martedì 10 febbraio 2009

Patrasso, la roulette russa verso l’Italia


Quando siamo scesi dalla nave li abbiamo visti subito. Anche non volendo te li trovi di fronte. Corrono ridendo come fosse un gioco, divertiti dal fatto di far muovere un po’ quei poliziotti con la tuta mimetica e il manganello stretto nella mano. Sono i ragazzi afghani che ogni giorno scavalcano la rete del porto di Patrasso e tentano la roulette russa verso l’Italia. Si nascondono sotto i tir o dentro le celle frigorifere per raggiungere Ancona o Venezia, ci provano tutti i giorni.

Noi siamo in quattro e con noi c’è un giornalista afghano, venuto dall’Italia anche per farci da interprete. Ci fermiamo di fronte ad un bar davanti il portellone ancora aperto della nave da cui siamo appena scesi. Subito ci sentiamo degli sguardi addosso mentre osserviamo la scena del rimpiattino tra i poliziotti e i ragazzini che tentano la fortuna.

Il nostro amico greco però ci raggiunge giusto in tempo, è insieme ad un’avvocata. Entrambi aspettavano il nostro arrivo. Lui ci carica in macchina, lei prenderà un taxi. Appena saliti però ci accorgiamo che uno dei poliziotti con la divisa militare l’ha già fermata, la nostra amica avvocata , e la sta portando dentro il posto di polizia. Lei è tranquilla e noi ci allontaniamo un po’. Le telefoniamo. Tutto a posto, è che prima l’avevano vista parlare con un afghano e qui, evidentemente, non si usa farlo. Ce ne accorgiamo anche noi, poche ore dopo, in Platia Olgas. In quella piazza abbiamo incontrato decine di ragazzini afghani, ci siamo fermati a parlare con loro, gli abbiamo chiesto di raccontarci la loro storia. “Va bene”, ci hanno risposto, “ma non abbiamo tanto tempo”. Ci spiegano che è quasi arrivata l’ora giusta per andare a tentare il gioco di infilarsi sotto i tir. Abbiamo trascorso almeno un’ora con loro, e più parlavamo con i primi che avevamo incontrato più ne arrivavano altri, e altri ancora.

A un certo punto però, oltre agli afghani hanno cominciato ad avvicinarsi anche altre persone. Di certo greci e con uno sguardo indagatore, cercavano dia scoltare cosa stavamo dicendo. Il tempo di salutare i ragazzini e salire su un taxi, uno di questi mette il suo distintivo sul finestrino del taxista e gli ordina di non partire. Ci aprono lo sportello. Ci fanno scendere. Sono tre e sono grossi e scortesi. Ci chiedono i documenti, ci dicono di seguirli con loro in questura. Gli diciamo che a meno che non abbiano pesanti indizi a nostro carico non ci muoviamo di lì, controllino pure i nostri documenti. Uno di noi è un patrocinatore legale e sa cosa dirgli. Loro sembrano intimoriti soprattutto dal fatto che siamo italiani. Gli dico che sono una ricercatrice, che sto scrivendo un libro sui migranti, che ho fatto questo lavoro in molto paesi e mai mi è successo nulla di simile. Uno di loro porta i nostri documenti in questura. Torna dopo un’ora e ci lasciano andare. “dovete capire” ci spiegano, “cosa pensereste se io venissi in Italia a parlare con i profughi?” Noi lo guardiamo con aria interrogativa. È un reato? Ci chiediamo. “ Qui loro, gli stranieri, spacciano droga e basta” ci avverte prima di andarsene. Quelli che abbiamo incontrato avevano al massimo quindici anni. Soli e senza un soldo. Unica occupazione: il gioco a nascondino dentro ai tir per l’Italia. Lo stesso gioco che ha ucciso Zaher, ragazzino come loro, forse loro amico, due mesi fa, a Mestre.

Penso che se con noi la polizia ha fatto così chissà con loro come sarà quando li ferma. Me lo raccontano gli stessi afghani, l’indomani al ‘campo’, sul lungomare in direzione di Corinto. Arriviamo di mattina presto e grazie al nostro amico giornalista afghano entriamo subito in contatto con loro. Il campo non è nascosto. Si vede dalla strada, dai palazzi intorno, dal bar che guarda il mare e che d’estate sarà pieno di gente in vacanza. Qualche albero intorno protegge appena la distesa di capanne di cellofan e legno. L’odore, il fango per terra, i tuguri, anche il piccolo bazar improvvisato: ogni cosa mi ricorda le bidonville che ho conosciuto in Africa, le strade di Addis Abeba, le periferie di Maputo. Ma qui siamo al centro di Patrasso, Grecia, Ue, convenzione europea dei diritti umani, convenzione di Ginevra e tutto il resto. Scopro che c’è un piccolo gruppo di cittadini indignati che si è unito sotto il nome di ‘la città occupata’ e che indice manifestazioni insieme a gruppi fascisti perché il campo venga smontato. Troppa puzza, svaluta il prezzo delle case. E poi tutti questi che gironzolano intorno tutto il giorno sono pericolosi. Nessuna vergogna, invece, per il fatto di chiudere gli occhi di fronte a mille esseri umani, di cui la metà bambini, che vivono in condizioni disperate.

Ci hanno accolti nella stanza delle riunioni, che è una baracca accanto al bazar con un tavolo sbilenco. Sul tavolo però ci sono tre piante fiorite che parlano della grande dignità delle persone che abitano quel posto. Uno alla volta si fermano a parlare con noi, gli altri guardano attraverso il cellofan, aspettano il loro turno di raccontare.

Basta prendere un po’ di confidenza e dicono tutto. Fanno l’inventario delle loro ferite, te le mostrano come una collezione. La carta geografica del loro viaggio impressa sul corpo: questa l’hanno fatta i talebani, questa la polizia di Karzai, questa invece la polizia iraniana che adesso dà la caccia agli afgani per rimpatriarli tutti. Questa la polizia turca che ha cercato di rimpatriarli. Questa la polizia greca quando abbiamo cercato di scappare dalla Turchia. Questa, infine, la polizia italiana, perché non volevamo entrare dentro una cabina in 39 per essere rimandati in Grecia dopo avere rischiato la vita per chiedere asilo politico e non avere incontrato neppure una persona che capisse la nostra lingua. Chiediamo quanti di loro sono stati respinti dall’Italia. Quasi tutti alzano la mano. Anche quello che ha dodici anni. Anche quello che ne ha tredici. Anche quello di undici che sembra ancora più piccolo della sua età. Penso che se qualcuno si è mai chiesto perché Zaher si nascondeva sotto il tir che lo ha ucciso, adesso avrebbe una risposta. Lo sapevo già, ma vederlo è diverso. Guardare i loro occhi e le loro ferite ti restituisce nella sua interezza la dimensione del sopruso.

Raccogliamo tante storie, tutte simili, tutte diversamente drammatiche. Qualcuno piange. Altri sembrano più forti e ci sorridono. Il quadro dell’Afghanistan che ne emerge fa rabbrividire. I talebani vanno casa per casa a cercare i giovani da arruolare e dopo che passano loro, se non ti hanno trovato, la polizia di Karzai ti arresta comunque perché pensa che ormai ti sia unito anche tu con gli estremisti islamici. E fa rabbia, fa male, dopo questi racconti, sentire la storia del viaggio, delle frontiere in cui hanno rischiato la morte e soprattutto di quella italiana che li ha ricacciati indietro come fossero le arance in mezzo alle quali si erano nascosti per arrivare. Il nostro interprete si tramuta in viso quando a parlare è il figlio di un uomo hazara che è stato ucciso dai talebani dopo avere fatto tanto per il suo popolo. Mi spiega che quest’uomo era speciale, che non si è mai risparmiato per nessuno e che adesso è terribile vedere le ferite sul corpo di quel figlio respinto alle frontiere e non potere fare quasi nulla per lui.

Quando fa buio li salutiamo, con la promessa di tornare a trovarli e soprattutto di parlare di loro qui, in Italia, ovunque potremo. Qualcuno ci fa un’ultima domanda: “ma se arriviamo in Italia potrete aiutarci?”. L’impotenza ci serra lo stomaco. Quando siamo quasi arrivati alla nostra macchina qualcuno di loro ci corre dietro: “attenti amici miei. Non avete visto ma la polizia oggi è stata qui. Ha chiesto cosa state facendo e noi gli abbiamo detto che non lo sapevamo”. Ma cosa stiamo facendo? Ci chiediamo. Stiamo ascoltando le loro voci, ecco tutto. E questo, comprensibilmente, per le istituzioni è molto pericoloso. Significa mettere a nudo la realtà di paesi europei, l’Italia e la Grecia, dove i diritti fondamentali delle persone sono solo utili solo come pretesti da strumentalizzare quando si deve partecipare alle stesse guerre che hanno prodotto questi profughi e scompaiono invece dietro i bastoni e i manganelli che sono l’unica risposta alle loro richieste di asilo.

di Alessandra Sciurba

Link: http://www.meltingpot.org/articolo13977.html

Kiev, un vitale bisogno di denaro fresco


Come se la cosiddetta «guerra del gas» non fosse cosa di neanche un mese fa, il governo dell’Ucraina ha chiesto nei giorni scorsi alla Russia un prestito di 5 miliardi di dollari per far fronte alla gravissima crisi di bilancio che sta attanagliando il paese. Dal Cremlino la risposta è stata per ora un prudente «vediamo che si può fare», ma tanto è bastato per scatenare a Kiev un pandemonio politico e innescare una fase ancor più estrema della lotta di potere in corso da  mesi: con ogni evidenza, la crisi internazionale di gennaio non era provocata da un vero conflitto fra interessi nazionali opposti (che peraltro esistono, eccome), ma dai tentativi di modificare gli equilibri interni ucraini.
Il presidente Viktor Yushenko, che sta disperatamente cercando occasioni per attaccare la premier Yulija Timoshenko, molto più favorita di lui nelle presidenziali previste fra meno di un anno, ha subito denunciato la richiesta del prestito come «illegale», condotta in violazione di ogni norma sulle trattative internazionali e piena di «evidenti segni di corruzione». Secondo il presidente, è chiaro che i soldi chiesti a Mosca finiranno in alcune precise tasche, e che in cambio verrà svenduta la sovranità nazionale ucraina, sotto forma di cessione alla Russia di qualche «asset» rilevante come la rete dei gasdotti o i diritti sui beni dell’ex Unione sovietica, o ancora in cambio di concessioni politico-militari, per esempio a proposito della base navale russa a Sevastopol o a proposito dei progetti di adesione dell’Ucraina alla  Nato.
Qualche sospetto su quella che potrebbe essere alla fine la sostanza della transizione fra la Timoshenko (che come capo del governo ha il mandato operativo sulle questioni finanziarie) e Vladimir Putin (che ha lo stesso mandato come capo del governo russo) è in effetti abbastanza legittimo: più per quelle che sono le tradizioni dei rapporti finanziari tra i due paesi che per un’ipotetica «natura corrotta» dei due leader.
Da un lato, però, non è certo Yushenko la persona più adatta a sollevare questi sospetti, essendo  stato il difensore massimo delle operazioni più sporche sul terreno finanziario, compresa  la vicenda del gas (non si fa un errore troppo grande dicendo che la cosiddetta «guerra» del mese scorso è avvenuta soprattutto per la sua resistenza all’idea di tagliar fuori dall’affare energetico una oscura compagnia legata a certi finanzieri suoi amici). Ancora oggi Yushenko continua ad attaccare l’accordo raggiunto fra Mosca e Kiev per chiudere la contesa, affermando che gli interessi nazionali ucraini «sono stati traditi» e che «qualcuno pagherà per questo». Dall’altro lato, è vero che il bisogno di denaro fresco per Kiev è ormai vitale: la richiesta di prestiti urgenti è stata indirizzata non solo alla Russia ma anche a Stati uniti, Giappone, Unione europea e Cina, cioè le poche entità in grado di dare simili finanziamenti. Il mese scorso l’Ucraina ha ottenuto un finanziamento di 16,5 miliardi di dollari da Fondo monetario internazionale e dalla Ue, ma il giudizio degli esperti è che ci voglia ben altro per evitare un vero e proprio collasso finanziario. 
di Astrit Dakli

Netanyahu è l'uomo che ritiene che i palestinesi non abbiano diritto alla terra perchè sono essi che l'hanno "rubata". Nel 636 dopo Cristo.



Israele sta per compiere un errore di giudizio tanto disastroso e mortale quanto l'attacco a Gaza. Sembra che tra pochi giorni [oggi 10 Febbraio n.d.t.] Israele potrebbe eleggere ancora una volta Benjamin Netanyahu alla carica di primo ministro. 

Questo è un uomo che chiede la violenta rioccupazione di Gaza per "liquidarne" il governo eletto. Questo è un uomo che afferma che farà "crescere naturalmente" gli insediamenti in Cisgiordania. Questo è un uomo che afferma che non negozierà "mai" su Gerusalemme, sulle alture del Golan o sul controllo delle fonti d'acqua della Cisgiordania. 

Questo è un uomo che afferma che la creazione di uno Stato palestinese lascerebbe Israele "con una minaccia alla propria esistenza e un incubo delle pubbliche relazioni che ricorda la Cecoslovacchia del 1938". Questo è un uomo che la vedova di Yitzhak Rabin accusa di avere aiutato a creare un clima di odio che ha portato al suo omicidio. 
Il beneficiario politico dell'"Operazione Piombo Fuso" è stato l'estrema destra israeliana. I sondaggi sono cresciuti per il Likud di Netanyahu e per il persino più estremista Avigdor Lieberman. Essi affermano che l'unico problema dei 23 giorni di bombardamento di Gaza, con l'uccisione di 410 bambini e un enorme rafforzamento dell'appoggio ad Hamas, è il non essere andati abbastanza avanti. Il mondo deve urgentemente guardare a questi individui e chiedersi come si è potuto accettare ciò. 

La chiave per comprendere Netanyahu sta in suo padre, Benzion. Egli è un noto studioso di storia medievale che ritiene che il mondo sia eternamente infestato da un antisemitismo genocida impossibile da sradicare. Quando egli arrivò nella Palestina del mandato britannico dichiarò che la maggioranza degli ebrei che erano lì erano ingenui e i idealisti. Essi avrebbero dovuto immediatamente appropriarsi dell'intera terra della Israele biblica, conquistando tutta la Cisgiordania arrivando sino a dentro i territori dell'attuale Giordania. Non ci sarebbe mai potuto essere alcun compromesso con gli arabi, che comprendono solo l'uso della forza. L'uomo che egli definiva suo mentore, Abba Ahimeir, descriveva se stesso con orgoglio come "un fascista". 

Oggi il figlio di Benzion paragona comunemente il trattare con i palestinesi al trattare con i nazisti. Egli può solo comprendere la loro rabbia come un risorgere dell'odio irrazionale e assassino dell'Europa. Egli insiste che i palestinesi non hanno diritto di condividere questa terra perché essi l'hanno rubata nel 636 d.C. Coerentemente Netanyahu getta nella spazzatura ogni iniziativa di pace offerta da Israele. La sua reazione alla decisione di Yitzhak Rabin di firmare i moderati e modesti accordi di Oslo con Yasser Arafat rivela la profondità della sua opposizione al compromesso. Egli si rivolse con calore a masse che cantavano "Rabin è un nazista" e " nel sangue e nel fuoco Rabin morirà" ["through blood and fire, Rabin shall expire"]. Egli definì l'ex primo ministro "un traditore" poco prima che Rabin venisse ucciso da un fondamentalista ebreo che la pensava allo stesso modo. 

L'altra persona che è cresciuta nei sondaggi - e sembra sarà il partner nella coalizione di Netanyahu - è Avigdor Lieberman, un ex buttafuori di nightclub che afferma che il modello per trattare i palestinesi dovrebbe essere il bombardamento della Cecenia a opera di Vladimir Putin nel 1990 che causò la morte di un terzo dell'intera popolazione. Egli vuole che i partiti politici votati dagli arabi israeliani siano messi fuorilegge, affermando seccamente che dovrebbero essere trattati "come Hamas". 

Forse ancora più deprimente della loro crescita è la piatta e accondiscendente risposta degli altri partiti. Tanto Kadima che il partito Laburista hanno aggressivamente difeso l'embargo e il bombardamento di Gaza, non da ultimo perché i loro leader, Tzipi Livni e Ehud Barak, guidavano il governo. Persino Barak ha ripreso il paragone a Putin e ha iniziato a citare con approvazione il nuovo zar di Russia. Coraggiosi partiti in favore della pace come Meeretz sono relegati ai margini del dibattito. 

Come è potuto accadere ciò? E' essenziale ricordare che gli israeliani non sono finiti in Medioriente per un malvagio desiderio di colonizzare e uccidere, come affermano allegramente alcuni. Essi sono lì perché scappavano da un antisemitismo genocida. Ciò non giustifica un solo crimine commesso contro un singolo palestinese, ma se dimentichiamo questo trauma inimmaginabile che vi è dietro, non possiamo comprendere ciò che sta accadendo ora. 

Negli scorsi mesi sono ritornato spesso a uno straordinario articolo scritto dal grande romanziere israeliano Amos Oz nel 1982. Il primo ministro del Likud Menachem Begin aveva paragonato la leadership palestinese ad Adolf Hitler, perciò Oz scrisse: " mostrate il bisogno di far risorgere Hitler dei morti in modo da poterlo uccidere più e più volte ogni giorno... Come molti ebrei mi dispiace non aver potuto uccidere Hitler con le mie mani. Ma non c'è, e non ci sarà mai, una cura per questa ferita aperta. Decine di migliaia di arabi morti non cureranno tale ferita. Perché, signor Begin, Adolf Hitler è morto. Non si nasconde a Nabatiyah, a Sidone o a Beirut. È morto e in cenere". 

La società israeliana consiste, afferma Oz, di "un pugno di rifugiati e sopravvissuti mezzo isterici". Il trauma bimillenario della calunnia del sangue, dell'inquisizione, dei pogrom, di Auschwitz, Chelmno e dell'arcipelago Gulag hanno prodotto una visione distorta in cui ogni grido di dolore diretto verso Israele può suonare come il tuono che ebbe inizio nelle folle ammassate a Norimberga. 

Ciò significa che Israele sta perdendo delle opportunità per la pace. Persino Hamas, un partito islamista a cui mi oppongo fortemente, è aperto ad un lungo cessate il fuoco sui confini del 1967. Questa non è la mia opinione; è il parere di Yuval Diskin, l'attuale capo del servizio di sicurezza israeliano Shin Bet. Egli ha detto al governo israeliano, prima del bombardamento di Gaza, che Hamas avrebbe ristabilito il cessate il fuoco se Israele avesse solo posto fine all'embargo alla Striscia e dichiarato un cessate il fuoco in Cisgiordania. Invece hanno bombardato, e l'offerta è morta. 

L'ex capo del Mossad, Ephraim Halevy, ha detto che Hamas "dovrà adottare un percorso che non potrebbe portare lontano dai loro scopi originali" se solo Israele inizierà il cammino del compromesso. Ciò toglierebbe appoggio ai membri del fronte del rifiuto, come Osama Bin Laden e Mahmoud Ahmadinejad, e renderebbe più facile costruire coalizioni internazionali. 

Invece troppi israeliani, imprigionati dalla loro storia, sembrano determinati a scegliere il cammino opposto: quello di Netanyahu e Lieberman e dello spingere uno stivale sempre più alienante sulla gola dei palestinesi. Non dovrebbe essere così. Possiamo solo dire loro, con Amos Oz, con quanta più fretta possiamo: Adolf Hitler non si sta nascondendo a Gaza city o a Beit Hanoun, o Hebron. Adolf Hitler è morto. 
DI JOHANN HARI
The Independent
Johann Hari è un giornalista del London Independent. Egli ha scritto dall'Iraq, da Israele-Palestina, Congo, Repubblica Centroafricana, Venezuela, Perù e Stati Uniti, i suoi pezzi giornalistici sono apparsi in pubblicazioni di tutto il mondo.

© 2009 The Independent

Titolo originale: "The Nightmare of Netanyahu Returns"

Fonte: http://www.independent.co.uk

Birmania, la giunta militare nel solito buio


C'è stata prima la fallita "rivoluzione di zafferano" del settembre 2007, e la scorsa primavera il ciclone Nargis che ha devastato il delta dell'Irrawaddy. Tra i due eventi, e successivamente, sulla Birmania è calato il solito buio. Niente apparentemente cambia, nel Paese governato da una giunta militare dal 1962: la paladina per la democrazia Aung San Suu Kyi è sempre agli arresti domiciliari, l'inviato dell'Onu Ibrahim Gambari continua con le sue visite periodiche senza ottenere progressi nella mediazione. Ma qualcosa si è invece mosso, e non per il meglio: la giunta ha data un'ulteriore stretta alla libertà di espressione, riempiendo le carceri di prigionieri politici.
Secondo i calcoli dell'Associazione per l'assistenza dei prigionieri politici birmani (Aappb) -  un'organizzazione con sede a Mae Sot, in Thailandia - dalla saffron revolution il numero di tali detenuti è più che raddoppiato, passando da un migliaio ai 2.136 attuali: 462 sono membri della Lega nazionale per la democrazia (Nld), il partito di Aung San Suu Kyi, 224 sono monaci. In carcere sono tornati prigionieri eccellenti come Min Ko Maing, uno storico leader studentesco della "generazione dell'88", nonché il comico Zarganar, famoso in Birmania per la sua satira contro il regime. Sono aumentate anche le pene, talmente alte da togliere ogni speranza: Zarganar, per esempio, è stato condannato a 59 anni per aver parlato con i media stranieri a riguardo della situazione umanitaria dopo il passaggio di Nargis. Min Ko Maing, per aver guidato le proteste contro il carovita che precedettero le rivolte di un anno e mezzo fa, dovrà scontare 65 anni di reclusione.
"Il regime vuole fare piazza pulita in vista delle elezioni del 2010: la giunta ha tutta l'intenzione di legittimare la sua posizione di potere e vuole togliere dalla circolazione potenziali leader alternativi", spiega a PeaceReporter Khin Cho Myint, un'ex prigioniera politica fuggita l'anno scorso dal Myanmar, e che ora lavora per l'Aapp. Parlando nella stanza che l'associazione ha adibito a memoriale dei detenuti - quando uno viene liberato, la sua foto viene tolta dalla bacheca - Cho Myint descrive un clima sempre più repressivo in patria. Anche gli avvocati di alcuni prigionieri di alto profilo sono stati incarcerati, con l'accusa di "disprezzo per la corte". Negli internet cafè, sempre più spesso capita che agenti della polizia segreta facciano irruzione e obblighino i giovani ai computer a fermarsi sulla pagina aperta, nel tentativo di sorprendere dissidenti all'opera. I detenuti, inoltre, vengono trasferiti in carceri distanti dalle loro città per rendere sempre più sporadici i contatti con l'esterno; per molti, da inizio anno è stata annullata la possibilità di ricevere le due visite al mese di prassi.

Nel frattempo, il Myanmar continua nella transizione disegnata dalla giunta, per riprendere parzialmente il processo democratico ma assicurando ai militari un ruolo preponderante. I partiti, e diverse comunità tra le etnie che compongono la Birmania, sono divisi tra il boicottaggio delle elezioni e la partecipazione a un voto considerato comunque una farsa. La settimana scorsa l'inviato dell'Onu Ibrahim Gambari, arrivato alla settima visitia, è ripartito un'altra volta a mani vuote.  Stavolta ha incontrato Aung San Suu Kyi, ma è stato snobbato ancora una volta dal leader supremo Than Shwe. E le richieste della leader del Nld, che chiesto di liberare tutti i prigionieri politici e riconoscere i risultati delle elezioni del 1990 che la videro trionfatrice, sono state definite "non realistiche" dalla giunta. 
di Alessandro Ursic

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