martedì 17 febbraio 2009

Congo, la perenne instabilità


Sono passati sei anni dalla (teorica) fine della guerra in Congo. Sei anni in cui, a fatica, il Paese ha organizzato le prime elezioni libere della sua storia ponendo fine a una difficile transizione post-bellica. Ma nell'est del Paese, in Kivu e in Ituri, il tempo si è fermato a sei anni fa. Tanto che, al momento, due eserciti stranieri, quello ugandese e quello ruandese, hanno sconfinato per dare la caccia ai rispettivi gruppi ribelli. Con l'autorizzazione del governo di Kinshasa, certo. Ma questo non ha evitato al presidente Joseph Kabila le aspre critiche di una parte dell'opinione pubblica.
Da settimane ormai, nel Kivu gli eserciti di Congo e Ruanda stanno conducendo un'offensiva congiunta contro i ribelli Hutu delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, "eredi" delle milizie che, nel 1994, condussero il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati, costato la vita ad almeno 500.000 persone. L'offensiva, che negli ultimi giorni ha portato all'uccisione di almeno 40 miliziani, secondo quanto reso noto dai due eserciti, ha però anche scatenato le rappresaglie dei ribelli. Stando alle denunce dell'organizzazione Human Rights Watch, almeno cento civili sarebbero stati uccisi dalle Fdlr perché sospettati di collaborare con l'esercito congolese. 

Fuggite dal Ruanda subito dopo il genocidio nascondendosi tra i profughi che emigravano dal Paese, le milizie Hutu furono impegnate durante la guerra civile congolese dallo stesso governo di Kinshasa in funzione anti-ruandese. La loro presenza ha sempre costituito un grosso problema per le relazioni tra Congo e Ruanda, che più volte negli anni scorsi minacciò di reinvadere il Congo se il governo locale non avesse disarmato i ribelli. Ma la recente svolta diplomatica seguita all'arresto di Laurent Nkunda, ex-capo ribelle vicino al Ruanda, ha permesso ai due governi di elaborare una strategia congiunta contro le Fdlr.
Stessa situazione, ma con soggetti diversi, al confine tra Congo e Uganda. Qui, l'esercito di Kampala ha ottenuto da Kinshasa l'autorizzazione a proseguire le operazioni militari contro i ribelli del Lord's Resistance Army, che conducono da ormai 23 anni una guerra contro le Forze Armate ugandesi. I ribelli, più volte spostatisi tra le zone di confine di Uganda, Sudan, Congo e Repubblica Centrafricana, sarebbero ormai chiusi in un angolo, braccati dall'esercito ugandese e da quello congolese, secondo quanto riferito dai portavoce militari dei due Paesi. Anche qui, però, il bilancio delle vittime civili è molto alto: almeno 900 morti da dicembre, data di inizio dell'operazione congiunta delle Forze Armate che comprende anche unità provenienti dal Sudan meridionale. 

Se riusciranno, le due operazioni permetteranno di eliminare due tra i maggiori gruppi ribelli operanti nella zona, contribuendo così alla pacificazione dell'est del Congo. Numerosi analisti dubitano però del successo dell'offensiva, e temono che i ribelli possano semplicemente frazionarsi in gruppuscoli di uomini armati nascosti nella foresta, difficili da eliminare e altrettanto pericolosi per i civili e la stabilità del Kivu. Una regione talmente grande da rendere quasi impossibile un suo effettivo controllo. Per il momento, secondo quanto riferito dall'Onu, le operazioni militari avrebbero costretto alla fuga in Uganda almeno 7.000 persone. Che l'est del Congo sia condannato a una perenne instabilità?
di Matteo Fagotto

Russia,se la crisi morde "l'orso" si agita


La crisi morde ormai in modo molto serio nell’ex Unione sovietica. Gennaio ha visto manifestazioni antigovernative e scontri di piazza nei paesi baltici; in Ucraina, dove il disastro economico è più grave, si stanno moltiplicando le proteste, indirizzate soprattutto contro il presidente Viktor Yushenko, accusato (non a torto) di aver paralizzato l’azione del governo; in Russia la crisi morde a tutti i livelli e comincia a fare vittime illustri. Ci sono i licenziamenti che cominciano ad essere massicci un po’ in tutti i settori, con i disoccupati che aumentano a un ritmo di centomila a settimana; e c’è la «strage dei miliardari» – 52 grandi magnati che nel 2008 avevano un patrimonio superiore al miliardo di dollari e ora non ce l’hanno più, mentre i 49 rimasti hanno visto ridursi di due terzi le loro ricchezze. Ci sono tensioni crescenti a livello di piazza, con manifestazioni di protesta antigovernativa che ormai si svolgono regolarmente ogni weekend nelle principali città; e ci sono tensioni crescenti nelle alte sfere politiche, mentre le prime teste cominciano a rotolare.
Ieri è stata annunciata la prima raffica di epurazioni esplicitamente legate a «cattiva gestione della crisi»: il presidente Dmitrij Medvedev ha rimosso dai loro incarichi quattro governatori regionali, mentre un ministro «storico» ha perso il posto. I dirigenti rimossi sono i governatori delle regioni di Orel, Pskov, Voronezh e quello del distretto autonomo dei Nenets; il ministro è quello dell’agricoltura, Aleksej Gordeev, che teneva l’incarico da dieci anni e che è stato spedito a sostituire uno dei governatori licenziati – quello di Voronezh, cioè di una regione agricola…
E’ la prima volta che Medvedev prende in mano decisamente la situazione del personale politico: finora il presidente aveva tenuto quasi completamente fermo l’organico (regionale e federale) costruito durante gli otto anni di Vladimir Putin, ora invece - non a caso sulla spinta della crisi economica incalzante - Medvedev mostra di voler dirigere realmente la nave, e soprattutto lo fa indicando delle responsabilità e mostrando simbolicamente che nessuno è al riparo e che gli sbagli si pagano. Un messaggio che potrebbe riguardare lo stesso Putin – anche se il discorso appare molto prematuro: un giornale (Kommersant-Vlast) ieri si chiedeva e chiedeva a una serie di autorevoli politologi se il presidente non stia preparandosi a dare il benservito al potente primo ministro. La risposta generale è naturalmente «no», però intanto si può notare che il nome del premier è quasi scomparso dai titoli dei giornali, che dominava anche a scapito del presidente fino a non molto tempo fa. Ma forse è il capo del governo, come responsabile dell’economia, che preferisce tenere di questi tempi un profilo basso.
Ne ha ben motivo, in effetti. Le proteste di piazza si stanno intensificando e prendono sempre più di mira il potere, che in qualche modo deve mostrare una reazione. Sabato a Mosca si sono svolte diverse manifestazioni (tra cui una, autorizzata, in memoria dell’avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anastasia Baburina, uccisi il 19 gennaio) e molte altre hanno occupato le piazze delle città russe, da Khabarovsk (estremo oriente) a San Pietroburgo. Non si tratta certo di manifestazioni oceaniche – qualche migliaio di persone al massimo – ma la loro regolarità e diffusione sono un segno chiaro del [/TXT]cambiamento netto di umori del paese. Il consenso massiccio, plebiscitario di qualche mese fa sembra ormai solo un ricordo.
Il tema è sempre il modo in cui il governo sta gestendo la crisi, in particolare nel settore dell’auto, con le nuove tasse sull’import dall’estero (che stanno provocando una vera e propria rivolta nella Siberia orientale) e con le chiusure e i licenziamenti che stanno comunque affliggendo gli impianti nazionali e in particolare AvtoVaz, la maggiore azienda automobilistica russa, che ha di nuovo fermato le linee. A Togliatti, dove Avtovaz ha la sede, i sindacati hanno tenuto un affollato comizio dove, diversamente da quanto avvenuto il mese scorso, non hanno più difeso la tassa sull’import ma hanno invece attaccato il management aziendale e i dirigenti politici locali. Altro tema molto sentito, gli aumenti delle tariffe dei servizi pubblici e in particolare di quelli legati all’abitazione (riscaldamento, elettricità, gas, affitti comunali, ecc.). Proprio su questo si è svolta una delle manifestazioni più grosse di questo weekend: a Voronezh, dove guarda caso proprio l’indomani il governatore ha ricevuto dal Cremlino l’ordine di far le valigie.
Se Putin tiene un basso profilo, bersagliato com’è dalle critiche di piazza che accusano lui, non il Cremlino – e anche da alcune frecciate del presidente, che in un paio di occasioni recenti ha parlato di «errori» e di «ritardi» nell’azione del governo – Medvedev invece tiene banco. Ormai sono diventati regolari i suoi incontri con i media e le sue interviste televisive, in cui continua a ribadire che la situazione del paese «è difficile», ma anche ben avviata verso il superamento della crisi. I prossimi mesi diranno se si è sbilanciato troppo o no.

(Pubblicato sul manifesto del 17 febbraio 2009)

di Astrit Dakli

Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/estestest/?p=274

Vivere distaccati dal massacro:da Sabra e Chatila a Gaza attraverso "Valzer con Bashir"


E' cambiato qualcosa da Sabra e Chatila?
Stavo guardando il superbo documentario animato "Valzer con Bashir" che parla dell'invasione israeliana del Libano nel 1982. Esso culmina nel massacro di circa 1700 palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila a sud di Beirut da parte di miliziani cristiani introdotti lì dall'esercito israeliano che osservava da breve distanza il massacro.

Negli ultimi minuti il film passa dall'animazione a crude riprese giornalistiche che mostrano donne palestinesi che urlano di dolore e orrore mentre scoprono i cadaveri crivellati di proiettili dei loro familiari. Allora, appena dietro le donne, ho visto me stesso camminare insieme a un piccolo gruppo di giornalisti che era arrivato nel campo appena dopo che la strage era finita.

Il film parla di come regista, Ari Folman, che sapeva di essere stato a Sabra e Chatila come soldato israeliano, ha cercato di scoprire sia come aveva soppresso ogni ricordo di ciò che gli era accaduto sia il grado di complicità israeliano nel massacro.

Uscendo dal cinema mi sono reso conto di avere fortemente represso i miei stessi ricordi di quel terribile giorno. Non sono nemmeno riuscito a trovare un appunto nei vecchi taccuini dell'articolo che avevo scritto per il Financial Times, per il quale allora lavoravo, su ciò che avevo visto. Persino oggi i miei ricordi sono confusi e frammentari, sebbene mi ricordi chiaramente il dolciastro e nauseante fetore di cadaveri che iniziavano a decomporsi, le mosche che si accumulavano attorno agli occhi dei bambini e delle donne morte, e le teste e gli arti macchiati di sangue che spuntavano fuori da cumuli di terra marrone accumulata dai bulldozer in un frettoloso tentativo di seppellire i cadaveri.

 

 
[Immagini del massacro di Sabra e Chatila]

Poco dopo avere visto "Valzer con Bashir", ho visto le immagini televisive dei corpi spezzati di palestinesi uccisi dalle bombe e dalle granate israeliane a Gaza durante di 22 giorni di bombardamento. La prima cosa che ho pensato è che era cambiato poco da Sabra e Chatila. Ancora una volta vi erano le stesse logore e offensive giustificazioni sul fatto che, in qualche modo, non bisognava incolpare Israele. Hamas sta usando civili come scudi umani e, in ogni caso, argomento presentato più furtivamente, due terzi delle persone di Gaza avevano votato per Hamas, perciò si meritavano ciò che stava accadendo loro.

Ma tornando a Gerusalemme 10 anni dopo essere stato lì come corrispondente del The Independent tra il 1995 e il 1999, ho trovato che Israele è cambiato significativamente in peggio. Vi è molto meno dissenso di quanto era solito esserci, e tale dissenso viene più spesso trattato come slealtà.

La società israeliana è sempre stata introversa ma questi giorni mi ricordano più che mai gli unionisti dell'Irlanda del Nord alla fine degli anni 60, o i cristiani libanesi degli anni 70. Come Israele entrambe erano comunità con una mentalità d'assedio fortemente sviluppata che li portava sempre a vedersi come vittime persino quando uccidevano altre persone. Non vi erano rimpianti o nemmeno la consapevolezza di ciò che infliggevano agli altri e perciò ogni rappresaglia dell'altra parte appariva come un'aggressione non provocata ispirata da un odio irragionevole.

A Sabra e Chatila il primo giornalista a scoprire del massacro fu un israeliano che cercò disperatamente di fermarlo. Ciò non accadrebbe oggi perché i giornalisti israeliani, insieme a tutti i giornalisti stranieri, sono stati banditi da Gaza prima dell'inizio dei bombardamenti israeliani. Ciò ha reso molto più semplice al governo vendere la linea ufficiale sul grande successo ottenuto dall'operazione.

Nessuno crede alla propaganda così tanto quanto i propagandisti, perciò la visione di Israele del mondo esterno è sempre più staccata dalla realtà. È stato citato un accademico che ha detto che gli arabi hanno preso tutte le loro opinioni su ciò che stava accadendo in Israele da ciò che gli israeliani dicevano su se stessi. Perciò se gli israeliani avessero detto che avevano vinto a Gaza, a differenza del 2006 in Libano, gli arabi lo avrebbero creduto e perciò la deterrenza di Israele sarebbe stata magicamente ricostruita.

L'intolleranza verso il dissenso è cresciuta e potrebbe presto diventare molto peggiore. Benjamin Netanyahu, che ha aiutato a seppellire gli accordi di Oslo con i palestinesi mentre ricopriva la sua ultima carica di primo ministro dal 1996 al 1999, vincerà probabilmente le elezioni israeliane del 10 febbraio. L'unica questione ancora in dubbio è la dimensione della vittoria dell'estrema destra.

Il loro punto di vista è stato mostrato questa settimana quando Avigdor Lieberman, il presidente del partito Ysrael Beitenu che in base ai sondaggi otterrà un risultato particolarmente buono alle elezioni, ha appoggiato il bando dalle elezioni di due partiti arabi israeliani. "Per la prima volta stiamo prendendo in esame il confine tra lealtà e slealtà", ha minacciato i parlamentari di questi partiti. "Tratteremo voi come abbiamo trattato Hamas".


di PATRICK COCKBURN
Counterpunch

Patrick Cockburn è autore di 'The Occupation: War, resistance and daily life in Iraq', finalista nella selezione del migliore saggio del 2006 del National Book Critics' Circle Award. Il suo nuovo libro 'Muqtada! Muqtada al-Sadr, the Shia revival and the struggle for Iraq' è pubblicato da Scribner.

Titolo originale: "In Israel, Detachment From Reality is the Norm"

Fonte: http://www.counterpunch.org
Link
23.01.2009
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO


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