lunedì 23 febbraio 2009

Damasco e la primavera dimenticata


Le ripetute visite di delegazioni europee, ed ora americane, a Damasco indicano chiaramente che la Siria sta uscendo dall’isolamento in cui era stata confinata in questi anni. Tuttavia, l’unico interesse delle delegazioni occidentali sembra essere legato alla politica regionale, mentre le violazioni dei diritti umani che il regime siriano compie ai danni del suo stesso popolo vengono ignorate – afferma l’attivista Nadim Houry.

Forse il presidente siriano Bashar al-Assad sta avvertendo gli effetti del promesso “cambiamento” del presidente Obama. Dopo anni di isolamento imposto dagli Stati Uniti, Assad ha ricevuto due delegazioni del Congresso americano da quando Obama è diventato presidente, oltre a una visita di John Kerry, il nuovo presidente della Commissione per le relazioni estere del Senato.

Il fatto stesso che questa visita sia avvenuta è un passo importante nel ristabilire il dialogo diplomatico con la Siria. Ma vi è il timore che le delegazioni americane si concentrino esclusivamente sulle politiche regionali della Siria, ed ignorino il pessimo record che il paese ha in materia di rispetto dei diritti umani. Una decisione di questo genere sarebbe miope, ed alla fine ostacolerebbe l’obiettivo dichiarato di fare della Siria un protagonista positivo in Medio Oriente.

L’esperienza dei responsabili europei, che si sono impegnati in colloqui con Damasco lo scorso anno a proposito dell’appoggio siriano a Hamas e a Hezbollah, e dei rapporti siriani con il Libano, l’Iraq, e Israele, è una buona lezione su cosa non fare. I responsabili europei raramente hanno sollevato la questione dei diritti umani con i loro ospiti siriani e, quando lo hanno fatto, è stato spesso a mo’ di postilla, e senza insistere troppo. Essi di fatto hanno permesso alle autorità siriane di continuare ad opprimere i loro cittadini mentre esse guadagnavano prestigio ad ogni occasione “mediatica” con un dignitario straniero. Gli Stati Uniti dovrebbero essere più chiari dell’Europa nell’adottare una politica estera basata sui principi, che incoraggi il dialogo ma allo stesso tempo si batta per i diritti umani in Siria.

Attualmente, almeno 30 noti attivisti per i diritti civili e politici, inclusi Riad al-Seif, un ex membro del parlamento, sessantunenne, che soffre di cancro alla prostata, e Kamal Labwani, un medico che è stato tra i fondatori del Raggruppamento liberal-democratico in Siria, stanno scontando dei periodi di detenzione per aver pubblicamente criticato le autorità. Ma il modo in cui vengono trattati questi attivisti è solo un aspetto della repressione siriana. Il governo ha molteplici organismi di sicurezza che hanno il compito di mantenerlo al potere e di reprimere le voci del dissenso.

Le leggi di emergenza, imposte nel 1963, rimangono in vigore riducendo fortemente la libertà di espressione e di associazione. Non esistono partiti politici di opposizione; non vi sono libere elezioni. I servizi di sicurezza siriani continuano a tenere persone in stato di arresto senza alcun mandato, ed in molti casi a torturarle per strappar loro delle confessioni. Le autorità trattano i curdi, la più ampia minoranza non araba della Siria, come cittadini di seconda classe. La stampa indipendente è tuttora inesistente; la censura siriana su internet si estende a siti web popolari come il motore di ricerca di Google per i blog, e i siti www.blogspot.com e www.facebook.com.

I primi segnali indicano che gli Stati Uniti stanno seguendo l’esempio europeo nell’ignorare questi fatti e nel concentrarsi solo sul rapporto della Siria con gli avversari degli USA e di Israele. Il senatore americano Benjamin Cardin, nel corso della sua visita di due giorni a Damasco con altri membri del Congresso, ha invitato la Siria a porre fine alla sua alleanza con l’Iran ed a smettere di appoggiare i gruppi militanti nella regione. Il senatore John Kerry ha affermato lo stesso giorno che l’amministrazione Obama avrebbe esercitato pressioni sulla Siria affinché contribuisca a disarmare Hezbollah. Nessuno dei due ha accennato alle violazioni dei diritti umani da parte della Siria. Ciò non è passato inosservato agli attivisti siriani. “Bush ci ha usato, ed ora Obama ci ignora”, mi ha detto uno di loro.

Per molti politici stranieri, è naturale che la politica regionale abbia la precedenza sulle violazioni interne della Siria. Per altri, è preferibile evitare di citare le violazioni siriane dei diritti umani poiché il semplice fatto di stabilire un dialogo con la Siria è già di per sé abbastanza difficile. Un diplomatico europeo residente a Damasco ha sintetizzato questo approccio dicendo: “Una volta che i rapporti con la Siria saranno buoni, potremo sollevare le nostre preoccupazioni per i diritti umani”.

Ma si tratta di un approccio miope. I responsabili americani hanno attualmente una buona opportunità di esercitare pressioni per le necessarie riforme sui diritti umani perché la Siria è desiderosa di emergere dal suo isolamento. Ed il fatto che la Siria rispetti i diritti umani non è soltanto una “cosa buona”; è anche qualcosa che ha un impatto diretto sulla sua politica estera. Senza riforme interne, le politiche della Siria nella regione continueranno a essere determinate dagli interessi dei servizi di sicurezza e della ristretta classe al potere che ha governato il paese negli ultimi 45 anni.

Una Siria che permetta un libero flusso dell’informazione ed un dibattito interno riguardo agli interessi ed alle priorità nazionali sarebbe una Siria probabilmente in grado di agire in maniera più responsabile nella regione. E’ anche importante che la nuova amministrazione americana invii un chiaro messaggio, la cui sostanza sia che essa si impegnerà a promuovere una vera democrazia ed il rispetto dei diritti umani in Medio Oriente, malgrado il disastroso impatto delle politiche di Bush nella regione, che a volte furono portate avanti all’insegna della diffusione della democrazia.

Nel suo discorso inaugurale, il presidente Obama ha affermato: “A coloro che si aggrappano al potere attraverso la corruzione, l’inganno e la repressione del dissenso, sappiate che vi trovate sul lato sbagliato della storia; ma che noi vi tenderemo la mano se siete disposti a schiudere il vostro pugno”.

Il presidente Assad ha ascoltato la seconda parte di questa frase, ma non la prima. In un’intervista pubblicata dal Guardian mercoledì scorso, egli ha fatto riferimento all’invito di Obama affermando che “noi non abbiamo mai chiuso il nostro pugno”. Coloro che si recano in visita da lui a Damasco dovrebbero ricordargli che fino a quando egli continuerà a violare i diritti del suo stesso popolo, il suo pugno resterà più chiuso che mai.

di Nadim Houry

Nadim Houry è ricercatore di Human Rights Watch per la Siria ed il Libano; in precedenza è stato assistente consulente legale per l’indagine ONU sul programma Oil for Food delle Nazioni Unite; risiede a Beirut

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/02/23/la-dimenticata-primavera-di-damasco/

Titolo originale:

The forgotten Damascus Spring

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