo ovviamente una serie nuova di sfide, opzioni e vincoli, ancora poco leggibili, per chi vorrà operare come intermediario, per chi dovrà impiegare risparmio o approvvigioranarsi, per chi dovrà fissare regole e vigilare.

Alcuni paralleli possono rappresentare oggi poco più di un gioco e magari essere poco confortanti. Ma proviamo: Alitalia ha perso la sua sfida strategica, si è consegnata ad Air France e ha abbandonato i due aeroporti di Milano. Ma Lufthansa non ha atteso un solo trimestre e sta facendo di Malpensa una piattaforma per aggredire l'intero mercato italiano del trasporto aereo, che resta importante. Nel frattempo le linee ferroviarie ad alta velocità stanno ridando competitività tecnico-economica a un trasporto considerato stagionato: naturalmente con massicci investimenti pubblici e - per ora - con la gestione di una delle aziende statali più “old” assieme alle Poste. Mai dire mai. Anche sulla possibile ricostruzione di una “Borsa italiana”.

di: Gianni Credit

Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=13650


Una licenza per creare denaro


Il 19 febbraio 2009 la California si è salvata per un pelo dal fallimento quando il Governatore Arnold Schwarzenegger ha indossato il suo vestito da Terminator e ha messo in isolamento il Senato dello stato finché non si arrivati alla firma di un bilancio molto controverso [1]. Se il voto non fosse andato a buon fine, lo stato si sarebbe ridotto a pagare i propri dipendenti con delle cambiali. La California, per il momento, ha evitato la bancarotta ma 46 dei 50 stati americani sono insolventi e nei prossimi due anni potrebbero richiedere l’avvio della procedura prevista dal Capitolo 9 sui fallimenti [2].

Uno dei quattro stati che non sono insolventi è un improbabile candidato per questo tipo di riconoscimento – il North Dakota. Come faceva osservare il mese scorso Charles Fleetham, un consulente di organizzazione aziendale del Michigan, in un articolo distribuito ai suoi mezzi d’informazione locali:
“Il North Dakota è uno stato scarsamente popolato con meno di 700.000 abitanti, conosciuto per il suo clima freddo, i suoi agricoltori isolati e un film di successo – Fargo. Eppure, per qualche ragione, resiste al cliché del mercato immobiliare secondo il quale il valore dell’abitazione aumenta in base alla zona in cui si trova. Dal 2000, il PIL dello stato è aumentato del 56%, i redditi personali sono cresciuti del 43% e i salari del 34%. Quest’anno lo stato ha un avanzo di bilancio di 1,2 miliardi di dollari!”



Che cos’ha lo stato del North Dakota che gli altri stati non hanno? Lo risposta sembra essere: una banca propria. In effetti, il North Dakota possiede l’unica banca del paese di proprietà statale. La legislatura dello stato ha costituito la Banca del North Dakota nel 1919. Fleetham scrive che la banca fu creata per liberare gli agricoltori e i piccoli imprenditori dalle grinfie dei banchieri degli altri stati e dai magnati delle ferrovie. Per legge, lo stato deve depositare tutti i propri fondi presso la banca e ne garantisce i depositi. Tre funzionari eletti vigilano sulla banca: il governatore, il procuratore generale e il commissario all’agricoltura. La missione della banca è quella di fornire dei servizi finanziari solidi che favoriscano l’agricoltura, il commercio e l’industria nel North Dakota. La banca opera come una banca dei banchieri, associandosi alle banche private per prestare denaro agli agricoltori, agli operatori del mercato immobiliare, alle scuole e alle piccole imprese. Eroga prestiti agli studenti (più di 184.000 prestiti in circolazione) ed acquista le obbligazioni degli enti locali dalle istituzioni pubbliche.
Eppure, potreste chiedere, come risolve tutto questo il problema della solvibilità? Lo stato non è limitato a spendere solamente il denaro che possiede? La risposta è no. Ai banchieri certificati con la targhetta è permesso fare una cosa che nessun altro può fare: possono creare “credito” tramite voci contabili nei loro registri.

Una licenza per creare denaro

Nel sistema di prestito a “riserva frazionaria” alle banche è consentito estendere credito (creare denaro sotto forma di prestiti) per una somma equivalente a numerose volte la loro base di depositi. In uno scritto del 1973 il parlamentare Jerry Voorhis descriveva così questo processo:
“Per ogni dollaro che la gente – o il governo – deposita in una banca, il sistema bancario può creare dal nulla e con un tratto di penna qualcosa come dieci dollari di credito o di conti correnti. Il sistema bancario può prestare ad interesse tutti quei dieci dollari finché può mantenere nelle riserve un dollaro, o poco più, come garanzia.” [3] Il fatto che le banche in realtà creino denaro attraverso voci contabili è stato confermato in un significativo opuscolo pubblicato dalla Federal Reserve di Chicago dal titolo “Modern Money Mechanics.”[4] L’opuscolo venne periodicamente riveduto fino al 1992, quando raggiunse la lunghezza di 50 pagine. A pagina 49 dell’edizione del 1992, si può leggere:
“Con un requisito costante del 10 per cento della riserva, un incremento di un dollaro nelle riserve sovvenzionerebbe 10 dollari di ulteriori conti correnti [prestiti creati sotto forma di depositi nei conti dei depositanti].” [4]
Il requisito del 10 per cento della riserva ora è ampiamente sorpassato, in parte perché le banche hanno capito come aggirarlo con strumenti come gli “overnight sweeps”. Quello che oggi limita maggiormente l’erogazione del prestito bancario è il requisito dell’8 per cento del capitale imposto dalla Banca per i Regolamenti Internazionali, la mente del sistema bancario centrale globale privato con sede a Basilea, in Svizzera. Con un requisito dell’8 per cento del capitale, uno stato che possiede una propria banca potrebbe aumentare le proprie entrate fino a 12,5 volte il loro valore nominale in prestiti (100 ÷ 8 = 12,5). E poiché lo stato è veramente il proprietario della banca, non dovrà preoccuparsi degli azionisti o degli utili. Potrebbe erogare prestiti ai mutuatari affidabili a bassissimo interesse, magari solamente con alcune spese di servizio per coprire i costi. E potrebbe erogare prestiti a sè stesso o agli enti locali ad un interesse dello zero per cento. Se questi prestiti fossero rinnovati all’infinito, l’effetto sarebbe equivalente alla creazione di nuovo denaro, esente da debito.

Pericolosamete inflazionario? Non se il denaro viene utilizzato per creare nuovi beni e servizi. Ne deriverebbe un’inflazione sui prezzi solamente quando la “domanda” (il denaro) supera l’”offerta” (beni e servizi). Quando aumentano insieme, i prezzi rimangono stabili.

Oggi ci troviamo in una pericolosa spirale deflazionistica, perché i prestiti si sono esauriti e il valore dei beni è colato a picco. Il monopolio della creazione del denaro e del credito da parte di una confraternita di banche private ha avuto come risultato il cattivo funzionamento del sistema creditizio e un crollo monetario. I mercati del credito sono stati congelati dalle sconsiderate scommesse speculative sui derivati di alcune grosse banche di Wall Street, scommesse che non solo hanno distrutto i bilanci di quegli stessi istituti ma che stanno infettando l’intero sistema bancario con dei detriti tossici. Per uscire da questa trappola del debito deflazionistico è necessaria un’iniezione nell’economia di nuovo denaro, esente da debito, una cosa che può essere compiuta al meglio attraverso un sistema di banche pubbliche dedite all’interesse pubblico, amministrando il credito come un servizio pubblico.

Alcuni esperti insistono sul fatto che dobbiamo stringere la cinghia e ricominciare di nuovo a risparmiare, per ricostruire il “capitale” necessario per far funzionare i mercati. Ma i nostri mercati, per la verità, stavano funzionando piuttosto bene fintanto che il sistema del credito era in attività. Abbiamo gli stessi beni reali (materie prime, petrolio, conoscenze tecniche, capacità produttiva, forza lavoro e via dicendo) che avevamo prima dell’inizio della crisi. I nostri operai e le nostre fabbriche sono inattivi perché il sistema del credito privato è crollato. Un sistema di credito pubblico potrebbe rimetterli di nuovo al lavoro. Il concetto che il “denaro” è un qualcosa che deve essere “risparmiato” prima di essere “preso a prestito” stravolge la natura del denaro e del credito. Il credito è solamente un contratto, un “monetizzazione” degli incassi futuri, una promessa di pagare in un secondo momento in base al risultato del proprio anticipo. Le banche hanno creato credito sui loro registri contabili per secoli, e questo sistema avrebbe funzionato piuttosto bene se non fosse stato per l’enorme tributo dirottato nei forzieri privati sotto forma di interessi. Un sistema bancario pubblico potrebbe risolvere quel problema e riportare gli interessi nelle casse pubbliche. Questo è il genere di sistema bancario che fu introdotto nella colonia della Pennsylvania, dove funzionò a meraviglia.

Ristabilire la solvibilità nel Michigan

Tra gli altri vantaggi per uno stato che possiede una propria banca ci sono le ragguardevoli somme di denaro che potrebbe risparmiare in interessi. Come fa notare Fleetham in merito al suo sofferente Michigan: “Secondo gli ultimi rapporti finanziari (disponibili online), la città di Detroit, il dipartimento degli acquedotti e degli impianti fognari di Detroit, l’aeroporto della contea di Wayne, le scuole pubbliche di Detroit, l’Università del Michigan e la Michigan State University pagano più di 800 milioni di dollari all’anno di interessi su un debito a lungo termine. Se aggiungete anche l’interesse pagato dalle altre cittadine del Michigan, dai distretti scolastici e dalle aziende di servizio pubblico, il costo per i contribuenti supera di gran lunga il miliardo di dollari all’anno. Che cosa fa Wall Street con il nostro miliardo di dollari? Decorano i loro uffici come fossero dei sovrani.”
La cosa interessante è che il disavanzo statale previsto per il 2009 è anch’esso di un miliardo di dollari. Se il Michigan non dovessere restituire un miliardo di dollari di interessi a Wall Street, il bilancio potrebbe essere in pareggio e lo stato potrebbe ritornare solvibile. Un banca di proprietà dello stato non solo fornirebbe credito esente da interesse ma potrebbe, in realtà, generare degli introiti. Fleetham fa notare che nel 2007 la Banca del North Dakota ha avuto un utile netto per 51 milioni di dollari su un volume di prestiti di 2 miliardi di dollari:
“Lo scorso anno, i cittadini del Michigan hanno pagato più di 5 miliardi di dollari di imposte sui redditi. Con una banca statale come nel North Dakota, potremmo ridurre questo peso fiscale, finanziare nuove imprese e risistemare i nostri acquedotti e le nostre fogne. E non dobbiamo sentirci dispiaciuti per Wall Street che ci perderà come clienti. Loro non hanno affatto ‘guadagnato’ il denaro che ci hanno prestato perché lo hanno creato con i computer e per giunta ci hanno addebitato gli interessi. Seguiamo l’esempio del North Dakota e liberiamoci da questa trappola di Wall Street.”

Portare l’iniziativa in California

Anche la California potrebbe fare questo. Robert Ellis è un conduttore di un talk show a Tucson che una volta lavorava per Wall Street e che è stato coinvolto nella costituzione di diverse banche e istituti finanziari. Nel gennaio di quest’anno, in una lettera indirizzata al governatore Schwarzenegger, ha suggerito che la California potrebbe risolvere le sue sventure finanziarie istituendo un banca sul modello della Banca del North Dakota. Ellis ha così scritto al governatore:
“Ammiro la sua tenacia nell’affrontare i problemi finanziari della California. La sua idea di utilizzare delle cambiali è stata ingegnosa ma esiste un modo migliore. Lo Stato della California può creare per statuto una banca propria ed emettere assegni propri per tutti i dipendenti dello stato... Inoltre, con la banca può pagare tutti i suoi venditori, gli appalti e gli appaltatori. E come se non bastasse, una volta che la banca sarà operativa, potrete finanzare i progetti statali e determinare il tasso di interesse pagato invece di essere alla mercé delle banche con cui oggi avete a che fare oppure il tasso di interesse che le banche di investimento vi fanno pagare per emettere obbligazioni. Nel fare questo, metterete lo stato al controllo del proprio destino e lo renderete il benefattore del proprio denaro.”
“Quello che sto proponendo non è nuovo. E’ stato fatto da un altro stato del paese [il North Dakota]. Perché dovreste continuare a pagare le banche per dei servizi e per gli interessi sui prestiti quando potete ottenere quegli interessi a vantaggio dello stato della California? Non sarebbe meglio se poteste finanziare dei vostri progetti infrastrutturali senza dover ottenere l’approvazione delle banche indipendenti o delle banche d’investimento? Inoltre, potrete stabilire il tasso di interesse sui vostri progetti. E potrete addirittuta fissarlo a zero se ritenete che il progetto valga abbastanza.”
Ellis si è offerto di dare una mano per la costituzione della banca, che pensava potesse essere creata per statuto in pochi mesi. Il Governatore non ha risposto, ma un po’ di pressione da parte degli elettori potrebbe far giungere una risposta.
Se questo non dovesse avvenire, sono stati introdotti in California l’iniziativa popolare e il processo di referendum. Questi due strumenti permettono la proposta di leggi dello stato direttamente da parte dell’opinione pubblica, e la riforma della Costituzione dello stato sia da parte di petizioni pubbliche (“l’iniziativa popolare”) che dalla legislatura che sottopone una proposta di riforma costituzionale all’elettorato (il “referendum”). L’iniziativa popolare viene realizzata elaborando una proposta di riforma costituzionale oppure uno statuto sotto forma di petizione, che viene presentata al Procuratore Generale della California insieme ad piccolo contributo, che nel 2004 era la modesta cifra di 200 dollari. La petizione deve esser firmata dagli elettori regolarmente iscritti che ammontano all’8% (per una riforma costituzionale) o al 5% (per uno statuto) del numero di persone che si erano recate alle urne alle ultime elezioni per il Governatore. [5]
Come diceva Gandhi “Quando il popolo farà strada, i leader si accoderanno”. Noi popolo possiamo battere i banchieri di Wall Street nel loro gioco, spingendo i nostri legislatori ad istituire banche di proprietà pubblica che possano creare credito utilizzando i medesimi princìpi che sono normalmente e usualmente accettati nelle attività dei banchieri stessi.

di Ellen Brown

Ellen Brown ha sviluppato le proprie abilità di ricerca come avvocato seguendo cause legali a Los Angeles. In “Web of Debt”, il suo ultimo libro, traduce queste abilità in un’analisi sulla Federal Reserve e sulla “fiducia monetaria”, mostrando come questo cartello privato abbia usurpato il potere di creare moneta, e spiegando come il popolo se lo possa riprendere. Tra gli undici libri della Brown possiamo annoverare il bestseller "Nature’s Pharmacy", scritto in collaborazione con la dottoressa Lynne Walker, e “Forbidden Medicine”. I suoi siti web sono www.webofdebt.com e www.ellenbrown.com

Fonte: www.webofdebt.com
Link: http://www.webofdebt.com/articles/state_bank_option.php
Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5663

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