domenica 1 febbraio 2009

Kenya, i 111 morti della disperazione


Oltre cento persone sono morte 
in Kenya per lo scoppio di un'autocisterna dalla quale la gente stava cercando di rubare la benzina. L'incidente è avvenuto nella tarda serata di ieri sera presso la città di Molo, a circa 150 chilometri dalla capitale Nairobi. Fra le vittime molte donne e bambini e si teme che il bilancio dei morti possa ancora salire. Oltre 200 persone sono ferite. 
La benzina, versata da un camion cisterna uscito di strada, ha preso fuoco mentre centinaia di persone si affollavano intorno per fare rifornimento gratis. Per molti di loro non c'è stato scampo. Fra le vittime anche gli agenti di polizia che avevano tentato di fermare la folla. 
I soccorritori dicono che qualcuno potrebbe aver gettato accidentalmente una sigaretta a terra, ma c'è il sospetto che qualcuno abbia appiccato il fuoco di proposito per vendicarsi dei poliziotti che avevano impedito di raccogliere il carburante. 
Fonte: la Repubblica

Il Regno Unito e la censura della rete

Sembra che la Gran Bretagna sia attraversata da un’ondata di revanche puritana. Il 27 dicembre dello scorso anno, Andrew Murray Burnham, ministro britannico di cultura, media e sport, ha rilasciato una sorprendente intervista al quotidiano conservatore Daily Telegraph, nella quale si è apertamente pronunciato a favore della censura di stato su internet. Pochi giorni dopo, il pornografo inglese Ben Westwood [figlio della stilista punk e attivista politica Vivienne] assieme ai suoi compagni della Caan [Rete di azione fra adulti consenzienti, un network di adepti del sado-maso] ha inscenato di fronte al parlamento inglese una variopinta protesta contro la Section 63 del Criminal justice and immigration act 2008, che a partire dal 26 gennaio 2009, renderà il semplice possesso di immagini «offensive» un reato punibile con pene fino a tre anni di reclusione.

Secondo Burnham, che spera di reclutare Barak Obama nella sua ridicola quanto inattuabile crociata anti-pornografica, al web dovrebbero essere applicati «standard [statali n.d.r] di decenza». Nell’intervista al Telegraph, il ministro ha dichiarato, senza ombra d’imbarazzo, che è giunto il momento per il governo di cominciare a controllare sistematicamente internet, al fine di tutelare un non meglio precisato interesse superiore pubblico: «Se facciamo un passo indietro e pensiamo alle persone che hanno dato vita alla Rete delle reti, ci rendiamo conto che essi cercavano esplicitamente uno spazio dove il governo non potesse arrivare. Io credo che sia ora di rivisitare seriamente questa roba, ora».

«Questa considerazione – ha concluso – vale in tutti gli ambiti: contenuti dannosi, rispetto del diritto d’autore e diffamazione. Certi contenuti semplicemente non dovrebbe essere disponibili per essere visionati. Questo è ciò che penso. Sono categorico. Non è una campagna contro la libertà di espressione, la mia; il fatto è che c’è un interesse pubblico più ampio a rischio, in quanto implica danni ad altre persone. Dobbiamo diventare più bravi a definire l’interesse pubblico e dichiararlo con chiarezza».

Burnham, convinto della intrinseca pericolosità del web, ipotizza di imporre ai provider internet [I.S.P.] britannici [Bt, Tiscali, Aol o Sky] l’obbligo di fornire servizi di connettività specificamente orientati ai bambini. Altra idea del ministro è quella di imporre ad ogni sito l’obbligo di redigere e pubblicare sulla propria home page un «rating» che indichi a quale età è adatto il suo contenuto [un po’ come si fa con i film, anche se in questo caso si tratterebbe, forse, di una auto-valutazione]. A parte la non irrilevante questione che tali misure sarebbero inattuabili nel cyberspazio, che cosa succederebbe se un gestore di sito decidesse di non adeguarsi a questa misura, per fortuna al momento confinata nella scatola cranica del ministro? Pensa forse il governo inglese di oscurare i siti disobbedienti, portando gli standard della Gran Bretagna, patria del pensiero liberale, a quelli della dittatura cinese?

Burnham rovescia una regola suggerita dal buon senso: non è più compito delle famiglie vigilare su quello che i propri figli vedono sullo schermo del computer [tra l’altro sono reperibili sul mercato appositi software di filtraggio dei contenuti non adatti ai più piccoli]; spetterebbe invece allo stato inibire direttamente – a tutti – determinati contenuti.

La Section 63 del Criminal justice and immigration act 2008, invece, rappresenta la vittoria di Liz Longhurst, la cui figlia Jane, un’insegnante di Brighton, nel 2004 è stata strangolata dal suo partner Graham Coutts nel corso di un gioco erotico estremo. Poiché Coutts ha ammesso che, al momento dell’orribile delitto di cui si è macchiato, aveva maturato una patologica dipendenza pluriennale da pornografia violenta, la signora Longhurst [che ha anche raccolto 50 mila firme in un’apposita petizione] ha fatto lobby sui vari governi britannici per ottenere una qualche misura di censura sui siti di pornografia violenta.

Ed effettivamente la nuova legge punisce con la reclusione fino a tre anni chi detiene materiale pornografico classificabile come «estremamente offensivo, disgustoso, od osceno in qualsiasi altro senso». Vanno considerate in questo modo – oltre, ovviamente, alle immagini di necrofilia e bestialità, pratiche che anche prima della Section 63 costituivano ovviamente reati gravi – anche quelle che rappresentano in qualsiasi modo attività in grado di minacciare la vita o l’integrità fisica di persone.

La legge rappresenta una risposta emotiva e alla tragica morte di Jane Longhurst e, come tale, risente di un clima emergenziale e di una strutturazione eccessivamente indeterminata: prima di tutto, considera punibili alla stessa stregua gli atti osceni consensuali e quelli non consensuali. Claire Lewis, attivista paraplegica del network Consenting adult action network [Caan], intervistata da The Independent davanti al parlamento inglese, la mette così: «Siamo completamente d’accordo sul fatto che immagini di sesso non consensuale che implichi violenza debbano essere criminalizzate, ma la formulazione della nuova legge è talmente generica che essa rischia di trasformare in delinquenti un mucchio di persone normali. Il governo sembra convinto che se persone come noi guardano troppe immagini di un certo tipo finiscano per diventare stupratori o assassini. Questo ci offende».
In ogni caso, la legge segna un cambiamento radicale nella politica inglese, che passa dal perseguire un certo comportamento al punire chi lo guarda. Inoltre apre una falla importante nella privacy degli individui, i cui computer potranno essere scandagliati dalla polizia con una certa tranquillità.

Un altro problema riguarda l’implementazione della legge: a stabilire se determinate immagini rientrino o meno nella categoria sanzionabile dovrà essere, in ultima analisi, un giudice, rendendo le sanzioni ancora più arbitrarie. Tanto per capire che tipo di problemi comporti la nuova legge, Caan ha sottoposto un dossier di immagini a tre delle principali forze di polizia britanniche: nessuna delle tre, pare, è riuscita a decidere quali di quelle immagini sarebbero da considerarsi illegali alla luce dei nuovi provvedimenti.

In un editoriale che commenta quella che viene definita una legge «intrusiva e superflua», il quotidiano The Independent si sforza di aiutare i suoi lettori progressisti a comprendere per quale ragione il governo stia diventando tanto bacchettone. Innanzitutto c’è un malinteso senso della disciplina di partito: i politici del New Labour sembrano fare a gara per garantire un allineamento acritico alle posizioni del partito che, in modo alquanto paradossale, ha recentemente abbracciato una visione neo-puritana: «Nessun uomo politico brucia dal desiderio di diventare il portavoce dei freak sessuali. Una reputazione di tolleranza per il bondage non è esattamente il passaporto vincente per la carriera di un giovane ministro e, se è per questo, neanche per un signor nessuno che cerchi disperatamente di mollare la panchina dove il partito lo ha relegato. Peccato che in questo modo se ne vada un altro pezzetto delle nostre libertà civili, mentre aumentano le possibilità di sorveglianza poliziesca sulle nostre vite».

Inoltre, sembra che le nuove leve del partito abbiano una gran voglia di calpestare la sparuta minoranza di liberal che resiste ancora all’interno del New Labour: i suoi membri si rifanno infatti ad una visione dei diritti civili molto «anni sessanta», oggi considerata fuori moda, troppo radicale. Una strategia probabilmente destinata al successo, a meno che l’ossessione del governo a regolamentare ogni aspetto della vita della persone non finisca per produrre un effetto boomerang: non resta che sperare nella reazione di quanti [liberali, progressisti e perfino conservatori] non sopportano un governo che ficchi il naso nella vita sessuale dei cittadini.

di Mario Braconi

Link: http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/16384

Il messaggio che arriva da oltre Manica



Sembra un messaggio politico dritto dritto alla Lega Nord o ad Alleanza Nazionale. Un ammonimento verso i rigurgiti razzisti che da tempo si sono infiltrati nel nostro Bel Paese. Insomma un segnale a forze politiche e società civile italica che arriva da oltre Manica e che testimonia gli strani ribaltamenti con cui la storia, spesso, ci costringe a confrontarci. Per fortuna forse, perché sebbene tristi comunque ci richiamano al senso della realtà, ricordandoci che quel che facciamo all'altro potremmo subirlo anche noi. In un domani che non è poi nemmeno tanto prossimo e non per profezia evangelica, ma perchè le dinamiche economiche mutano i tradizionali equilibri sociali. Gli operai inglesi da tre giorni sono in sciopero in diverse zone della Gran Bretagna al grido di "stranieri ladri di lavoro", "tornate a casa vostra". E nella protesta il bersaglio critico siamo noi, o meglio gli operai e i tecnici italiani, insieme ad un minor gruppo di lavoratori portoghesi.

La vicenda è semplice. C'è una azienda italiana di Siracusa, la Irem, che ha vinto una gara d'appalto da ben 200 milioni di sterline per costruire un nuovo impianto ad alta tecnologia in una raffineria di petrolio situata nel Lincolnshire, nel Nord dell'Inghilterra. La Lindsey Oil, che fa capo alla Total, è un centro che vede occupate stabilmente 500 persone, centinaia di lavoratori a termine in base alle esigenze e migliaia a seconda dei momentanei ed immediati bisogni. Tradotto in numeri: un impianto che tratta 10 milioni di greggio all'anno, cioè 200 mila barili giornalieri.

Per condurre il lavoro la Irem ha deciso di portare con sé, oltre Manica, 300 tecnici specializzati provenienti dall'Italia e in parte dal Portogallo. Una presenza che è stata accolta dai lavoratori inglesi allo stesso modo di come certi lavoratori italiani accolgono gli stranieri che sbarcano nel nostro paese: con il rifiuto e la chiusura condite da un nemmeno troppo vago razzismo. "British work for british workers", che gli operai inglesi scandiscono, è infatti la traduzione di quello che da noi suona come "lavoro italiano per lavoratori italiani". La Total secondo loro avrebbe dovuto dargli preferenza e il Daily Express motiva la scelta con la cruda ragione economica del "costano meno". Ma il colosso francese dell'oro nero respinge al mittente tutte le critiche e la diretta interessata, la Irem, fa sapere tramite il suo vicepresidente Musso che dovendo realizzare lavori per 17 milioni di euro in quattro mesi, non si poteva che privilegiare operai italiani. "Sono opere ad alta specializzazione e, quindi, servono operai specializzati - ha affermato Musso- Loro in quella raffineria avevano problemi con questo progetto che dura da anni e ci hanno chiamati. Abbiamo fatto una gara e l'abbiamo vinta secondo le norme internazionali".

Versione che non placa gli animi locali tanto che la protesta si è sparsa a macchia d'olio anche nel Galles e nella Scozia, con la solidarietà dei sindacati. Bernard McAuley, sindacalista dell'Unite, ha infatti affermato in un comizio che "ci sono sufficienti operai specializzati disoccupati che vogliono il diritto a lavorare su questo sito e chiedono il diritto a lavorarci" e che per questo "vogliamo giustizia". Da chi? Sicuramente dal governo, a cui hanno richiesto un incontro. A far sponda a queste rivendicazioni ci ha pensato Hilary Benn, ministro dell'Ambiente, che ha parlato del diritto degli inglesi "a ricevere una risposta". L'esecutivo comunque terrà nei prossimi giorni degli incontri con l'industria per "garantire che stanno facendo tutto il possibile per sostenere l'economia britannica". Eppure a detta della Total -che ha difeso la scelta della società italiana di portare con sé manodopera nazionale per ragioni di qualificazione professionale maggiore- nessun lavoratore locale è stato licenziato. Del resto, sostengono in molti, i contratti della raffineria Lindsey sono stati confezionati "un po' di tempo fa" quando nel settore scarseggiava la forza lavoro e certo non si prevedeva la crisi che pure è piombata sulla Gran Bretagna come sul resto del globo.

"La nostra non è un protesta razzista" ma una questione "di giustizia", spiegano a stampa e tv le tute blu inglesi. E forse sarà vero. La crisi economica spezza la solidarietà di classe e sembra far tramontare -se ancora ne esisteva qualche scampolo- quello spirito operaio che un tempo lottava per caratterizzarsi come "internazionalista", in una guerra fra poveri che nasce in alto, nelle borse e nelle speculazioni, e scende verso il basso per travolgere non solo posti di lavoro, ma anche senso d'appartenenza. Quel po' di "spirito di classe", si diceva un tempo, che oggi si addormenta definitivamente perché la torta da spartire è molto rimpicciolita, come ha ricordato la Cgil parlando di una "guerra fra poveri" e, per voce di Susanna Camusso, di "un monito a chi in Italia vuole tentare di dividere".

Chissà allora cosa diranno Bossi e fratelli padani -che aspirano a separare il Nord e il Sud in Italia e nel mondo- nel sentire che adesso, in Inghilterra, siamo noi "quelli che rubano il posto di lavoro". Probabilmente niente, avendo da tempo già dato prova di aver dimenticato il popolo di migranti che siamo stati in secoli passati, per attaccare (Lampedusa docet) quanti sbarcano sulle nostre coste.

di Marzia Bonacci

Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=10791

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