domenica 15 febbraio 2009

Le banche europee al cospetto del documento "nascosto"

Un documento segreto di 17 pagine in cui, senza tanti giri di parole, stava scritto che le banche europee sono sedute sopra una montagna di assets tossici quantificabile in oltre 18 trilioni di euro.

È questa l’unica, vera grande novità emersa dal vertice Ecofin di martedì e di cui nessuno ha parlato. Nel dossier, inoltre, si dice chiaramente che se gli Stati tenteranno l’ennesimo salvataggio ricomprando quei titoli spazzatura per ripulire i bilanci, i rischi di default sul debito saranno enormi e potranno gettare l’Unione Europea in uno stato di crisi ancora più profondo di quello attuale. Nel mirino per i rischi di rifinanziamento del debito in caso di un secondo intervento di salvataggio delle banche sono Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Irlanda e Gran Bretagna.

«È essenziale - recita il documento - che il supporto offerto dai governi per garantire sollievo ai bilanci delle banche non sia di scala tale da far crescere preoccupazioni riguardo l’iper-indebitamento o problemi finanziari». Quindi, in entrambe le ipotesi i guai seri sembrano affacciarsi solo ora per l’Europa: se gli Stati staranno attenti al debito come richiesto dall’Ue, le banche presenteranno altri pesanti perdite e svalutazioni. Se invece si farà leva sul debito, il rischio di default statale non sarà più solo una remota ipotesi tecnica. La Commissione Europea ha infatti valutato che gli assets a rischio pesano per il 44% dei bilanci delle banche europee. I cosiddetti strumenti finanziari pesano nei “trading book” delle banche per qualcosa come 13,7 trilioni di euro, l’equivalente del 33% dei bilanci degli istituti di credito dell’Ue.

Oltre a questo ci sono 4,5 trilioni di euro di cosiddetti “available for sale instruments”, pari all’11% dei bilanci delle banche Ue: in totale 18,2 trilioni di assets da eliminare. Inoltre, tutto ciò che finisce nel “trading book” è soggetto alla valutazione mark-to-market, cioè al valore di mercato mentre ciò che va nel “banking book” sono per lo più prestiti o altri assets che le banche pensano di poter portare a maturazione: peccato che tra gli strumenti soggetti al mark-to-market ci siano anche gli “available for sale instruments”, strumenti finanziari poco fa quantificati in 4,5 trilioni di euro.

Il summit Ue di fine febbraio aveva tra le priorità proprio l’indicazione di una modalità condivisa per l’eliminazione degli assets tossici attraverso il loro acquisto da parte degli Stati ma a questo punto il timore si è trasferito sul continuo allargamento dello spread dei titoli di Stato emessi dalle varie nazioni: l’Europa, insomma, si sta sgretolando sotto il peso degli interessi sempre maggiori chiesti per il cosiddetto “rischio paese” e per il debito pubblico ormai fuori controllo di troppi membri. All’Ecofin ne hanno discusso, ma nessuno si è sentito in dovere di dircelo.

di Mauro Bottarelli

Link: http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo.htm

Mafia invisibile con Skype


Mafiosi, trafficanti di armi e droga, piccoli criminali  sfruttano ormai tutte le ultime tecnologie: ora comunicano su Skype, il programma che 400 milioni di persone usano in tutto il mondo. E intercettarli è impossibile per le forze dell’ordine. Le chiamate effettuate tramite Skype non lasciano tracce sui tabulati, sono completamente invisibili. Un tecnico della procura di Milano ha spiegato che “durante la comunicazione Skype trasforma la voce di chi parla in tanti pacchetti di dati digitali che viaggiano in rete. I dati però vengono criptati in base a un algoritmo segretissimo inventato dai programmatori di Skype. Non solo. La procedura di autenticazione da parte degli utenti è invulnerabile, perché il software genera password monouso temporanee ogni volta che si avvia una comunicazione. Ciò rende impossibile agli investigatori ogni tentativo di intercettazione. Skype è riuscita a portare il proprio sistema di sicurezza a livelli militari, assolutamente lontani da quelli degli altri software creati per fare telefonate attraverso Internet, come Eutelia o Ehiweb”. La Skype Limited ha sede legale in Lussemburgo e di conseguenza non è sottoposta alla normativa italiana del Codice di Comunicazione. Gli operatori non sono tenuti a violare la segretezza delle comunicazioni su ordine della magistratura italiana. Non rimane altro da fare per gli investigatori che ricorrere a microspie nascoste nelle tastiere, nelle cuffie o nei microfoni che i criminali adoperano per parlare su Skype, ma questo purtroppo è possibile solo quando si conoscono i computer che i soggetti da intercettare useranno. Il problema è che è possibile accedere a Skype in un qualunque Internet Point oppure basta usare un telefonino all’avanguardia. Le mafie ancora una volta dimostrano di essere un passo avanti rispetto allo Stato.

di Dora Quaranta 

Link: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13030/78/

La destra israeliana lungo il cammino di Obama

Il progetto mediorientale del presidente americano Barack Obama ha compiuto due notevoli passi avanti questa settimana, con due importanti aperture nei confronti dell’Iran e della Siria. Ma i risultati delle elezioni parlamentari in Israele – con una sensibile affermazione della destra – potrebbero rendere difficile ogni reale distensione nei rapporti fra Washington da un lato e Teheran e Damasco dall’altro

Il progetto mediorientale del presidente americano Barack Obama ha compiuto due impressionanti passi in avanti durante la settimana appena conclusasi, ma alla fine è stato spinto indietro di quasi un passo.

Lunedì scorso, Obama ha compiuto la sua apertura più pronunciata fino a questo momento nei confronti dell’Iran, e Teheran l’ha prontamente raccolta nel giro di poche ore. Ma la decisione dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami di gettarsi nella mischia delle prossime elezioni presidenziali di giugno introduce nuove complicazioni lungo il percorso altamente accidentato dei rapporti irano-americani.

Sempre questa settimana, l’amministrazione Obama ha compiuto un passo verso la Siria programmando la visita a Damasco di una delegazione del Congresso guidata dall’influente presidente della Commissione esteri del Senato americano, John Kerry. La visita di Kerry la prossima settimana è stata attentamente organizzata durante l’intervallo fra il primo round del tour regionale dell’inviato speciale George Mitchell, che ha toccato Israele ed i paesi arabi filo-occidentali, ed il suo ritorno nella regione atteso verso la fine del mese.

Ma, ahimè, i risultati delle elezioni parlamentari in Israele hanno nel frattempo cominciato ad emergere. Essi rendono certamente problematica qualsiasi significativa distensione dei rapporti a breve termine fra gli Stati Uniti da un lato e l’Iran e la Siria dall’altro.

Aperture fra Stati Uniti e Iran

La raffica di commenti diplomatici fra Washington e Teheran, questa settimana, mette in evidenza che una distensione nei rapporti potrebbe essere già in corso. Obama ha fatto un ulteriore passo rispetto alla sua famosa affermazione, compiuta durante il suo discorso di insediamento tre settimane fa, secondo la quale egli era pronto a “tendere la mano se voi siete disposti a schiudere i pugni”. Nella sua conferenza stampa lunedì scorso, Obama ha specificato che stava cercando “aree in cui noi [gli USA e l’Iran] possiamo avere un dialogo costruttivo”. Rinnovando il suo invito ad un dialogo diretto con l’Iran, Obama ha detto che sperava di creare le condizioni per “iniziare a sedersi attorno a un tavolo, faccia a faccia” nei prossimi mesi con “aperture diplomatiche che ci permetteranno di spingere la nostra politica nella nuova direzione”.

Data la differenza di fuso orario fra Washington e Teheran, è stato straordinario che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad abbia risposto nel giro di poche ore: “La nostra nazione è pronta ad avviare colloqui basati sul mutuo rispetto ed in un’atmosfera leale”. Tempestive azioni dietro le quinte hanno reso possibile questo scambio. Obama ha eluso l’ammonimento del vicepresidente americano Joseph Biden – abilmente amplificato dal segretario agli esteri britannico, David Miliband – alla 45a Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, secondo cui se l’Iran proseguirà sulla strada attuale le sanzioni saranno intensificate. Teheran aveva ampiamente manifestato la sua insoddisfazione di fronte alle dure parole di Biden.

Ad ogni buon conto, Ahmadinejad ha scelto il podio delle celebrazioni per il 30° anniversario della Rivoluzione iraniana del 1979, martedì scorso, per manifestare la sua posizione. Certamente non è sfuggito a nessuno il fatto che l’anniversario della Rivoluzione di quest’anno – che è stato un’occasione storica – è stato caratterizzato dall’assenza di esternazioni al vetriolo contro il “Grande Satana” (come alcuni iraniani definiscono gli Stati Uniti).

Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha lestamente proseguito sugli stessi toni, affermando mercoledì di essere fiduciosa che gli Stati Uniti e l’Iran saranno in grado di “trovare un modo di parlare”. E l’omologo iraniano della Clinton non è stato da meno.

Come ha affermato il ministro degli esteri Manuchehr Mottaki, “Noi consideriamo positivamente lo slogan che Obama ha sollevato in queste elezioni. Il mondo è realmente cambiato. Se l’amministrazione americana vuole stare al passo con i cambiamenti, questa sarà una buona notizia…Noi riteniamo che questi cambiamenti offriranno all’amministrazione americana eccellenti opportunità nei suoi rapporti con gli altri paesi del mondo…e speriamo che tutto questo si avveri”.

Cosa ancora più importante, Mottaki potrebbe aver alluso, in una contorta maniera persiana, al fatto che Teheran sarebbe pronta a lavorare con Washington per stabilizzare la situazione in Afghanistan – una priorità per Obama – nella stessa maniera pragmatica in cui i due avversari hanno cooperato riguardo all’Iraq.

La comparsa di un elemento di disturbo

La “festa” stava rapidamente entrando nel vivo, quando Khatami ha fatto il suo ingresso sulla scena. Le ambizioni presidenziali di Khatami, che lunedì scorso ha annunciato la sua candidatura (“E’ possibile rimanere indifferenti al destino della Repubblica Islamica e astenersi dal prendere parte alle elezioni?”, ha affermato), introducono una nuova dimensione nel discorso irano-americano. In realtà, si tratta di una dimensione vecchia di 30 anni – gli Stati Uniti che figurano come protagonisti defilati nella vibrante politica iraniana.

Fu solo due anni fa, durante la sua visita negli Stati Uniti, che Khatami quasi si presentò di fronte al pubblico americano come l’antitesi di Ahmadinejad. Egli si offrì apertamente come un pragmatico con il quale gli Stati Uniti avrebbero potuto fare affari, e come una forza politica, sebbene attualmente non al potere. Khatami potrebbe costituire una seria sfida per Ahmadinejad alle elezioni di giugno, o forse no. Il programma populista di Ahmadinejad attrae i poveri del paese e la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, lo ha anche appoggiato pubblicamente.

Ma con il suo ingresso nella corsa presidenziale, si insinua un elemento di incertezza. Non si può mai dire con certezza quale sia il risultato delle elezioni iraniane. La candidatura di Khatami probabilmente porrà un dilemma all’amministrazione Obama. E’ prudente per gli Stati Uniti avviare dei passi diplomatici prima che diventi chiaro chi sarà il prossimo presidente iraniano? Certamente Washington non dovrebbe contemplare l’idea di “influenzare” i risultati delle elezioni iraniane, visto che una cosa del genere potrebbe soltanto avere conseguenze catastrofiche provocando una dura reazione.

Allo stesso tempo, non è saggio lasciare che l’attuale momento favorevole svanisca. Tutto considerato, la cosa migliore potrebbe essere quella di compiere piccoli passi verso l’avvio di un dialogo complessivo. Il lato positivo è che anche l’amministrazione Obama ha bisogno di tempo per formulare la sua strategia complessiva. Tuttavia, ogni deliberata lentezza potrebbe anche dare un’impressione sbagliata a Teheran, che è pronta a interpretare il significato di ogni piccola mossa – o “non-mossa” – degli Stati Uniti. E’ su questo sfondo così complesso che i risultati delle elezioni parlamentari israeliane emergono come una battuta d’arresto per Washington. Una dimensione completamente nuova emerge nella misura in cui ogni eventuale ritardo nel dialogo USA-Iran potrebbe essere sfruttato da Israele per spingere Washington ad adottare la sua linea.

Israele scivola a destra

Per come stanno le cose, vi sono molte probabilità che l’ex premier Benjamin Netanyahu diventerà il nuovo primo ministro israeliano. Sebbene il suo partito conservatore, il Likud, sia arrivato secondo rispetto al partito centrista Kadima, guidato dal ministro degli esteri Tzipi Livni, egli si aspetta che sarà data a lui la prima chance di formare un governo grazie alla sua capacità di mettere insieme una maggioranza in parlamento.

Il punto è che tipo di coalizione di governo Netanyahu guiderà. La Livni ha intaccato la base del Partito Laburista e del partito Meretz, orientati a sinistra, riuscendo a ottenere “rinforzi” dell’ultimo minuto, ma i risultati elettorali hanno chiaramente mostrato uno spostamento verso i partiti di destra, che si sono impadroniti della maggioranza dei 120 seggi del parlamento.

Netanyahu ha importanti scelte da compiere. Farà egli una coalizione di governo esclusivamente di destra, che è perfettamente realizzabile in base a calcoli puramente numerici, ma che è qualcosa che egli potrebbe consapevolmente rifiutare di fronte alla sgradevole prospettiva di diventare ostaggio delle forze di estrema destra? Oppure opterà per un governo di unità nazionale coinvolgendo Kadima, in base a una scelta che però potrebbe erodere la sua base di destra? Cercare di interpretare i politici israeliani mentre mettono insieme le loro coalizioni di governo non è mai un compito facile, ma questa volta è virtualmente impossibile.

Quello che è possibile prevedere è che, sulla questione iraniana, il nuovo governo israeliano di destra potrebbe giungere ad una fase di attrito con l’amministrazione Obama fin dall’inizio. Vi è una fondamentale divergenza di interessi fra Washington e Gerusalemme in merito all’Iran. Israele insiste che uno scontro con l’Iran è inevitabile, malgrado la vigorosa diplomazia di Obama nei confronti di Teheran. Ad aggravare le cose vi è il fatto che esiste una quasi unanimità, all’interno dell’opinione pubblica israeliana, riguardo alla percezione della minaccia iraniana, a tal punto che non viene avvertito alcun bisogno di discutere la questione.

Israele non può realisticamente sperare di frapporsi agli interessi di sicurezza americani o di far naufragare un importante progetto della politica estera di Obama, ma lo stato ebraico ha una percezione dell’inesorabile marcia iraniana verso il possesso dell’arma nucleare che non sembra essere aperta al ragionamento, ed Israele senza dubbio possiede le capacità tecniche per colpire l’Iran.

A complicare ulteriormente i calcoli vi è il fatto che la preponderanza dei partiti di destra – 65 seggi a 55, nella contrapposizione ufficiosa fra blocco di “destra” e blocco di “centro” – probabilmente andrà contro qualsiasi pressione americana decisiva nei confronti del nuovo governo israeliano per rilanciare i negoziati al fine di giungere ad un compromesso israelo-palestinese ed arabo-israeliano.

Malgrado la sua retorica elettorale – la promessa di non dividere Gerusalemme, di non rinunciare alla Cisgiordania, di non restituire le alture del Golan, ecc. – Netanyahu potrebbe non essere il vero problema di Obama, visto che egli è legato all’establishment americano e di conseguenza potrebbe essere ben lontano dal contemplare l’idea di mettere a rischio il sostegno americano. Egli è inoltre maturato dopo la sua lunga permanenza nella giungla politica, a tal punto che alcuni dicono che egli potrebbe essere addirittura sensibile alle pressioni americane.

Il punto essenziale è che la stabilità della politica israeliana, che tradizionalmente si è saldata attorno a due partiti principali – il Likud e il Partito Laburista – è stata essa stessa sconvolta dall’emergere di nuovi partiti. Questa è una ricetta sicura per una coalizione di governo traballante che potrebbe concentrarsi essenzialmente sulla propria sopravvivenza piuttosto che sull’esigenza di portare avanti il processo di pace con i vicini di Israele.

Vi sono questioni pressanti che andranno affrontate nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, come i colloqui indiretti con Hamas per un cessate il fuoco a Gaza, la ricostruzione di Gaza, ecc.. Ma il paradosso è che, come disse al Washington Post l’ex negoziatore americano Aaron David Miller, anche un ampio governo di unità nazionale sarebbe incapace di fare progressi sul fronte della pace, mentre potrebbe essere molto più in grado di raggiungere un consenso a proposito di un attacco militare contro Hamas o contro Hezbollah in Libano. “Potreste ottenere un governo [israeliano] buono per fare la guerra, non per fare la pace”, ha aggiunto.

In conclusione, gli israeliani hanno favorito quei partiti politici che hanno promesso di combattere non solo Hamas ma anche i suoi sponsor iraniani, e che non hanno dubbi che l’obiettivo ultimo del programma nucleare iraniano sia quello di costruire una bomba atomica, ponendo di conseguenza una minaccia esistenziale per Israele. D’altra parte, gli Stati Uniti non possono permettersi di lasciare che la delicata dinamica della normalizzazione dei rapporti con l’Iran, o la missione di Mitchell, falliscano. La collaborazione dell’Iran è di vitale importanza per il successo della nuova strategia americana in Afghanistan, che è una voce prioritaria nell’agenda di politica estera di Obama, mentre il conto alla rovescia in merito alla questione nucleare iraniana continua ad andare avanti.

I mediorientali guardano da vicino anche i progressi compiuti da Mitchell, radicati nel loro scetticismo per cui più le cose sembrano cambiare, più esse restano uguali. Soprattutto, è in gioco la credibilità della nuova amministrazione americana, ed ogni ulteriore erosione del prestigio regionale degli Stati Uniti indebolirebbe la loro capacità di raggiungere importanti accordi con clienti difficili come l’Iran e la Siria. Obama dovrà compiere delle vere acrobazie politiche per riconciliare Israele con il suo progetto mediorientale.

di M. K. Bhadrakumar

M. K. Bhadrakumar ha servito come diplomatico presso l’Indian Foreign Service per più di 29 anni; è stato ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) ed in Turchia (1998-2001)

Titolo originale:

Israeli election muddies Obama’s waters

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/02/15/le-elezioni-israeliane-intorbidano-le-acque-di-obama/

Cosa è la Commissione Massimo Scoperto?

Il decreto “anti-crisi” regolamenta la commissione massimo scoperto

Nei contratti di conto corrente caratterizzati dalla concessione di un fido o uno scoperto, con il termine commissione massimo scoperto (CMS) si intende la commissione che le banche applicano sul massimo saldo negativo per ogni trimestre.

In termini più semplici, si pensi all’ipotesi di un imprenditore (anche piccolo) che concorda con la propria banca la messa a disposizione da parte di quest’ultima di una somma di denaro al di sotto dello “0″ dietro il riconoscimento di un determinato tasso di interesse.

Ipotesi molto frequente e soprattutto uno strumento molto utile all’imprenditoria per far fronte ai continui investimenti ed esigenze di liquidità delle aziende.

Quanto agli interessi è oltretutto comprensibile che essi siano piuttosto remunerativi per le banche.

Dalla prassi della concessione dei fidi bancari è però derivata la creazione della commissione di massimo scoperto, considerata come la percentuale che le banche applicano sul massimo saldo negativo durante il trimestre e quindi essa viene applicata per tutto il trimestre anche se il superamento in negativo della soglia dello “0″ ha interessato il conto per un solo giorno.

Numerose erano le contestazioni sollevabili sulla legittimità e soprattutto sulla trasparenza di tale commissione che ha finito per diventare una duplicazione degli interessi già corrisposti dal cliente per la concessione del fido. Inoltre, le banche molto spesso ne determinavano unilateralmente l’applicazione senza quindi concordarne l’applicazione con il cliente e senza farne conoscere le modalità di calcolo.

L’ abolizione della Commissione Massimo Scoperto

Dopo le innumerevoli battaglie giudiziarie in parte concluse in favore della illegittimità della commissione massimo scoperto ed in parte ancora in corso, il Governo prima, ed il Parlamento poi hanno finalmente messo fine a tale ingiusto strumento di lucro per gli istituti di credito.

Con la Legge 2/2009, in conversione del cd. decreto “anti-crisi” (d.l. 185/08) è infatti stato disposto che sono nulle le clausole che prevedono una remunerazione alla banca per la messa a disposizione di fondi al correntista, indipendentemente dall’effettivo prelevamento e dall’effettiva durata dell’uso da parte del cliente e la commissione massimo scoperto, se prevista contrattualmente, potrà essere applicata solo in caso di un saldo negativo di trenta giorni, e non più anche nel caso di un solo giorno di “rosso” in conto.

Entro il mese di giugno gli istituti di credito dovranno quindi adeguarsi alla nuova normativa e soprattutto adeguare i contratti di fido con i propri correntisti.

Per le somme versate a titolo di commissione di massimo scoperto si rafforzano i presupposti per le richieste di restituzione alle banche, già riconosciute e disposte in numerose sentenze.

Siamo di fronte ad un ulteriore passo in avanti verso una corretta disciplina dei contratti bancari sulla scia del divieto di anatocismo, divieto di applicazione di tassi ultra-legali ecc.

Link:http://www.consulenza-ricorsi.com/abolizione-della-commissione-massimo-scoperto/

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