sabato 28 febbraio 2009

Yemen, l'emendamento contrario alla sharia


Un recente emendamento alla legge che riguarda le donne e i bambini nello Yemen ha stabilito che una ragazza debba avere 17 anni per sposarsi. Tuttavia l’emendamento ha suscitato reazioni tra i deputati estremisti del parlamento che ritengono l’emendamento contrario alla sharia (legge coranica), infatti il testo sacro non stabilisce l’età da matrimonio, e minacciano la riapertura della discussione. Del resto quando Maometto sposò la sua ultima moglie Aicha, questa aveva solo nove anni. I tempi sono cambiati e anche lo Yemen, che finora non aveva stabilito una età legale per il matrimonio (prima della riunificazione era di 15 anni sia al sud che al nord). Lo Yemen è finito tredicesimo  tra i primi venti paesi ritenuti i peggiori al mondo proprio per i matrimoni in tenera età.  Infatti, secondo un rapporto dell’International centre for Research on Women, nel 2007 il 48,4 per cento delle donne nello Yemen si erano sposate prima dei 18 anni. Sono bambine che non possono avere una infanzia, giochi, educazione e uno sviluppo adeguato. La legge tuttavia non basterà, occorrerà una campagna di sensibilizzazione, come ha sottolineato Horiah Mashour presidente del Comitato nazionale delle donne. Perché in molti casi la data di nascita non è conosciuta e potrà facilmente essere falsificata.  Ora tra i paesi arabi resta solo l’Arabia saudita a non aver ancora fissato l’età minima per il matrimonio.
di Giuliana Sgrena

NUCLEARE, un'illusione smontata dai fisici


L’illusione nucleare, l’ultimo appiglio del consumismo terminale

Ho passato la giornata a rispondere alle chiamate telefoniche e mail di amici e amiche costernati e sdegnati per le notizie televisive, gli articoli, le interviste in favore delle proposte del governo sul ritorno delle centrali elettronucleari in Italia. 
Vedo contrapposti da una parte persone che lavorano, che leggono, che amano la famiglia, che hanno una dignità nella vita professionale e sociale italiana, dall'altra parte uomini politici e giornalisti di palese ignoranza e inoltre scienziati inaspettatamente filonucleari. 
Per quanto riguarda l'indulgenza agnostica o l'aperta simpatia filonucleare di vari illustri professori universitari di fisica il commento che ricevo dagli amici è freddo: sono uomini di potere, oramai troppo lontani dai rischi del dubbio e della analisi aperta su problemi scabrosi. 
Rispondo che ho letto questi interventi e vedo che sono fondati sulla consultazione di testi ben noti di tecnologia nucleare: vero che gli ingegneri nucleari di anno in anno perfezionano i loro progetti nella direzione della sicurezza; vero che i reattori autofertilizzanti e subcritici sono un interessante campo di lavoro futuro, la cosiddetta "IV generazione"; e infine è noto ai geologi da alcuni secoli, non da ieri, che i depositi antichi di sale sono siti geologici testimoni di grande stabilità fisico-chimica. 
Tutto ciò sulla carta è inattaccabile e chi lo dice fa bella figura. 
Ma le persone di cui parlo, educate e responsabili, vogliono capire, e non solo credere all'autorità.
Si chiedono e mi chiedono: cosa c'entra tutto ciò con la vita vera, con la dinamica del nostro lavoro e delle nostre professioni, il futuro dei nostri figli cittadini appartenenti a una nazione, non agli scaffali di un professore? 
È vero che fra dieci o vent'anni i nostri figli saranno affrancati dalla dipendenza dal petrolio comprato all'estero? 
Dove sono le risorse uranifere sul territorio italiano quelle che ci daranno il benessere economico?
Se è vero che l'Italia ha tali risorse perché il nostro paese non ne è mai stato esportatore? 
Chi pagherà la costruzione delle raffinatissime nuove centrali elettronucleari? 
Lo Stato italiano, cioè noi cittadini laboriosi. 
Verso quale Stato straniero detentore delle miniere di materiale uranifero e gestore del processo di arricchimento andranno i soldi dei futuri cittadini italiani? 
Chi sa prevedere quale sarà il costo del combustibile nucleare fra molti decenni, in tempi ben lontani dalla responsabilità del nostro governo attuale, costo che dipenderà da imprevedibili squilibri e tensioni internazionali nelle quali l'Italia sarà, come oggi, paese spettatore ma non attore? 
I filonucleari ci mostrano i depositi sotterranei dei residui radioattivi nello stato americano del Nebraska; andranno laggiù le nostre scorie? 
Certamente non saranno affidate alla camorra, vogliamo ben credere, ma saranno rigorosamente e responsabilmente protette per sempre. Tale ricovero avverrà forse gratis, per benevolenza di amici d'oltreoceano? All'opposto pagheremo un affitto perenne, ma non si dice. 
E infine la domanda più importante. 
Ma chi può sostenere che il PIL italiano fra quarant'anni sarà sostenuto da dieci o venti gigawatt di erogazione elettronucleare, chi ha fatto tali calcoli? 
O sono semplici estrapolazioni a partire dal ben poco glorioso consumismo attuale che ha concentrato il denaro in poche mani e impoverito le nazioni fino al collasso che è in atto? 
Non parlateci di "nucleare" e di"rinnovabili" a sostegno dell'utopia del consumismo, parlateci di "non consumismo" cioè della realtà. I cittadini vogliono capire se chi li governa sa rispondere a queste domande che riguardano il futuro della vita democratica.

Perché l’atomo non va bene né per l’economia né per l’ambiente

Molti sono gli aspetti che portano a un netto rifiuto del ricorso al nucleare e varrà la pena analizzarli in dettaglio tutti in futuro. Qui ne valuterò solo due che considero fra i più rilevanti: 1) la mancata convenienza economica dell’operazione; 2) la ricaduta ambientale.

Economia
I costi riguardano – costruzione – approvvigionamento combustibile (costi in aumento vertiginoso) – assicurazioni (costi in rapidissima crescita) – continua implementazione di impianti di sicurezza – lunghi periodi di inattività (per riparazioni, aggiornamento, manutenzione) – dismissione, controllo e manutenzione degli impianti dismessi.
Tutti questi elementi hanno fatto sì che il mercato bocciasse inesorabilmente la costruzione di centrali nucleari, come impresa commerciale vantaggiosa. Nessun consorzio esclusivamente privato da decenni si avventura nella costruzione di impianti di generazione di energia per via nucleare. Lo fanno gli stati, ma non per convenienza economica, per ragioni militari – i cicli produttivi ad uso militare e civile sono strettamente interconnessi.
L’approvvigionamento dell’uranio inoltre ci renderebbe dipendenti, come per il petrolio, da fornitori esterni e i giacimenti uraniferi rilevati non basterebbero forse nemmeno per tutta la durata della vita delle centrali che il governo italiano si propone di costruire e che diverrebbero operative fra decenni. Un punto essenziale va messo in forte evidenza: i prolungati costi di smantellamento degli impianti, che prevedono migliaia di anni di controlli, aggiusti, manutenzione, sono chiaramente addossati alle nuove generazioni, se saranno in grado di sopravvivere ai disastri che andiamo procurando.

Ambiente
È improprio parlare di energia pulita. La costruzione degli impianti, la confezione del combustibile e quant’altro generano emissioni di anidride carbonica valutabili dell’ordine di grandezza di un quarto, un terzo di quelle rilasciate, a parità di produzione di energia, da una centrale a gas naturale.
Il problema dello stoccaggio delle scorie poi è totalmente aperto. Il paese più avanzato in tal senso è la Finlandia, che prevede per il 2020 sia pronto un sito. Gli stati Uniti hanno avuto bocciato dalla corte d’appello del Distretto di Columbia il progetto di stoccaggio elaborato sotto le Yucca Mountains. Tutti gli altri paesi sono nella fase di studio.

Quale soluzione allora? Ricorso a fonti rinnovabili, ma soprattutto un nuovo modo di vita, con consumi drasticamente ridotti nel mondo opulento.

di Megachip, con analisi di Luigi Sertorio e Guido Cosenza

Su Nuovediscussioni vedi anche Qual'è "la prossima energia"?
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Qual'è "la prossima energia"?


Ahmed Zaki Yamani, l’allora potente ministro del petrolio dell'Arabia Saudita, negli anni settanta diceva che come «l'età della pietra non finì per mancanza di pietre, così l'età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio». 
Possiamo far nostro il senso di questa battuta con un occhio rivolto alle dinamiche reali dell’economia e dei mercati dell’energia. In tempi di illusioni sull’economia atomica, potremmo dire che nemmeno l’età del nucleare finirà per mancanza di uranio, per quanto sia risorsa finitissima.
Quando una risorsa diventa più scarsa e risulta più costoso produrla, emergono forti segnali di prezzo che cambiano l’orientamento della domanda e fanno emergere prodotti e soluzioni nuove.

Non è solo una questione di materie prime, ma anche di grandi tendenze nell’orientamento di governi, imprese e popolazioni. In nome dell’ambiente è cambiata l’agenda dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, con ricadute su ogni livello della vita pubblica e civile. 
Quando esistono obiettivi come quelli di Kyoto o quelli stabiliti a livello di Unione europea per la riduzione dei gas serra, quando i governi lanciano incentivi mai visti prima per le energie rinnovabili, quando infine i governi locali moltiplicano le iniziative nel settore, tutto ciò vuol dire che è in atto una tendenza robusta che crea nuovi mercati per nuove imprese energetiche. 
Non sappiamo se si farà in tempo a salvare il pianeta dalla catastrofe, ma il segnale che viene dalla nuova amministrazione USA – se non altro - travolgerà chi si attarda in soccorso della boccheggiante industria nucleare francese.

Chi produce la prossima energia sta già anticipando il prossimo paradigma, il “change over” dal petrolio verso qualcos’altro. 

A questo punto, chi lavora sull’idrogeno parla di “economia dell’idrogeno”. 

Chi punta sul metanolo – come il Nobel George Olah - divulga a sua volta l’“economia al metanolo”. 

Chi è forte sul sole decanta un futuro fotovoltaico oppure solare-termodinamico. 

Un brasiliano o un farmer del Midwest statunitense mi magnificheranno le biomasse e l’etanolo. 

Un sudtirolese, dall’alto di una casa di nuovissima concezione, mi parlerà del paradigma del risparmio come via maestra del futuro. 

Da osservatore del mercato del gas, potrei parlarvi di un “lungo” medio periodo in cui la versatilità del metano sarà la “cifra” del nostro sistema energetico, indispensabile per la transizione verso nuovi equilibri.

Il carbone, ancora stivato in immensi depositi ben distribuiti sui vari continenti, con gli attuali segnali di prezzo, e con le nuove tecnologie a emissioni zero, ispira a molti la visione di una nuova età del carbone.

In realtà l’aumento dei prezzi degli idrocarburi – oggi in pausa per la Grande Crisi, ma presto ci sarà una risalita - non porterà alla sostituzione del petrolio con un’unica nuova fonte universale.
Propriamente, alcune delle soluzioni elencate non sono nemmeno “fonti”, ma “vettori” ricavati da una molteplicità di fonti. Questo significa una sola cosa: che non esiste LA soluzione del problema petrolio, ma LE soluzioni, un portafoglio di soluzioni diverse, in corsa contro il tempo. Ogni tecnologia di successo nel campo dell’energia sarà un tassello di un mosaico energetico completamente nuovo: la prossima energia.

La prossima energia è quindi caratterizzata da una pluralità di fonti e da una pluralità di vettori, con l’auspicata tendenza a divenire neutrali nell’emissione di gas serra. 
Non solo, ma è un’energia che viene prodotta tanto in grandi quantità quanto in piccole e diffuse quantità. 
Da un lato si apre lo spazio alla ricerca e all’avventura imprenditoriale di mille soluzioni tecnologiche diverse.
Dall’altro si pone la sfida di una convergenza di nuovi standard nelle reti di distribuzione, che diventeranno un po’ meno “grid” e un po’ più “web”.

Se le nostre classi dirigenti non fossero così deboli e chiuse, l’Italia sarebbe uno dei luoghi più interessanti al mondo per affermare un nuovo paradigma produttivo energetico. Ha significative risorse sottoutilizzate come il vento e il sole, che renderebbero più diretto il passaggio a un sistema energetico con più vettori (idrogeno, elettricità, metanolo, biomasse), ma ha anche infrastrutture di grande livello per trattare il petrolio e ha anche tra le più avanzate sperimentazioni sul carbone, mentre in prospettiva avrà una disponibilità nuova di gas naturale una volta completati i nuovi gasdotti in programma. 
Gli elementi per una transizione ben guidata ci sarebbero, senza il rinvio costosissimo a una tecnologia già obsoleta come il nucleare di terza generazione.

L’intero sistema economico – a partire dalle piccole e medie imprese – ha bisogno di acquisire una piena consapevolezza di tutte le implicazioni organizzative, economiche, industriali del nuovo regime energetico, anche in raccordo agli altri sistemi energetici (rete elettrica, trasporti, energie rinnovabili) e al sistema della ricerca. 

C’è molto fervore di iniziative imprenditoriali nuove e diverse. Basta guardarsi in giro e si possono facilmente incontrare ogni giorno. Ci pongono una sfida: farle radicare, crescere, farne dei campioni che abbiano qualcosa da proporre a livello locale, ma in taluni casi anche a livello globale.

L’apparente eterogeneità dei vari settori energetici che si stanno proponendo non deve far dimenticare la presenza di forti e innovative interrelazioni dal punto di vista tecnologico e organizzativo, oltre che da quello della creazione di reti energetiche di nuova concezione per la generazione distribuita, uno dei campi più promettenti a livello mondiale. La sfida è paragonabile a quella dello sviluppo del World Wide Web.
Le carte sono da giocare ora per posizionarsi in testa a questo cambiamento, anziché sprecare tutto in un declino che sarebbe pagato caro per secoli.

Invece di buttare miliardi di euro in una vacua “azione parallela” alla Musil, quale sarebbe questo nucleare in salsa transalpina, molti progetti di nuove imprese energetiche potrebbero essere invece inseriti in un programma di investimenti industriali di tipo nuovo: un programma tutto incentrato sulle infinite applicazioni che producono e risparmiano energia con sistemi innovativi e puliti, realizzando appieno le tecnologie esistenti con acquisizioni e collaborazioni nazionali e internazionali. 

Ciò farebbe bene alla ricerca, la grande negletta del nostro paese, assieme all’istruzione tutta. E farebbe bene a quei settori che davvero innovano e hanno un qualche futuro. 

Mentre il nucleare ora presentato è un trasferimento di denaro alla ricerca già fatta in Francia, le tecnologie energetiche alternative hanno alcune caratteristiche dinamiche in comune: 

·    innovano il processo produttivo e il prodotto;
·    hanno un grande potenziale di attrazione di ricerca e fra i ricercatori danno vita a network creativi;
·    si legano fra di loro con un sistema di generazione distribuita dell’energia, che significa meno centrali-monstre da presidiare con i soldati e più capacità diffusa di raggiungere la sicurezza energetica.

Senza il grande equivoco nucleare, i “Grandi progetti” nel settore energetico possono integrarsi e radicarsi con i tanti bellissimi “piccoli progetti”.

Qualche anno fa l’allora Segretario statunitense all’Energia, Spencer Abraham, poteva permettersi di definire con una certa ironia le fonti rinnovabili come «the undiscovered energy sources». Ma poi perfino lui ha investito, e tanto, anche in queste fonti. Obama punta su di esse per evitare che il suo paese precipiti nella grande depressione. 
Dove queste sfide sono state affrontate con più tempestività e lungimiranza, come in Germania e in una parte stessa degli Stati Uniti, ciò ha permesso di assumere una leadership mondiale di settore. 
Il vento e il sole sono cambiati anche qui, la prossima energia non è certo “undiscovered”. Anche qui è il momento di incoraggiare innovatori con solide basi scientifiche a cui chiedere coraggio imprenditoriale e senso dell’occasione storica.
Purtroppo la classe dirigente è quella che è.
di Pino Cabras – Megachip

Messico, l'incidenza della crisi


Il Messico è una delle nazioni più grandi e più popolose della regione latino americana inoltre, per la sua posizione geografica, ogni sua problematica economica o sociale ha un'incidenza importante anche nei vicini Stati Uniti e nei flussi migratori, spesso clandestini.
Bisogna quindi riflettere attentamente sul dato che vede, per il terzo trimestre del 2008, una recessione che ha fatto diminuire il Pil dell'1,6%, oltre le previsioni degli analisti che avevano stimato una caduta dell' 1,09%.
Il settore che ha maggiormente risentito della crisi è l'industria che ha avuto una contrazione del 4,2% mentre il settore dei servizi, che rappresenta il 60% dell'economia, è diminuito di uno 0,9%, in controtendenza il settore agricolo in aumento del 3,3%.
Il dato aggregato del 2008 ha visto in ogni modo una crescita media dell'1,3%, inferiore all'1,5% stimato dal governo ma le previsioni per il futuro non sono incoraggianti.
Secondo César Castro Quiroz, direttore del Centro di Analisi e Proiezioni messicano il periodo più buio deve ancora arrivare tanto che si prevede per il primo trimestre 2009 una contrazione del Pil intorno al 3% da imputare soprattutto al settore automobilistico che soffre di una diminuzione della produzione e delle esportazioni (che erano indirizzate soprattutto verso gli Usa) del 50%.
Sempre secondo Castro Quiroz l'onda lunga della crisi ed i suoi effetti negativi sull'occupazione (nonostante negli ultimi tre mesi si siano persi mezzo milione di posti di lavoro) e sul consumo arriverà soltanto nei prossimi mesi.

di Paolo Menchi

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1116


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