mercoledì 4 marzo 2009

I segreti bancari svizzeri e la verità sulla storia dei Balcani


La UBS Bank è stata tra le prime banche a subire la crisi speculativa dei subprimes, proprio perché eccessivamente esposte con il suo portafoglio di titoli, ed oggi sta crollando in una voragine che trascinerà con essa anche il famoso segreto bancario svizzero. Il dipartimento di Giustizia americano ha chiesto però la banca svizzera UBS riveli l'identità di altri 52 mila clienti americani che possiedono dei conti cifrati illegali. Un caso che potrebbe divenire un pericoloso precedente. Cosa succederebbe, infatti, se si cominciasse a chiedere alla Svizzera di rivelare i conti cifrati che hanno consentito il riciclaggio del denaro dei traffici illegali e del finanziamento al terrorismo o della stessa guerra in Bosnia o in Kosovo?

La UBS Bank oggi sta crollando in una voragine che trascinerà con essa anche il famoso segreto bancario svizzero. Il lento ed inesorabile affondamento della UBS sembra sia divenuto ufficiale all'indomani dalla vicenda legale negli Stati Uniti, che si conclude con un arbitrato extra-giudiziale che obbliga il gruppo a rivelare alle autorità fiscale i nomi di 300 clienti americani titolari di conti correnti coinvolti in un procedimento per frode fiscale. La scorsa settimana, infatti, l'Autorità federale svizzera dei mercati finanziari (Finma) ha accettato così l'accordo con il Ministro di Giustizia americano, nel tentativo di evitare un procedimento penale contro la banca di Zurigo, che avrebbe messo il pericolo la sopravvivenza della stessa Ubs. Il dipartimento di Giustizia americano ha chiesto inoltre che la Finma riveli all'Internal Revenue Service anche l'identità di altri 52 mila clienti americani, titolari di conti segreti illegali presso la banca svizzera UBS per circa 14,8 miliardi di dollari, e in caso contrario inizierà l'azione legale per costringere Ubs a rivelare i conti. Il Ministro delle Finanze svizzero, Hans-Rudolf Merz, ha tuttavia precisato che il segreto bancario resta intatto in quanto la normativa svizzera non copre coloro che si macchiano di frode fiscale (ndr. in Italia evasione fiscale) considerato reato, a differenza dell'evasione fiscale ( ndr. in Italia elusione fiscale).

La trasmissione dei dati dei clienti UBS ha comunque sollevato una forte polemica tra l'autorità federale svizzera dei mercati finanziari e la Banca elvetiva, che accusa la Finma di aver agito in maniera arbitraria. Da parte sua, la Finma afferma che la concessione dei dati è stata legittima ed autorizzata, in quanto i casi oggetti di controversia riguardavano proprio un caso di frode fiscale, e che i clienti americani avevano rilasciato false dichiarazioni. Per tale motivo, l'autorità ha preso una decisione in aperto contrasto con la sentenza del Tribunale federale amministrativo (TAF) che aveva vietato la consegna dei documenti bancari, accogliendo una denuncia collettiva contro la decisione di trasmettere i dati di circa 300 clienti di UBS. Solo venerdì il TAF aveva provvisoriamente vietato all'autorità di vigilanza elvetica di consegnare i documenti bancari di otto clienti, minacciando un procedimento penale. Il TAF riteneva infatti che la decisione della FINMA avrebbe pregiudicato le conclusioni della procedura penale in corso negli USA, influenzandola negativamente. Intanto sono già molti i clienti UBS americani che minacciano ritorsioni giuridiche chiedendo danni per milioni di dollari, in quanto i fondi non provengono da frodi fiscali ma solo da evasioni.
Anche se gli esperti affermando che la solidità e la liquidità dell'istituto di credito resterà intatta, occorre considerare che dopo la grande crisi bancaria dei subprimes e le relative svalutazioni, tutto ciò che era rimasto alla UBS Bank era proprio la sua inattaccabile figura di "forziere" bancario. Immagine che, tuttavia, è destinata al declino, in quanto un'eventuale sentenza positiva per le autorità statunitensi - sempre più a caccia di colpevoli e giustizialismo - potrebbe far perdere alla UBS Bank la sua storica attrattività, come garante della privacy dei propri clienti i quali hanno scelto l'istituto bancario svizzero, proprio per questo particolare "vantaggio competitivo". Il destino di UBS Bank non è un caso isolato, in quanto i dati diffusi dalle autorità elvetiche evidenziano che il denaro depositato nelle banche svizzere si è ridotto di oltre il 27 per cento, e non solo a causa della crisi di liquidità, in quanto grandi somme sono state ritirate dopo che si è diffuso il panico delle inchieste sulle banche offshore. Oltre 1.410 miliardi di franchi, circa 951 miliardi di euro, sono stati ritirati, mentre restano solo 3.820 miliardi di franchi, pari a 2.576 miliardi di euro nelle casse bancarie, il più basso livello dall'agosto del 2005. La fuga dei capitali della Svizzera è un ulteriore segnale della crisi "globale" che sta pian piano riscrivendo le regole del mercato e dell'economia: cambiano i paradisi fiscali, cambia la collocazione dei capitali, cambia il concetto stesso di banca.

Ricordiamo che le Banche svizzere, ed in particolare la UBS Bank, sono state le prime Banche a subire la crisi speculativa dei subprimes, proprio perché eccessivamente esposte nel loro portafoglio di titoli. Più di un anno fa, le nostre ricerche avevano cercato di rivelare almeno una parte dei meccanismi che tengono le fila di un assurdo sistema che, già allora, dava i primi segnali di cedimento Abbiamo pubblicato molti documenti che mostrano alcune "banali" operazioni poste in essere dalla UBS Bank per creare capitale fittizio all'interno delle società, mediante operazioni di Trading, broker e fiduciarie (si veda Energia e collaterali: il ricatto delle Banche ). Un giro vizioso di documenti e denaro virtuale che ha consentito per anni al sistema finanziario di produrre capitale dal nulla, grazie al totale assenteismo delle istituzioni finanziarie. Un giro vizioso di documenti e denaro virtuale che ha consentito per anni al sistema finanziario di produrre capitale dal nulla, grazie al totale assenteismo delle istituzioni finanziarie. Oggi, che la situazione è divenuta insostenibile, chiedono di nazionalizzare le banche logorate dai debiti, di rifondare i Paradisi fiscali e con esso le regole del segreto bancario. In realtà i Governi e le Banche Centrali conoscevano cosa facevano i grandi gruppi bancari, e in questi mesi abbiamo provato che il Crimine invisibile esiste, che il denaro viene creato dal nulla, e spesso le capitalizzazioni sono solo l'accumulo di cifre sul terminale, ben nascosto in un caveau di una Banca svizzera.

Il caso americano rischia comunque di essere un grave precedente, al punto da spingere anche altri Paesi ad avanzare le stesse richieste, dopo che per anni la cassaforte svizzera non si era mai scucita più di tanto dinanzi alle istanze e alle rogatorie dei "piccoli" procuratori locali, che indagavano su reati di riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Ovviamente la voce grossa degli Stati Uniti ha fatto tremare l'intera Svizzera, che potrebbe veder cancellare la legge bancaria sul segreto bancario che risale al 1934, con il quale lo Stato "neutrale" per eccellenza, è riuscito ad accumulare in 70 anni il 27% di tutti i conti offshore nel mondo. Cosa succederebbe, infatti, se si cominciasse a chiedere alla Svizzera di rivelare i conti cifrati che hanno consentito il riciclaggio del denaro tratto dal traffico di sigarette, dal traffico di armi, e persino il denaro per finanziare le organizzazioni terroristiche fondamentaliste che hanno combattuto la guerra in Bosnia o in Kosovo? Forse si scoprirebbe che accanto alla criminalità organizzata e alle mafie dei Balcani vi è una schiera di entità finanziarie che hanno fortemente voluto la disgregazione della Jugoslavia, che hanno usato i profitti illeciti della droga e delle armi per organizzare e assoldare le armate di "liberazione" delle province jugoslave. Si potrebbe anche capire il motivo per cui è stato istituito un Tribunale Penale Internazionale per processare e condannare determinati personaggi che avevano visto con i loro occhi cosa stava accadendo nei Balcani, che hanno capito come l'esercito regolamentare jugoslavo è stato pian piano considerato un nemico, mentre le bande criminali ( armate fino ai denti) erano gli eserciti dell'indipendenza dei popoli. I segreti bancari svizzeri ci potrebbero riportare con la memoria alla Seconda Guerra Mondiale, e cosa accadde con la caduta del regime nazista croato. Infine potremmo finalmente sapere come si sono venuti a creare le "giovani democrazie" balcaniche, come per esempio il Montenegro. Insomma in questo grande forziere della Svizzera vi è molto di più che i nomi dei frodatori del fisco. Tutto sta nel vedere fino a che punto la Comunità Internazionale si spingerà nello sfaldare il famoso segreto bancario svizzero, ben sapendo che molti sono i segreti da proteggere all'interno dei caveaux svizzeri.

di Fulvia Novellino 

Effetti collaterali di una recessione mondiale


La crisi non è nata in Asia: qui non ci sono mutui subprime, bolle immobiliari scoppiate, famiglie indebitate o derivati tossici nei bilanci delle banche. Ma la brusca diminuzione dei consumi in America e in Europa ha portato a un crollo delle esportazioni - pilastro delle economie asiatiche - nell'Estremo Oriente, dal Giappone alla Malaysia. Migliaia di piccole aziende sorte negli anni del boom ora chiudono, una dopo l'altra, lasciando milioni di persone senza lavoro, o con i risparmi di una vita bruciati in Borsa. Per vari motivi sociali e culturali, e con alle spalle il precedente della crisi regionale del 1997, il timore è che ciò porti a un'impennata dei suicidi nei Paesi asiatici.Non ci sono ancora numeri che possano confermare il fenomeno, ma diversi Stati hanno già cominciato a muoversi per contenerlo. In particolare Corea del Sud e Giappone, due tra i Paesi con il tasso di suicidi più alto a livello mondiale (rispettivamente 24,8 e 24 casi ogni 100mila persone, contro i 7,1 casi in Italia), e una produzione industriale quasi paralizzata. In Giappone, a gennaio le esportazioni sono calate del 46 percento, e si prevede che entro aprile saranno oltre 500mila i lavoratori diventati disoccupati negli ultimi sei mesi. Una brusca frenata nel commercio internazionale ha pesato sui cantieri navali sudcoreani e sul resto dell'export, facendo svalutare di oltre il 40 percento la valuta nazionale. Secondo l'Ufficio statistico nazionale di Seul, la crisi sta facendo abbassare anche il numero dei matrimoni, mai così in basso negli ultimi otto anni.Il governo sudcoreano, in particolare, ha elaborato un piano nazionale per far calare il tasso di suicidi del 20 percento entro il 2013: tra le misure predisposte c'è l'aumento del personale medico specializzato in psicologia e psichiatria. Ma sono stati anche chiusi siti, blog e chat che incoraggiavano i lettori a organizzare suicidi simultanei via Internet. E la metropolitana di Seul ha anticipato di un anno i piani per l'installazione di barriere trasparenti tra banchine e binari, data l'impennata nel numero di persone che decidono di farla finita lasciandosi cadere al passaggio dei treni. Il Giappone ha piani simili per tutte le sue metropolitane, da completare entro il 2017. Di fronte a un'economia mai davvero ripresasi dalla fine del suo boom nei primi anni Novanta, il governo di Tokyo già due anni fa ha intrdotto misure per far calare il tasso di suicidi a 19 casi per 100mila abitanti, entro il 2016. Ma è probabile che la recente ondata di licenziamenti renda tali sforzi vani. Anche Hong Kong, già dallo scorso ottobre, ha introdotto numeri verdi per le persone colpite dalla crisi, e un mese fa sono state aperte cliniche specializzate contro la depressione in alcuni ospedali pubblici.Un recente studio dell'università di Bristol, pubblicato a inizio febbraio, ha stimato gli effetti della crisi del 1997 sui suicidi in Asia. Secondo la ricerca, nel giro di un anno le persone che si tolsero la vita aumentarono del 45 percento in Corea del Sud, del 44 percento a Hong Kong e del 39 percento in Giappone. Le cause del fenomeno, per gli esperti, vanno ricercate nell'alto senso di responsabilità tipico di queste culture, nell'abitudine a farsi assorbire totalmente dal lavoro senza coltivare altri interessi, e nella riluttanza a cercare aiuto in caso di difficoltà. Ma manca anche un contorno che faccia da cuscinetto: "In Asia il sistema di sicurezza sociale non è ben sviluppato. Se la crisi finanziaria avrà un impatto sul tasso dei suicidi, sarà più pronunciato in Asia", spiega Paul Yip, direttore del Centro per la ricerca e la prevenzione dei suicidi all'Università di Hong Kong. In Giappone, tra l'altro, le leggi a favore della flessibilità introdotte negli ultimi anni hanno rivoluzionato il tradizionale rapporto di lunga durata tra dipendente e azienda. E sono proprio i lavoratori interinali - chiamati haken - a risentire più di tutti dei licenziamenti. Quando restano senza lavoro, spesso perdono anche la casa che l'azienda gli aveva fornito.

di Alessandro Ursic

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14441/Asia%3A+la+crisi+e+l%27orgoglio

Un sistema ingiusto


La Cgil ha proposto un'imposta di solidarietà: un aumento di aliquota dal 43 al 48 per cento sui redditi superiori ai 150mila euro. L'extra-gettito servirebbe a finanziare interventi in favore di disoccupati e precari. Misure simili sono già state adottate nel Regno Unito e Stati Uniti. Tuttavia, nel nostro paese non è probabilmente la risposta più appropriata alla crescita delle disuguaglianze perché toccherebbe di fatto solo il lavoro dipendente, senza incidere sull'evasione fiscale. Ma è ora che il problema della distribuzione del reddito torni in primo piano.

Alcuni giorni fa la Cgil ha proposto l’introduzione di quella che è stata definita una imposta di solidarietà: un aumento dell’aliquota dal 43 al 48 per cento sui redditi superiori ai 150mila euro. Si tratta di una proposta in linea con quanto avviene in altri paesi.
Negli Stati Uniti, come promesso da Barack Obama in campagna elettorale, il President’s Budget presentato il 26 febbraio prevede sgravi per i redditi bassi e medi e varie misure volte ad accrescere il carico fiscale di quelli alti: un aumento delle aliquote sugli ultimi due scaglioni di reddito (rispettivamente dal 33 al 36 per cento e dal 35 al 39,6 per cento) e un aumento dell’aliquota massima su dividendi e capital gain dal 15 al 20 per cento. Nel Regno Unito è stata introdotta un’aliquota d’imposta del 45 per cento (dal precedente 40 per cento) per i redditi superiori a 150mila sterline. A questo si aggiunge un dimezzamento della “personal allowance”, l’ammontare su cui non si paga imposta, per i redditi superiori a 100mila sterline e la sua totale eliminazione per redditi superiori a 140mila sterline. In Germania, il partito socialdemocratico ha proposto un aumento dell’aliquota dal 45 al 47,5 per cento per i redditi di persone singole superiori ai 125mila euro e su quelli di coppie con reddito complessivo superiore a 250mila euro.

FACCIAMO DUE CONTI

I dati relativi alle dichiarazioni dei redditi per l’anno 2005, gli ultimi disponibili, ci dicono che i contribuenti italiani con reddito superiore a 150mila euro erano a quella data circa 115mila, con un reddito medio di circa 280mila euro. Rappresentavano lo 0,28 per cento della popolazione dei contribuenti. Un’aliquota al 48 per cento dovrebbe generare un extra-gettito complessivo di circa 750 milioni di euro l’anno. L’ammontare potrebbe in realtà essere più alto considerando che dal 2005 il numero di contribuenti con reddito superiore ai 150mila euro, nonché i loro redditi, saranno verosimilmente aumentati. Nello stesso tempo si ignorano qui completamente eventuali effetti delle aliquote sui redditi pre-tax. Nel complesso, l’ordine di grandezza del potenziale extra-gettito, più basso di quanto stimato dalla Cgil, è leggermente inferiore ma complessivamente simile a quello stimato dai socialdemocratici tedeschi per la loro proposta (un miliardo di euro) o dal governo britannico per la sua riforma (un miliardo e duecento milioni di sterline). Il sacrificio aggiuntivo medio richiesto ai contribuenti con reddito superiore a 150mila euro sarebbe di circa 6.500 euro l’anno. Il sacrificio è ovviamente crescente nel reddito: un individuo con un reddito di 160mila euro, ad esempio, verrebbe a pagare 500 euro in più all’anno, con un reddito di 200mila euro si pagherebbero 2.500 euro in più e così via.

I PRO E I CONTRO

Ci sono diverse ragioni che nell’attuale face recessiva si possono addurre a supporto di un aumento delle aliquote marginali sui redditi alti e, più in generale, in favore di un aumento del grado di progressività delle imposte. La prima e più importante è che, a causa del nostro elevato debito pubblico, l’Italia dovrà, più di altri paesi, affrontare la crisi cercando di puntare il più possibile su manovre fiscali che siano con “bilancio in pareggio”, ossia che incidano poco sui conti pubblici. Fra queste andrebbe annoverato anche l’aumento della progressività. A parità di gettito, sposta risorse da individui a reddito elevato verso individui a reddito più basso. Questo significa che le risorse vengono spostate verso i cittadini con una più alta propensione al consumo. Una maggiore progressività impositiva provoca pertanto uno stimolo dal lato della domanda aggregata. Analogo, e anche più incisivo in un contesto di crescente disoccupazione, è l’effetto che si può ottenere spostando risorse dai redditi molto alti verso i disoccupati che non hanno accesso agli ammortizzatori sociali. Ad esempio i 750 milioni all’anno dell’imposta di solidarietà sarebbero sufficienti a pagare un sussidio mensile di 500 euro per 125mila disoccupati.
La tipica controindicazione ad aliquote marginali elevate è invece che possono introdurre distorsioni, disincentivando offerta di lavoro e investimenti. Se sul piano teorico non va sottovalutata, è anche vero che l’evidenza empirica sull’entità delle distorsioni resta ambigua. (1) Sicuramente siamo oggi lontani dalle aliquote punitive degli anni Settanta e dunque il problema delle distorsioni è nel complesso meno urgente, particolarmente nell’attuale emergenza recessiva in cui incentivare l’offerta appare secondario rispetto a stimolare la domanda (si pensi, ad esempio, all’inutilità della detassazione degli straordinari).

Ci si potrebbe anche spingere fino ad affermare che la progressività danneggia esattamente le fasce di reddito più basse. In altri termini, la creazione di reddito da parte degli individui più produttivi, che risulterebbe più alta se non ostacolata da meccanismi redistributivi, dovrebbe innestare un processo di trickle-down, con ricadute positive su tutta la popolazione. Se così fosse, un aumento della progressività non servirebbe affatto da stimolo alla domanda aggregata. Pur senza la pretesa di stabilire rapporti di causalità, è tuttavia difficile riconciliare quello che è successo nel recente passato con l’ipotesi del trickle-down. Dagli anni Ottanta a oggi sia la povertà che le disuguaglianze di reddito sono aumentate in maniera considerevole in tutti i paesi sviluppati: la media dell’indice di disuguaglianza di Gini dei redditi disponibili nei paesi Ocse è aumentata di quasi il 10 per cento, mentre la percentuale di poveri, ovvero con reddito inferiore a metà del reddito mediano, è cresciuta dal 9,3 al 10,6 per cento della popolazione. Tutto ciò mentre la quota di reddito dell’1 per cento più ricco della popolazione è tornata ai livelli di settanta anni fa sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito. (2) Non è un caso se gli sforzi recenti di molti studiosi si sono concentrati esattamente sull’evoluzione dei redditi top, ossia sull’1 per cento più ricco della popolazione, dove si è accumulata la maggior parte della recente crescita dei redditi. (3) E nessuna meraviglia se il partito democratico negli Usa e il partito laburista nel Regno Unito sono tornati a porre l’accento sulla necessità di politiche di redistribuzione del reddito più incisive. (4)
Tornando a casa nostra, è bene notare che l’Italia ha un livello di disuguaglianza dei redditi fra i più elevati tra i paesi sviluppati, ha un livello di povertà ben superiore alla media dei paesi Ocse ed è uno dei paesi in cui la disuguaglianza è cresciuta maggiormente negli ultimi venti anni.
Quanto detto fin qui non implica affatto che l’imposta di solidarietà sia la risposta più appropriata alla crescita delle disuguaglianze nel nostro paese: la proposta della Cgil toccherebbe di fatto solo chi le tasse le paga, ossia prevalentemente il lavoro dipendente, per quanto ben remunerato. In realtà è sempre più chiaro che la possibilità di attuare politiche redistributive più incisive passa inevitabilmente dal crocevia della lotta all’evasione, su cui invece siamo in piena retromarcia. Ècomunque del tutto naturale nel contesto attuale e in linea con quanto succede nei maggiori paesi avanzati, che il problema della distribuzione del reddito torni a occupare un posto di rilievo nel dibattito di politica economica.


(1)Si veda al riguardo il libro di Peter Lindert “Growing Public”, Cambridge University Press, 2004.
(2) Questi dati sono tratti dal recente rapporto dell’Ocse“Growing Unequal?”.
(3) Si veda ad esempio il libro di Anthony Atkinson e Thomas Piketty Top Incomes over the 20th century, Oxford University Press, 2007.

(4)Si veda per pura curiosità la figura 9 del President’s Budget presentato dall’amministrazione Obama il 26 febbraio.

di Valentino Larcinese

Link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000974.html

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