mercoledì 18 febbraio 2009

Bioetanolo,vittima di una tempesta perfetta

Quando il prezzo del petrolio non sembrava poter far altro che salire e gli effetti delle emissioni nocive sul clima erano sempre più dibattuti sui media, il bioetanolo sembrava il carburante del futuro. Gli Stati Uniti ci puntavano forte, con cospicui sussidi per le aziende nazionali del settore, inseguendo il miraggio dell'indipendenza energetica. Era così solo sei mesi fa. Ma oggi che la crisi economica mette le radici, quei tempi sembrano improvvisamente appartenere a un'epoca lontana. E' scoppiata la bolla, e in America i produttori di bioetanolo sono sull'orlo del fallimento.

Una delle centrali della VeraSun recentemente chiuse nell'Iowa, stato Usa leader nella produzione di bioetanolo dal grano
Il settore è vittima di una tempesta perfetta. Da una parte, il costo del greggio è sceso dai 147 dollari al barile dello scorso luglio ai 37 di oggi. Dall'altra, i prezzi del grano sono anche scesi, ma solo della metà. Tale differenza comprime i margini che i produttori di bioetanolo americani hanno per realizzare un profitto: tanto più che, prima per l'alto prezzo del carburante e poi per la gravità della recessione, come risultato gli americani ora guidano e quindi consumano meno. Gli investimenti per la costruzione di nuove centrali, pianificati quando tutti scommettevano su una continua ascesa dei prezzi, sono invece al palo a causa della stretta creditizia. Sulle nuove frontiere per un etanolo più "pulito", come quello ricavato dalla cellulosa o dalla biomassa, gli esperti ormai scherzano definendole "sempre a cinque anni dalla commercializzazione". 

La crisi del bioetanolo non è solo di identità, è un vero e proprio crollo finanziario e industriale. La VeraSun, seconda azienda statunitense nel settore, si è impegnata in contratti di fornitura di grano sottoscritti quando i prezzi erano alle stelle: nel giro di pochi mesi ha dovuto ricorrere all'amministrazione controllata. Altre società hanno visto le loro azioni perdere il 95 percento del valore. La Renewable Fuels Assocation ha calcolato che 24 centrali su 180 nel Paese hanno chiuso i battenti negli ultimi novanta giorni. E la scorsa settimana la Archer Daniels Midland, leader del settore negli Usa, ha dichiarato che la capacità produttiva nazionale di bioetanolo è scesa del 21 percento.

Le leggi introdotte negli ultimi anni dal Congresso, però, incoraggiano l'uso del bioetanolo americano, fissando delle quote del carburante "verde" da mescolare alla normale benzina (e sussidi per contrastare l'importazione del bioetanolo brasiliano, estratto dalla canna da zucchero e molto più economico): al momento la miscela è fissata al 10 percento, una quota che i grandi costruttori di automobili non vorrebbero veder alzata - per loro la conversione dei motori rappresenta un costo - ma che l'attuale Congresso a maggioranza democratica, mentre negli Usa tira un forte vento di protezionismo, potrebbe benissimo ritoccare nei prossimi anni. Inoltre, già le leggi attuali impongono un raddoppio dell'uso di bioetanolo da grano entro il 2015, per poi raggiungere nel 2022 un consumo di biocarburante (prodotto anche con le ipotetiche nuove tecniche) quadruplo rispetto a quello di oggi.

Sul futuro dell'etanolo scommettono quindi ancora in tanti, e annusano la possibilità di fare affari già da ora. A iniziare dai pesci grossi del settore petrolifero: la scorsa settimana la Valero Energy, uno dei colossi statunitensi della raffinazione, ha comprato per 280 milioni di dollari le cinque centrali della VeraSun non ancora chiuse. L'accordo è stato annunciato con soddisfazione dai vertici della compagnia: secondo le loro stime, il valore reale delle strutture comprate sarebbe tre volte tanto di quanto pagato. E' per questo che il bioetanolo estratto dal grano, per quanto criticato da molti analisti per la sua scarsa efficienza energetica e per la sua eticità (a partire da un rapporto dell'Onu, che l'ha accusato di contribuire all'aumento dei prezzi dei cereali), per quanto ora stia pagando gli effetti della crisi, difficilmente sparirà. Se altre aziende petrolifere seguiranno la scommessa della Valero, tra qualche anno forse si discuterà di come il mercato del bioetanolo sarà uscito dalla sua prima crisi alla maniera di tutti i settori economici nuovi: con un selezione naturale delle aziende produttrici. E i vecchi nemici, come appunto le società del greggio, che preferiscono fagocitare il rivale invece di combatterci contro.
di Alessandro Ursic

Serbia,torna il fantasma della secessione


Il fantasma delle secessione torna ad aggirarsi per la Serbia. L'indipendenza del Kosovo, dichiarata unilateralmente il 17 febbraio dello scorso anno, è una ferita ancora aperta nella classe politica e nella società serbe. A un anno esatto di distanza da quella che è stata vissuta come una violenza, il parlamento regionale della Vojvodina ha votato un nuovo statuto che amplia l'autonomia da Belgrado.
Autonomia estesa. La Vojvodina è la regione settentrionale della Serbia, abitata da circa due milioni di persone. Più o meno metà della popolazione è serba, mentre l'altra metà è un insieme di etnie differenti, tra le quali prevale quella ungherese. Ai tempi della Jugoslavia unita, nella Costituzione, veniva sancita una forte autonomia per la Vojvodina, confermata anche in tutti i passaggi successivi al collasso del Paese. Per la Vojvodina sono previsti un parlamento e e un governo locale, ma i partiti politici spingono per una maggiore autonomia. Nello statuto approvato nei giorni scorsi, che adesso andrà all'esame del Parlamento di Belgrado, vengono previsti maggiori poteri legislativi, indipendenza finanziaria e addirittura la possibilità per il governo regionale di stipulare accordi internazionali e accreditare missioni diplomatiche all'estero. Un po' troppo forse, almeno viste le reazioni del mondo politico di Belgrado.
Opposizione di Belgrado. Lo spettro di un nuovo Kosovo preoccupa tutti, ma c'è una grande differenza rispetto alla ex provincia a maggioranza albanese. Le tendenze autonomiste della Vojvodina sono saldamente ancorate a fattori economici. Per certi versi, i movimenti autonomisti della regione sono affini alle rivendicazioni della Lega Nord, senza la matrice xenofoba. La maggior parte della produzione serba è concentrata in Vojvodina e, spesso, i suoi abitanti si sentono 'derubati' da Belgrado. Il rischio secessione, quindi, è molto relativo. Non a caso il presidente serbo, l'europeista Tadic, si è detto pronto a sostenere la richiesta di autonomia della Vojvodina, mentre l'opposizione è pronta alla battaglia parlamentare per bloccare lo statuto. Un fronte eterogeneo, che unisce i nazionalisi moderati dell'ex primo ministro Vojslav Kostunica ai nazionalisti radicali del partito Sps, fino al sinodo della chiesa greco - ortodossa. Adesso la palla passa al parlamento di Belgrado, dove la battaglia si annuncia dura.
di Christian Elia

Cosa c'è dietro gli splendidi diamanti Graff?


"Come può una compagnia accettare di estrarre diamanti anche a costo di lasciar morire di sete un popolo?". È questo il dramma che sta spingendo l'organizzazione in difesa degli indigeni, Survival, a studiare i modi più efficaci per boicottare la casa di moda Laurence Graff, i cui diamanti, estratti in Botswana a danno dei Boscimani, sono indossati dalle donne più glamour del momento.
Fra queste Victoria Beckham, la ex Spice Girls, moglie del nuovo asso rossonero e quindi da poche settimane milanese d'adozione. Ed è per questa sua vicinanza fisica alla Ong che ha una delle sue basi più efficienti proprio a Milano, che Survival le ha inviato un appello: "Recentemente - spiega Francesca Casella, direttrice di Survival Italia - Victoria Beckham ha espresso pubblicamente il suo amore per Milano, definendola una città ‘vibrante, piena di energia e passione'. In effetti, oltre a essere la capitale della moda e del design, Milano è anche una delle città più impegnate d'Italia sul fronte della solidarietà e del volontariato. Mi auguro che Victoria non voglia perdere questa importante occasione per condividere lo spirito umanitario della nostra città unendosi a tutti coloro a cui sta a cuore la sopravvivenza di uno dei popoli più antichi e al tempo stesso più perseguitati del pianeta.

Ma cosa c'è dietro gli splendidi diamanti Graff? "La Laurence Graff possiede una quota del 9 percento della Gem Diamonds, la società che sta pianificando lo sfruttamento dei giacimenti di diamanti individuati nella terra dei Boscimani - spiega in un comunicato Survival - Da quando il governo africano ha chiuso i loro pozzi, i Boscimani stanno soffrendo gravemente per la mancanza di acqua e uno dei membri della tribù è già morto di sete". È in questo dramma umanitario che si è inserita la Gem la quale si sarebbe sottoposta al diktat del governo del Botswana pur di avere il permesso di estrarre i diamanti: il via libera alla costruzione della miniera in cambio della promessa di non dare acqua agli indigeni. Che hanno come unica colpa quella di abitare un'area troppo ricca di risorse per poterne disporre a proprio piacimento.


Un braccio di ferro, quello dei Boscimani con il governo africano, che dura da anni e acutizzatosi a partire dal 2002, quando gli indigeni vennero persino espulsi dalla riserva del Kalahari, loro terra ancestrale, e ora teatro delle miniere Graff. "Nonostante le continue smentite delle autorità - ha spiegato Casella - l'obiettivo riconosciuto ormai da tutti sarebbe stato proprio il futuro sfruttamento dei giacimenti dell'area". Una vicenda che grazie a un'intensa campagna internazionale ha fatto il giro del mondo per incanalarsi in una lunga vicenda giudiziaria, culminata nel dicembre 2006 nella decisione dell'Alta Corte del Botswana che ha finalmente sancito il diritto dei Boscimani a vivere nelle loro terre. Eppure il Governo continua a impedire loro di tornare a casa e a negarli il diritto all'acqua e alla caccia, fonte principale di sostentamento. Molti Boscimani restano così confinati dei campi di insediamento governativi, che loro chiamano "luoghi di morte""La solidarietà delle celebrità può giocare un ruolo cruciale nella difesa dei diritti umani - ha concluso Francesca Casella - Dopo il rifiuto delle modelle Iman e Lily Cole di continuare a prestare il loro volto alla De Beers, la compagnia ha finito con il ritirarsi dai tanto incriminati progetti estrattivi nel Kalahari. Ma ora è subentrata una nuova minaccia". Da qui l'appello a Victoria, che potrebbe trasformarsi nella begnamina dei Boscimani. Una famiglia di idoli, la Beckham.

Survival International, l'organizzazione che difende i diritti umani di tutti i popoli indigeni del mondo, ha inviato un appello ad alcuni dei volti più famosi di Laurence Graff, tra cui Victoria Beckham, Naomi Campbell e Elizabeth Hurley (1), chiedendo loro di rinunciare ad indossare i suoi diamanti. Tra gli obiettivi di Survival c'è anche il boicottaggio dei diamanti Graff alla notte degli Oscar.
La Laurence Graff possiede una quota del 9% della Gem Diamonds, la società che sta pianificando lo sfruttamento dei giacimenti di diamanti individuati nella terra dei Boscimani. Da quando il governo ha chiuso i loro pozzi, i Boscimani stanno soffrendo gravemente per la mancanza di acqua e uno dei membri della tribù è già morto di sete. Nonostante questo, il governo del Botswana ha dato il via libera alla costruzione della miniera a condizione che la compagnia non fornisca acqua ai Boscimani.


Secondo la Gem Diamonds, i Boscimani sarebbero favorevoli all'apertura della miniera, ma alla tribù non è mai stata fornita nessuna informazione indipendente sull'impatto delle attività estrattive. Nel 2002, il governo del Botswana ha sfrattato i Boscimani dalla riserva del Kalahari, loro terra ancestrale. Nonostante le continue smentite delle autorità, l'obiettivo riconosciuto ormai da tutti sarebbe stato proprio il futuro sfruttamento dei giacimenti dell'area. Dopo un'intesa campagna internazionale e una lunga vicenda giudiziaria, nel dicembre 2006, l'Alta Corte del Botswana ha finalmente sancito il diritto dei Boscimani a vivere nelle loro terre, ma il Governo continua a impedire loro di tornare a casa negandogli il diritto all'acqua e alla caccia di sostentamento. Molti Boscimani restano così confinati dei campi di reinsediamento governativi, da loro stessi definiti "luoghi di morte".
"La solidarietà delle celebrità può giocare un ruolo cruciale nella difesa dei diritti umani" ha commentato Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Survival." Dopo il rifiuto delle modelle Iman e Lily Cole di continuare a prestare il loro volto alla De Beers, la compagnia ha finito con il ritirarsi dai tanto incriminati progetti estrattivi nel Kalahari. Ma ora è subentrata una nuova minaccia."


"Recentemente", continua Francesca Casella, "Victoria Beckham ha espresso pubblicamente il suo amore per Milano, definendola una città ‘vibrante, piena di energia e passione'. In effetti, oltre che essere la capitale della moda e del design, Milano è anche una delle città più impegnate di tutta Italia sul fronte della solidarietà e del volontariato. Mi auguro che Victoria non voglia perdere questa importante occasione per condividere lo spirito umanitario della nostra città unendosi a tutti coloro a cui sta a cuore la sopravvivenza di uno dei popoli più antichi e al tempo stesso più perseguitati del pianeta. Come può una compagnia accettare di estrarre diamanti anche a costo di lasciar morire di sete un popolo?"


Come già fatto in passato contro la De Beers fino al suo ritiro dal Kalahari, Survival International inaugurerà domani una nuova serie di proteste contro Graff Diamonds.


di Viola Conti


Link:http://www.peacereporter.net/articolo/14170/Diamanti%2C+vip+e+indigeni

Tanto peggio tanto meglio(?)(Vladimir Lenin)


Sembra questo il paradigma utilizzato a Washington(purtroppo inconsciamente).

Le cifre dei libri paga di gennaio rivelano circa 20mila licenziamenti al giorno. In dicembre, la situazione era anche più nera del previsto (dai 524mila licenziamenti preventivati ai 577mila reali). Questa correzione fa arrivare l’ammontare di posti di lavoro perduti in due mesi a 1.175.000. Se si continua così, i 3 milioni di nuovi impieghi promessi da Obama saranno controbilanciati e cancellati dai licenziamenti di massa.

Secondo John Williams (esperto di statistica e curatore di Shadowstats.com), queste titaniche cifre sono una sottostima della reale proporzione della crisi. Williams fa notare che gli errori di valutazione, intrinsechi nei fattori di correzione stagionali, hanno fatto sparire 118mila licenziamenti dai resoconti di gennaio: la cifra reale per quel mese raggiungerebbe i 716mila posti di lavoro perduti.
Ma le ricerche basate sui libri paga contano il numero di posti di lavoro, non il numero delle persone occupate. Queste due cifre non sono equivalenti, perché alcuni cittadini potrebbero avere più di un lavoro.

Al contrario, l’Household Survey (NdT: un enorme resoconto sulle condizioni economiche della nazione, condotto dall’equivalente americano del nostro ISTAT) conta il numero degli impiegati effettivi. Mostra che 832mila persone hanno perso il proprio lavoro a gennaio e 806mila a dicembre, per un totale di 1.638.000.
Il tasso di disoccupazione sciorinato dai media statunitensi è, quindi, un falso plateale. Williams spiega che negli anni dell’amministrazione Clinton, la categoria dei lavoratori "scoraggiati" (coloro che neanche cercavano più un lavoro) è stata ridefinita, in modo da entrare nelle statistiche solo quando lo "scoraggiamento" aveva una durata inferiore ad un anno. Questa limitazione temporale ha spazzato via dai documenti ufficiali la maggior parte di questi disoccupati senza speranza. Riaggregando questo segmento della popolazione alle statistiche attuali, ci rendiamo conto che la disoccupazione effettiva, a gennaio, ha raggiunto il 18%, con un aumento dello 0,5% rispetto al mese precedente.
In altre parole, se rimuoviamo dai dati ufficiali le manipolazioni di un governo che ci mente ogni volta che apre la bocca, constateremo che il livello di disoccupazione statunitense è sufficiente per dichiarare la nostra economia in stato di depressione.
E non potrebbe essere altrimenti, data l’enorme mole di posti di lavoro che è stata trasferita all’estero. Un governo è impossibilitato a creare nuovi posti di lavoro, se le sue aziende spostano all’estero gli impianti di produzione per i beni ed i servizi destinati al mercato interno. Spostando i processi produttivi all’estero, "cedono" ad altri stati delle fette del PIL nazionale. Il deficit nelle esportazioni che ne risulta ha, negli ultimi dieci anni, fatto crollare il PIL statunitense di 1,5 trilioni di dollari. Tradotto: un sacco di posti di lavoro.

Da anni parlo dei laureati costretti a fare la cameriera o il barista per sopravvivere. Man mano che una popolazione esponenzialmente indebitata continua a perdere posti di lavoro, sarà sempre meno incline a frequentare bar e ristoranti. E ciò significa che i laureati statunitensi non riusciranno a trovare nemmeno quei lavori che implicano il lavaggio di piatti o la preparazione di cocktail.
I legislatori hanno ignorato il fatto che, nel ventunesimo secolo, la domanda dei consumatori è stata principalmente alimentata dall’aumento dell’indebitamento, e non degli introiti. Questo fatto basilare ci mostra come sia inutile tentare di stimolare l’economia con vagonate di dollari dirette ai banchieri (per convincerli a prestare più denaro, s’intende). I consumatori americani non sono più nella condizione di chiedere prestiti.

Se sommiamo il crollo del valore dei loro principali asset (vale a dire le loro case), la distruzione di metà dei loro fondi pensionistici e la minaccia di un futuro di disoccupazione, ci rendiamo conto che gli americani non possono e non vogliono spendere.
Quindi, che senso ha offrire un ‘bailout’ a gruppi come la General Motors e la Citibank, che fanno il possibile per trasferire all’estero il maggior numero di operazioni?

È vero che gran parte delle infrastrutture statunitensi sono in pessime condizioni e hanno un gran bisogno di ristrutturazione, ma i lavori in questo settore non producono beni e servizi che possano essere esportati. L’impegno massiccio nel settore delle infrastrutture non cambia di una virgola il mostruoso deficit d’esportazione statunitense, il cui finanziamento inizia a rappresentare un grosso problema. Ancor di più, i posti di lavoro nel settore delle infrastrutture durano esattamente quanto la realizzazione delle stesse.
Nella migliore delle ipotesi, lo "stimolo" all’economia propugnato da Obama non farà altro che ridurre temporaneamente la disoccupazione, sempre che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro nel campo dell’edilizia non siano occupati da messicani.
A meno che le corporation statunitensi non siano costrette ad impiegare manodopera locale per produrre beni e servizi indirizzati ai mercati domestici, l’economia USA non ha futuro. Nessun membro dello staff di Obama è abbastanza intelligente da rendersene conto. Quindi, l’economia continuerà ad implodere.

Come se questa catastrofe in incubazione non bastasse, Obama si è fatto addirittura turlupinare dai suoi consiglieri neocon e militari. Ha deciso di espandere l’impegno bellico in Afghanistan, una vasta regione montagnosa. Il presidente intende sfruttare la riduzione delle truppe in Iraq per raddoppiare quelle presenti in Afghanistan. Nonostante questo, i 60mila soldati previsti non sarebbero comunque sufficienti. Dopotutto, sono meno della metà di quelli coinvolti nella fallimentare occupazione dell’Iraq. L’esercito ha preventivato che ci vorrebbero come minimo 600mila soldati per portare a termine la missione.

Per far fuori il regime di Bush, gli iraniani hanno dovuto tenere per le briglie i loro alleati sciiti, convincendoli ad usare le elezioni per guadagnarsi il potere ed usarlo per espellere gli americani. Ed è per questo motivo che, in Iraq, le truppe statunitensi hanno dovuto fronteggiare "solamente" l’insurrezione della minoranza sunnita. Ciononostante, gli occupanti sono riusciti a vincere (si fa per dire) non sul piano militare, ma a suon di banconote, sganciando dollari su dollari per convincere i rivoltosi a non combattere. L’accordo di ritiro delle truppe è stato dettato dagli sciiti. Non è quello che Bush avrebbe voluto.
Ci si aspetterebbe che l’esperienza della "passeggiata" in Iraq avrebbe reso gli Stati Uniti più cauti. Ed invece no, perché si sono gettati con maggior vigore nel tentativo di occupare l’Afghanistan, un’impresa che richiede inoltre la conquista di aree del Pakistan.
Per gli USA è stata dura mantenere 150mila soldati in Iraq. Obama necessita un altro mezzo milione di soldati per pacificare l’Afghanistan, da aggiungere a quelli già stanziati. Dove intende andare a pescarli?

Una risposta è l’imponente disoccupazione USA in rapido aumento. Gli americani metteranno la firma per andare ad uccidere all’estero piuttosto che restare senza casa e a stomaco vuoto in patria.

Ma questa è solo una mezza soluzione. Da dove attingere il denaro per sostenere sul campo un esercito di 650mila unità, di oltre quattro volte superiore al contingente USA in Iraq, una guerra che ci è costata tre trilioni di dollari di spese vive e sta già generando costi futuri? Questo denaro avrebbe dovuto sommarsi ai tre trilioni di dollari del deficit di bilancio, prodotto dal salvataggio del settore finanziario operato da Bush, dal pacchetto stimolo di Obama e dall’economia in rapido declino. Quando i sistemi economici entrano in crisi - come sta accadendo negli USA - il gettito fiscale collassa. Milioni di americani disoccupati non pagano i contributi della previdenza sociale, le polizze per l’assicurazione sanitaria e le imposte sul reddito. Le attività commerciali e le aziende che chiudono non versano le imposte statali e le imposte federali. I consumatori senza denaro o privi di accesso al credito non sborsano le imposte sulle vendite.

Gli Idioti di Washington, perché di idioti si tratta, non hanno pensato per un attimo a come finanziare il deficit di bilancio dell’anno contabile 2009, pari a circa due-tre trilioni di dollari. Il tasso di risparmio virtualmente inesistente non lo può finanziare. Il saldo attivo della bilancia commerciale dei nostri partner quali Cina, Giappone ed Arabia Saudita non lo può finanziare.
Pertanto, il governo USA dispone di due sole possibilità per far fronte al suo disavanzo. La prima, è costituita da un ulteriore crollo del mercato borsistico, che condurrebbe gli investitori sopravvissuti e le loro risorse residue ai buoni del Tesoro “sicuri”. L’altra sarebbe la monetizzazione del debito del Tesoro da parte della Federal Reserve.

La monetizzazione del debito implicherebbe l’acquisto da parte della Federal Reserve dei buoni del Tesoro qualora nessuno intendesse acquistarli o fosse in grado di farlo. Ciò avverrebbe tramite la creazione di depositi bancari per conto del Tesoro.

In altri termini, la Federal Reserve “stamperebbe denaro” con il quale acquistare i buoni del Tesoro.
Nel momento in cui si verificasse una tale evenienza, il dollaro USA cesserebbe di essere la valuta di riserva.
Inoltre la Cina, il Giappone e l’Arabia Saudita, paesi che detengono ingenti quote del debito del Tesoro statunitense, nonché altri asset in dollari USA, li venderebbero subito, nella speranza di salvarsi prima degli altri.

Il dollaro americano perderebbe ogni valore, al pari di una valuta da repubblica delle banane.
Gli Stati Uniti non sarebbero in grado di pagare le proprie importazioni, un problema questo particolarmente grave per un paese che dipende dalle importazioni per l’energia, i manufatti e i prodotti high-tech.

I consiglieri keynesiani di Obama hanno appreso con solerzia la lezione di Milton Friedman per il quale la Grande Depressione fu causata dalla Federal Reserve che permise una contrazione dell’offerta di valuta e di credito. Nel corso della Grande Depressione i debiti virtuosi furono azzerati dalla contrazione monetaria. Oggi i crediti inesigibili sono protetti dall’espansione della moneta e del credito ed il Tesoro USA sta mettendo a repentaglio la propria solvibilità e lo status di valuta di riserva del dollaro con aste trimestrali di ingenti quantità di bond all’apparenza interminabili.

Nel frattempo i russi, straripanti di energia e di risorse minerali e privi di debiti, hanno appreso di non potersi fidare del governo USA. La Russia ha osservato i tentativi dei successori di Reagan di trasformare le ex-repubbliche dell’Unione Sovietica in stati marionetta in mano agli americani ed alle loro basi militari. Gli USA stanno cercando di accerchiare la Russia con missili che neutralizzino il deterrente strategico russo.

Putin ha guadagnato terreno nei confronti del “compagno lupo” [1].
Grazie alle manovre del presidente del Kirghizistan è riuscito a sfrattare dall’ex-repubblica sovietica la base militare statunitense, di vitale importanza per gli approvvigionamenti ai soldati di stanza in Afghanistan.

Per bloccare l’ingerenza americana nella sua sfera di influenza, il governo russo ha creato un’organizzazione per il trattato di sicurezza collettiva comprendente Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan. L’Uzbekistan partecipa in modo parziale.
In buona sostanza, la Russia ha organizzato l’Asia Centrale contro la penetrazione americana.

A chi deve rispondere il Presidente Obama? Stephen J. Sniegoski, che scrive sulla versione inglese del settimanale svizzero Zeit-Fragen, riferisce che le figure chiave della cospirazione neocon – Richard Perle, Max Boot, David Brooks e Mona Charen – sarebbero in estasi per le nomine effettuate da Obama. Non vedono alcuna differenza tra Obama e Bush/Cheney.
Non soltanto i consiglieri di Obama lo stanno conducendo verso una guerra allargata in Afghanistan ma la potente lobby filoisraeliana starebbe spingendo Obama verso una guerra con l’Iran.
L’irrealtà nella quale il governo USA sta operando è da non credersi. Un governo in bancarotta che non può pagare i propri conti senza stampare nuova moneta si sta buttando a capofitto nelle guerre contro Afghanistan, Pakistan ed Iran. Secondo il Center for Strategic and Budgetary Analysis, il costo che i contribuenti americani devono sostenere per mandare un solo soldato a combattere in Iraq ammonta a 775.000 dollari l’anno.
Il mondo non ha mai visto una sconsideratezza così totale. Le invasioni della Russia da parte di Napoleone e di Hitler sono stati atti razionali se paragonate alla stupidità irragionevole del governo americano.
La guerra di Obama in Afghanistan è come il tè del Cappellaio Matto. Dopo sette anni di conflitto, non esiste ancora una missione ben definita o un obiettivo finale per il contingente USA in Afghanistan. Interpellato sulla missione, un ufficiale militare americano ha detto a NBC News: «Francamente, non ne abbiamo una.» La NBC riferisce che «ci stanno lavorando». Durante il suo discorso del 5 febbraio ai Democratici della Camera, il presidente Obama ha ammesso che il governo USA non conosce il motivo della missione in Afghanistan e che, per evitare «che la missione proceda a tentoni, senza parametri chiari», gli Stati Uniti «hanno bisogno di una missione chiara».
Cosa ne direste di essere mandati in una guerra il cui scopo è sconosciuto a tutti, ivi compreso al comandante in capo che vi ha spedito a uccidere o ad essere uccisi? Che ne pensate, cari contribuenti, del fatto di sostenere ingenti costi per inviare soldati in una missione non definita mentre l’economia va a rotoli?

di Paul Craig Roberts 

Paul Craig Roberts è stato assistente del ministro del Tesoro durante il governo Reagan. È coautore di The Tyranny of Good Intentions. Può essere contattato al seguente indirizzo: PaulCraigRoberts@yahoo.com

Articolo originale: Paul Craig Roberts, Ship of Fools, vdare.com
Link: http://www.vdare.com/roberts/090208_fools.htm.
Traduzione di Massimo Spiga e Milena Finazzi per Megachip
[1] L’autore fa riferimento ad una
citazione di Putin, il quale a sua volta richiama una vecchia storiella russa: «Rabinovich e la sua pecorella vagano per i boschi. Improvvisamente cadono in una fossa profonda. Un attimo dopo anche un lupo cade nella stessa fossa. La pecorella, spaventata, si mette a belare. “Cos’è tutto questo bee bee bee?” chiede Rabinovich, “Il compagno Lupo sa chi mangiare”.»
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8714&page=2

Le virtuali unità combattenti "di Germania"


Dopo l'aviazione francese, rimasta a terra per quasi una settimana nei giorni scorsi, anche i computer dell' esercito tedesco, il Bundeswehr sono stati costretti alla resa dal famigerato Conficker, il letale virus informatico che, sfruttando una delle molte vulnerabilità di Windows, ha colpito un centinaio di macchine teutoniche. Secondo quanto ha reso noto ieri un portavoce del ministero della difesa, il virus ha cominciato ad attaccare i computer giovedì scorso e i tecnici sono stati costretti a isolare i reparti colpiti per evitare una diffusione ben più ampia di Conficker.

La guerra sta cambiando: modi, tempi, strumenti. Ed in un mondo sempre più informatizzato e globalizzato, la guerra del futuro si combatte anche sul web. 
Lo abbiamo visto con i forum e i siti dei fondamentalisti islamici e i loro messaggi propagandistici (e purtroppo anche le loro esecuzioni). Ma lo abbiamo visto anche con gli ultimi feroci scontri tra Israele e Palestina, con un conflitto che sul web si è articolato su due fronti: quello dei canali multimediali come Youtube, Facebook e Twitter (per diffondere messaggi e creare comunità) e quello degli hacker, per distruggere i siti web del nemico.
Per questo motivo, secondo il governo tedesco, per fare la guerra in un mondo sempre più tecnologico, è necessario avere anche un gruppo preparato per l'attacco virtuale. Ha quindi dato vita ad un corpo di esperti soldati del web, a metà tra i servizi segreti e il nucleo informatico, per combattere le nuove cyberwars.

Questa nuova unità della Bundeswehr, quindi, sarà composta da esperti in grado sia di difendere i siti e le reti internet nazionali, sia di attaccare quelle avversarie, in caso di necessità, per carpire informazioni o distruggere preziosi messaggi. A capo di questi soldati ci sarà il generale di brigata Wilhelm Kriesel.
Hacker, insomma, addestrati per non avere brutte sorprese informatiche (come è successo in passato ad Estonia e Georgia sotto attacchi di hacker russi). Il problema principale, al momento, è quello di definire al meglio la posizione giuridica di questi cybersoldati, che da un punto di vista giuridico sarebbero ancora - giustamente - considerati come hacker. 
Un campo sempre più importante, quello del web: i sabotaggi, le infiltrazioni, i tentativi di infezione via virus e trojan sono sempre più una misura adottata per "creare terrore" o paralizzare l'avversario. 
In un mondo dove, sebbene la guerra si combatta anche su un terreno virtuale, fa ancora troppi morti reali (e dimenticati).

di Antonio Benforte

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/14254/I+cybersoldati+tedeschi

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