giovedì 26 febbraio 2009

India, i cinque Stati del suicidio


Il numero di agricoltori che si sono suicidati in India tra il 1997 e il 2007 ha raggiunto ora le 182.936 unità. Quasi i due terzi di questi suicidi si sono verificati in cinque stati (l’India è composta da 28 Stati e da sette Unioni territoriali). Questi 5 grandi stati, Maharashtre, Karnataka, Andhra Pradesh, Madya e Chattisgarh, rappresentano circa un terzo della popolazione dell’intero Paese e i due terzi dei contadini suicidi. In questi stati l’indice di suicidi tra gli agricoltori è molto più alto di quello rilevato in altre fasce sociali. I suicidi di questo tipo stanno aumentando anche in altri stati del Paese.E’ significativo notare che il numero di contadini che si tolgono la vita è in aumento anche se il numero di agricoltori è in diminuzione, perciò l’indice è valutato su un numero base che si sta contraendo. Nel decennio che va dal 1991 e il 2001 quasi 8 milioni di persone hanno lasciato il lavoro nelle fattorie. Da allora l’indice di abbandono è sempre cresciuto, ma solo nel 2011 potremo avere dei dati aggiornati.Questi dati sui suicidi sono ufficiali, ma sono tendenzialmente molto sottostimati anche se già così sono abbastanza brutti. Il numero dei suicidi in India viene registrato dal National Crime Records Bureau (NCRB), un settore del Ministero degli affari interni del Governo indiano. Lo stesso NCRB sembra dare poco credito a questi dati. Tuttavia gli Stati nei quali vengono raccolti lasciano fuori migliaia di persone dalla definizione di “agricoltori” e quindi questo abbassa le cifre. Ad esempio, le donne che fanno questo lavoro non vengono usualmente accettate come “agricoltrici” (abitualmente le terre non sono quasi mai a loro nome). Esse lavorano in agricoltura ma sono considerate solo “mogli di coltivatori”. Ciò permette al governo di escludere un’ infinità di donne suicide. Infatti vengono registrate solo come “morte per suicidio”, ma non come “contadine suicide”. In ugual modo anche molte altre fasce sociali sono state escluse da questa lista.L’esplosione di suicidi fra gli agricoltori, la più grossa ondata di morti simili mai registrata nella storia, s’è verificata in parallelo al fatto che l’India ha abbracciato il neoliberismo dello 'splendido nuovo mondo' ['brave new world' citazione del romanzo di A. Huxley n.d.r.]. Su questo processo e su come abbia influenzato l’agricoltura, sono state scritte sino ad ora numerose relazioni sul sito Counterpunch. L’indice dei contadini suicidi è peggiorato in particolare dopo il 2001, anno in cui l’India seguiva già il percorso indicato dal WTO (World Trade Organization) per lo sviluppo agricolo. Il numero dei suicidi nei cinque anni che vanno dal 1997 al 2001 è stato di 78.737 unità (ovvero una media di 15.747 suicidi l’anno). Lo stesso indice nel quinquennio che va dal 2002 al 2006 è stato di 87.567 (cioè 17.513 suicidi in media all’anno). Ciò significa che nei cinque anni successivi al 2001, in media ogni 30 minuti un agricoltore, o una contadina, si sono tolti la vita. I dati del 2007 (in dettaglio più avanti) collocano anche quest’anno fra quelli con l’andamento più elevato.Che cosa hanno in comune tutti questi agricoltori suicidi? Coloro che si sono uccisi avevano grossi debiti – i debiti delle famiglie contadine sono raddoppiati nella prima decade di "riforme economiche" neoliberiste, passando dal 26 al 48,6 per cento. Abbiamo avuto questi dati dal National Sample Survey. Ma negli stati peggiori, la percentuale di questi contadini è ben più elevata. Per esempio l’82 per cento di tutti i proprietari di fattorie dell’Andhra Predesh erano indebitati a partire dal 2001/02. Quelli che si sono suicidati erano agricoltori che producevano raccolti da porre subito in vendita ["cash crop" n.d.r.] e che sono stati sopraffatti dai debiti : coltivatori di cotone, caffè, canna da zucchero, noccioline, pepe e vaniglia. (Ci sono meno suicidi fra i coltivatori di raccolti per l’alimentazione, cioè coltivatori di riso, frumento, mais e legumi). La splendida filosofia del nuovo mondo ha costretto milioni di coltivatori del Terzo Mondo a lasciare la coltivazione destinata all’alimentazione (con il mantra “l’esportazione porta alla crescita”). In India per milioni di coltivatori di prodotti per la sussistenza ciò ha significato coltivazioni a costi molto più elevati, con oneri molto più pesanti, debiti maggiori, e ritrovarsi inseriti in un mercato con prezzi soggetti alla grande volatilità del mercato globale. Questo è un settore dominato e gestito da una manciata di società multinazionali. La portata dell’impatto che lo spostamento del mercato ha avuto sui coltivatori si può rilevare da questo: di solito coltivare a riso un acro in Kerala costava più o meno 8.000 rupie (circa 165 dollari di oggi) all’ingrosso. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo per acro (nel 2003/04) è salito quasi a 150.000 rupie (pari a 3.000 dollari). (Un dollaro equivale a circa 50 Rupie)Con grandi società che commerciano semi e sostituiscono i semi ibridi e le varietà tradizionali, a buon mercato, con i loro prodotti, un coltivatore di cotone avrebbe dovuto pagare alla rete di Monsanto per le semenze molto più di quanto avesse mai immaginato di spendere. Le varietà locali e quelle ibride erano state espulse dal mercato con l’entusiastico supporto dello stato. Nel 1991 potevate comperare un chilo di semenza locale per poco, più o meno per 7 Rs o per 9 Rs nelle zone più care come Vidarbha. Dal 2003 avreste dovuto pagare 350 Rs (7 dollari) per un sacchetto da 450 grammi di semi ibridi. Dal 2004 i soci di Monsanto hanno messo sul mercato un sacchetto da 450 grammi di semi di Bt Cotone per un costo che oscillava fra le 1.650 e le 1800 Rs (da 33 a 36 dollari). Questi prezzi sono drammaticamente caduti nel giro di una notte a causa di un forte intervento governativo nell’Andhra Pradesh dove il Governo era cambiato dopo le elezioni del 2004. Il prezzo è caduto abbassandosi a circa 900 Rs (18 dollari), ma resta tuttavia ancora molto più alto del 1991 e anche del 2003.Nel contempo la diseguaglianza era il grande cannibale fra le nazioni “Tigri emergenti” del mondo in via di sviluppo. La commercializzazione predatoria delle aree rurali aveva devastato tutti gli altri aspetti della vita sia per gli agricoltori che per i braccianti. I costi sanitari, ad esempio, salirono alle stelle. Migliaia di ragazzi lasciarono sia la scuola che le università per andare a lavorare con i loro genitori agricoltori (inclusi molti ricercatori). Per gli agricoltori indiani la media mensile delle spese pro capite era di 503 rupie (10 dollari) all’inizio dell’ultimo decennio. Il 60 per cento di questa cifra veniva speso per il cibo ed un altro 18 per cento per carburante, abiti e calzature.Gli agricoltori spendono così tanto per mangiare? Per cominciare, milioni di piccoli o marginali coltivatori indiani sono acquirenti di cereali. Non producono abbastanza per sfamare anche la loro famiglia e devono lavorare nei campi altrui e anche altrove per superare il problema. Dovendo acquisire sul mercato parte dei cereali di cui necessitano, vengono duramente colpiti dall’aumento dei prezzi alimentari, così come è accaduto sin dal 1991 e con particolare forza all’inizio di quest’anno. La fame, fra coloro che producono cibo, è una cosa molto diffusa e reale. A ciò s’aggiunge il fatto che la disponibilità di cereali pro capite fra gli indiani s’è drammaticamente abbassata a cominciare dall’inizio della “riforma”: dai 510 grammi per indiano del 1991 ai 422 grammi del 2005. (Non si tratta di una goccia di 88 grammi. E’ una cascata di 88 grammi moltiplicati per 365 e poi per un miliardo di indiani). Come ha sempre evidenziato con forza il professor Utsa Patnaik, il principale esperto di economia del settore agricolo, le famiglie povere oggi hanno in media 100 chili in meno di quanto avevano solo 10 anni fa – mentre l’élite mangia a più non posso. Per molti lo spostamento dal raccolto per uso alimentare a coltivazioni da porre in vendita (o esportare) ha peggiorato le cose. A fine giornata potete ancora mangiare il vostro piatto di riso. E’ difficile digerire il cotone!. Frattanto anche il settore dei cereali sta passando sotto il controllo delle aziende che truccano i prezzi. All’inizio di quest’anno le speculazioni sui mercati dei futures hanno fatto lievitare il costo del grano in tutto il mondo.Il modello neoliberista che ha forzato la crescita attraverso un certo genere di consumi, intanto , ha quasi imposto un reindirizzo di grosse quantità di denaro distogliendole dal credito rurale per alimentare lo stile di vita cui aspirano le fasce sociali alte delle città (ed anche della campagna). Migliaia di Banche rurali hanno chiuso nei quindici anni che vanno dal 1993 al 2007.I guadagni degli agricoltori sono crollati, così come i prezzi per i raccolti posti sul mercato, grazie agli osceni contributi alle corporazioni ed ai ricchi agricoltori dell’occidente, da parte degli USA e dell’Europa. La loro battaglia sui sussidi ai cotonieri (un valore di miliardi di dollari) ha distrutto gli agricoltori del settore e non solamente in India, ma anche in nazioni africane quali il Burkina Faso, il Benin, il Mali ed il Chad. Nel contempo, tutt’insieme, l’India ha cominciato a ridurre gli investimenti nell’agricoltura (la procedura standard del sistema neoliberista). La vita così è diventata sempre più impossibile per i piccoli agricoltori.Mentre i costi salgono, il credito si riduce. Il debito è fuori controllo. I sussidi hanno distrutto i loro prezzi. La mancanza di investimenti per l’agricoltura (un valore di miliardi di dollari ogni anno) ha mandato in malora le campagne. L’India ha anche tagliato gran parte dei pochi patetici aiuti che manteneva verso i suoi agricoltori. Il caos era completo. A cominciare dalla fine degli Anni Novanta i suicidi si sono susseguiti a un tasso che è apparso poi molto spedito. Infatti la crisi agraria dell’India si può riassumere in cinque parole (chiamiamola "Crisi dell’agricoltura 101"): la spinta verso l'agricoltura aziendale. La strada (in cinque parole): la commercializzazione predatoria della campagna. Il risultato: la più grande destituzione della nostra storia.Le corporazioni non hanno ancora il diretto controllo delle terre agricole indiane e non vi operano direttamente giorno per giorno. Però hanno bloccato ogni altro settore, entrate, sbocchi, distribuzione, prezzi e stanno anche intestandosi il controllo delle acque (che in India è già privatizzato in un modo o in un altro).Il più alto numero di suicidi si è verificato nello Stato del Maharashstra, che accoglie la Borsa valori di Mumbai e nella cui capitale, Mumbai appunto, vivono 21 dei 51 miliardari (in dollari) indiani ed oltre un quarto dei 100 mila milionari (in dollari) del Paese. Mumbai è balzata alla ribalta della cronaca mondiale lo scorso novembre quando i terroristi hanno massacrato 180 persone nella città durante un orribile attacco. Dal 1995, nello stato del quale Mumbai è la capitale, si sono verificati 40.666 suicidi di agricoltori, senza che la stampa vi abbia dato grande importanza.Nel Maharashstra i suicidi degli agricoltori hanno superato le 4000 unità ancora nel 2007, per la quarta volta in quattro anni, secondo i dati del National Crime Records Bureau. Quell’anno si sono tolti la vita 4.238 agricoltori e sono queste le ultime stime disponibili sul totale di 16.632 suicidi nell’intero Stato. Questa cifra totale è leggermente in decrescita rispetto ai 17.060 suicidi del 2006. Ma l’andamento degli ultimi dieci anni non sembra essersi mosso. Gli agricoltori suicidi nell’intero Paese dal 1997 a ora hanno raggiunto le 182.936 unità.Ripetiamo che le statistiche dei cinque Stati peggiori - Maharashstra, Andhra Pradesh, Karnataka, madhya Pradesh e Chattisgarh – rappresentano i due terzi di tutti gli agricoltori che si sono suicidati in India. Nel 2007, tutti insieme, hanno visto 11.026 suicidi. Il 38 per cento di questi si è verificato nello Stato di Maharashtra. L’Andhra Pradesh ha visto una riduzione di 810 suicidi rispetto al totale raggiunto nel 2006. Il Karnataka ha invece visto un aumento di 415 suicidi rispetto allo stesso periodo. Madhya Pradesh con 1.375 ha registrato una diminuzione di 112. Ma Chattisgarh con 1593 suicidi ha avuto un aumento di 110 unità rispetto al 2006.Ci sono precisi fattori, in questi Stati, che favoriscono e aumentano il problema. Queste sono zone a grande diversificazione nella commercializzazione dei prodotti agricoli, nelle quali dominai 'cash crops'. Il problema dell’acqua è sempre stato comune più o meno a tutti gli Stati ed è peggiorato con l’uso delle tecnologie quali i semi Bt che richiedono un grande quantitativo d’acqua. Sono anche fattori comuni i forti impulsi esterni sui costi così come l’uso di pesticidi e di prodotti chimici. E’ indubbio che la deregulation scava un sacco di tombe e accende moltissime pire.Il Maharashtra ha registrato una diminuzione di 215 unità nei suicidi di agricoltori nel 2007. Comunque nessun altro Stato ha ancora raggiunto le 3000 unità. E l’Andhra Pradesh (con 1.797 morti suicidi) ed il Karnataka (2.135) – gli altri due Stati peggiori – insieme non raggiungono i 4000 morti del Maharashtra. Nel Maharashstra un solo anno ha registrato una diminuzione di 221 suicidi, nel 2005, ma è stato seguito da un 2006 con 4.453 morti, un record nella statistica di suicidi. La tendenza in questo Stato non mostra modifiche e resta lugubre.I numeri del 2007 nel Maharashtra, 4.238 suicidi, giungono dopo un anno e mezzo di “pacchetti-soccorso” destinati agli agricoltori per un valore di 5000 crore di rupie (1 miliardo di dollari) ed una visita del primo ministro a metà del 2006 nella dissestata regione del Vidharbha. Lo Stato ha anche visionato una pletora di rapporti ufficiali, studi e commissioni d’inchiesta tra il 2005 e il 2007, destinate ad affrontare il problema. In ogni caso i 12.617 agricoltori suicidatisi negli stessi anni è il peggior indice mai raggiunto prima sulle stime triennali da quando lo Stato ha cominciato a registrare questi dati, e cioè dal 1995. E in realtà, gli agricoltori che si sono suicidati nel Maharashtra a cominciare da quell’anno hanno toccato le 40.000 unità. Le cause strutturali di questa crisi paiono comunque intatte.A livello nazionale, i suicidi degli agricoltori tra il 2002 e il 2007 sono stati di più rispetto al periodo che va dal 1991 al 2001. Ora sono disponibili i dati del NCRB dal 1997 al 2007 rispetto all’intero paese. Nei cinque anni sino al 2001 ci sono stati 15.747 suicidi di media all’anno. Per i sei anni successivi, dal 2002 al 2007, questa media è di 17.366 suicidi per anno. L’aumento è dolorosamente più alto negli stati dove la crisi è maggiore.


di P. SAINATH
Counterpunch

P.Sainath è l’editore della rivista rurale “The Hindu” ed è l’autore di “Everybody loves a Good Drought”. Collabora regolarmente al sito Countr Punch gli si può scrivere una mail a psainath@vsnl.com.Titolo originale: "The Largest Wave of Suicides in History "Fonte: http://www.counterpunch.orgLink12.02.2009Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PAOLA BOZZINI

COME SALVARE LE BANCHE



La soluzione della crisi non passa attraverso la nazionalizzazione delle banche. Anzi, molto probabilmente sarebbe una scelta controproducente. Cosa fare allora? Lo Stato si impegni ad acquistare fino al doppio del numero di azioni oggi in circolazione al doppio del loro recente prezzo medio, ma fra cinque anni. Un improbabile intervento futuro con un impatto immediato. Si invertirebbero le dinamiche negative dei mercati azionari e le banche potrebbero tornare a raccogliere capitale privato. Senza costi per il contribuente.
Ecco una proposta “semplice”. Lo Stato si impegna ad acquistare fino al doppio del numero di azioni oggi in circolazione al doppio del loro recente prezzo medio, ma fra cinque anni. (Naturalmente, i numeri che ho citato sono solo indicativi).Il provvedimento prefigura interventi futuri (e improbabili), ma il suo impatto immediato sarebbe enorme. In particolare, invertirebbe le dinamiche negative dei mercati azionari e permetterebbe alle banche di raccogliere capitale privato.L'effetto più diretto sarebbe un incremento superiore al 100 per cento del prezzo delle azioni delle banche, perché l'impegno preso fissa un limite minimo sui prezzi tra cinque anni, ma il potenziale di rialzo è enorme una volta superato l'ostacolo della crisi. Acquistare azioni di queste banche sarebbe come acquistare buoni del Tesoro più una “call option” al rialzo. E il rialzo si diffonderebbe immediatamente anche ai corsi delle azioni delle attività non finanziarie. I consumatori, e in particolare i pensionati, vedrebbero ricostituita almeno in parte la loro ricchezza, le compagnie di assicurazione migliorare i loro bilanci, mentre verrebbero spazzati via i venditori allo scoperto e gli speculatori (come è stato fatto a Hong Kong nel 1997): avremmo messo le fondamenta per un circolo virtuoso.
SENZA COSTI PER IL CONTRIBUENTE
Il secondo effetto, che rafforza il primo, sarebbe la stabilizzazione del settore finanziario perché le banche ora disporrebbero delle condizioni necessarie per raccogliere capitale privato. Finora le banche non hanno cercato di farlo perché ai prezzi attuali avrebbe un effetto diluizione eccessivo. E anche i potenziali investitori non hanno interesse a investire capitali perché è grande il timore di ulteriori diluizioni, attraverso gli interventi statali o, ancor peggio, direttamente attraverso le nazionalizzazioni. Un impegno a sostenere i corsi azionari in futuro, invece della nazionalizzazione a breve termine, invertirebbe queste dinamiche negative e porterebbe a una rapida ricapitalizzazione del settore bancario.E al contribuente quanto costerebbe tutto ciò? Probabilmente, niente. È molto improbabile che la crisi duri cinque anni, in particolare in presenza di una risposta energica della politica. Ed è probabile che cambi il valore di mercato delle azioni della maggior parte delle banche. Ho proposto di “raddoppiare i prezzi recenti” per ridurre l'effetto di shock, ma forse sarebbe meglio “quadruplicarli” e allungare il periodo a dieci anni.
DUE OBIETTIVI CHE SI POSSONO SEPARARE
I due obiettivi della proposta si possono raggiungere anche separatamente. Per esempio, se non piace l'idea di sollevare la borsa, ma interessa quella della ricapitalizzazione privata, si può modificare il meccanismo per garantire solo le nuove emissioni di azioni. Ciò permetterebbe alle banche di raccogliere capitale a prezzi ragionevoli e non a quelli odierni, di saldo, determinati dal panico. Non offrirebbe però garanzie agli attuali azionisti e quindi non produrrebbe alcun effetto boom sul mercato azionario.Per esempio, supponiamo che dopo aver studiato i libri contabili di una banca, il governo decida che se si valutano le attività in modo corretto, invece che agli attuali prezzi di mercato, le azioni valgono cinque volte il valore di mercato di oggi, che è un dollaro. Il governo decide anche che per resistere a una catastrofe aggregata la banca ha bisogno di una ricapitalizzazione di 5 miliardi di dollari. Garantirà allora il nuovo capitale con opzioni put sufficienti a far sì che si voglia acquistare un miliardo di azioni a 5 dollari ciascuna. Ciò diluisce gli attuali azionisti, ma solo perché sono costretti a detenere una riserva di capitale per garantire l'elasticità di sistema contro la catastrofe, non per l'emissione forzata di azioni a prezzi determinati dal panico.È possibile anche fare il contrario: sostenere semplicemente il mercato azionario, come ha fatto con successo Hong Kong nel 1997, senza però facilitare direttamente la ricapitalizzazione. Anche in questo caso, mi sembra necessario concentrarsi sulle principali istituzioni finanziarie e non sui mercati nel loro insieme. Per (almeno) tre ragioni.Primo, le vendite a prezzo di realizzo sono concentrate su queste istituzioni da quando sono iniziate le ipotesi di nazionalizzazione e i problemi di liquidità hanno distrutto il valore delle azioni.Secondo, è impossibile valutare i bilanci di un gran numero di società con la necessaria velocità, è meglio allora concentrarsi su quelle che hanno l'effetto sistemico più importante e procedere rapidamente.Terzo, il debito pubblico va tenuto sotto controllo: concentrarsi sulle maggiori istituzioni finanziarie consentirà probabilmente di mantenere l'ipotetica passività pubblica sotto i 500 miliardi di dollari.In ogni caso, l'ammontare complessivo dipende da quanto capitale è necessario a una banca per sopravvivere alla peggior catastrofe e da quale sarà il valore atteso delle sue azioni, una volta ricapitalizzata adeguatamente la banca.


* Il testo in lingua originale è pubblicato su Vox.


di Ricardo Caballero


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