venerdì 13 febbraio 2009

La piccola Guantanamo in navigazione nel Golfo di Aden



Una piccola Guantanamo in navigazione nel Golfo di Aden dove imprigionare i cittadini somali sospettati di atti di pirateria. È l’aberrazione giuridica creata dalla Marina militare USA impegnata nella caccia ai sequestratori di petroliere e mercantili nelle acque del Corno d’Africa. L’unità navale USNS Lewis and Clark, normalmente utilizzata per il trasporto di equipaggiamenti e come deposito munizioni, è stata trasformata in un supercarcere dove detenere “in via temporanea” coloro che saranno catturati perché sospettati di prendere parte ad atti di pirateria nelle acque somale.

Per svolgere questa nuova missione che riproduce le famigerate “extraordinary renditions” della Cia e del Dipartimento della Difesa post 11 settembre, nella nave militare sono state realizzate alcune celle per “ospitare” sino a 26 presunti pirati. Secondo quanto dichiarato dal Comando della V Flotta USA di stanza in Bahrein, l’equipaggio della Lewis and Clark è stato ridotto da 158 a 118 marinai, e “nella parte della nave trasformata in area di detenzione, sono state deposte stuoie e coperte e sono state accantonate grandi quantità di cibo come riso e fagioli”.

Le premesse di una carcerazione ben al di là dell’umana sopportazione ci sono tutte. Ma la Marina USA tranquillizza: i detenuti non permarranno a lungo nella prigione galleggiante. In base ad un accordo il cui contenuto è “top secret”, sottoscritto a fine gennaio dal Dipartimento di Stato USA e il governo di Nairobi, i prigionieri verranno trasferiti in alcuni centri di detenzione del Kenya in attesa di essere giudicati da un tribunale nazionale.

Analoghi accordi di deportazione di cittadini sospettati di pirateria o terrorismo internazionale starebbero per essere firmati da Washington con Tanzania e Gibuti. Anche i Paesi dell’Unione europea starebbero ricorrendo alla formula delle Guantanamo flottanti e della consegna dei prigionieri somali a paesi terzi. Secondo quanto rivelato dal portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, la Gran Bretagna avrebbe già sottoscritto con il Kenya un accordo analogo a quello firmato dagli Stati Uniti. La ministra della difesa spagnola, Carme Chacòn, nel confermare i contatti dell’Unione europea con alcuni paesi del continente africano per ottenere l’autorizzazione a trasferire in loco le persone catturate, ha dichiarato che il suo ministero sta valutando la possibilità d’imbarcare poliziotti di paesi africani sulle navi da guerra spagnole che pattugliano le coste somale. Madrid guiderà dal prossimo mese di maggio la task force navale Ue anti-pirateria.

La Lewis and Clark è giunta nelle acque mediorientali da quasi un anno e attualmente fa parte della “Combined Task Force 151”, la forza multinazionale a guida USA che conduce le operazioni di pattugliamento in un’area estesissima comprendente il Golfo di Aden, il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e il Mare Arabico. Varata nel 2006, l’unità pesa 41.000 tonnellate ed è lunga 210 metri, ed è stata realizzata nell’ambito del “T-AKE Program” del Military Sealift Command, un programma dal costo di 4 miliardi di dollari che ha dotate l’US Navy di navi di supporto per i pronti interventi in qualsiasi scacchiere di guerra. La nuova Guantanamo mobile manterrà tuttavia inalterato il suo assetto di nave da combattimento, grazie ai due elicotteri SH-60 Seahawk ospitati. Il Seahawk è un velivolo utilizzato nella guerra anti-sottomarini e anti-nave ed è armato con missili AGM-114 Hellfire e siluri Mk 46, MK 50 ed MK 54.

Di navi galleggianti USA in giro per il mondo destinate alla detenzione illegale di cittadini stranieri sospettati di terrorismo, se n’era parlato in passato come variante del sistema creato dall’amministrazione Bush per la deportazione dei prigionieri delle guerre in Afghanistan ed Iraq. Lo scorso anno, il quotidiano inglese The Guardian aveva pubblicato gli stralci di un rapporto dell’organizzazione non governativa “Reprieve”, impegnata nella difesa dei diritti umani. Secondo il rapporto, ben 17 navi militari - prigione sarebbero state usate dal governo americano a partire dal 2001 per “detenere, interrogare, con metodi vicini alla tortura, e trasferire da un paese all’altro i prigionieri catturati”. Reprieve avrebbe pure documentato 200 casi di trasferimenti in prigioni segrete dislocate in paesi noti per violare sistematicamente i diritti umani; le “renditions” si sarebbero verificate tutte a partire dal 2006, anno in cui il presidente George W. Bush aveva assicurato la fine di operazioni simili.

“Hanno scelto le navi per tenere le loro malefatte lontano dagli occhi dei media e degli avvocati delle associazioni umanitarie”, dichiarava a The Guardian l’avvocato Clive Stafford Smith, responsabile legale di Reprieve. “Nelle navi statunitensi non ci sono prigionieri”, era stata la secca risposta dell’US Navy. Oggi - presidente il democratico Barck Obama - la stessa marina è orgogliosa di annunciare l’allestimento del deposito munizioni - carcere flottante, emblema di nuove e vecchie barbarie. 

di Antonio Mazzeo

Link: http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Febbraio09/13-02-09CarcereGallegiante.htm

Il FMI stima la crisi latinoamericana

Secondo uno studio elaborato dal G-20, nel corso del 2009 l'economia del Brasile crescerà del 1,8, l'Argentina avrà crescita zero ed il Messico subirà una recessione dello 0,3%. Più ottimismo per l'anno successivo che vedrebbe l'Argentina crescere dell'1,5% che contrasta comunque con le previsioni interne che stimavano una crescita del 4%.
Anche per il Messico prevista un'inversione di tendenza positiva per il 2010 con tasso di crescita previsto del 2,1%.
L'unico paese che per l'anno in corso subirà solo un rallentamento, ma non un blocco, è il Brasile (+ 1,8%) e per l'anno successivo la crescita aumenterà ancora al 3,5%.
Il documento termina con la raccomandazione che vengano intraprese delle decise politiche finanziarie per permettere la ripresa.
In particolare viene messo l'accento sulla necessità del passaggio dei cosiddetti titoli "tossici"che appesantiscono il bilancio delle banche alla Bad Bank, operazione definita costosa ma necessaria per risistemare il settore finanziario e dare un nuovo impulso alla domanda ed al sistema economico globale.
di Paolo Menchi

CLIMA DI CRISI



Quali sono le conseguenze della crisi economica per la causa dell'ambiente? Difficile dirlo a priori, perché molteplici sono gli effetti e le interrelazioni al livello di sistema economico. Ma anche se la tensione sul problema dovesse calare, compito del governo e delle politiche è di contrastare questa tendenza. Dopotutto, prima o poi, la crisi passerà, mentre il problema del clima resta. E così pure gli impegni internazionali da onorare. Meglio allora pensare a come agire, secondo le linee di un piano di intervento e rilancio verde.

Il 2008 sembrava un anno speciale per la lotta ai cambiamenti climatici. Il pacchetto europeo sul clima annunciato a gennaio attraversava una fase di discussione turbolenta, durante la quale si era distinto in negativo il nostro paese, ma non tale da comprometterne l’approvazione finale. Dall’altra parte dell’oceano, il candidato democratico Barack Obama viaggiava verso un’elezione alla presidenza degli Stati Uniti che gli eventi successivi avrebbero reso trionfale, sulla base di una piattaforma che della lotta agli sprechi energetici e sul clima aveva fatto uno dei pilastri principali.Ma poi sul finire dell’estate era arrivata la crisi, una crisi dalla virulenza senza precedenti. Una crisi che dalla sfera finanziaria si era trasferita all’economia reale e che a fine anno cominciava a fare intravvedere le sue pesanti conseguenze. Era una crisi di fiducia verso gli altri operatori e una crisi di sfiducia verso il futuro che inceppava il meccanismo del credito, rallentava significativamente l’economia, riduceva i redditi e accresceva la disoccupazione. Le pubbliche finanze venivano sottoposte a tensioni crescenti: a fronte di minore gettito fiscale aumentavano le richieste di intervento a favore di banche, industrie e famiglie. Si affacciava un nuovo statalismo che dilatava i deficit pubblici e nel lessico politico scompariva la parola “tassa”, per far posto a un'altra, “sussidio”.
IL CLIMA NELLA CRISI
E la lotta ai cambiamenti climatici? Quali gli effetti della crisi economica sul clima e sulla politica del clima? La lotta al clima è percepita, a torto o a ragione, come un costo: è un atteggiamento diffuso tra i decisori politici dal momento che i costi sono più vicini, visibili e certi dei benefici. Ed è difficile negare che la profonda crisi economica abbia l’effetto di attenuarne, e di molto, la serietà e l’urgenza.Prima di affrontare le reazioni della politica potremmo però provare a interrogarci su quali effetti la crisi economica possa avere su energia e clima, in assenza di interventi. Diciamo subito che una risposta nitida è difficile da ottenere, in quanto molteplici appaiono gli effetti, anche di segno opposto, cosicché l’economista ben presto osserverebbe come una disamina in qualche modo soddisfacente sarebbe possibile solo con l’ausilio di un modello di equilibrio economico generale capace di tenere traccia degli effetti principali della crisi.In assenza di simili strumenti, con mero intento illustrativo, potremmo anzitutto guardare ai mercati dell’energia, a cominciare dal petrolio. Sul mercato internazionale i capitali abbandonano frettolosamente il mercato dei futures, mentre il rallentamento della domanda globale innesca potenti aspettative al ribasso, che la volontà dell’Opec di restrizione dell’offerta non è riuscita finora a contrastare. Il prezzo crolla e le fonti fossili di energia (il petrolio porta con sé il gas) tornano a essere competitive, mentre le entrate fiscali su combustibili e carburanti si riducono (chi si ricorda più di speculazione tremontiana e Robin tax?).Se la bolletta energetica per le famiglie ne risente in positivo, ancorché in misura più lenta, il riequilibrio dei prezzi relativi delle fonti energetiche rende relativamente più costose quelle alternative, rinnovabili in testa. Sulla carta questo fatto, unito alla scomparsa del credito bancario, rende più difficoltosa l’auspicata espansione dell’industria della produzione di energia rinnovabile e dell’efficienza energetica. Se è vero che l’installazione di impianti di generazione di elettricità da eolico e solare, così come interventi di risparmio ed efficienza energetica come quelli sulle abitazioni e gli edifici pubblici e privati, sono intraprese a minimo rischio, resta il fatto che il credit crunch sembra generalizzato.Un’implicazione di quanto appena detto è che nel nostro paese il nucleare è “rimandato a settembre”. Ciò appare già abbastanza chiaro a livello di dibattito parlamentare: troppe incognite sui tempi e sui costi. Altro che dichiarare che il nucleare è la soluzione per uscire dall’impasse del contenzioso russo-ucraino che con puntualità si ripropone con orizzonte di un anno, massimo due.
DALLE TASSE AI SUSSIDI
Un altro presumibile effetto è lo spostamento delle politiche dalle tasse ai sussidi: questo non fa un favore alla causa del clima, in quanto il principio secondo cui “chi inquina paga” non lascia molto spazio alla fantasia. Ma i tempi sono quelli che sono e i sussidi hanno il pregio di contribuire ad attenuare la recessione e sostenere prima o poi la ripresa. Ma se le tasse ambientali, come tutte le tasse, incontrano una difficoltà nell’accettabilità politica, dall’altro lato procurano gettito. Esattamente l’opposto accade con i sussidi. Specie se questi ultimi prendono verosimilmente direzioni diverse dal finanziamento dell’innovazione in tecnologie pulite e verdi, a causa dell’elevata incertezza circa tempi ed esiti che, pur nella loro cruciale importanza, le caratterizza.Il rallentamento generalizzato dell’economia induce spontaneamente comportamenti volti al risparmio, a economizzare sui consumi e ciò riguarda anche l’energia, dai trasporti agli utilizzi di elettricità. Naturalmente, qui la questione riguarda l’elasticità al reddito dei consumi energetici, che sembra evidenziare asimmetrie a seconda che si tratti di aumenti ovvero riduzioni. In generale, comunque, si può affermare che il rallentamento della crescita a livello globale porterà a un rallentamento spontaneo nella crescita delle emissioni inquinanti, di gas-serra comprese.
SOTTRARSI DALLA LOTTA?
Il problema più serio che la crisi economica pone per la lotta al clima è l’attenzione che viene distolta dal tema, la tensione che si riduce. Il risultato è che l’emergenza climatica cessa di essere tale di fronte all’emergenza del credito, dei redditi, dell’occupazione e solo una forte volontà politica può impedire questa per certi versi comprensibile tendenza.Dovremmo dunque abbandonare la lotta? Dare la partita per persa? Rinunciare a prendere l’iniziativa? Ci si chiede se l’ambiente è favorito dalla crisi: in realtà la risposta dipende da noi, dalla nostra volontà – e in qualche misura dal coraggio – di afferrare per le corna il toro della crisi per dirigerla verso un’uscita ad alto tasso di efficienza energetica e basso tenore di carbonio.Vi sono tre fondamentali ragioni per cui non possiamo e non dobbiamo rimandare l’intervento a un futuro più favorevole (se mai esiste). La prima è che prima o poi la crisi economica passa, mentre il problema climatico no. Anzi, con l’inazione è destinato a diventare ancora più grave. Se le emissioni (anche) quest’anno si ridurranno, sarà comunque un fatto transitorio se non sarà il risultato di politiche attive e consapevoli. Il prezzo del petrolio tornerà a crescere e tenderanno a riproporsi le condizioni precedenti alla crisi, se non avremo colto questa cruciale occasione per presentarci all’uscita dal tunnel in condizioni diverse.La seconda ragione è che le obbligazioni per il nostro e altri paesi sono sempre lì. Kyoto è ineludibile e così lo sono gli impegni del pacchetto europeo. Dopo la battaglia sul pacchetto, vinta a metà (o vinta dall’industria, ma non dal paese), non abbiamo più sentito nulla dai ministeri interessati su come si pensa di onorare gli impegni assunti. Stupisce un po’ di leggere che si vagheggia di rivedere i termini dell’accordo in anticipo sui tempi previsti (2010), quando in realtà la clausola di revisione non è stata introdotta per tornare indietro, quanto per verificare se vi siano le condizioni per rendere l’impegno di riduzione delle emissioni ancora più stringente. In ossequio al principio di precauzione, i costi da sostenere potrebbero essere tanto più alti quanto più tardiamo a intervenire. Mentre ancora siamo in attesa di sapere come si intende operare per la riduzione delle emissioni per quei settori – trasporti, residenziale, commercio, agricoltura – non coperti dal Sistema europeo di scambio dei permessi di emissione. O si ha il coraggio di pronunciare la parola tassazione, ma crucialmente specificando che si tratterebbe di una riforma dell’intero sistema in senso ambientale, che non porti a nuove tasse, corredandola da una clausola di impiego del gettito a favore della detassazione del lavoro e dell’incentivazione alla ricerca e sviluppo. Oppure si deve spiegare dove il Tesoro reperirà i fondi per acquistare i crediti d’emissione necessari per rientrare nei limiti degli impegni assunti.Naturalmente, e questa è la terza ragione, si può e si deve intervenire anche sostenendo l’economia con incentivi e sussidi. Qui Obama è d’esempio: incentivi e sussidi servono a contrastare il ciclo economico avverso, ma è cruciale cogliere questa occasione di intervento dello Stato nell’economia per iniziare a cambiare la struttura della produzione e dei consumi in direzione della sostenibilità. Questo significa la concessione di aiuti condizionati e mirati, come quelli che il governo ha faticosamente deciso a favore dell’auto e degli elettrodomestici, mentre meno si comprende, dal nostro punto di vista, l’intervento a favore dei mobili. Ma naturalmente molto di più si potrebbe e sarebbe necessario fare, a cominciare da tutte quelle opzioni a costo zero di riduzione delle emissioni negative costituite dai vari interventi di efficienza e risparmio energetico. In questo senso, abbiamo registrato il piano “obamiano” presentato dal segretario del Partito democratico Veltroni, di cui solo uno dei grandi quotidiani nazionali ha riferito, e capace secondo il proponente di creare (il famoso) milione di posti di lavoro nel giro di cinque anni. (1)Sul fronte delle politiche domestiche è necessario essere lucidi e coraggiosi. Nonostante la generale crisi di fiducia, non deve venire meno la fiducia nella lotta al clima, ma è necessario cogliere questa occasione che potrebbe rivelarsi irripetibile, come osservano le Nazioni Unite con la proposta di un Green Global New Deal e Obama con il suo American Recovery and Reinvestment Plan. Qualche settimana addietro Francesco Giavazzi notava in un editoriale come questa crisi sia l’occasione propizia per procedere in maniera decisa a una riforma radicale del sistema delle relazioni industriali. (2) Quando l’abbiamo letto abbiamo pensato tra noi che poteva anche notare come questa sia anche una straordinaria occasione per offrire al paese un’ambiziosa fuga in avanti verso un obiettivo di sostenibilità comunque ineludibile.

(1)“Un milione di posti in 5 anni la svolta è la green economy”, La Repubblica 1 febbraio 2009.(2)“Lo scambio virtuoso”, Corriere della Sera 8 gennaio 2009.



Russia: scacco al Re


Il Kirghizistan chiude l'ultima base statunitense nella regione.Dietro le quinte del tanto reclamizzato disgelo tra Usa e Russia avviato dal nuovo corso di Obama, le due superpotenze sono impegnate in una serrata, quanto discreta, partita a scacchi per il predominio dell'Asia centrale, del Caucaso e non solo.

Da un cortile di casa... Mentre il presidente russo Dimitri Medvedev garantiva la "piena collaborazione" di Mosca a sostegno dello sforzo bellico di Washington in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno ricevuto un inaspettato ordine di sfratto, inappellabile, per la loro base aerea di Manas, in Kirghizistan: principale retrovia logistica della guerra in Afghanistan, operativa dal 2001. La clamorosa decisione del presidente kirghizo Kurmanbek Bakiyev - che tollerava la base Usa solo perché gli fruttava 150 milioni di dollari all'anno - è arrivata dopo che Medevedev ha garantito al piccolo alleato centroasiatico aiuti per oltre 2 milioni di dollari. L'accorto presidente russo non poteva certo non prevedere le conseguenze di questa mossa, e d'altronde Mosca chiedeva da tempo a Washington di porre termine alla sua presenza militare 'temporanea' nel suo 'cortile di casa'. Una decisione "deplorevole", ha commentato il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Per le operazioni belliche Usa in Afghanistan, già in difficoltà dopo la chiusura della retrovia meridionale pachistana, dover abbandonare del tutto anche quella settentrionale centroasiatica (nel 2005 gli Usa erano stati sloggiati anche dalla base uzbeca di Karshi-Khanabad) è un vero problema. La soluzione, a questo punto, è obbligata: aprire al più il corridoio militare alternativo di cui si parla da tempo, quello via Georgia-Mar Caspio-Turkmenistan/Uzbekistan.

...all'altro. A ben vedere, lo 'sgarbo' russo agli Usa in Kirghizistan è la risposta alla ben più 'sgarbata' (dal punto di vista russo) decisione statunitense di aprire ben due basi militari Usa in Georgia, ovvero in casa del più acerrimo nemico di Mosca. Lo scorso 9 gennaio, a margine della firma della 'Carta di partnership strategica tra Stati Uniti e Georgia', gli emissari del Pentagono hanno avviato negoziati con il governo di Mikheil Saakashvili per l'apertura di una base navale a Poti, sul Mar Nero, e di una base aera a Marnueli, a sud di Tbilisi. Una mossa che porta il marchio dell'amministrazione uscente Bush, ma anche del ministro della Difesa Robert Gates e del capo del CentCom David Petraeus, entrambi ancora in carica. La reazione del Cremlino a questo affronto non si è limitata allo sgambetto agli Usa in Kirghizistan. Nei giorni scorsi Medevedev ha annunciato la nascita della Forza di Reazione Rapida della Csto, l'alleanza militare che - finora solo sulla carta, ma ora non più - raggruppa Russia, Bielorussia, Armenia, Kirghizistan, Kazachistan, Uzbechistan e Tagikistan: "Questa forza, creata in risposta all'accumulo di un considerevole potenziale di conflitto nella regione, respingerà aggressioni, compirà operazioni speciali e combatterà il terrorismo, al pari della Forza di Reazione Rapida della Nato". La Russia ha annunciato che metterà sul piatto una divisione e una brigata, ovvero 15-20 mila uomini. Più che una partita a scacchi, sembra una partita a Risiko.

di Enrico Piovesana

L'Italia scende in guerra


"Obama ha chiesto a gli alleati di dare una mano agli Stati Uniti in Afghanistan e noi non ci tireremo indietro", ha dichiarato oggi Berlusconi spiegando di aver confermato al presidente Usa il rispetto degli impegni presi con il suo predecessore Bush. Alcuni giornali, riprendendo una notizia diffusa dal quotidiano britannico The Guardian, hanno parlato di altri 800 soldati, e il ministro degli Esteri Frattini ha confermato la rimozione completa dei caveat che limitano l'impiego dei nostri soldati.

Rinforzi in arrivo. L'aumento del contingente da 2.300 a 2.800 era già stato autorizzato con un decreto legge lo scorso 18 dicembre (dopo la visita a Roma del capo del Comando centrale Usa, generale David Petraeus), consentendo l'invio di rinforzi (500 alpini della Brigata 'Julia') per la creazione, già prevista da mesi, di un secondo Battle Group da dislocare sul fronte di guerra sud-occidentale di Farah. Le nuove truppe da combattimento stanno affluendo in questi giorni nella nuova base italiana 'Tobruk' di Bala Buluk (inaugurata pochi giorni fa) e ancora più a sud, nell'avamposto di Delaram (che già ospitava le nostre forze speciali della Task Force 45). Il contingente italiano potrebbe effettivamente crescere di ulteriori 300 uomini rispetto alla quota di 2.800 autorizzata a dicembre quando tra due mesi arriveranno i paracadutisti della Brigata 'Folgore' a dare il cambio agli alpini e almeno altri sei elicotteri da guerra con i rispettivi piloti e tecnici.

Mani libere. Per quanto riguarda invece la rimozione completa delle limitazioni che finora impedivano ai soldati italiani di compiere azioni offensive - decisa anch'essa a dicembre durante l'incontro romano tra il premier Berlusconi e il generale Usa Petraeus - non è altro che la conseguenza logica dell'invio dell'invio al fronte delle nostre truppe, che d'ora in avanti non spareranno più solo per difendersi ma condurranno anche attacchi. Il limite potrebbe cadere anche per i quattro caccia-bombardieri italiani Tornado schierati in Afghanistan, che finora ha sparato 'solo' con i doppi cannoni mitragliatori Mauser Bk-27 (da cinquanta proiettili 27mm al secondo) e che d'ora in poi potrebbero anche sganciare bombe.
di Enrico Piovesana

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori