sabato 14 febbraio 2009

La risposta di Google al governo delle censure

“No, le leggi ad Aziendam che poi hanno un impatto su tutto l’ecosistema non si possono fare. E bisognerebbe evitare di portare l’Italia a livello dei peggiori paesi del mondo in fatto di reati d’opinione”

Al telefono c’è  Marco Pancini, resposabile per le relazioni istituzionali di Google in Italia. L’argomento è l’emendamento “ammazzaFacebook, approvato il 5 febbraio per iniziativa del senatore D’Alia (Udc). Il parlamentare ieri ha spiegato in questa intervista ad Alessandro Gilioli le sue posizioni e ripetuto che casi come quello delle pagine che inneggiano a Riina potrebbero portare alla chiusura dell’intero social network…

Non posso parlare a nome di Facebook, ma per quanto ci riguarda per la verità è peggio, se chiedessero a noi di togliere una certa pagina, noi lo faremmo subito, come facciamo con ogni contenuto segnalato come criminoso dall’autorità. Invece con questo emendamento lo chiederanno ai provider, ai fornitori di accesso cioè alle aziende telefoniche

Ma mi sbaglio o il nocciolo dell’emendamento D’Alia è che l’ordine di cancellare un dato contenuto e di eventualmente oscurare la pagina viene dal governo?

Tra l’altro questo è uno degli aspetti cruciali. Si crea una nuova filiera, si parla di controlli preventivi, qualcosa che da noi non è mai esistito.  E poi in questo momento i ministeri non hanno una struttura adeguata a seguire tuttio ciò che si pubblica in rete, quindi dovrebbe esserci un nuovo organismo. Me lo lasci dir bene, su questa faccenda siamo molto preoccupati, davvero…

Dica pure, ma mi pare che già il fatto - questa è una valutazione mia, non sua - che il governo si occupi “personalmente” di colpire i reati di opinione metta la cosa su un’orbita incredibile fino a poco tempo fa

A dire il vero fino a poco tempo fa il governo, con il disegno di legge Cassinelli aveva dimostrato di capire che esistono profili differenziati di responsabilità per chi si esprime in rete, si pensava ad una differenziazione tra blog individuali e siti che riflettono organizzazioni più professionali. Ora invece pare che la tendenza sia ad omologare il signor Rossi, titolare di un piccolo blog, al direttore di Repubblica. Ma come si fa?

Sta invocando anche lei un tavolo di trattative?

Certamente. Sarebbe così folle avere una sede di discussione nella quale esporre, spiegare, far capire? Perché sa, qui si tratta di istituire una filiera del controllo preventivo che è ignota all’ordinamento italiano. Noi possiamo parlare e parliamo con tutti, dalla polizia postale fino al governo, purché ci sia la volontò di ascoltarci…

E invece arriva l’emendamento D’Alia

C’è un orientamento in una parte del mondo politico che riflette una totale separazione dall’industria internet e dal mondo degli utenti

Loro pensano alle pagine su Riina o agli antisemiti

Ma già oggi è possibile individuare e colpire le responsabilità di chi commette un reato, e mi risulta che ci sia ancora scritto nel nostro ordinamento che la responsabilità penale è personale. Qui invece per la responsabilità di uno si vuole oscurare il diritto all’espressione di tutti

Può descrivere in concreto il meccanismo che la preoccupa, cosa intende quando parla di filiera del controllo?

Lei si immagini la Telecom o qualsiasi altro provider  che si vede recapitare l’ordine di rimuovere una pagina “incriminata”. Cosa succede? Chiamano l’autore? Non lo fanno, non possono materialmente farlo in breve tempo. Quindi chiudono tutto il servizio. Per poi riaprirlo a crisi superata… ma ci rendiamo conto a quali paesi stiamo equiparando l’Italia?

La Birmania, la Cina…

Non lo so, ai peggiori della classe in fatto di libertà di espressione: lo ripeto, stiamo parlando del reato d’opinione. A me pare l’abc del diritto.

intervista di Vittorio Zambardino a Marco Pancini - da zambardino.blogautore.repubblica.it

Ripreso da http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8703

Il “diritto ad esistere” di Israele


"There was no such thing as Palestinians... They did not exist." ["Non c'era qualcosa chiamata Palestinesi... Loro non esistevano."]
Il Primo Ministro Israeliano Golda Meir (The Sunday Times, 15 June 1969)

Israele e Gaza fremono di attività.

I gruppi umanitari e le agenzie di assistenza cercano di infilarsi nei colli di bottiglia israeliani ed egiziani, per consegnare rifornimenti essenziali; i caccia bombardano i tunnel e uccidono i “militanti” mentre Ehud Olmert sostiene di aderire al cessate il fuoco; i palestinesi tornano alle loro case distrutte per frugare tra le macerie e piangere i loro morti; avvocati dei diritti umani di ogni nazionalità sono impegnati a registrare le testimonianze dei testimoni oculari e raccogliere prove per futuri processi per crimini di guerra; negoziati incessanti in corso al Cairo sperano di mediare per una tregua prolungata tra Israele e Hamas, che implicherà verosimilmente uno scambio di prigionieri (il che apparentemente nega gli stessi presupposti della guerra); e i candidati che corrono per la vittoria alle elezioni in Israele passano un incredibile quantità di tempo nel fare irrilevanti distinzioni l'uno dall'altro. 

Netanyahu, Lieberman, Bara e Livni dichiarano tutti quanti di conoscere il modo migliore di mettere “gli arabi” al loro posto, per quanto, nel caso di qualche contendente, con sfumature decisamente fasciste, e di controllare meglio la situazione a Gaza. Ma anche se tutte le questioni principali trovassero una miracolosa soluzione in favore di Tel Aviv, il prossimo primo ministro israeliano troverà comunque il pretesto di continuare a fare campagna contro Hamas e il popolo di Gaza.

Perché?

Perché devono ancora riconoscere il “diritto ad esistere” di Israele.

L'accettazione di questo concetto astruso è stata pretesa inamovibile e costante sia da parte degli Stati Uniti sia da parte di Israele perché qualsiasi serio dialogo con Hamas, o con qualsiasi gruppo che si definisca di resistenza, possa iniziare.

Vorrei far notare, tuttavia, che quasi tutti i palestinesi hanno de facto accettato l'esistenza di Israele.

In effetti potrebbero sostenere:

  1. Non abbiamo forse riconosciuto l'esistenza di Israele, sapendo che erano loro a impedire l'afflusso a Gaza di cibo, medicinali, combustibile, elettricità e acqua potabile per 18 mesi, causando una crisi umanitaria? Che sono stati loro, poi, a bombardare e invadere una popolazione inerme, uccidendo 1300 persone e ferendone migliaia di altre - la stragrande maggioranza delle quali erano civili?

  2. Non abbiamo forse riconosciuto l'esistenza di Israele, quando sappiamo che sono stati loro a sparare fosforo bianco sulla nostra gente, causando ustioni tanto gravi da penetrare la pelle e la carne fino all'osso?

  3. Forse che i Samouni del quartiere Zeitoun di Gaza non hanno riconosciuto l'esistenza di Israele, quando 110 membri della loro famiglia allargata sono stati ammassati dai soldati israeliani dentro un magazzino, senza cibo, acqua o riscaldamento per 24 ore, e il giorno dopo quell'edificio è stato bombardato, ammazzando 30 di loro? Quando è stato impedito per quattro giorni alle ambulanze di soccorrere quelli rimasti all'interno perché i soldati, che stavano a meno di cento metri di distanza, avevano eretto ostacoli di terra apposta per ostacolarle? E i quattro bambini piccoli trovati affamati e rannicchiati vicino ai corpi delle loro madri morte, o i feriti, portati via su carretti perché alle ambulanze non era ancora concesso di passare? Non rendono tutti testimonianza dell'esistenza di Israele?

  4. Forse che Khaled Abed Raboo non ha riconosciuto l'esistenza di Israele quando stava davanti a quello che restava della sua casa a Jabaliya, e i soldati israeliani su un carro armato hanno ordinato a lui, a sua moglie e alle sue tre figlie di allontanarsi? E quando obbedirono, agitando bandiere bianche, e i soldati hanno sparato a tutt'e tre le sue figlie? Forse che il signor Abed Raboo non ha riconosciuto l'esistenza di Israele, quando ha visto i soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), distanti solo 15 metri, sparare e uccidere due delle sue figlie, di due e sette anni, e ferire gravemente la terza? Essere testimoni dell'abbattimento a distanza ravvicinata dei propri figli inermi, uccisi davanti ai propri occhi, non è un criterio sufficiente di accettazione dell'esistenza di Israele?

  5. Forse che gli abitanti di Khuza'a non hanno riconosciuto l'esistenza di Israele quando il loro villaggio ha subito 12 ore di attacco da parte delle forze israeliani, che hanno fatto 14 vittime? Forse che le case spianate con la gente dentro dai bulldozer, l'uccisione di quelli che sventolano bandiera bianca, i colpi sparati contro le ambulanze che cercano di portare via i feriti, e il bombardamento delle case col fosforo bianco non bastano per dire sì, riconosciamo che voi esistete?

  6. E gli sfollati che hanno cercato rifugio nella scuola Al-Fakhoura di Jabaliya? Quando l'area appena fuori della scuola è stata bombardata dalle IDF, e 43 sfollati sono stati uccisi mentre andavano al mercato per procurarsi del cibo? I parenti che gli sono sopravvissuti non hanno forse sufficientemente riconosciuto che la causa del loro indicibile dolore è l'esistenza di Israele?

  7. L'esistenza di Israele non è stata forse confermata dalla famiglia A'aiedy, la cui casa è stata colpita dalle IDF, lasciando ferite due donne di 80 anni e tre dei loro nipoti? Che hanno aspettato 86 ore prima di essere soccorsi, perché i soldati non permettevano alle ambulanze di portarli in ospedale, e sparavano su quelli che cercavano di uscire dal cortile per procurarsi l'acqua?

  8. Forse che l'esistenza di Israele non viene riconosciuta da quelli che nella West Bank sono costretti a spostarsi su strade diverse da quelle usate dai cittadini israeliani? A superare un dedalo di posti di blocco, subendo umilianti perquisizioni e ritardi, solo per fare qualche chilometro? E le donne che sono state costrette a partorire ai posti di blocco, spesso abortendo, sono forse all'oscuro dell'esistenza di Israele? E quelli che sono rimasti tagliati fuori dalle loro fattorie, dai loro mezzi di sostentamento, dalla "barriera di sicurezza" israeliana?

  9. Nei fatti, le privazioni e le sofferenze subite da tutti i palestinesi che vivono o hanno vissuto sotto l'occupazione israeliana non sono prova bastante che Israele esiste?

All'opposto, se il riconoscimento del "diritto ad esistere" di Israele comporta accettare che chiunque sia ebreo possa diventare automaticamente cittadino di Israele, e quindi vivere sulla stessa terra, a volte nella stessa casa, di una famiglia palestinese che vi ha vissuto per generazioni; se significa rinunciare al diritto di dire "questa era la mia terra, la mia casa, prima che me la portaste via"; se significa rinnegare il diritto al ritorno per i palestinesi che hanno ancora le chiavi e i documenti di proprietà in mano, se significa non pretendere di sapere cos'è che da' il diritto a famiglie che vengono dall'Inghilterra, dalla Russia, dal Marocco o dall'Etiopia, di vivere sulle proprietà di quei 700.000 espulsi a forza nel 1948, se significa negare l'esistenza stessa della Palestina e dei palestinesi - come cercò di fare Golda Meir - cancellandone la storia, la cultura, la memoria collettiva... Ebbene no, Israele non ha nessun "diritto ad esistere".

Versione originale:

di Rannie Amiri 
Fonte: www.counterpunch.org 
Link: http://www.counterpunch.org/amiri02102009.html
10.02.2009

Versione italiana:

Fonte: http://doppiocieco.splinder.com/
Link: http://doppiocieco.splinder.com/post/19839428/Le+implicazioni+del+riconoscim
13.02.2009

Traduzione a cura di DOMENICO D’AMICO

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori