venerdì 6 marzo 2009

JP Morgan scommette sul "default" dell'Italia


Con l'ingegneria finanziaria si può fare quasi tutto, anche scommettere su quante probabilità ha un paese di fallire. E l'Italia, secondo alcuni parametri, ne ha una piuttosto alta. Ma partiamo dall'inizio, dalla scommessa che implicitamente fanno gli investitori che acquisteranno i prodotti strutturati proposti Jp Morgan, chiamati appunto "First to default basket" a tre anni.

Il meccanismo è complesso, ma la logica tutto sommato è semplice: il prodotto è, nella sostanza, un'obbligazione con una sua cedola trimestrale, che paga gli interessi a meno che uno degli otto paesi compreso nell'elenco - nel basket, appunto - fallisca (vada in default). Basta che un solo paesi salti, e da quel momento in poi tutto quello che l'investitore porterà a casa sarà limitato a quanto si riesce a prendere dalla procedura post default; un po' come è successo con i bond argentini. Il paese più a rischio all'interno del basket proposto da Jp Morgan è l'Italia.
Il termometro che misura la febbre dei potenziali fallimenti si chiama Cds, Credit default swap: è una sorta di premio di assicurazione, quindi più si paga e più il rischio è alto (più è probabile che davvero un paese fallisca). Ebbene, il Cds dell'Italia - all'interno di questo paniere - è stato fissato a quota 130 mentre il paese più virtuoso, l'Olanda, ha una "febbre" solo di 60, meno della metà dell'Italia.

Il peggior indicatore del rischio-paese è dunque dell'Italia, ma fuori dal paniere scelto da Jp Morgan almeno altri due stanno decisamente peggio: la Grecia e l'Irlanda. Rispetto al Cds a tre anni, Atene infatti ha un grado di rischio di 263 e Dublino di 358. Se poi ci spostiamo sulla durata dei cinque anni (molto più "popolare" per questo tipo di strumenti) il grafico della febbre mostra sempre due ammalati gravissimi, l'Irlanda e la Grecia, mentre al terzo posto troviamo l'Austria - con una "temperatura" di 255 - ma poi si arriva inevitabilmente all'Italia, con un 191. La Spagna invece viene fotografata a quota 140, il Portogallo a 130, la Francia a 88 e la Germania a 86.

Un po' come c'è il termometro e il misuratore della pressione, ovviamente i Cds non sono l'unico modo di valutare la salute di un paese (o di una società). Un altro strumento molto usato dai mercati finanziari è il rendimento dei titoli di Stato, in particolare di quelli con una durata decennale. Ebbene, questi bond considerati appunto benchmark, valori di riferimento, si possono paragonare tra di loro, oppure si possono raffrontare con una specie di "pietra miliare", un tasso di riferimento di mercato particolarmente significativo (l'euro swap a 10 anni nel nostro caso). Ebbene, ieri questo valore - dopo il taglio dei tassi della Bce - era sceso al 3,386% ma chi volesse investire in un Bund tedesco guadagnerebbe di meno; 34 centesimi in meno per la precisione. Al contrario, un investimento in un titolo di Stato francese renderebbe 24 centesimi (punti base, nel gergo degli operatori) in più del tasso swap sull'euro; fino ad arrivare ai 116 punti base dell'Italia (passando per i 106 del Portogallo e i 72 del Belgio, a titolo di esempio). E gli ultimi della classe, Irlanda e Grecia? Il primo offre un rendimento aggiuntivo, sui suoi titoli, pari a 221 centesimi, il secondo arriva a 237. In fondo, è un solo un modo diverso di valutare il rischio-default.

Fonte: la Repubblica
Link:http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?del=20090306&fonte=RPB&codnews=207428

Hillary Clinton, un falco nella "giostra"


Il sistema politico/diplomatico/mediatico ha dato in questi ultimi giorni una esemplare ed estremamente istruttiva rappresentazione dei propri meccanismi sulla delicatissima questione dei rapporti tra Iran e comunità internazionale. Ogni attore ha interpretato pienamente il suo ruolo in una sorta di giostra che ha visto al suo centro la figura della neo Segretario di Stato americana Hillary Clinton.
Ad aprire le danze è stato il comandante delle Forze armate statunitensi, l'ammiraglio Mike Mullen, che durante la trasmissione di approfondimento dell'emittente CNN "State of the Union", dopo una lunga disamina della situazione in Afghanistan ed aver ribadito la propria convergenza sul piano Obama per la normalizzazione dell'Iraq, rispondendo ad una sollecitazione dell'anchorman John King sull'Iran e il suo presunto programma di dotarsi della bomba atomica, ha dichiarato: "Francamente penso che possano averla. Riteniamo che ormai abbiano raggiunto il quantitativo di materiale necessario per la produzione di un ordigno bellico nucleare. E un Iran con l'atomica, ne sono convinto da tempo, è una notizia molto, molto brutta, per la regione e per il mondo".
La risposta a Mullen è arrivata a stretto giro dal suo superiore politico, il capo del Pentagono Robert Gates, che intervenendo al talk show della NBC "Meet the Press" ha ribattuto prontamente: "[Gli iraniani] sono ancora lontani dal possedere riserve, non sono vicini a un'arma in questo momento, quindi resta un po' di tempo".
Appare evidente che la netta divergenza tra i due massimi rappresentanti della difesa americana non è una questione meramente tecnica quanto piuttosto profondamente politica. Rispecchia infatti la profonda spaccatura tra due visioni della politica internazionale interne all'Amministrazione Obama: una filo-israeliana che fa capo al Dipartimento di Stato e che vede nell'Iran il nemico principale; l'altra più conservatrice che vorrebbe concentrare l'attenzione sul rinascente avversario di sempre, la Russia.
E nemmeno la scelta delle tribune da cui lanciare i propri messaggi è apparsa neutrale: Mullen sulla CNN di proprietà della Time Warner, come dire la rappresentante di un mondo di area democratica con chiari agganci alle lobbies ebraiche; Gates alla NBC, proprietà General Electric, un carattere più istituzionale e profondamente "americano".
Non trascorrono due giorni che il New York Times lancia la sua bomba pubblicando i contenuti di una lettera, che sarebbe dovuta rimanere riservata, inviata da Barak Obama al presidente russo Medvedev. La sintesi ha fatto il giro del mondo: Obama chiedeva al suo omologo di premere sull'Iran affinché ponesse fine al suo programma nucleare in cambio della rinuncia del progetto americano di scudo missilistico in Europa orientale.
Lo scoop del liberal NYT non ha fatto certo un bel servizio al proprio presidente, che pure il giornale aveva apertamente appoggiato durante la campagna elettorale. Il risultato è stato quello di affossare il tentativo di dialogo: Medvedev, prontamente, ha rigettato la proposta; il Cremlino non può giustificare davanti alla propria opinione pubblica un baratto sul tema dello scudo missilistico dopo averlo definito ripetutamente, e per voce dei massimi vertici dello stato e delle Forze armate, un'aggressione contro la Russia e, così concepito, da ritirare semplicemente, senza contropartita.
Lo stesso presidente Obama ha cercato di rimediare alla fuoriuscita delle notizie sostenendo che la missiva non riguardava nessuna trattativa segreta sull'Iran ma svolgeva in maniera molto più articolata una agenda di intenti per riallacciare rapporti proficui con la Russia dopo i contrasti degli ultimi anni ed invitava Mosca ad una più intensa azione diplomatica verso Teheran. Ma la precisazione, oltre che risultare poco convincente, non ha mutato la situazione di fatto e pone alcuni interrogativi.
È evidente che tra due potenze come Stati Uniti e Russia intercorrano continuamente contatti segreti ai più svariati livelli. Non si comprende dunque la necessità di mettere nero su bianco una proposta che, se così minimale come delineata da Obama, risulta anche inutile poiché i russi non hanno mai smesso di premere su Teheran, sia votando a favore delle sanzioni in sede Onu, sia controllando e forse ritardando premeditatamente l'ultimazione del reattore nucleare civile di Busher la cui costruzione dura ormai da dieci anni. Come riportato da un'Ansa del 3 marzo, il quotidiano Iran News ha recentemente commentato: "E' chiaro a tutti che questi ritardi da parte della Russia sono stati di natura politica [...] A cosa puntano i russi? Essi sembrano volere aspettare che il programma iraniano di arricchimento dell'uranio sia interamente bloccato e che il dossier nucleare sia chiuso". 
È possibile dunque che la lettera sia stata una trappola orchestrata dal Dipartimento di Stato (sarebbe interessante sapere chi fossero gli "alti funzionari" dell'Amministrazione che avrebbero consegnato personalmente la comunicazione scritta a Medvedev e di cui il NYT non riferisce i nomi) la cui redazione e successiva divulgazione avrebbe conseguito i molteplici scopi di bruciare un possibile canale di dialogo, mettere in imbarazzo Obama nelle sue aperture verso l'Iran, irritare i russi, creare tensione nei rapporti trilaterali Washington/Mosca/Teheran.
Il giorno della pubblicazione delle indiscrezioni non era uno qualsiasi. Hillary Clinton si trovava in visita ufficiale a Gerusalemme dove aveva incontrato il presidente Shimon Peres, decisamente contrario ad ogni dialogo con Teheran, e i leader dei due più grandi partiti, Tzipi Livni e Bibi Netanyahu, in predicato di diventare primo ministro dopo le recenti elezioni. Durante le conferenze stampa, oltre a ribadire il solido legame tra gli Usa e lo stato ebraico, la Clinton diceva due cose fondamentali.
La prima di essere scettica nei confronti delle aperture di Obama verso l'Iran. Un siluro niente male verso il proprio presidente, lanciato oltre tutto, quale Segretario di Stato, proprio dalla personalità politica che quell'azione diplomatica dovrebbe portare avanti.
La seconda, che gli Stati Uniti sono pronti ad appoggiare incondizionatamente il prossimo governo di Israele, qualunque esso sia. Un'apertura di credito non da poco, visto che potrebbe trattarsi anche di un esecutivo di ultra-destra con dentro estremisti nazionalisti e religiosi pronti a risolvere con la forza il contenzioso iraniano.
A chiudere il cerchio ci hanno pensato direttamente da Teheran. Il leader spirituale Alì Khamenei finora si era astenuto dal commentare la politica del nuovo presidente americano, lo ha fatto ieri (4 marzo) con toni duri: Obama ripercorre la stessa strada e gli stessi errori di Bush. Non sono mancati strali verso Israele (definito un "cancro" secondo quanto riportano le agenzie) e provocazioni sulla Shoa (un "pretesto" per fondare Israele).
Da lì a poche ore, il comandante dei Pasdaran, Mohammed Alì Jafari dichiarava all'agenzia Isna che in qualunque momento i missili Shahab-3 a lunga gittata possono colpire "tutti gli impianti nucleari nelle diverse parti della terra occupata dal regime sionista".
Quest'oggi (5 marzo), giungendo alla riunione Nato a Bruxelles, Hillary Clinton ha potuto così dichiarare alla stampa che la Comunità internazionale ne ha abbastanza delle continue minacce del regime degli Ayatollah.
di Simone Santini

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