giovedì 12 febbraio 2009

Dunque sì, è come nel 1931


Questo potrebbe battere i risultati di Germania (-7%), Giappone (-12%) e Corea (-22%) nell’ultimo trimestre. Ma ciò sottolinea unicamente i pericoli che ci aspettano mentre il collasso del commercio globale soffoca il mini-boom delle esportazioni americane, facendo esplodere un altro livello della crisi.

Gli Stati Uniti stanno perdendo 500.000 posti di lavoro al mese. Il Brasile ne ha persi 650.000 in dicembre. Pechino dice che 10 milioni di cinesi hanno perso il loro posto da quando la contrazione è cominciata. Sulla base di un confronto annuale, le esportazioni del Giappone sono cadute del 35% lo scorso mese. La banca centrale sta stampando banconote furiosamente, comprando bond per prevenire una ricaduta nella deflazione. 

Dunque sì, è come nel 1931. Citigroup e Bank of America si sono più o meno sgretolate. La salute di JP Morgan sta velocemente peggiorando. General Motors e Chrysler sopravvivono solo grazie a vitalizi corrisposti dai contribuenti americani. 

Ma la situazione non è ancora quella del 1933. Quella seconda caduta fu il risultato delle politiche di “liquidazione” condotte da una dirigenza dickensiana ignara dei pericoli della deflazione del debito. All’epoca il regime aureo era degenerato in uno strumento di tortura. Obbligò il governo ad aumentare i tassi dall’1,5% al 3,5% nell’ottobre 1931 per contenere la svalutazione dell’oro, con risultati prevedibili per le banche già a pezzi.

Vale la pena dare un’occhiata alla prima pagina del New York Times di lunedì 6 marzo 1933 per vedere com’era il mondo tre giorni dopo l’insediamento di Franklin Roosevelt alla Casa Bianca. Il quotidiano riportava la vicenda di Roosvelt, il quale aveva chiuso il sistema bancario americano – invocando il Trading with Enemies Act - e ordinato la confisca dell’oro privato. Da sinistra a destra, i titoli recitavano:“Il Blocco Hitleriano Si Aggiudica Una Maggioranza al Reich, Governa la Prussia"; “Il Giappone Continua I Suoi Feroci Attacchi, la Cina Chiude il Muro, Nanchino Ammette la Sconfitta”; “Certificati Monetari Al Posto dei Contanti”; “Il Presidente Adotta Misure In Linea con la Radicale Legge del Tempo di Guerra "; "Carcere Per Chi Accumula Oro". 

Il presidente Obama ha di fronte un mondo più felice. L’ordine economico liberale è ancora intatto, anche se si sta logorando agli angoli. Il capitale e le navi si muovono liberamente. Il Nord America e l’Europa parlano lo stesso linguaggio politico. La Cina si è finora dimostrata un pilastro attendibile del sistema internazionale. Ma anche allora il mondo sembrava sufficientemente clemente, all’inizio del 1931. E’ la seconda fase della depressione che fa cose terribili.

Roosevelt salì al governo di una nazione i cui ingranaggi economici erano completamente in pezzi. La borsa di New York e il Chicago Board of Tradeavevano chiuso. Trentadue stati avevano chiuso le loro banche, Il Texas aveva limitato i prelevamenti in banca a 10$ al giorno. 

Pochi stati potevano chiedere prestiti sui mercati dei bond. L’Illinois e molti stati del sud non pagavano più gli insegnanti. Le scuole chiusero per mesi. Un esercito di 25.000 veterani affamati che sedevano davanti al Congresso furono caricati dai soldati del 3° cavalleggeri USA– guidato dal maggiore George Patton. Contadini armati minaccianti la rivoluzione avevano preso d’assedio città di pianura. Una folla aveva preso d’assalto il Campidoglio del Nebraska. Il governatore del Minnesota reclutava comunisti solo per arruolarli nelle forze armate di stato. Gli avvocati che tentavano di far valere i pignoramenti venivano uccisi. Più di 100000 cittadini di New York avevano fatto domanda per andare nell’Unione Sovietica quando Mosca annunciò l’assunzione di 6000 lavoratori con esperienza. Ci dimentichiamo di quanto vicino l’America sia stata alla rivoluzione aperta. Eleanor Roosevelt temeva che il paese non avesse possibilità di salvezza.

Suo marito mantenne la fede. Sfidò la rabbia contro Wall Street, diffondendola. “Le abitudini dei cambiamonete senza scrupoli sono sotto accusa davanti al tribunale dell’opinione pubblica”, disse all’inizio della sua presidenza. La Federal Reserve era un peso morto ideologico. Sotto la pressione del Congresso, iniziò a comprare bond a metà 1932 al fine di stimolare la fornitura di denaro, ma poi indietreggiò, prima di ritirarsi in una pietosa autogiustificazione. Un terzo dei fondi di emergenza della Hoover's Reconstruction Finance Corporation furono sottratti. 

Oggi non c’è stato un simile fallimento dell’immaginazione istituzionale americana anche se, come dice George Soros, le politiche del Tesoro sono state “non ponderate e mutevoli”.

La contemporanea esplosione dello stimolo fiscale e monetario è stata enorme. In breve tempo la Federal Reserve ha ridotto drasticamente i tassi a zero. Ora sta facendo saltar fuori il denaro dal nulla su scala industriale, acquistando 600 milioni di dollari di bond ipotecari per imporre una diminuzione dei mutui per la casa e sostenere il mercato dei commercial paper al fine di evitare che le aziende sospendano in toto i pagamenti. Ben Bernanke, un drogato della Depressione, sta procedendo con un messianico senso di certezza. Il diluvio di denaro dovrebbe assicurare che i prossimi 18 mesi non saranno una ripetizione della valanga di disastri accaduti dal tardo 1931 al primo 1933.

Così facendo si prende un po’ di tempo. Ma non si risolve il problema più profondo, ovvero quello di un Occidente assuefatto al credito Ponzi che ha rimandato il giorno della resa dei conti tramite una politica monetaria ancora più estrema a ogni fase negativa, rubando prosperità al futuro. 

Sarà un’operazione delicata raddrizzare di nuovo la barca. Le banche centrali dovranno tirarsi fuori dalla loro avventura nel mercato dei bond senza far esplodere il loro fallimento nel 2010 o 2011. I governi dovranno pianificare un cammino di disciplina puritana anno dopo anno.

Questo sarà il primo severo test per la politica di Barack Obama. 

di AMBROSE EVANS-PRITCHARD 
The Telegraph
Titolo originale: "Bad news: we're back to 1931. Good news: it's not 1933 yet"

Fonte: http://www.telegraph.co.uk
Link

Traduzione di RACHELE MATERASSI per www.comedonchisciotte.org

Vittorio Arrigoni: "Il prezzo del prezzemolo"


"No Arabi No Terrorismo"
"Non c'è pace di fianco agli Arabi"
"La Nazione si fa con il trasferimento (di 1 milione di arabi fuori da Israele)"
"Hebron sempre e per sempre"
"Sradicare le colonie divide la nazione"
Questi alcuni slogan che giravano prima delle elezioni "nell'unica democrazia del medioriente"...
Con questi slogan, per lo più razzisti e fascisti, il gruppo israeliano the Hadag Nahash ci ha fatto una canzone:

Link: http://www.youtube.com/watch?v=HVKHUt3WAR0

I palestinesi di Gaza vivono subendo la loro autobiografia senza mai farsi addomesticare. La penna intinta di sangue che traccia i destini delle loro vite è impugnata un nemico acerrimo e distante, che decide la tempistica della nostra agonia in base all'oscillazione di share di un elettorato assetato di sangue. Martedì 10 febbraio ci saranno le elezioni in Israele, e ciò fa qui presagire nuove operazione militari poco prima che si aprano le urne. L'ultimo massacro, qui lo sanno anche i bambini, è stata una carneficina promossa in funzione elettorale dall'attuale governo di Tel Aviv. Più di 1300 morti, il 90% dei quali civili, hanno fatto impennare verso l'alto i consensi di Olmert e Livni, forse non abbastanza per permettere loro di spuntarla su Benjamin Netanyahu, un uomo con la testa a forma di cannone e che al posto dei piedi ha dei cingoli di carro armato. Il programma elettorale di Netanyahu è chiaro e dichiarato: estensione delle colonie in Cisgiordania, guerra aperta e infinita contro Hamas. Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu ("Israele è la nostra patria)" nel caso in cui diventasse effettivamente la terza forza politica alla Knesset, il parlamento israeliano, ha progetti ancora più drastici, ovvero sia lanciare una bomba atomica su Gaza: "Dobbiamo proseguire la guerra fino alla sua distruzione. Dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti d’America con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza”. Insomma, siamo messi bene. Olmert, Livni, Barak, Netanyahu, Lieberman, con questi personaggi tranquillamente incriminabili in qualsiasi tribunale per i diritti umani i governali occidentali  imbastiscono cordiali relazioni diplomatiche, mentre con Hamas invece non solo non si parla, ma lo si embarga, e insieme all'unico governo liberamente eletto in Palestina si puniscono collettivamente un milione e mezzo di palestinesi. In questi giorni con i miei compagni dell'International Solidariety Movement abbiamo ripreso le nostre azioni  di interposizione civile non violenta, in sostegno ad una popolazione civile strangolata da un assedio criminale. Israele racconta al mondo di una tregua che non esiste. I contadini non sono autorizzati a coltivare i loro campi, (due gli assassinati dall'esercito israeliano negli ultimi dieci giorni), i pescatori non riescono a pescare nel loro spazio di mare legittimo (diversi i feriti dalla marina di Tel Aviv, l'ultimo quest'oggi, venerdì 6). Martedì ci siamo recati ad Al Faraheen, a est di Kahn Yunis, perchè chiamati da alcuni contadini locali. Ci hanno chiamato perchè non riescono a lavorare nei loro campi: sono costantemente presi di mira dai soldati israeliani. A bombardamenti finiti Israele ha dichiarato 1 chilometro dai suoi confini dentro il territorio palestinese zona militare inaccessibile. Un limite arbitrario e assolutamente illegale, immaginatevi cosa vuol dire a chi dentro quel chilometro ci vive, o ci coltiva la terra per vivere.
Ci siamo recati sul posto con alcuni giornalisti di Peacereporter e una troupe di Rai Tre. Come prassi consolidata dell'ISM, il giorno prima avevamo avvisato i media e l'esercito israeliano sulle nostre intenzioni, e una volta sopraggiunti nell'aera, ci siamo premuniti di vestirci con corpetti catarifrangenti. Nonostante questo, dopo solo un paio di ore di lavoro, soldati israeliani a bordo di quatto jeep si sono posizionati appena oltre il confine e hanno iniziato a bersagliarci di colpi.
Un impressionante numero di proiettile a pochi centimetri dalle nostre teste, civili disarmati chiaramente riconoscibili: attivisti, contadini, e giornalisti. Inutile cercare un contatto via megafono, abbiamo dovuto evacuare l'aera con il fuoco dei cecchini che si faceva più intenso via via che ci allontanavamo.
Martedì eravamo riusciti a caricare solo due carretti di prezzemolo raccolto, ieri, tornati nella zona, è andata meglio, un camion stracolmo, ma ancora una volta abbiamo dovuto lasciare i campi perché presi di mira dai soldati. Per puro caso non ci sono stati feriti, o peggio, nella mia lunga esperienza di attivista per i diritti umani non mi è mai capito di avvertire i proiettili sfrecciare così vicini alle mie orecchie come in questi due giorni. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall'Ansa, ci ha contattati poco dopo l'attacco, e ha promesso una protesta ufficiale presso le autorità israeliane, staremo a vedere. Manolo e gli altri amici giornalisti hanno fatto un ottimo servizio, seguite le prossime puntate di "Presa diretta" su Rai Tre per prendere coscienza di quello che si rischia da queste parti nel tentativo di sopravvivere. Che prezzo ha il prezzemolo? Qui a Gaza ha prezzi elevatissimi, non in termini economici, ma di vite umane. Questi lavoratori mettono a repentaglio le loro vite per raggranellare la misera somma di 20 shekels ( 5 dollari) al giorno. Come Anwar Il Ibrim,  27 anni, padre di due figli che dieci giorni fa proprio ad Al Faraheen è stato ucciso, colpito alla testa mentre era impegnato nella raccolta sui campi di prezzemolo. Dopo questo omicidio la maggior parte dei contadini non provano più ad andare a coltivare nei pressi del confine senza la presenza di internazionali come scudi umani a proteggerli. Altri lo fanno ancora, esattamente come quei pescatori che si disinteressano dei pericoli e si arrischiano a pescare in mare sulle loro fragili barchette, più sofferenti nel vedere i ventri smagriti dalla fame dei loro figli che dalle ferite provocate dai proiettili.
Impedire la coltivazione, la pesca, trivellare di colpi i pescherecci, distruggere i sistemi di irrigazione dei campi, sradicare piante e distruggere decine  e decine di ettari ci colture, cecchinare e uccidere pescatori e agricoltori,  fa parte della sistematica oppressione israeliana ai danni dei palestinesi. Una oppressione costante che ha strangolato l'economia, impoverendo la popolazione sino a costringerla a vivere di aiuti umanitari. A volte qualche giovane si stanca di venire ammazzato mentre pacificamente lavora per il mantenimento suo e della sua famiglia. Magari i soldati israeliani gli ammazzano dinnanzi nei campi o in un mare il padre, o un fratello, allora lui si arruola in qualche brigata, spara qualche razzo artigianale verso Israele giusto per dimostrare quanto è vivo e combattivo il popolo, forse più a stesso che al nemico. Per l'assedio genocida a cui costretta Gaza nessun governo occidentale muove protesta, ma per questi "razzi" sparati a caso senza danno dall'Europa all'America si è pronti a legittimare di fatto un massacro come l'ultimo appena subito a Gaza. Sappiamo benissimo, come lo sanno anche a Tel Aviv, che se a contadini e pescatori palestinesi fosse consentito di vivere e lavorare esattamente come i loro colleghi israeliani, non ci sarebbero praticamente nessuno disposto a sparare qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma i biografi in divisa militare sotto la stella di David hanno deciso che il prezzo del prezzemolo di Gaza dovrà restare elevatissimo: vite umane e assedio a Gaza, insicurezza dentro i confini israeliani. Restiamo Umani. 

Articoli dello stesso autore anche su SudTerrae

di Vittorio Arrigoni - da guerrillaradio.iobloggo.com

Israele, un Paese in stallo dopo le elezioni


I risultati delle ultime elezioni in Israele hanno aperto la strada a diverse possibilità di governo. L'estrema destra rimane tuttavia determinante. Le priorità della nuova amministrazione, fra Gaza e Iran. 

Le elezioni in Israele sono come le prove ufficiali di un Gran Premio di Formula 1. Servono a formare la griglia di partenza. Non sono decisive per stabilire quale governo si farà e chi lo guiderà. Per questo occorrerà attendere diverse settimane, forse un paio di mesi. Dal voto del 10 febbraio emergono infatti i seguenti dati di fondo. 

Primo, la società israeliana è sempre più orientata a destra, e fa della sicurezza la priorità delle priorità. 

Secondo, per conseguenza la sinistra, e in particolare la sua forza storica più rilevante, il partito laburista, è ridotta ai minimi termini. 

Terzo, Kadima si conferma come primo partito, ad onta dei sondaggi (nella metafora automobilistica, i sondaggi equivalgono alle prove libere, cioè non valgono nulla). In particolare, è considerato dall'elettorato di centro sinistra come il vero polo alternativo alla destra del Likud. Con ciò sottolineando l'inutilità dei laburisti. 

Quarto, Beniamin Netanyahu non ce l'ha fatta. Fino alla guerra di Gaza era favoritissimo, ma negli ultimi giorni evidentementre il partito di Tzipi Livni, Kadima, è riuscito a drenare una sufficiente quantità di voti laburisti per ergersi a primo partito, sia pure per un solo seggio. 

Quinto, il vero vincitore di queste elezioni è Avigdor Lieberman, capo del partito "Israele Casa Nostra". Quale che sia la combinazione di governo, la sua presenza è inevitabile. 

Sesto, infatti, a questo punto, le due meno improbabili coalizioni sarebbero o quella di destra, guidata da Netanyahu e composta da Likud, Israele Casa Nostra, Shas e partiti nazional-religiosi, oppure una grande coalizione guidata da Livni con dentro tutti (Laburisti, Likud, Israele Casa Nostra e Kadima). 

Altre due ipotesi di riserva sono un'alternanza fra Netanyahu e Livni, per cui governerebbero due anni per uno, oppure semplicemente lo stallo e nuove elezioni.

Quel che è certo è che la priorità di qualsiasi governo israeliano non sarà un vero negoziato con i palestinesi. Questo non esclude che si possa continuare la pantomima già inscenata da Abu Mazen e Olmert, mente esclude che qualsiasi esercizio diplomatico possa produrre uno Stato palestinese, almeno nel tempo prevedibile. La priorità di sicurezza di Israele è infatti l'Iran (vai agli articoli sull'Iran). Sarà interessante vedere come il nuovo governo si rapporterà agli americani. Le aperture di Obama al dialogo con Teheran preoccupano l'establishment di Gerusalemme. Sarà quindi importante vedere se questi malumori per ora sotterranei verranno in superficie. 

Infine, Israele deve fare i conti con una crisi economica e sociale non meno grave di quella attraversata dai principali paesi industriali. Anche questo sarà un terreno di scontro fra le fazioni politiche le quali, fra ambizioni personali e odi reciproci, saranno chiamate nelle prossime settimane a sciogliere il rebus di chi governerà Israele.

di Lucio Caracciolo

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