mercoledì 11 febbraio 2009

Zimbabwe, il calvario è giunto alla fine?


Dopo mesi di attesa, trattative avviate e interrotte, mediazioni internazionali e colpi di mano, per Morgan Tsvangirai e lo Zimbabwe è arrivato il gran giorno. Il leader del Movement for Democratic Change, l'ex-partito di opposizione uscito vincitore dalle elezioni parlamentari dello scorso marzo, giurerà oggi quale nuovo premier, al termine di un processo di pace durato quasi un anno e più volte sul punto di collassare. Il compito del nuovo esecutivo si annuncia però tutt'altro che semplice: far uscire il Paese dalla peggior crisi economica della sua storia sembra un'impresa da Titani.
Far lievitare la produzione agricola di quello che una volta era considerato il granaio dell'Africa meridionale, e che ora è costretto a dipendere dagli aiuti internazionali per sfamare la popolazione; reintrodurre una politica monetaria efficiente, ora che il dollaro locale è stato dichiarato clinicamente morto da alcuni dei maggiori economisti del Paese, dopo che l'inflazione annuale ha toccato quota 231.000.000 percento; ridare fiducia a una popolazione depressa dalla crisi e dall'epidemia di colera, e il cui tasso di disoccupazione è schizzato al 90 percento. Saranno questi i principali problemi che dovrà risolvere il nuovo ministro delle Finanze, quel Tendai Biti, esponente di spicco del Mdc, fresco di scarcerazione dopo che, la scorsa settimana, la giustizia locale l'aveva scagionato dall'accusa di tradimento. Oltre a quello delle Finanze, stando agli accordi di pace siglati con lo Zanu-Pf, il partito del presidente Robert Mugabe, il Mdc ha ottenuto i dicasteri della Sanità, dell'Agricoltura, degli Affari Costituzionali, mentre la guida degli Interni dovrà essere spartita con un esponente dello Zanu-Pf.

A un ancora potente Mugabe rimangono alcuni dei ministeri più importanti, tra cui la Difesa, gli Esteri e la Giustizia. Ma l'aver ottenuto un accordo di pace, dopo mesi e mesi di estenuanti trattative, è comunque un mezzo successo per il Mdc, che si è anche guadagnato il controllo di cinque governi locali su dieci. Certo, all'inizio della crisi, poco dopo aver vinto il primo turno elettorale (e prima di ritirarsi dal ballottaggio presidenziale per evitare le violenze contro i propri sostenitori), Tsvangirai reclamava apertamente la presidenza, chiedendo al più che ottuagenario Mugabe, al potere dal 1980, di farsi da parte. Ma scalzare il vecchio padre dell'indipendenza, accusato di aver truccato le elezioni per rimanere al potere e sostenuto da gran parte dell'apparato statale e dalle forze dell'ordine, si è rivelato impossibile, nonostante le pressioni internazionali.
E così Tsvangirai e Mugabe, i due grandi rivali sulla scena politica dello Zimbabwe, dovranno accontentarsi di una scomoda convivenza, i cui sviluppi concreti sono tutti da testare. Molti rimangono i punti di disaccordo tra i due partiti, tra cui la creazione di una Commissione che indaghi sulle violenze pre e post elettorali (nelle quali il Mdc ha denunciato di aver perso centinaia di sostenitori) e la scarcerazione di giornalisti, attivisti politici e per i diritti umani. Soprattutto, sarà fondamentale costruire un clima di convivenza politica tra le parti, un punto tutt'altro che scontato vista la propensione di Mugabe a non dividere il potere e l'aperto boicottaggio delle trattative attuato nei mesi scorsi. Ma, per un giorno, il Paese può permettersi di festeggiare. Sperando che il calvario in cui è entrato all'inizio degli anni Duemila stia volgendo al termine.
di Matteo Fagotto

I nuovi confini dell'Impero



Gli Stati Uniti potrebbero trasferire l'Anti-Ballistic Missile (ABM) all’interno del Mediterraneo, e come possibile base viene considerata l`Albania, assieme a Turchia, Bulgaria e Romania. L'amministrazione di Barack Obama rinuncerebbe così ai piani per Polonia e Repubblica Ceca, dopo le pressioni da parte di Mosca. La scelta dell’Albania come Paese destinatario di questo tipo di progetto è avvalorato anche dall’avvicinamento tra i due blocchi del passato, che renderebbe i Balcani una terra di confine. Lo scenario della sicurezza è destinato ad essere stravolto, in quando la crisi globale ha tracciato delle nuove zone di influenza economica.
Le forti le pressioni da parte della Russia per annullare la costruzione di un sistema d'intercettazione dei missili balistici (ABM) a ridosso dei confini del suo territorio, potrebbero decretare il trasferimento del progetto all’interno di un altro Paese. Gli Stati Uniti potrebbero infatti istallare gli intercettori all’interno del Mediterraneo, e come possibile base viene considerata l`Albania, assieme a Turchia, Bulgaria e Romania . Tale ipotesi - non così azzardata come si possa pensare - è stata avanzata dal quotidiano "International Herald Tribune", affermando che Albania, Turchia, Bulgaria e Romania potranno costituire "la striscia di sicurezza", dove installare il sistema di difesa missilistica, come " risposta alla minaccia nucleare dell`Iran". Come rilevato anche dal quotidiano britannico "The Guardian" , per ammorbidire la rabbia di Mosca sarà rimandata l`adesione dell'Ucraina e della Georgia nella NATO, e lo stesso piano dell`amministrazione di Bush per la difesa missilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca, definito come "una perdita di tempo che deve essere abbandonata al più presto". Una tesi che potrebbe far parte della nuova politica del Presidente Barack Obama, che rinuncerà ad istallare l’ABM su Polonia e Repubblica Ceca, scegliendo un’altra regione europea che non costituisca motivo di preoccupazione per la Russia. In tale ottica, l’Albania sembra essere la più quotata, per il suo chiaro atteggiamento pro-americano senza riserve, ma anche per la sua posizione strategica all’interno del Mediterraneo. La scelta dell’Albania come Paese destinatario di questo tipo di progetto è avvalorato anche dall’avvicinamento tra i due blocchi del passato, che renderebbe i Balcani una terra di confine quasi neutrale. In questa regione confluiscono rotte commerciali ed energetiche di interesse per entrambe le parti, tale che è in queste terre che continuerà ad oltranza lo scontro tra Russia ed Occidente per la conquista del Mediterraneo. Uno scontro che coinvolge anche l’Italia e il Caucaso, essendo entrambe delle basi militari per eccellenza. Tuttavia, rappresenta sempre un confronto che viaggia sul filo del rasoio, fatto di guerre silenziose e compromessi diplomatici che stanno cambiando la configurazione delle zone di influenza e, di conseguenza, anche delle organizzazioni internazionali che detengono il potere. L’Alleanza del Nord Atlantico (NATO) è la prima che verrà riformata all’indomani del cambiamento delle zone di influenza. Questo l’esito della Conferenza della sicurezza tenutasi a Monaco, durante la quale è lo stesso Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, ad affermare che "l'Occidente deve rafforzare le sue relazioni con la Russia", così come "Stati Uniti ed Europa" devono raggiungere un nuovo equilibrio. "Tutte le parti devono essere disposti al compromesso", afferma Scheffer, mentre per il presidente francese Nicolas Sarkozy " la Russia non è una minaccia per l'Unione europea e l'Alleanza atlantica", definendo così anacronistico che l’Europa tema un’aggressione militare da parte di Mosca. Allo stesso modo, il Presidente Dmitri Medvedev ha proposto la discussione di un nuovo quadro della sicurezza, in cui siano rimessi in discussione anche gli antichi ruoli attribuiti dall’eredità della seconda guerra mondiale.
Lo scenario della sicurezza è destinato ad essere stravolto, perché oggi è diverso il ruolo che ha ogni singolo Stato, ogni regione e ogni ente sovranazionale, proprio perché l’economia, cambiando, ha dato un nuovo volto alla politica. La crisi economica globale è stata un semplice pretesto per ricreare delle zone di influenza economica, che non saranno tracciate più dalle etnie ma dalla distribuzione della ricchezza. Allo stesso modo, la paura della recessione è un modo per coinvolgere quanti più Stati possibili ad accettare prestiti e linee di credito delle organizzazioni finanziarie internazionali, indebitando di nuovo le economie per far partire la macchina pianificata con Bretton Woods. In un certo senso stiamo combattendo una Guerra fredda diversa. I russi hanno già lanciato il loro sistema, ed è il premier Russo Vladimir Putin ad aver mosso le pedine, e questa volta non saranno missili, né carri armati, ma le armi di una "guerra invisibile", ossia i software più avanzatiche permettono di agire all'interno della rete senza lasciare traccia. Ad esempio, Putin ha già detto che la Russia ha bisogno delle sue agenzie di rating, in quanto quelle occidentali non sono più capaci di comprendere "le specificità del mercato russo". "Ovviamente siamo interessati ad avere delle agenzie nazionali di rating che siano capaci di tenere in considerazione in maniera completa le specificità del mercato russo nel loro rating e che offrano qualità e termini accettabili non solo per le grandi compagnie ma anche per le imprese di media grandezza", ha dichiarato Putin, spiegando che la procedura di accreditamento dovrà essere "volontaria, trasparente e il più semplice possibile". Oggi esistono le zone di influenza transnazionali, un nuovo sistema di rete internet e nuove società di rating: tutto questo viene dalla Russia, che sta usando una forza invisibile, operazioni clandestine economiche, per dare alla propria economia, e quella degli Stati correlati, un nuovo sistema. Tramite agenti commerciali che si nascondono dietro le strutture delle camere di commercio, vengono create nuove finanziarie, mentre i collegamenti con società di Voip sono diventate delle vere basi clandestine economiche. Il tutto viene gestito attraverso protocolli non accessibili alla rete normale. Ed è proprio grazie a tali schemi invisibili che i russi stanno prendendo sempre maggiori posizioni all’interno dei Balcani. Finanziano tutti i partiti di opposizione, i piccoli crepuscoli, creando delle false diaspore all’interno delle quali far confluire denaro, come donazioni, tramite operazioni di rating , che poi sono operazioni di riciclaggio di denaro. Dunque, da oggi in poi, lo scenario politico nei Balcani sarà sempre più instabile, trascinato da una parte dalla falsa riga della crisi economica, e dunque dell’indebitamento dei confronti del FMI e della Banca Mondiale, e dall’altra dall’avanzata russa. Non bisogna dunque cadere nel solito errore di credere nella propaganda della recessione globale e della "guerra fredda" dei blocchi, perché si rischia di perdersi lo spettacolo della vera guerra.

Madagascar, l'ex isola felice


Almeno 125 morti, centinaia di feriti e la crisi politica peggiore degli ultimi otto anni. Il Madagascar, l'isola felice dell'Oceano Indiano fino a poco tempo fa conosciuta quasi esclusivamente per il turismo, è da due settimane teatro di scontri di piazza che hanno investito la capitale Antananarivo. Come nel 2001-2002, durante la breve guerra civile, anche oggi a darsi battaglia sono i principali attori della vita politica del Paese: da una parte il presidente, Marc Ravalomanana, dall'altra il leader dell'opposizione, Andry Rajoelina, ex-deejay e sindaco di Antanarivo, deciso a scalzare il suo rivale e a prendere il controllo del Paese.

L'ultimo capitolo nella lotta senza quartiere scatenata dai due è avvenuto sabato scorso, quando scontri tra manifestanti e polizia scoppiati nel centro città hanno provocato almeno 28 morti, stando alle fonti locali (40 secondo quanto riferito dalla Croce Rossa Internazionale). Vittime che si aggiungono alle decine provocate dalle violenze della settimana precedente, quando i manifestanti dell'opposizione avevano preso d'assalto i negozi facenti capo all'impero di Ravalomanana (fondatore del colosso alimentare locale Tiko e titolare della radio tv Malagasy Broadcasting System), accusato di aver instaurato nel Paese una dittatura mascherata e di pensare più a gestire i propri affari che a migliorare le condizioni di vita della popolazione.

Ma gli scontri di sabato hanno provocato anche un terremoto politico, di cui potrebbe fare le spese lo stesso presidente: in polemica contro le vittime causate dai proiettili dalle forze dell'ordine, il ministro della Difesa Cécile Manorohanta ha deciso di rassegnare le dimissioni. Aggiungendo che la sua educazione le impedisce di veder "versare il sangue" dei suoi compatrioti. Bersagliato dal fuoco delle critiche, Ravalomanana rischia di capitolare come l'ultimo presidente, quel Didier Ratsikara sconfitto prima alle urne e poi nella guerra civile dall'attuale capo di stato.

Le violenze degli ultimi giorni hanno infatti contribuito ad erodere il credito politico del presidente, che pur gode di una larga maggioranza nell'Assemblea Nazionale. Di fronte a un rivale deciso, che si pone come l'alternativa al presidente tanto da aver dato vita a un suo governo di transizione (seppur non riconosciuto dalle autorità malgasce), Ravalomanana rischia di perdere consensi nel caso non dovesse riuscire a gestire la delicata fase attuale. A dargli una mano potrebbe essere la mediazione dell'Onu, che ha inviato un proprio rappresentante, l'eritreo Haile Menkerios, per sondare la possibilità di un accordo tra le parti. L'Unione Africana ha fatto la stessa cosa, spedendo in Madagascar l'ivoriano Amara Essy. Per il momento, però, Rajoelina si rifiuta di trattare con chi ritiene responsabile delle morti degli ultimi giorni. La crisi nella Grande Ile rischia di durare ancora a lungo.
di Matteo Fagotto

L'imperativo geografico israeliano

L’estensione territoriale e la struttura topografica sono due elementi fondamentali per la sicurezza di qualsiasi stato. La vulnerabilità di Israele, nel caso in cui si ritirasse entro i confini del 1967, è qualcosa di cui qualsiasi futuro governo, che pensi di cedere la Cisgiordania ai palestinesi, dovrebbe assolutamente tenere conto – afferma il professore israeliano Martin Sherman

“Se uno stato palestinese verrà creato, sarà armato fino ai denti. Al suo interno vi saranno le basi delle forze terroriste più estreme, che saranno equipaggiate con razzi anticarro e antiaerei, mettendo in pericolo non soltanto eventuali passanti, ma anche ogni aereo ed elicottero che decollerà nei cieli di Israele, ed ogni veicolo in viaggio lungo le principali arterie stradali della pianura costiera”.
(Shimon Peres – Tomorrow is Now)

Fra breve gli israeliani voteranno per eleggere un nuovo governo, il quale probabilmente dovrà far fronte a quelle che, sotto molti aspetti, sono sfide senza precedenti per la loro complessità e la loro importanza strategica. E’ perciò essenziale che il maggior numero possibile di votanti comprenda pienamente le implicazioni delle politiche stabilite dai partiti per i quali essi intendono votare.

Con pochissime eccezioni, è ormai comunemente accettato, in maniera virtualmente incontestata, che alla fine Israele dovrà ritirarsi da ampie porzioni (se non da tutte) della Cisgiordania. Invariabilmente, è l’“imperativo demografico” che viene citato come ragione incontrovertibile per cui un simile ritiro è non solo desiderabile, ma inevitabile. Pur non volendo in alcun modo sminuire la reale gravità di questo problema, e la minaccia che esso pone per il futuro di Israele come Stato-nazione degli ebrei, l’opinione pubblica dovrebbe essere consapevole del fatto che vi è un altro imperativo, ugualmente grave – e più immediato – che ostacola fortemente questo ritiro.

E’ l’ “imperativo geografico”. Come Hans Morgenthau – probabilmente il più insigne dei “padri fondatori” della disciplina della politica internazionale, intesa come ambito di sforzo intellettuale consegnato all’analisi razionale sistematica – sottolinea inequivocabilmente, esso è un elemento cruciale per la potenza nazionale di qualunque stato, ed include due componenti: l’estensione territoriale e la struttura topografica. Questi fattori determinano in grande misura – anche se non in maniera esclusiva – la vulnerabilità strategica di un paese, ovvero la facilità con cui obiettivi strategici vitali all’interno dei suoi confini possono essere colpiti.

Date le minuscole dimensioni territoriali di Israele, questa è una considerazione che acquista una cruciale importanza – oltre a essere una questione che va adeguatamente affrontata prima che qualsiasi governo israeliano responsabile possa contemplare la possibilità di cedere il controllo della Giudea e della Samaria (la “Cisgiordania”) ad un regime palestinese. Infatti dai pendii delle colline calcaree che si elevano appena al di là della frontiera del 1967, e che comprendono buona parte del territorio che dovrebbe costituire il futuro stato palestinese, tutti i seguenti obiettivi saranno facilmente alla portata di armi attualmente usate contro Israele da territori in precedenza ceduti al governo (o piuttosto al malgoverno) palestinese:

- I principali campi d’aviazione (civili e militari), incluso l’unico aeroporto internazionale del paese
- I principali porti e le maggiori basi navali
- Installazioni infrastrutturali vitali (linee elettriche, acquedotti, reti di comunicazione)
- Le principali vie di trasporto (strade e ferrovie)
- Le principali centrali elettriche
- Il parlamento nazionale e la maggior parte dei ministeri
- I centri vitali dell’amministrazione civile e dei comandi militari
- L’80% della popolazione civile e delle attività commerciali del paese.

Le seguenti fotografie sono scattate da aree destinate al futuro stato palestinese nel “processo di pace”.

Esse illustrano in maniera molto eloquente la serietà dell’imperativo geografico ed i potenziali pericoli che il non tenerne conto comporta. Esse rivelano molto chiaramente quanto esposti e vulnerabili sarebbero località strategiche vitali ed importanti centri urbani, se Israele dovesse trasferire ad un regime palestinese il controllo delle regioni collinari a est della pianura costiera – e sottolineano drammaticamente la posizione di vantaggio che avrebbero i palestinesi:

- I grattacieli dell’Azrieli Center ed il centro di Tel Aviv

- L’area della Borsa dei diamanti, a Ramat Gan (nel distretto di Tel Aviv)

- Orot Rabin, la centrale elettrica di Hadera, e le vicinanze di Caesaria

Alla luce delle recenti ostilità, il rischio che queste minacce si materializzino non può più essere liquidato come pure speculazioni prive di sostanza o come allarmismo strumentale dell’estrema destra. In effetti, guardando a queste prove evidenti, non è difficile capire perché perfino il prof. Amnon Rubinstein, che ricoprì una serie di incarichi ministeriali per il partito di sinistra Meretz, fra cui quello di ministro dell’istruzione, una volta si sentì obbligato a mettere in guardia che uno stato palestinese in queste aree “può diventare una freccia puntata al cuore di Israele con tutta la forza dell’intero mondo arabo dietro di essa”.

Dunque, prima di votare, cari elettori, dovreste riesaminare la piattaforma elettorale del partito che avete scelto. Dovreste chiedervi se essa offre un programma convincente per combattere le minacce che potrebbero nascere dall’imperativo geografico – piuttosto che sperare semplicemente che esse non si materializzino.

di Martin Sherman

Martin Sherman è stato consigliere ministeriale nel governo Shamir del 1991-1992; attualmente insegna scienze politiche all’Università di Tel Aviv

Titolo originale:

The Geographic Imperative

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2009/02/10/israele-e-l’imperativo-geografico/

Berlusconi, l'insaziabile corpo teso fino alla Terza Repubblica


Il corpo insaziabile di Silvio Berlusconi si muove tanto, in questi giorni. Si sposta fra i palazzi romani, dove ha usato un altro corpo, quello estenuato della povera Eluana Englaro, per scassinare l’equilibrio dei poteri. E fa spola fra Roma e la Sardegna, dove affronta una delle più strane campagne elettorali mai viste in Italia. La navetta di Arcore ha come strascico tutto il governo, in mobilitazione permanente sul caso Englaro e sul caso Sardegna. Ovunque si muove anche una dispendiosa nuvola di aerei di stato e di auto blu. 
Mentre Obama, a ragione, dice di non dormire la notte pensando all’economia, ora che la Grande Crisi lievita, laddove Sarkozy presta una parte della sua leadership alla guida dell’Europa, qua invece il capo del governo invade tutto, sia lo spazio del dolore privato sia l’isola lontana. Sembrano temi distanti fra di loro, e sicuramente diversi dalle cose di cui si occupano gli altri governi nazionali. Eppure ingombrano quasi tutta l’agenda del dominus della politica italiana. Perché lo fa? 
Nessuna redenzione istituzionale si posa sull’azione di Silvio Berlusconi. Lo potevamo sapere sin dall’inizio della sua presa sul sistema politico, decenni fa. Dovranno saperlo definitivamente anche gli autorevoli illusi che speravano che Berlusconi, dopo la sonante vittoria alle elezioni politiche del 2008, avrebbe infine vestito i panni dello statista, normalizzandosi. Impossibile.
Si è sempre comportato così, nel solco del vecchio “sovversivismo dall’alto” che ha condizionato senza sosta la vita italiana. Ma in questi giorni si affaccia alla soglia di un salto di regime più impellente. Gli interlocutori di Berlusconi sottovalutano regolarmente la sua totale spregiudicatezza. Ora è il momento in cui una sottovalutazione ulteriore ci precipiterebbe in una nuova era politica. Non certo piacevole, non certo democratica.
Il «golpe Eluana» e la Costituzione in bilico
Un tema eticamente controverso – una donna in stato vegetativo persistente da 17 anni, alla cui famiglia la Corte di Cassazione ha consentito di interrompere l'alimentazione e le cure forzate fino all’epilogo che conosciamo – è stato trasformato da Berlusconi in un grimaldello istituzionale per forzare gli esiti di una partita decisiva, quella della sovranità. È la stessa partita su cui si gioca la sorte di qualsiasi Costituzione. Carl Schmitt, il più eminente teorico del diritto del Terzo Reich, affermava che «la sovranità significa capacità di dichiarare uno stato d’eccezione». L’organo in grado di emanarlo è l’organo sovrano per eccellenza. La demarcazione della sovranità è tutelata dalla rigidità delle norme che presiedono alla revisione della carta costituzionale. Se un potere dello Stato conquista la legittimazione a decidere come normare l’eccezione che esso stesso proclama, la forza di quel potere può dilagare snaturando tutte le altre norme e schiacciando tutti i bilanciamenti. Il regime hitleriano fu il cuculo che crebbe nel nido della vigente Costituzione di Weimar, resa flessibile dall’articolo 48 sullo stato di emergenza. Nemmeno il regime mussoliniano ebbe necessità di abolire lo Statuto Albertino né emanò leggi che esplicitamente avessero come scopo di emendarlo, ma lo compromise infrangendolo senza modificarlo o abrogarlo. Se una Costituzione è flessibile, oppure se è rigida come una diga ma si crea lo stesso il buco da dove passa tutto il fiume, allora si apre uno spazio pericolosissimo per far dilagare chi domina il dispositivo dello “stato d’eccezione”. 
Gustavo Zagrebelsky ha sottolineato qualche mese fa che l’Italia vive «un’esperienza costituzionale in divenire e dall’esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l’ha preceduta.»
E ha aggiunto: «La Costituzione del ‘48 non è abolita e, perciò, accredita l’impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l’esito. Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico.» Le implicazioni sono enormi. 
Non si percepisce una legittimità costituzionale accettata da tutti, mentre si confrontano interpretazioni opposte. Quando lo spirito pubblico si divarica, e non c’è un principio di vita pubblica che sia un patrimonio comune, è il momento della “costituzione in bilico”, Non si può stare per sempre in questa incertezza. Sarà una concezione o l’altra a prevalere. Zagrebelsky osserva: «È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia.» Significa anche che si moltiplicano i pretesti utilizzabili per dare spallate istituzionali sempre più energiche, e il conflitto non sarà più latente.
Il dramma è che c’è una larga fetta dei facitori di opinioni, degli intellettuali e delle personalità politiche che non vuole vedere, e scambia« per accidentali deviazioni» quei segni «di un mutamento di rotta». La costante e stupida sottovalutazione del sovversivismo dall’alto porta a considerare sopportabili certe piccole modificazioni credute come illegalità provvisorie, mentre quelle precorrono e preparano una diversa e sempre più compatta legittimità. «Così, si resta inerti», avverte Zagrebelsky, e prevede che l’accumulo progressivo «di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi.»
Nel 2006 Berlusconi perse il referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione. Nonostante l’ignavia di buona parte del centrosinistra e un certo silenzio mediatico, la maggioranza dei cittadini votò lo stesso, e respinse gli stravolgimenti con una valanga di voti. C’era una coscienza costituzionale ancora forte in sé. Si deve ripartire da lì.
Le pulsioni piduiste però passano ancora per il corpo di Berlusconi, che ha abbastanza meno anni di Napolitano per voler proiettare un qualche suo futuro sul Quirinale e incarnare da lì il corpo della Terza Repubblica eversiva.
Soffocare Soru.
Anche il presidente uscente della Regione Sardegna, Renato Soru, 51 anni, fondatore di Tiscali, di nuovo candidato in vista delle elezioni di metà febbraio, proprio non si capacita del corpo indelicato del vecchio Silvio: «ho un senso di pena per quest’uomo di 73 anni, ormai alle soglie della vecchiaia. Ci si aspetta che una persona a quell’età migliori, che diventi più matura e più saggia. E magari si spera nella 'grazia di Stato', che la renda più adeguata al ruolo che ricopre. Purtroppo con Berlusconi tutto questo non è successo. Nemmeno in vecchiaia, nemmeno come presidente del Consiglio, quest’uomo riesce a essere serio. Lui vuole prevaricare su tutto e su tutti. Perciò mi ricorda Caligola.» 
È talmente presente nella campagna elettorale sarda, il novello Caligola, che nei simboli elettorali c’è il suo nome e non quello del candidato ufficiale Ugo Cappellacci, il suo aggraziato cavallo di razza da lui pescato in seno alla “borghesia compradora” cagliaritana. Sotto i tabelloni dei palchi dominati dalla scritta Berlusconi Presidente, al presunto front-runner Cappellacci sono concessi discorsi di pochi minuti, mentre il Cavaliere comizia dovunque in modo fluviale, di solito con postura da patronaggio: braccio sulla spalla del bravo ragazzo, discorsi interminabili e barzellette grossier
A suo modo anche Cappellacci fa conto sul corpo. Lo slogan guida della sua campagna è infatti "la Sardegna torna a sorridere". Sembrerebbe uno slogan come tanti. E invece no. È anche un riferimento alla corporeità di Soru, che viceversa sorride di rado, non ammicca mai, non fa il simpatico, e ha una complessione lunga e scostante, che certo lo sottrae a qualche affetto popolare, ma gli conferisce anche un ascendente particolare.
Arrigo Levi nel 1976 quando spiegava ai lettori di «Newsweek» perché il PCI stava per avere un notevole risultato elettorale coniò un riferimento allo stile della leadership di Enrico Berlinguer: «Sardinian uncharismatic charisma». 
Un carisma non carismatico che attinge a certi tratti caratteriali scabri e sobri di molti sardi.
Credo che il concetto sia risultato incomprensibile agli americani già allora. 
Berlusconi vuole prendersi il sicuro con ogni mezzo affinché nulla di quel tipo di carisma si salvi agli occhi del popolo sardo di oggi. 
E domani, a quelli del popolo italiano tutto. 
Perché Soru, in questi anni, ha dimostrato la scorza del leader che può impensierire su una scala molto maggiore di quella su cui si è misurato finora. Uno di quei leader che raggiungono gli obiettivi anche con una forte dose di autoritarismo, con cocciutaggine, diffidenza, solitudine, forzature. Leader perché riorganizza interessi vasti e ne sacrifica altri a muso duro, con inevitabili errori, ma anche con una capacità di creare fatti nuovi. Ha risanato i conti di una Regione indebitata e pletorica riducendo del 40% i suoi costi, e nel farlo non ha usato nessun gradualismo. Ha segato carriere, rendite, organizzazioni, ha inciso su interessi concreti e personali di migliaia di persone. Nel contempo ha liberato risorse ingenti per investimenti infrastrutturali e per far studiare all’estero migliaia di giovani. Ha contrastato il saccheggio delle coste frustrando anche lì forti interessi. Ha affrontato di petto l’abnorme presenza militare nell’isola ed è riuscito a concordare la chiusura della base USA di La Maddalena, dove quest’anno si svolgerà il G8.  
Il modo in cui tutto questo è avvenuto – con lacerazioni reali, strappi repentini, carenza di mediazioni - è al centro delle dispute politiche, tanto forti da aver spaccato anche il Partito democratico. Ma il punto su cui voglio attirare l’attenzione è che al di là delle dispute e delle opposizioni forti che ha suscitato, nessuno può dire che Soru sia uno che galleggi o tiri a campare. 
Rispetto ai tempi delle società opulente, la Grande Crisi che incombe seleziona con meno indulgenza i leader. Emergeranno quelli che di fronte a un ostacolo hanno l’approccio dello tsunami. Non è affatto detto che uno come Soru risolva problemi di una tale portata “strutturale”, ma di certo nella sua durezza ha uno dei profili più adatti per la selezione darwiniana della leadership. Come nella boxe, mi sembra di sentire la fatidica frase “fuori i secondi!”. 
Allora si capisce la missione berlusconiana. Con la Costituzione in bilico pronta a pencolare da una parte o dall’altra, il fronte della leadership diventa decisivo. L’attempato piduista percepisce Soru come un chiaro pericolo per il passaggio di fase. Non è organico ai vecchi schemi di Gelli. Non è il solito cacicco locale del centrosinistra che intermedia le risorse con una classe dirigente nazionale e aspira alla promozione nella serie A della politica, pronto a stare in posizione subalterna rispetto al padrone del campionato, anche se in apparente opposizione.
No, questo personaggio è di un’altra pasta.
È un politico che gioca già su scala europea, ha rapporti solidi con la prima cerchia del capitalismo mondiale, è ambiziosissimo e ha sempre guidato come se la macchina non avesse la retromarcia.
Soffocare il leader nella culla, questo il disegno che sembra sottostare all’impressionante dispiego di mezzi. Per capirci: sulle elezioni che riguardano l’amministrazione di un milione e mezzo di persone il governo sta mobilitando uno sforzo normalmente usato per le elezioni politiche nazionali di un paese di sessanta milioni di abitanti. Non si era mai visto. 
Le televisioni locali sono invase da interviste e discorsi di Berlusconi. Videolina e «L’Unione Sarda», rispettivamente tv e quotidiano posseduti dall’immobiliarista Sergio Zuncheddu (azionista de «Il Foglio» assieme alla moglie del presidente del Consiglio) per tutta la legislatura non hanno intervistato Soru una volta che fosse una. L’Unione Sarda evitava di pubblicare le sue foto, anche quando c’erano notizie importanti. Ma oggi c’è una novità. Per queste elezioni regionali Berlusconi ha straripato nei tg e nelle trasmissioni di infontainment delle sue reti nazionali. Intere edizioni assorbite da invettive contro Soru. Quasi un quarto d’ora a Studio Aperto, solo per fare un esempio. E decine e decine di comizi, incontri, gag, promesse mirabolanti, ministri in gran spolvero ripresi come prima notizia su scala nazionale, una sera dopo l’altra. Ha perfino disertato Palazzo Chigi per precipitarsi alla prefettura di Cagliari in una riunione con i sindacati di un’industria sarda in crisi, l’Eurallumina del magnate russo Deripaska. Il corpo insaziabile di Silvio era tutto offerto alle apprensioni dei lavoratori, mentre ostentava le sue telefonate trafelate all’«amicoputin». Risultato: mezza giornata lontano da Roma per riferire ai lavoratori un «vi faremo sapere» di Putin. Generico, ma spendibile in mancanza di meglio nella scompostezza di questa campagna elettorale. Anche Soru ha parlato di «emergenza informazione».
Accade quindi che ogni passaggio critico della crisi della Repubblica, ora collocata nella Grande Crisi mondiale, diventi un “Caso Berlusconi”. La monnezza campana, il caso Englaro, le convulsioni di una classe dirigente predatrice che si vuole sottrarre al vaglio dei magistrati, la voragine di Alitalia, le elezioni sarde. Tutto passa per il suo corpo fisico e per i trucchi del moltiplicatore mediatico del suo corpo insaziabile.
Saranno settimane decisive per le sorti della democrazia italiana. Per una volta, il risultato elettorale sardo darà una prima misura degli anticorpi disponibili contro la Terza Repubblica. E le misure successive seguiranno in una successione rapidissima. Guai a distrarsi.

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