martedì 24 febbraio 2009

Africa, la colossale discarica


La notizia arriva dalla Gran Bretagna. Una inchiesta giornalistica condotta dal quotidiano The Indipendent, da Sky News, e dall'associazione ambientalista Greenpeace, ha portato alla scoperta di un colossale traffico illegale per lo smaltimento di rifiuti pericolosi tra Regno Unito e Nigeria.
Secondo la legge inglese esistono precise norme per smaltire o riciclare elettrodomestici e apparecchiature elettroniche che possono contenere materiali e componenti pericolosi per l'ambiente e che necessitano quindi di speciali trattamenti. Da circa due anni, come recepimento di una direttiva comunitaria, sono nati presso i comuni inglesi dei centri per la raccolta e lo smaltimenti di televisori, computer, stampanti, telefonini, lavatrici, frigoriferi e quant'altro venga dismesso dalle famiglie britanniche perché rotto o semplicemente vecchio.
Questi centri dovrebbero verificare se le apparecchiature sono da buttare o possono in qualche modo essere riutilizzate come materiale usato, o almeno in qualche loro componente.
E qui la legge consente una scappatoia lucrosa: se l'apparecchio è ormai semplice rifiuto, deve essere smaltito in Gran Bretagna con protocolli appositi che evitino inquinamento e dispersione ambientale, e si tratta di procedure spesso costose. Ma, se l'apparecchio è ancora utilizzabile, può essere esportato e venduto all'estero.
Accade così che società di intermediazione acquistino in blocco i rifiuti, e senza distinzione tra materiale da smaltire o materiale di recupero, lo vendano e trasportino nel Terzo Mondo dove finisce in minima parte in qualche mercato locale, o dove, per lo più, viene smaltito senza alcun controllo ambientale.
Gli autori dell'inchiesta giornalistica hanno voluto toccare con mano il meccanismo. Hanno così seguito l'intero tragitto di un vecchio televisore del tutto inutilizzabile ma al cui interno avevano inserito un trasmettitore satellitare GPS. La televisione-spia è così passata da un centro di raccolta dello Hampshire, al porto inglese di Tilbury, da qui messo in un container e portato a Lagos, in Nigeria, dove ogni giorno arrivano una quindicina di container carichi di ogni tipo di residuo elettronico industriale. Qui gli autori dell'inchiesta si sono premuniti di riacquistare il loro televisore prima che facesse la fine di tanto altro materiale: buttato senza precauzioni in discariche a cielo aperto, immensi cimiteri di apparecchi elettronici.
Queste discariche sono la piccola fortuna di milioni di diseredati (che a Lagos vivono di ogni espediente, così come nei sobborghi di tutte le grandi città africane come nel resto del sud del mondo) che cercano di riciclare tutto il possibile: soprattutto rame, piombo, coltan. Ma pagano caro il prezzo di frugare tra le antiche ricchezze dell'opulente occidente. In queste apparecchiature sono contenuti materiali altamente nocivi per la salute, come ad esempio il mercurio che attacca reni e sistema nervoso, o il bario letale per apparato digerente e polmoni, o i tanti materiali plastici e di rivestimento che devono essere bruciati per prelevare i metalli e che sprigionano diossina e tossine cancerogene.
Si è calcolato che dalla sola Gran Bretagna siano arrivati in Africa 10mila tonnellate di televisori e 23mila tonnellate di computer classificati come rifiuti pericolosi, e che, più in generale, il 47% di tutte le scorie prodotte in Europa, Italia compresa, vengano spedite nei Paesi in via di sviluppo. I due paesi che godono maggiormente di tale fortuna sono appunto la Nigeria e la Somalia.
È possibile ritenere che questa inchiesta abbia semplicemente portato alla luce traffici di gente senza scrupoli o che sia l'intero sistema della produzione industriale occidentale predisposto per tale esito? Vogliamo qui ricordare, come fatto altrove (vedi Lawrence Summers, l'uomo di Obama che guarda all'Africa come ad una discarica) ciò che scriveva Lawrence Summers nel 1991 quando ricopriva il ruolo di alto funzionario della Banca Mondiale, prima di diventare segretario del Tesoro americano dell'amministrazione Clinton, rettore di Harvard (ovvero la più prestigiosa università americana) ed essere recentemente nominato da Barak Obama direttore del Consiglio Nazionale dell'Economia statunitense. 
Questo uomo, esempio di massimo livello della leadership occidentale, scriveva dunque quanto segue in un memorandum riservato della Banca Mondiale. Ai lettori di trarre le necessarie conseguenze:

"Vi sono [...] validi motivi per cui la Banca Mondiale dovrebbe incoraggiare un più intenso trasferimento delle industrie inquinanti verso i Paesi meno sviluppati: [...] una certa quantità di inquinamento dovrebbe venire prodotta nei Paesi con i costi minori, ovvero nei Paesi con i salari più bassi. Credo che la logica economica a sostegno dello smaltimento dei rifiuti tossici nei Paesi più poveri sia impeccabile e che noi dobbiamo accettarla. [...] Ho sempre pensato che i Paesi poco densamente popolati dell'Africa siano decisamente sotto-inquinati, paragonati a metropoli come Los Angeles o Mexico City. Solo il deplorevole fatto che la maggior parte dell'inquinamento sia generato da industrie nazionali e quindi non trasferibili (trasporti, produzione di elettricità, ecc.) e che le spese per il trasporto dei rifiuti solidi siano così alte, impedisce alle società mondiali di intensificare il "trasferimento" dell'inquinamento dell'aria e dei rifiuti. La richiesta di un ambiente pulito per motivi estetici e di salute è direttamente proporzionale al reddito di una nazione. La preoccupazione riguardo un agente inquinante che aumenti di una su un milione le probabilità di venire colpiti dal cancro, ad esempio alla prostata, sarà ovviamente molto maggiore in un Paese dove la popolazione raggiunge un'età in cui si possa sviluppare tale tipo di tumore, piuttosto che in un Paese dove la percentuale di mortalità infantile sia intorno al 200 per mille. Ricordiamo che la produzione industriale è mobile, mentre il consumo di aria pura non è commerciabile".

di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/esteri_int.php?id=1114

Il segno della crisi in Russia


I segni della crisi economica mondiale cominciano a farsi evidenti anche in Russia, dopo anni di crescita e relativa stabilità dovuta all'elevato prezzo di gas e petrolio.

Crollati i profitti facili derivanti dalla bolla energetica, adesso il Cremlino è costretto a ricorrere alle proprie riserve finanziarie per fronteggiare un'emergenza che rischia di travolgere il settore industriale russo, e con esso decine di migliaia di lavoratori: iniezioni massicce di dollari (il rublo si è svalutato del 30 percento in meno di un anno, rispetto al biglietto verde) per soccorrere oligarchi e magnati dell'acciaio indebitati onde evitare che questi attivino un pericoloso effetto domino: più persone licenziate uguale più instabilità per il regime putiniano.

'Nuove elezioni'. Solo a gennaio, la disoccupazione è aumentata di 330 mila unità, raggiungendo i 6,1 milioni di persone. Di queste, solo 1,8 possiedono i requisiti per poter accedere al sussidio. La previsione di crescita dell'economia russa è dell'uno per cento quest'anno, dopo anni in cui l'Orso è stato ben avvezzo e ben corroborato dalla pioggia di liquidità del petrolio a 140 dollari al barile. L'inflazione ha raggiunto il 13 percento, e lo stipendio medio che a settembre era di 20 mila rubli (550 euro), al cambio attuale vale 386 euro. Così, nelle piazze cominciano a radunarsi i manifestanti: due giorni fa, a Mosca riecheggiavano cori familiari alle orecchie dei lavoratori russi fino al '99, prima cioè che Putin prendesse le redini del potere rimuovendo il brutto ricordo degli sperperi eltsiniani e della svendita delle grandi compagnie di Stato. Trecentocinquanta persone si sono radunate due giorni fa nel centro della capitale, aizzati da uno dei leader dell'opposizione, Michail Kasyanov, che ha parlato di una crisi "non solo finanziaria, o economica, ma di sistema", invocando nuove elezioni entro sei mesi.

Contraccolpi. Nonostante il governo liquidi le critiche considerandole mere 'farneticazioni di un opposizione radicale e marginale', lo stesso Medvedev ha ammesso di "lavorare a passo troppo lento, inaccettabilmente lento, per una crisi". I manifestanti esibivano cartelloni color arancione, in ricordo della Rivoluzione ucraina che ha portato un governo filo-occidentale al potere. Ma anche nel Paese confinante spirano venti di crisi. Il deterioramento della salute finanziaria di alcuni istituti di credito, in Ucraina come in altri Paesi dell'ex cortina di ferro, incombe come una spada di Damocle sulle loro case madri in occidente. Il tema è stato discusso ieri a Berlino dai ministri delle Finanze. I ricavi delle banche più esposte nei Paesi dell'Europa centrale ed orientale hanno perso tra il 10 ed il 25 per cento in borsa. In Repubblica Ceca, in Romania ed in Croazia la maggior parte del sistema creditizio appartiene infatti a istituti 'occidentali'. E il crollo della borsa di New York della settimana scorsa è stato provocato proprio dagli oscillanti mercati dell'Est Europa. Gli Stati Uniti risentiranno di tali ripercussioni soprattutto sul mercato delle obbligazioni. Secondo Kenneth Rogoff, professore all'università di Harvard ed ex capo economista al Fondo monetario internazionale, "i mercati creditizi sono ormai strettamente interconnessi, e la crisi dell'Europa orientale è destinata a incidere pesantemente sulle obbligazioni Usa". Secondo altri, Paesi come Polonia e Ungheria, che nel tentativo di emulare il libero mercato dopo il crollo del Muro hanno chiesto pesanti prestiti, stanno adesso segnando il passo: tali governi sono costretti a tagliare la spesa pubblica e ridurre i servizi sociali, perchè nessuno, oggi come oggi, è più disposto a prestargli un quattrino.

di Luca Galassi

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14370/Russia,+si+sgonfia+la+bolla

3407 Continental Connection, un volo scomodo

Erano due donne coraggiose. Si trovavano entrambe coinvolte nel tentativo di far partire dei processi su due distinte vicende di stragi, due casi terribili e pieni di implicazioni politiche, molto scomode per certi poteri, ossia le stragi dell’11 settembre 2001 e le stragi in Africa centrale. Non hanno fatto in tempo a vedere un’ulteriore fase processuale con tanto di atti di citazione, deposizioni sotto giuramento, procedure rivelatrici. Non potranno vedere tutto questo perché sono morte lo stesso giorno, il 12 febbraio 2009, nello stesso incidente aereo, quello del volo 3407 Continental Connection, precipitato su un sobborgo di Buffalo, NY, USA.
Arriveremo a ricordare chi erano queste due signore. Finora ci si dice che il ghiaccio sulle ali è stato la causa della sciagura in cui hanno perso la vita, assieme ad altre 47 persone. Qualcuno, però, come il «Times», ha cominciato a riportare il mistero di alcune circostanze dell’incidente, avvenuto con inspiegabile - per ora - subitaneità. 

Una volta saputo chi sono le vittime, il profilo delle due donne più note ci pone subito qualche domanda sui dettagli del disastro, essendoci ormai abituati a notare troppi casi di prematura scomparsa legati alle vicende della Guerra Infinita. 
Una delle due figure chiave è quella di Beverly Eckert. Suo marito era morto nel mega-attentato alle Torri gemelle. Per i familiari di ciascuna delle vittime dell’11/9, l’amministrazione Bush-Cheney non aveva badato a spese, arrivando a stanziare quasi 1,8 milioni di dollari per ogni caduto. In tutto, la compensazione a beneficio dei familiari delle vittime superava i 4 miliardi di dollari. C’era però una condizione. Per ottenere la somma sull’unghia, le famiglie dovevano esplicitamente rinunciare a perseguire qualsiasi ente americano (dal governo sino alle compagnie aeree). Lo USA Patriot Act bloccò per legge anche le possibili cause intentate nei confronti di aziende di sicurezza estere. I familiari delle vittime in stragrande maggioranza accettarono. Questo ‘bailout del silenzio’ risparmiò molte rogne alla premiata ditta Bush-Cheney. 
Beverly Eckert invece si rifiutò di rinunciare alla ricerca della verità. Unendosi alle «Voci dell’11 settembre», disse a chiare lettere che non barattava il suo mutismo con i dollari del governo: «Il mio silenzio non si compra». Con quel pervicace impegno che abbiamo conosciuto in tanti casi in cui le madri e le mogli delle vittime hanno impedito che il potere evitasse di fare i conti con le sue responsabilità (quel genere di implacabile insistenza che abbiamo apprezzato ad esempio nelle madri di Plaza de Mayo nell’Argentina dei desaparecidos), anche la signora Eckert era diventata un’attivista energica impegnata in una causa difficile: la riapertura delle indagini sull’11/9. Con altri componenti del “Family Steering Committee” a suo tempo aveva redatto una lista di 100 domande da presentare alla Commissione sull’11/9. Insabbiate.

Essendo ovviamente insoddisfatta di quanto era uscito da quel porto delle nebbie, per smuovere le acque puntava molto in alto, a Washington. Solo una settimana prima di morire aveva ricevuto udienza dal presidente Obama per proporgli l’istituzione di una commissione federale, con poteri più penetranti sui testimoni da coinvolgere, a partire da Bush e Cheney. 
Il movimento della Eckert premeva affinché non ci fosse nessuna remora per citare in una corte l’ex presidente, il suo potente vicepresidente, nonché tutti i massimi responsabili degli apparati d’intelligence e della sicurezza nazionale. La sua battaglia non si limitava a questo. Era sua anche la richiesta di declassificare quei documenti che sarebbero stati in grado di fornire alcuni definitivi chiarimenti sui fatti. L’impegno legale di Beverly Eckert spaziava fino alla contestazione dell’irregolarità che inficiava i tribunali speciali di matrice militare, quelle commissioni che portavano avanti l’abominio dei processi senza ‘habeas corpus’ a carico dei presunti terroristi, non solo quelli di Guantanamo. Sebbene il potere avesse sinora opposto resistenze legali efficaci rispetto alla sua azione, l’impegno di Beverly riusciva ad avere ancora un certo rilievo mediatico.
Interessante anche il profilo dell’altra vittima eccellente dell’incidente aereo. Si tratta di Alison Des Forges. Era un’eminente consulente del Tribunale Internazionale dell’ONU che ha in carico i processi contro le autorità imputate dei genocidi dell’Africa centromeridionale, in Ruanda, Burundi e Congo. Profonda conoscitrice della storia dell’area dei Grandi Laghi africani, fin da subito fu capace di attirare i media e le istituzioni a livello internazionale affinché considerassero l’immane strage africana. Le sue deposizioni giurate furono molto rilevanti in occasione di decine di processi per genocidio presso alcune corti nazionali. Ma per lei il bersaglio grosso da raggiungere era un’affermazione internazionale del diritto umanitario. 

Il suo libro sulla vicenda del Ruanda – il volume di riferimento su quel genocidio - aveva un titolo che, a questo punto, non può far altro che inquietarci ancora di più: “No witness must survive”. Nessun testimone deve sopravvivere. È stato anche il suo epitaffio.
Due donne coraggiose, impegnate contro poteri e complicità molto altolocate, hanno dunque perso la vita per straordinaria coincidenza nella stessa occasione, ossia il primo incidente aereo letale da oltre due anni negli Stati Uniti. Uno scherzo del destino che si è divertito a rallentare o accelerare l’agenda delle due signore, fino a trovare l’occasione giusta. 
La causa dichiarata dell’incidente occorso al Dash 8Q-400 della Bombardier, ossia il ghiaccio sulle ali, si sarebbe determinata nonostante i piloti assicurassero – come risulta dalle registrazioni – di aver messo in funzione tutti i dispositivi, che evidentemente non hanno però funzionato.
di Pino Cabras - Megachip

La crisi e il suo effetto geopolitico


L’agitazione finanziaria ed economica che il mondo sta attualmente attraversando avrà certamente molte serie conseguenze che vanno al di là di tali settori. Per certo, il suo effetto geopolitico potrebbe essere di gran lunga più serio di quanto sia comunemente riconosciuto ed è un elemento che non può essere trascurato né dai capi di stato né dagli analisti.

Alcuni studiosi sostengono di sovente che la politica e l’economia siano in qualche modo separate. Tale teoria è profondamente fallace perché politica ed economia sono strettamente interconnesse. In effetti il potere politico e la ricchezza economica si coltivano vicendevolmente. In modo simile i problemi economici molto spesso tendono a riportarci ai problemi politici ed è ugualmente vero anche il contrario.

Pertanto è abbastanza ragionevole asserire che questa crisi finanziaria avrà un enorme impatto sull’equilibrio di potere del sistema internazionale. Alcuni stati (compresi i grandi poteri) potrebbero ridefinire le proprie priorità. Altri stati in situazioni più gravi dovranno attuare dei cambiamenti drastici in riferimento alle proprie politiche.


Prendiamo il caso degli Stati Uniti. Alla fine della guerra fredda gli USA intendevano stabilire un’era unipolare in cui la loro posizione di egemonia sarebbe rimasta senza rivali (il cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”). Tuttavia Washington ha dovuto far fronte a diversi ostacoli e sfide come la nascita di altri grandi poteri (la Cina e la Russia), la proliferazione di regimi anti-americani (Iran e Venezuela), come pure i pantani militari di Washington (l’Iraq e l’Afghanistan). Pertanto la posizione degli USA potrebbe essere indebolita per effetto della crisi finanziaria.

Non si sa a questo stadio se l’egemonia del dollaro prevarrà e se rimarrà indenne. Il dollaro può certamente sopravvivere, ma la sua posizione potrebbe essere criticamente corrosa. È estremamente importante tenerlo presente perché l’egemonia del dollaro è uno dei due pilastri del potere americano, insieme alla forza militare. La posizione del dollaro USA come maggiore riserva valutaria è ciò che ha consentito all’economia americana di finanziare un enorme deficit della bilancia commerciale. Una conseguenza di questo è l’accumulo del maggior debito estero del mondo, pari a quasi il 99.95% del PIL americano (?!). Ciò vuol dire che non può essere pagato, quindi cosa succederebbe se improvvisamente i creditori dell’America decidessero di riscuotere almeno una parte di tale debito? Se gli USA si rifiutassero di pagare, come reagirebbero i suoi creditori?

Per di più, la crisi economica e finanziaria potrebbe limitare enormemente le capacità operative della NATO oltre i propri confini. L’alleanza atlantica sta attualmente contemplando di aumentare la presenza militare in Afghanistan. Cerca inoltre di procedere verso est nello spazio post-sovietico. Tuttavia, tale programma potrebbe essere minacciato da altri problemi che la toccano più da vicino.
È emerso che diversi stati europei (alcuni sia membri dell’Unione Europea che della NATO) stanno già affrontando complicazioni socio-politiche causate dalle loro gravi difficoltà economiche e finanziarie (mancanza di credito, disoccupazione, svalutazione monetaria, debito estero, crescita del PIL negativa). Se la loro situazione dovesse deteriorarsi ulteriormente, non sarebbe affatto inconcepibile l’eventuale dispiegamento delle truppe della NATO nel territorio di uno o più stati membri. Lo scopo ufficiale sarebbe la preservazione della stabilità politica. L’obiettivo non ufficiale (e reale) sarebbe impedire il crollo dei governi alleati della NATO. L’Islanda, la Romania, l’Ungheria, la Grecia, la Polonia e persino l’Italia e la Francia sono in una situazione particolarmente grave. Secondo il quotidiano Der Spiegel la Gran Bretagna stessa (vera e propria culla della moderna finanza) è “sull’orlo della rovina finanziaria”. 

Questo scenario potrà essere considerato inverosimile, ma persino il settore finanziario americano è in circostanze critiche. Come ha recentemente commentato il primo ministro russo Vladimir Putin “… le banche di investimento [un tempo] orgoglio di Wall Street hanno praticamente cessato di esistere. In soli dodici mesi hanno perso quello che hanno guadagnato negli ultimi 25 anni …”.

La Federazione Russa stessa non è immune. Ad esempio, i piani del Cremlino di far diventare Mosca un centro finanziario internazionale non sembrano molto verosimili adesso a causa della svalutazione del rublo. Ciononostante il governo russo sa di avere notevole capacità di manovra per attraversare la crisi. Il suo patrimonio principale è costituito dalle enormi riserve di valute estere (al terzo posto nel mondo) accumulate negli ultimi anni. Inoltre, l’esportazione russa di energia ed armi rappresenta una fonte affidabile di reddito.

Gli altri stati post-sovietici sono in una posizione più delicata. Ad esempio il Kyrgyzstan ha deciso di chiudere la base aerea di Manas (diretta dalla US Air Force) in cambio di concessioni economiche e finanziarie da parte della Russia, una vittoria geopolitica di cruciale importanza per Mosca. Questo ci insegna una lezione di vitale importanza: i mezzi finanziari sono molto utili per raggiungere gli obiettivi geopolitici. D’altro canto l’economia ucraina è piuttosto fragile e si dice che Kiev potrebbe persino riconsiderare la propria politica estera in cambio di aiuti finanziari.

Si deve tener conto del fatto che la Cina detiene le massime riserve di valuta estera del mondo e che quindi Pechino non è interamente non protetta. Tuttavia per effetto della crisi globale, i Cinesi devono evitare le conseguenze politiche potenzialmente destabilizzanti che derivano dalla disoccupazione e dal generale rallentamento dell’economia. Alcuni importanti membri dell’amministrazione di Obama hanno intenzione per lo meno di diminuire il deficit americano della bilancia commerciale facendo pressione su Pechino affinché rivaluti lo yuan cinese, ma la Cina non è ovviamente disposta ad imporre artificialmente restrizioni sulle proprie esportazioni. Tale disaccordo non deve essere sottovalutato perché potrebbe fomentare pericolose tensioni tra i due grandi poteri.

È ancora troppo presto per prevedere con precisione tutte le conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Tuttavia, pare che ne scaturiranno dei riassestamenti geopolitici imprevisti. Il sistema finanziario, come pure l’equilibrio di potere internazionale, si sta avvicinando ad un punto di svolta estremamente critico.

José Miguel Alonso Trabanco vive in Messico ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari militari e geopolitici. Ha conseguito la laurea in Relazioni Internazionali dal Monterrey Institute of Technology and Higher Studies di Città del Messico. I suoi principali interessi sono la geopolitica contemporanea e storica, l’equilibrio di potere mondiale, l’architettura del sistema internazionale e i nuovi poteri emergenti. 
di JOSE’ MIGUEL TRABANCO
globalresearch.ca/
Fonte: www.globalresearch.ca 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

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