giovedì 19 febbraio 2009

L'oltremare francese IN TEMPESTA


Da più di un mese la Guadalupa è paralizzata dalle proteste e la Martinica sta seguendo da una settimana la stessa strada, la Réunion si prepara a scioperare, il malessere si manifesta anche in Polinesia e in Nuova Caledonia. Parigi denuncia il «clima di terrore» e le barricate ma lascia che il clima degeneri.
Domani Nicolas Sarkozy riceverà all'Eliseo i politici dei dipartimenti d'oltremare, prima di riunire, con calma in primavera, un consiglio interministeriale dedicato a queste regioni lontane, anche se molto probablmente oggi la questione della protesta nelle Antille verrà abbordata al vertice sociale con i sindacati all'Eliseo. 
È il primo, debole segnale di un qualche interessamento dei vertici dello stato per quello che sta avvenendo nelle Antille. Da più di un mese la Guadalupa è paralizzata dallo sciopero generale. La Martinica sta seguendo la stessa strada, da più di una settimana e alla Réunion, nell'Oceano indiano, una giornata di protesta è prevista per il 5 marzo. La Guyana era già stata scossa mesi fa da una protesta per il caro benzina, mentre il malessere si manifesta anche dall'altra parte del mondo, nella Polinesia francese e in Nuova Caledonia. Ma nell'intervista televisiva del 5 febbraio scorso, né i giornalisti scelti dall'Eliseo né Sarkozy hanno pensato bene di evocare la crisi in Guadalupa, che era già al decimo giorno di blocco. Da ieri, anche l'aeroporto di Pointe-à-Pitre è chiuso, per mancanza di personale e i turisti, una delle principali fonti di reddito dell'isola, non arrivano più. Nel fine settimana, i gendarmi hanno dovuto presidiare un ipermercato, per permetterne l'apertura per sole 4 ore, visto che la gente non aveva più provviste. 
Protesta economica e culturale
A Pointe-à-Pitre ci sono stati momenti di tensione tra commercianti, che volevano aprire, e manifestanti, che l'hanno impedito. Nella notte tra lunedì e martedì, la protesta ha cominciato a diventare più violenta: auto bruciate, barricate per le strade, incendi appicati qua e là, giovani agitati con il volto coperto da un foulard, lanci di pietre contro la polizia. 
A Parigi, da dove si muove malvolentieri, il sottosegretario all'oltremare, Yves Jégo - che appartiene all'ala cosiddetta «sociale» dell'Ump (il partito di Sarkozy - denuncia il «clima di terrore» che i manifestanti farebbero regnare sull'isola. Il primo ministro, François Fillon, dichiara «inammissibili» le barricate, che ormai impediscono qualsiasi circolazione di merci, a cominciare dalla benzina. Ma l'impressione è che il governo, per il momento, abbia scelto la stessa strategia di parte del padronato locale: lasciare che la situazione degeneri, per sollevare l'indignazione della maggioranza della popolazione contro i manifestanti, che verranno repressi e così le cose continueranno come prima. Le trattative sono a un punto fermo. La gente protesta contro il carovita e chiede che lo stato intervenga per attenuare gli effetti della crisi. La principale richiesta sono 200 euro di stipendio in più per i bassi salari, che Jégo sembra avesse promesso prima di rimangiarsi la parola data, assicurando al padronato sgravi equivalenti dei contributi (per un costo totale di 108 milioni di euro). Ma ora né il governo né il padronato vogliono cedere, per timore che una domanda così semplice e popolare venga ripresa anche nella Francia metropolitana. 
Sarkozy spera di calmare gi spiriti accelerando l'introduzione del Rsa, la nuova versione del reddito minimo (nei dipartimenti d'oltremare, la percentuale di persone che vivono con il reddito minimo è molto più alta che nel resto del paese). Martine Aubry, segretaria del Ps, che giovedì riceverà anch'essa i politici d'oltremare, ha sottolineato che, se non ci saranno interventi contro il carovita, il modello della Guadalupa sarà ben presto copiato nella Francia metropolitana. 
Una prima manifestazione di sostegno alla protesta nelle Antille ha avuto luogo lunedì a Parigi, organizzata dall'insisme dei partiti della sinistra radicale. Sul posto, il presidente socialista del consiglio regionale della Guadalupa, Victorien Lurel, ha proposto di versare 100 euro ai più poveri per tre mesi, per cercare di evitare l'esplosione sociale. Ma i politici sembrano travolti dalla situazione.
Protesta economica e culturale
La protesta è guidata da un collettivo, l'Lkp (in creolo, Unione contro lo sfruttamento ad oltranza), che rappresenta una vera novità politica. L'Lkp raggruppa 49 organizzazioni, non solo sindacali, ma anche associative e culturali. Alla sua testa c'è un sindacalista, Elie Domota, che è riuscito a combinare nella protesta le classiche richieste di carattere economico con questioni culturali e storiche. In Guadalupa «c'è un problema sociale e storico», spiega Christiane Taubira, deputata della Guyana (del partito radicale di sinistra). «Ci sono nelle Antille delle differenze sociali crudeli, che derivano direttamente, storicamente, dalla schiavitù. Il potere economico dei béké (i bianchi discendenti degli schiavisti) è nato dalla tratta dei neri, è stato insediato quando lo stato ha indennizzato i proprietari di schiavi, al momento dell'emancipazione. Tutti quanti hanno questo in testa».
Un'intervista recente di un beké della Martinica a Canal +, dove veniva affermato che lo schiavismo aveva avuto dei «lati positivi», ha suscitato una forte reazione emotiva nelle Antille e ha rafforzato la protesta, all'inizio maggiormente centrata sulle questioni economiche. «La rivendicazione sul potere d'acquisto in Guadalupa e in Martinica - afferma lo scrittore martinichese Patrick Chamoiseau - è l'espressione di un malessere esistenziale di norma silenzioso. Quando i manifestanti cantano nelle strade di Ponte-à-Pitre 'la Guadalupa è nostra, non è loro', si battono contro la persistenza dello spirito coloniale. Il patto repubblicano ci ha integrati nel '48, negando però che eravamo delle entità storiche, culturali e linguistiche distinte. Noi siamo fondamentalmente dei creoli americani, però continuiamo a vivere al ritmo delle previsioni del tempo e delle attualità parigine, voltando le spalle alle altre isole dei Caraibi e al Brasile».
In mano ai monopoli
L'economia delle Antille è in mano a pochi. I prezzi sono esorbitanti, più alti che nella Francia metropolitana, poiché persistono dei monopoli anche nella distribuzione. Jégo ha fatto intervenire l'Autorità di controllo della concorrenza per cercare di calmare la protesta. L'esempio di come si sono bloccate in Martinica le trattative con la grande distribuzione è signifcativo: tutto è naufragato su una quesione semantica, c'era stato un accordo per calmierare i prezzi su un insisme di prodotti di prima necessità, ma i sindacalisti avevano capito sul «latte», sulla «pasta» ecc., mentre la grande distribuzione aveva interpretato l'accordo limitatamente a «una sola marca di latte, una sola marca di pasta» ecc. L'esempio del caro benzina è ancora più significativo, perché intreccia monopolio, corruzione e indifferenza dei poteri pubblici, che hanno sempre lasciato fare. 
di Anna Maria Merlo

Le opportunità rosso-verdi della nuova fase storica

La vittoria di Barack Obama e la recente approvazione del pacchetto clima in sede europea costituiscono due eventi di fondamentale importanza per lo sviluppo di un’economia meno dipendente dai combustibili fossili e a basso impatto ambientale. 
A ciò si aggiunge che la crisi del mercato e dell’ideologia liberista sta riportando in auge l’intervento dello Stato, indispensabile per promuovere e accelerare la ricerca e gli investimenti nelle nuove tecnologie e nei nuovi prodotti. Dunque, oggi si sono create delle condizioni che possono permettere di coniugare i valori e gli obiettivi dell’ambientalismo con un’impostazione di politica economica di sinistra. Ciò significa che a prescindere dallo sbarramento elettorale, dobbiamo impegnarci per costruire un’ampia coalizione “rosso-verde” per rilanciare una politica di programmazione dello sviluppo.  
Uno dei pilastri di questa politica consiste nella programmazione degli investimenti per ridurre il divario Nord-Sud, per accelerare il processo di riconversione energetico-ambientale dell’economia e per accrescere l’occupazione stabile e ben retribuita.
Per essere più precisi, in una strategia di riconversione energetico-ambientale che punti allo sviluppo dell’energia rinnovabile ed al risparmio ed efficienza energetica, lo Stato deve svolgere un ruolo trainante sia utilizzando la domanda pubblica e le imprese ancora sotto il controllo pubblico, cui si affiancano il sistema delle università e dei centri di ricerca; sia potenziando la scuola pubblica e l’“educazione ambientale”; sia attraverso il fisco, gli standard e i divieti. 
Anche nel settore del credito è necessario un intervento politico poiché oggi le banche sono diventate dei soggetti autoreferenziali in cerca di profitti di brevissimo termine ed hanno accumulato un enorme potere economico che condiziona lo sviluppo dell’intera società.  
Una strada potrebbe essere quella di coinvolgere le banche in un patto con sindacati e imprese affinché le banche si assumano le loro responsabilità e i loro impegni in modo chiaro e trasparente di fronte al paese. In sintesi, occorre un nuovo intervento dello Stato per una distribuzione della ricchezza più equa e per canalizzare le risorse finanziarie verso l’economia reale.
Per concludere, vorrei sperare che i gruppi dirigenti dei partiti ambientalisti e di sinistra siano abbastanza responsabili e lungimiranti per cogliere le opportunità che si stanno prospettando nella nuova fase storica.
di Stefano Sylos Labini – da «il manifesto»

Dogs of War o cani randagi?


Alle tre di notte circa di martedì, un gruppo di uomini armati sbarca nel piccolo porticciolo di Malabo, capitale della Guinea Equatoriale, entra in città e si dirige verso il palazzo presidenziale. In breve tempo gli assalitori si trovano a dover affrontare le forze di sicurezza locali, che dopo una battaglia durata almeno due ore riferiscono di aver respinto gli assalitori, uccidendone un buon numero sia sulla terraferma che in mare, al momento della ritirata. Un tentativo di colpo di stato o una semplice azione criminale? Ancora una volta il piccolo stato africano, terzo produttore petrolifero dell'Africa subsahariana, si trova al centro di una vicenda dai contorni più che sospetti.Quale che fosse l'obiettivo degli assalitori, il presidente Teodoro Obiang Nguema non ha mai corso il rischio di essere rovesciato. Recatosi a Bata, località nella parte continentale della Guinea Equatoriale, Obiang non era presente nel palazzo presidenziale. Ammesso che l'obiettivo del commando fosse lui. A due giorni dalla fallita offensiva, i contorni della vicenda rimangono infatti tutt'altro che chiari. Il governo guineano ha accusato dell'azione i ribelli nigeriani del Mend, attivi nella regione del Delta del fiume Niger, i quali però hanno smentito qualsiasi partecipazione all'azione, definendo le accuse contro di loro "paranoiche". Il governo nigeriano, dal canto suo, pur condannando l'azione, non se l'è sentita di gettare la croce addosso ai miliziani del Delta, sottolineando come anche gli investigatori equatoguineani non abbiano ancora le idee chiare su quanto accaduto.

Ironia della sorte, l'azione di martedì mattina ricorda molto da vicino, tranne l'esito finale, quanto descritto nel 1974 dall'autore britannico Frederick Forsyth nel suo libro "Dogs of War", ambientato in un'oscuro stato dittatoriale africano che molti hanno identificato proprio con la Guinea Equatoriale. Nel romanzo, un gruppo di mercenari assoldato da una multinazionale mineraria britannica, ansiosa di mettere le mani sulle ricchezze naturali dell'isola, attacca la capitale per uccidere il presidente, e mettere al suo posto un "fantoccio" che avrà il compito di concedere alla detta multinazionale le licenze per lo sfruttamento delle proprie risorse. Un canovaccio fin troppo comune nell'Africa degli anni Sessanta e Settanta, e che in Guinea Equatoriale si è ripetuto fino a pochi anni. Precisamente fino al 2004, quando un gruppo di settanta mercenari fu fermato in Zimbabwe mentre tentava di acquistare le armi necessarie a rovesciare il presidente Obiang. Merito dei giacimenti petroliferi scoperti negli anni Novanta, che hanno trasformato un Paese un tempo poverissimo, che sopravviveva grazie all'esportazione di pochi prodotti agricoli, in uno degli stati più ricchi del continente.L'arresto dei golpisti provocò un caso mediatico internazionale: il loro leader, l'ex-membro delle SAS britanniche Simon Mann, fu prima condannato a quattro anni di carcere in Zimbabwe, poi estradato in Guinea, dove sta scontando una condanna a 34 anni. Nell'affare fu coinvolto anche Mark Thatcher, il figlio della Lady di Ferro britannica, accusato di aver finanziato i golpisti. Accuse che Mark ha sempre respinto, nonostante abbia accettato di pagare una salatissima multa in Sudafrica per evitare di venire incriminato. Anche stavolta, nonostante il no comment delle autorità, sembra che la pista dei golpisti sia una tra quelle plausibili per spiegare l'attacco di martedì. Secondo l'agenzia di intelligence Stratfor, l'azione poteva mirare proprio alla liberazione di Mann, in quel momento ricoverato all'ospedale di Malabo e non nella prigione di Black Beach. Un'ipotesi suggestiva, che andrà però corroborata da prove.

Anche la pista Mend non sembra convincere tutti. Nonostante militanti della formazione nigeriana fossero stati accusati di due rapine ad altrettante banche avvenute a Malabo nel 2007, la Guinea Equatoriale è distante più di 250 chilometri dall'abituale raggio di azione dei ribelli. I quali, fino a ieri, si erano spinti al massimo nella penisola camerunense di Bakassi, a circa 100 chilometri dai loro "santuari". Certo, nella galassia del Mend gravitano diversi gruppi armati e numerosi miliziani "freelance" che avrebbero potuto organizzare l'assalto senza l'avallo dei vertici del gruppo. Ma rimane il fatto che un'operazione del genere è piuttosto difficile da organizzare, anche per una formazione ben armata e dalle notevoli disponibilità economiche come il Mend.

di Matteo Fagotto
Link:
http://it.peacereporter.net/articolo/14306/Tornano+i+cani+da+guerra

Per ulteriori informazioni in merito alle pratiche utilizzate nel continente africano per sbrigare certe questioni leggete: La storia segreta dell'impero americano. Corruttori, sciacalli e sicari dell'economia. (John Perkins)

Dinastia dei Wisner, la chiave nell'ombra del potere mondiale





Esistono persone, per lo più del tutto sconosciute alla pubblica opinione, e che tuttavia sono elementi chiave del potere mondiale e che, con la loro azione, hanno plasmato e determinato la politica internazionale e la storia contemporanea? Le vicende dei componenti della dinastia dei Wisner sembra rispondere positivamente a questa domanda.
Frank Wisner Senior (1909-1965) è stato un uomo di straordinarie capacità. Nato a Laurel (Mississipi - USA) da una famiglia di umili origini, si laurea a pieni voti presso l'Università della Virginia e si trasferisce a Wall Street dove fa l'avvocato. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola in marina e diventa ufficiale, ma nel giro di pochi mesi viene cooptato nei servizi segreti, l'OSS.
È Frank Wisner l'uomo di collegamento tra l'intelligence americana ed il boss mafioso italo-americano Lucky Luciano, in una delle più spregiudicate operazioni condotte dai servizi anglosassoni. Il porto di New York era durante la guerra il centro nevralgico americano per i rifornimenti bellici e commerciali sull'Atlantico, ma la sua funzionalità era minacciata dagli scioperi dei portuali. Allo stesso tempo il servizio di informazione statunitense non riusciva ad ottenere notizie utili in Italia in vista dell'invasione dell'Europa meridionale. Al doppio scopo servì molto efficacemente Lucky Luciano che, prelevato direttamente dalle carceri, contribuì in maniera decisiva a riportare la pace sindacale nel porto di New York e si attivò per creare una rete di contatti con le famiglie mafiose siciliane che preparerà lo sbarco anglo-americano sull'isola nel 1943.
Alla fine della guerra, dopo un breve periodo in cui torna alla professione legale, Wisner entra nei nuovi servizi segreti, la CIA, diventandone un elemento fondamentale. A lui si deve la pianificazione dell'operazione Mockingbird, ovvero l'infiltrazione di agenti segreti nel sistema dei media americani e internazionali, dai grandi network televisivi, alla carta stampata, al cinema, al fine di influenzarli e plasmarli secondo le necessità e gli scopi della propaganda statunitense.
Entra poi nel Direttivo di Pianificazione dell'Agenzia che assorbe il 75% del budget della CIA, e in quel ruolo coordina negli anni '50 due colpi di stato in aree nevralgiche per gli Stati Uniti. In Guatemala, dove le politiche sociali e di nazionalizzazione del presidente Jacobo Arbenz Guzmàn minacciavano gli interessi di multinazionali americane come la United Fruit, ed in Iran, che portarono alla destituzione di Mohammed Mossadeq, il primo ministro reo di aver nazionalizzato il petrolio.
Ma la salute abbandona Wisner al massimo del successo. Gli viene diagnosticata una malattia mentale, una sindrome maniaco depressiva che lo farà progressivamente allontanare dai vertici dei servizi segreti fino a portarlo, tragicamente, al suicidio nel 1965.
Nel 1938 era intanto nato a New York il primogenito maschio che porterà il suo stesso nome, Frank Wisner Junior. Laureatosi a Princeton, Junior segue una via parallela a quella del padre. Studia l'arabo, si specializza nelle questioni africane ed asiatiche, ed entra quindi nel Dipartimento di Stato americano cominciando così una lunga carriera diplomatica attraverso cui, anche se non ufficialmente, ha contatti e relazioni con gli ambienti dei servizi segreti. Negli anni '60, infatti, si trova in Algeria e quindi in Vietnam, due paesi alle prese coi drammatici processi di de-colonizzazione dalla Francia. Ottiene quindi la nomina di ambasciatore in Zambia nel 1979, e poi di seguito in Egitto, Filippine, India, fino al 1997. 
Lasciata la carriera diplomatica, Wisner Jr. siede nei consigli di amministrazione di alcune società multinazionali di grandissimo rilievo, come la Enron, il colosso dell'energia al centro degli scandali del 2000, e la AIG, una delle compagnie assicuratrici più grandi al mondo. Al tempo stesso fa parte di centri studio o lobby come il Council of Foreign Relations (CFR) e il Gruppo Bilderberg, di cui sono note le influenze sui governi di mezzo mondo e direttamente sugli Stati Uniti. È proprio in questi intrecci di interesse tra mondo politico, diplomatico, economico, che si comincia a parlare di Wisner come di uno dei più grandi esperti di spionaggio economico a livello internazionale. 
E sono solo sospetti quelli che lo vedrebbero al centro di una trama che arriva all' 11 settembre del 2001, quando il crollo (ancora inspiegabile) del grattacielo 7 del complesso del World Trade Center, impedisce alla SEC (l'ufficio indagini della Borsa statunitense) che lì aveva i suoi uffici, di chiudere le sue investigazioni sulla truffa miliardaria della Enron ed evitando così l'allargamento dello scandalo alle sfere politiche. Sospetti, poiché la società che si occupava della sicurezza del WTO era la Kroll Associates, ovvero una società controllata dalla AIG di cui Wisner è vice-presidente. Sospetti perché con la caduta del grattacielo 7 se ne vanno anche gli uffici della CIA che si occupano proprio di spionaggio economico. Sospetti perché non si accerterà mai chi furono gli artefici dell'insider trading che specularono in borsa sulle aziende coinvolte nell'11 settembre guadagnando milioni e milioni di dollari sapendo in anticipo degli attacchi.
Non sospetti, ma affermazioni, sono quelle dell'analista francese Thierry Meyssan, che accusa Frank Wisner (assumendosene apertamente la responsabilità) di essere il padrino politico dell'ascesa al potere del presidente francese Nicolas Sarkozy. 
Sarkozy e Wisner sono legati da affinità parentale, avendo quest'ultimo sposato la matrigna del presidente francese. E secondo Meyssan sarebbe Wisner all'origine dei falsi dossier dell'affair Clearstream, una oscura vicenda di scandali finanziari e fondi segreti celati in banche del Lussemburgo, che hanno messo politicamente fuori gioco Dominique De Villepin, ministro degli Esteri e delfino di Jacques Chirac, l'avversario diretto di Sarkozy per la candidatura all'Eliseo. 
L'operazione che spiana la strada al figlioccio di Wisner sarebbe stata fabbricata in una agenzia di investigazioni di cui lui stesso è amministratore, la Hakluyt & Co. di Londra (facciata di uffici congiunti di CIA e MI6, i servizi segreti britannici) e divulgata attraverso la Fondazione franco-americana di cui ancora Wisner è amministratore e John Negroponte presidente, un altro personaggio centrale delle operazioni segrete statunitensi come, tra le altre, l'organizzazione delle squadre paramilitari in America centrale, in particolare in Guatemala, uno dei grandi successi di Frank Wisner Sr.
Come dire, piccolo il mondo.

di Simone Santini

Fonti dell'articolo:

Le secret américain de Nicolas Sarkozy, AGORA VOX, 21 gennaio 2009 
http://www.agoravox.fr/article.php3?id_article=50256

Thierry Meyssan, Opération Sarkozy : comment la CIA a placé un de ses agents à la présidence de la République française, Voltaire Net, 19 luglio 2008 
http://www.voltairenet.org/article157210.html

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