mercoledì 25 febbraio 2009

La "Scoria" infinita


La Bosnia Erzegovina importa tutto. Anche la radioattività. Sempre più elementi portano a crederlo anche se la verità deve essere supportata da fatti e il problema è che in questi casi i fatti, cioè le prove, rimangono sempre ben nascosti. L’inizio di questa brutta storia risalirebbe agli anni 1994-1995. I Balcani a quel tempo erano un campo di esperimenti di vario tipo. Proprio in quel periodo comincia tra l'altro la storia dell’uranio impoverito. Si è parlato di questo fenomeno anche in Italia perché si ritiene che la morte di alcuni soldati italiani sia dovuta proprio al fatto che erano stati in Bosnia Erzegovina durante la guerra. Ogni tanto sulla stampa locale esce qualche notizia allucinante non solo relativa all'uranio impoverito, ma anche in merito all’esistenza di altre “scorie” radioattive. L’ultima, pubblicata il 3 febbraio scorso dal quotidiano croato “Večernji list” e poi ripresa sulla stampa della BiH, riguarda discariche radioattive nei laghi dell’Erzegovina. Le fonti, che vogliono sempre rimanere anonime (questa volta si tratta di un ex agente del SIS - servizio di informazioni e sicurezza della BiH), parlano di elicotteri militari francesi che negli anni passati avrebbero scaricato rifiuti radioattivi nei laghi di Buško (nei pressi di Livno), Ramsko e Jablaničko (tra Prozor e Jablanica). Secondo la fonte anonima si tratterebbe di blocchi di calcestruzzo con un peso di varie tonnellate, contenenti rifiuti radioattivi. I carichi radioattivi sarebbero partiti dalla Francia e attraverso il porto di Bar, in Montenegro, avrebbero attraversato Stolac (in Erzegovina) per raggiungere infine la zona dei laghi. In tutto questo periodo il trasporto di questi rifiuti sarebbe avvenuto senza alcun ostacolo. Tutta la zona era sotto il commando dello SFOR francese e nessuno dei locali era in grado di controllarlo. Ovviamente, già anni fa, qualcuno aveva intuito qualcosa di poco pulito in questa faccenda. Anche i sevizi segreti della BiH avevano provato ad intervenire, ma si ritrovarono impotenti e accusati di “controllo illegale delle forze SFOR”. Secondo quanto pubblicato dai media locali, tutte le operazioni per scaricare i rifiuti radioattivi nei tre laghi si sarebbero svolte di notte. Nessuno poteva osservare queste “attività militari” e finiva che la gente locale si lamentava solo del rumore degli elicotteri. Stando a quanto è stato pubblicato dai giornali, la Francia cercava in questo modo di risolvere il suo problema delle discariche radioattive, dopo aver avuto problemi con la Spagna per le discariche sui Pirenei. In questi giorni la notizia sulle discariche di rifiuti radioattivi sta suscitando grande scalpore. Ma non è la prima volta che accade. E poi tutto finisce nel dimenticatoio. Tempo fa si era già scritto a proposito di camion militari francesi che avrebbero scaricato materiali nelle fosse di Goranci (20 chilometri da Mostar). La gente del posto aveva protestato chiedendo di capire di che tipo di rifiuti si trattasse. Arrivarono da parte francese risposte rassicuranti, che negavano la pericolosità dei rifiuti. E tutto si fermò lì, nonostante parecchi dubbi permanessero. Negli ultimi anni il sottoscritto ha avuto occasione di sentire altre storie simili: i militari dello SFOR che avrebbero portato “carichi radioattivi” nelle miniere abbandonate vicino Jajce e altri in Bosnia centrale. Ma si trattava sempre di fonti che non erano mai in grado di mostrare uno straccio di documentazione. Tante storie ma alla fine niente di concreto. E non dimentichiamo i tanti casi di tumori tra la popolazione locale in BiH. Ma, secondo molti, la crescita dei casi di tumore potrebbe essere provocata anche da altro e non necessariamente dall’uranio impoverito. Poco tempo fa in un’area della fabbrica Mittal Steel di Zenica sono arrivati dei vagoni con rifiuti di ferro dalla Romania. E' stata registrata una certa radioattività nel “pacco”. Niente di nuovo ritengono nel partito BOSS (Bosanska Stranka). Secondo questo partito “da quando sono entrate nell’Unione europea, Bulgaria e Romania stanno cercando di liberarsi di tutte le scorie radioattive e la soluzione l’avrebbero trovata in Bosnia Erzegovina”. Nel gennaio scorso la stampa locale riporta di un altro caso, ancora più strano. Si tratta di botti contenenti pittura radioattiva, rimasta per anni nelle cantine del Parlamento della BiH. Infatti le botti sono state trovate anni fa nei pressi di Sarajevo e senza nessun controllo trasportate nel palazzo del Parlamento. Nelle vicinanze di Sarajevo dal 1994 sono state trovate altre diverse fonti di materiale radioattivo. Se lo ricorda anche l’ex comandante del Primo corpo dell’Armija BiH, Vahid Karavelić. La montagna Igman già allora era diventata una discarica di materiale radioattivo, nonostante sia una cosiddetta zona di “acque protette”. E ancora oggi nei pressi di Igman, Hadžići, Trnovo, ci sono discariche simili. Di questo si dovrebbe occupare il ministro Sredoje Jović, ritiene la professoressa Lamija Tanović, della Facoltà di Fisica di Sarajevo. “Purtroppo, l’Agenzia per la protezione contro la radiazione ionica e la radioattività in BiH è stata costituita solo di recente, e proprio dal ministero degli Affari Sociali guidato da Jović che di queste problematiche avrebbe dovuto occuparsi da tanto tempo”, conclude la Tanović. Negli ultimi anni abbiamo avuto anche altri casi di importazione di materiale pericoloso dai nostri vicini di casa. Nel 2005 la Croazia voleva liberasi di un gran numero di vecchie (più di trenta anni) bombole del gas. Più di trentamila di queste bombole al prezzo di sole due kune (mezzo euro) sono finite in Bosnia Erzegovina . Tanti piccoli e grandi casi, alcuni dei quali vengono a galla solo oggi. Anche questo articolo potrà sembrare incompleto. Mancano tante risposte e tanti argomenti per completare questa storia. Ma questa sui rifiuti radioattivi in Bosnia è una storia (e scoria) senza fine. Se ne parla adesso, e forse già fra qualche settimana si dimenticherà tutto. E così di nuovo. Nel frattempo nessuno sa su che terreno sta crescendo la Bosnia Erzegovina. 
di Dario Terzić 
Link: http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10942/1/42/

Turchia, guida morale del mondo musulmano sunnita


Le recenti aspre polemiche della Turchia nei confronti di Israele sono il frutto del riaffiorare, negli ambienti del partito di governo turco, di un’idea ereditata dall’impero ottomano, secondo la quale la Turchia è la guida morale del mondo musulmano sunnita – sostiene la ricercatrice israeliana Anat Lapidot-Firilla.

Ci sono molte teorie differenti sulle ragioni del crescente atteggiamento critico espresso dalla Turchia nei confronti di Israele e del suo modo di trattare i palestinesi. Alcuni hanno suggerito che l’ostilità sarebbe dovuta alla lotta interna in Turchia tra l’establishment militare laico e il partito islamico attualmente al potere. Secondo questa logica, gli attacchi del primo ministro Recep Tayyip Erdogan ad Israele hanno l’obiettivo di mettere in difficoltà l’esercito, che ha consolidati legami con l’establishment militare israeliano. Altri vedono il sostegno verbale ad Hamas come indicativo di un’esplicita decisione, da parte del Partito “Giustizia e Sviluppo” ( AKP ), di sottrarre la Turchia all’alleanza con l’Occidente – allo stesso tempo avvicinandosi all’Iran. 

Una spiegazione che ha ottenuto seguito presso l’opposizione turca in declino è quella secondo cui la politica estera dell’AKP in generale, e particolarmente rispetto ad Israele ed Hamas, sarebbe legata all’ agenda religiosa del premier Erdogan. Altri vedono la crescente retorica anti-israeliana come un sintomo di un’atmosfera politica populista , nel momento in cui la Turchia si prepara alle elezioni locali, previste per la seconda metà di marzo. Altri ancora leggono l’accresciuta tensione attraverso la lente delle lotte per l’egemonia tanto a livello regionale che internazionale. Ma, anche i sostenitori di questo approccio hanno problemi a spiegare sia l’intensità e la tenacia dell’insistenza turca nell’accreditarsi come unico mediatore regionale, sia, allo stesso tempo, la rabbia espressa dal premier Erdogan nei confronti dei vari premier israeliani  ( non solo Ehud Olmert, ma anche Ariel Sharon prima di lui )  per non avergli portato il dovuto rispetto e per non avergli permesso di svolgere il proprio legittimo ruolo di mediatore regionale.
Certamente, le ultime dichiarazioni di Erdogan su Israele devono esser viste nel contesto dell’auto-percezione turca in costante cambiamento rispetto ai propri vicini e al resto del mondo islamico. I turchi sostengono in modo crescente una visione della loro nazione come leader morale di entrambe le aree. Vedono se stessi assumersi il fardello ereditato dai loro predecessori ottomani, il cui impero si estendeva dal Nord Africa all’Asia centrale, una missione che include il sostegno alla pace ed alla stabilità, come anche alla prosperità economica regionale.

Il “fardello dell’uomo turco” richiede sia l’assunzione di una posizione molto più critica rispetto ad Israele, sia di esser visto come il protettore dei palestinesi. Mediare tra la Siria e Israele è l’altra faccia della medaglia dell’auto-percezione turca in via di trasformazione.

In questo senso, l’aspra protesta contro l’offensiva israeliana a Gaza non si discosta molto dall’opinione comunemente diffusa in Turchia negli ultimi anni. Ma è sicuramente diventata più “tagliente” e più militante. Gli attacchi alle proprietà degli ebrei, una stampa allineata con il governo, e l’uso di istituzioni religiose ed educative   per promuovere una campagna anti-israeliana sono solo alcuni esempi. Israele è dipinto come barbarico, incivile, così come effimero, mentre i regimi arabi che  non sono corsi in difesa dei palestinesi  vengono descritti come stati dittatoriali che mancano di legittimità politica.
 
L’idea della Turchia come guida del mondo islamico sunnita non è nuova. Si deve ricordare che anche verso la fine dell’impero ottomano, quando il programma di civilizzazione lanciato dal padre fondatore  Mustafa Kemal Ataturk stava avendo inizio, coniugando occidentalismo e laicità, un sentimento di responsabilità nei confronti della periferia araba e turca si stava sviluppando. Gli agenti del programma di civilizzazione furono  inviati nelle province per diffonderne le idee, e i discendenti delle élite tribali presenti in tutto l’impero venivano convocati ad Instabul per partecipare a gruppi di rieducazione nella speranza che, una volta tornati nelle loro rispettive regioni, avrebbero diffuso i valori della civiltà turca.
A quel tempo, questo senso del  “fardello”era in competizione anche con un’idea analoga sviluppata nelle imprese culturali francesi ed americane nella regione. Nonostante tutto, con la salita al potere di Atatürk alla fine della Prima Guerra Mondiale, e poi per tutto il periodo kemalista, gli sforzi di civilizzazione furono rivolti all’interno, con una politica di disimpegno dal mondo arabo e dal Medio Oriente prevalente durante il XX secolo.

Lo stesso Erdogan ha spiegato il suo comportamento a Davos, dove si è infuriato in seguito alle critiche espresse dal presidente israeliano Shimon Peres, come un tentativo di difendere l’onore della nazione turca. Non è il primo leader turco a sentirsi investito di una tale responsabilità. Atatürk e Adnan Menderes – il primo ministro rovesciato e impiccato a seguito del golpe militare del 1960 – sono entrambi due buoni esempi. Eppure, le loro dichiarazioni si rivolgevano piuttosto alla politica interna turca.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha risvegliato alcune percezioni imperialistiche in Turchia. Tutto è cominciato con la sensazione che la Turchia fosse responsabile di diffondere la democrazia tra le popolazioni turche nelle repubbliche ex sovietiche. Attualmente, Ankara sta conducendo una campagna di informazione mirata a riposizionare la Turchia in Asia centrale, nei Balcani e nel Medio Oriente arabo. Nella sua aspirazione all’egemonia, la Turchia è in competizione sia con l’Iran che con l’Egitto – e, nella sua immaginazione, forse anche con Israele.
       
L’elite kemalista  prova un senso di disagio rispetto a questa tendenza. I suoi membri sono imbarazzati dalle uscite pubbliche del premier Erdogan, anche se le critiche ad Israele sono accettabili per la maggior parte di essi. Le uscite poco diplomatiche di Erdogan hanno infatti  spinto alcuni membri dell’establishment al punto di mettere in discussione la sua stabilità psichica.

Il nuovo “fardello” turco  mette in risalto il fatto che la Turchia è parte del Medio Oriente islamico. Proprio nel momento in cui i kemalisti si stavano preparando all’entrata nell’Unione Europea, Erdogan ha fatto riaffiorare ed ha enfatizzato  quegli stessi elementi che essi avevano cercato di stemperare per tutto il secolo passato. Proprio questa settimana, giornalisti ed accademici legati all’AKP hanno lanciato una campagna che sostiene che l’Europa non ha futuro senza la Turchia, una rivendicazione che sembra discostarsi dalle realtà del XXI secolo. La realtà, al contrario, richiede il proseguimento delle riforme e l’osservanza dei requisiti europei.  

Sebbene sia improbabile che accada, potrebbe essere arrivato, per Erdogan ed i suoi consiglieri, il momento di riesaminare la politica estera  nei  confronti sia dell’Europa che di Israele, e di abbassare i toni della retorica. L’insistenza di Erdogan sul fatto di non essere antisemita è probabilmente sincera. Ma sostenere che i media mondiali sono controllati dagli ebrei potrebbe non essere il modo migliore di dimostrarlo.  

di Anat Lapidot-Firilla   

Anat Lapidot-Firilla è senior research fellow presso il Van Leer Jerusalem Institute e insegna  alla Hebrew University

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/02/24/cosa-si-nasconde-dietro-l’antagonismo-turco-verso-israele/   Titolo originale:

Fonte: http://www.haaretz.com/

What is behind Turkey’s antagonism toward Israel?

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