venerdì 27 febbraio 2009

Sudafrica, una miniera in recessione


C'era una volta in Sudafrica una delle più fiorenti industrie minerarie del mondo. Ma la crisi economica mondiale, dopo aver colpito Usa, Europa e Asia, è giunta anche qui, costringendo alcuni dei colossi del settore a tagliare migliaia di posti di lavoro, deprimendo un settore già in declino lo scorso anno. Nonostante le autorità sperino di contrastare la recessione attraverso un massiccio piano di lavori pubblici in vista dei Mondiali, l'economia più forte del continente rischia di soffrire ancora.
Lo scorso martedì, il colosso minerario britannico Lonmin ha annunciato il taglio di 5.500 posti di lavoro nelle miniere di platino di Marikana, nella provincia del North West, e nella zona del Limpopo. Tagli che si sommano ai 10.000 già annunciati dalla Anglo Platinum, sussidiaria della Anglo American e prima produttrice di platino al mondo. Cifre che contribuiranno a deprimere un'economia che già lo scorso anno è cresciuta solamente del 3.1 percento (0.6 punti percentuali in meno delle previsioni di inizio anno), rispetto al 5,1 percento del 2007, e che nonostante il suo dinamismo deve fare i conti con una disoccupazione al 23 percento. 
L'allarme cresce se si pensa che il settore minerario contribuisce al 7 percento del prodotto interno lordo del Paese. La recessione globale, già responsabile del calo dei prezzi delle materie prime e che ha colpito in maniera particolare l'industria delle automobili, è piombata a cascata sul settore del platino, utilizzato proprio dalle case automobilistiche per le componenti catalitiche. Inoltre, lo scorso anno, più a causa di una crisi strutturale che per la congiuntura mondiale, il Sudafrica aveva perso anche la palma di maggior produttore di oro al mondo (un primato detenuto dal 1906) a favore di Cina e Stati Uniti. 
Non resta quindi che sperare nei Mondiali: il piano di lavori pubblici varato dal governo è ambizioso, e grazie all'iniezione di milioni di dollari di denaro pubblico dovrebbe servire se non altro a tamponare gli effetti della crisi globale. Una boccata d'ossigeno per un Paese che, in vista delle elezioni del prossimo aprile, si trova a dover redistribuire la ricchezza generata dalla classe media ai settori più svantaggiati della società, per evitare un'esplosione di rabbia sociale che cova latente dalla fine dell'apartheid fino ad oggi. Le violenze contro gli immigrati registratesi lo scorso maggio, proprio a causa della difficile congiuntura economica nazionale, dimostrano come la pazienza della popolazione sia già ai limiti. Nel settore minerario, stando a quanto dichiarato dai rappresentanti dei maggiori sindacati del Paese, si prospettano tempi ancora più duri, con nuovi tagli e la chiusura degli impianti meno redditizi. E non è detto che i cantieri aperti per costruire stadi e strade basteranno ad accogliere i minatori trovatisi senza lavoro.
di Matteo Fagotto

Coinvolgere Hamas!


''L'ultimo, sanguinoso conflitto fra Israele e Hamas ha dimostrato che la politica di isolamento nei confronti di Hamas non può portare stabilità. Come ex negoziatori di pace riteniamo sia di importanza vitale abbandonare la politica fallimentare dell'isolamento per coinvolgere Hamas nel processo politico, in quanto un accordo di pace israelo-palestinese senza Hamas non sarà possibile''.
Il terzo incomodo. Poche, chiare, parole. A sottoscrivere questa lettera aperta, pubblicata oggi sull'edizione online del quotidiano britannico The Times, sono undici mediatori internazionali. Personaggi della diplomazia e della politica che hanno legato il loro nome alla soluzione negoziata di conflitti. Dei professionisti degli accordi di pace, insomma. Fra gli altri, l'ex inviato in Medio Oriente per il Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu), Alvaro de Soto, l'ex ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben-Ami, l'ex inviato dell'Ue in Bosnia Paddy Ashdown, l'ex ministro degli esteri australiano, che mediò la pace in Cambogia, Gareth Evans. Non proprio dei pacifisti che, nel presentare la loro iniziativa, citano il generale israeliano Moshe Dayan: ''Se vuoi fare la pace non parli con gli amici, ma parli con i nemici''. Sembra un discorso molto semplice e lineare, ma quando si parla d'Israele e Palestina tutto diventa sempre dannatamente complesso. ''Chi vi piaccia o no - scrivono i mediatori - Hamas non se ne andrà. Dalla sua vittoria in elezioni democratiche nel 2006, Hamas ha conservato il suo sostegno nella società palestinese malgrado i tentativi di distruggerla attraverso embarghi economici, boicottaggi politici e incursioni militari. Questo approccio non funziona, bisogna trovare una nuova strategia''.
Scambio di prigionieri. Una lettera indirizzata ai politici israeliani, ma anche all'Unione europea, alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti di Barack Obama. Una lettera che dovrebbero leggere anche in Arabia Saudita e in tutti quei paesi arabi sunniti che vedono Hamas come una filiazione del potere sciita dell'Iran e ne osteggiano il coinvolgimento nel processo politico palestinese. Tra i destinatari andrebbe inclusa anche la nomenklatura del Fatah, ancora ostile a dividere il potere (e i soldi della comunità internazionale) con il movimento islamico. In questo senso, dal Cairo, arrivano segnali interessanti. Il governo egiziano, impegnato in una mediazione tra Hamas e Fatah, spinge per un accordo tra le fazioni palestinesi sui detenuti politici. Dopo il 'colpo di Stato' del 2007, del quale Hamas e Fatah si accusano a vicenda, che ha di fatto diviso la Palestina in due: la Striscia di Gaza nelle mani di Hamas, la Cisgiordania nelle mani di Fatah. Da quel momento a oggi, anche durante l'operazione militare d'Israele a Gaza, una sorta di regolamento di conti tra i militanti di Hamas e Fatah è andato avanti tra omicidi, arresti arbitrari e torture. Ieri, come segnale di buona volontà, ottanta prigionieri vicini a Fatah sono stati rilasciati da Hamas. Erano alcuni dei sospettati di aver attentato alla vita di Ismail Hanyieh, leader di Hamas, il 25 luglio scorso. Nell'attacco morirono cinque miliziani del movimento integralista islamico e una bambina. Ehab al-Ghsain, portavoce del ministero dell'interno di Hamas, ha spiegato che gli ottanta prigionieri sono stati rilasciati dopo che è stata accertata la loro estraneità all'attacco. Abu Mazen aveva ordinato la scorsa settimana alle sue forze di sicurezza di rilasciare gli attivisti pro-Hamas arrestati in Cisgiordania.
di Christian Elia

L'Iran e la SCO

L'Organizzazione della Cooperazione di Schang-Hai (SCO) sta considerando l'offerta dell'Iran di essere membro titolare del blocco di sicurezza regionale, ha detto martedì una fonte di SCO. Lo SCO comprende Russia, Cina, Kazakhstan, Tajikistan, Kirghizstan e Uzbekistan.
La Russia ha assunto la direzione della presidenza dell'organizzazione l'agosto scorso. L'Iran, l'India, la Mongolia ed il Pakistan hanno lo status di osservatori all'interno del organizzazione.
"La considerazione dell'offerta di Tehran sta andando avanti in conformità alle procedure standard. Penso che una decisione sulla questione potrebbe essere annunciata ad un summit dello SCO a Ekaterinburg [Russia] a giugno", ha detto la fonte.
Visto ampiamente come un contrappeso all'influenza della NATO in Eurasia, il gruppo affronta soprattutto i problemi della sicurezza, ma recentemente si è mosso verso l'adozione di progetti sull'energia e l'economia.
Il SCo ha recentemente alzato una moratoria sulla sua membership, ma non ha ancora stabilito alcuni criterio di verifica per l'accettazione di nuovi membri, secondo una fonte diplomatica Russa.
Il ministro degli affari esteri dell'Iran, Manouchehr Mottaki, ha detto lunedì che Tehran ha pensato di ricevere protezione dalla Russia nella sua operazione per aderire allo SCO. Tuttavia, la Russia e la Cina finora hanno espresso riserve sull'ammissione dell'Iran, che è coinvolto in una disputa di fondo con l'occidente e Israele sul suo programma nucleare e per il presunto supporto ai gruppi radicali nel Libano ed altri paesi.
Sia la Cina che la Russia hanno importanti interessi commerciali in Iran. La Cina vuole Petrolio e gas iraniani e vendere armi ed altre merci al paese, mentre Mosca spera di vendere più armi e tecnologia nucleare a Tehran.

di RIA Novosti
Traduzione di Alessandro Lattanzio
Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFVuykApuycOpXiif.shtml

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