venerdì 30 gennaio 2009

Siccità Argentina


Davanti alla siccità che ha colpito il Paese nuove misure economiche per il settore agricolo.Non si vedeva una situazione simile da almeno 70 anni. Intere e sterminate campagne secche, senza una goccia d'acqua. Un intero settore merceologico, quello agricolo, in balia degli eventi gestiti da madre natura. Un problema in più per la presidente, Cristina Fernandez, che con il settore non è mai andata d'amore e d'accordo. E allora via con una serie di misure straordinarie di cui potranno beneficiare produttori, agricoltori e in generale tutto il settore fortemente colpito dalla siccità. Dopo la proclamazione dello stato d'emergenza, infatti, l'amministrazione di Buenos Aires ha deciso: i produttori colpiti dall'ondata di siccità potranno pagare le tasse dovute allo Stato con ritardo di un anno. Alcuni maligni sostengono che la misura adottata dal governo sia più che altro un gesto distensivo fra la presidente e i rappresentanti del settore agricolo che nel corso dell'ultimo anno hanno avuto diversi scontri sfociati con le proteste contro l'aumento dei dazi doganali sulle esportazioni di grano.In ogni caso gli impiegati nel settore storcono il naso. "Le misure prese sono ben lontane dal risolvere la situazione" racconta Eduardo Buzzi, leader della Federacion Agraria Argentina. Il responsabile commerciale della federazione, però, picchia ancora più duro: "Le dichiarazioni di Cristina Fernandez e le misure adottate in seguito alla grave crisi che ci sta colpendo contemplano solo il diritto di posticipare il pagamento delle tasse. E serve a poco una misura del genere quando il produttore ha perso tutto il raccolto". "Non avevo mai visto nulla di simile" racconta Juan Galletti, operatore di organizzazioni non governative di passaggio in Argentina. "Non piove, non c'è acqua. Senza acqua il seme non si sviluppa e il raccolto va a farsi benedire. Una situazione simile si può definire con una solo parola: catastrofe. E' davvero impressionante: tutti si lamentano, tutti avrebbero qualcosa da dire ai governanti. Credo, però, che a porre fine a questa situazione potrà essere solo mamma natura nel momento in cui deciderà di far piovere".E come dare torto a Galletti quando si leggono le cifre che la siccità si porta dietro. Almeno 800mila capi di bestiame sarebbero morti di stenti. In alcune regioni il 90 percento dei raccolti di mais è andato perso in altri invece le cifre dicono che probabilmente si salverà solo il 35/40 percento delle coltivazioni. E le preoccupazioni aumentano quando si pensa alla coltivazione della soia, la principale coltivazione del paese, che potrebbe vedere perdite per 4 miliardi di dollari.Non meglio va nel vicino Uruguay. La siccità, anche nel piccolo paese affacciato sull'Atlantico, non ha dato tregua e ha causato un'impennata nei prezzi della carne. Nel sud del Paese, nella regione di San Josè, non si ricordavano una siccità di questo tipo da almeno 90 anni. "Forse nel 1920 abbiamo provato qualcosa di simile" racconta un agricoltore della zona. "Ma è dall'aprile del 2007 che non siamo in grado di produrre perchè non piove". E secondo gli esperti non pioverà ancora per un bel po' di tempo. Anche in questo caso il governo ha deciso di intraprendere misure urgenti per dare una mano al settore agricolo. Ma non è tutto così semplice come sembra. "Lo stato d'emergenza dichiarato dal governo, a mio avviso arriva troppo tardi. Dovevano pensarci prima. La situazione così come è oggi va avanti ormai da quattro mesi".
di Alessandro Grandi

Chi è e cosa vuole Barack Obama?


Un'altra gloriosa guerra americana

Il Pentagono spinge con forza per un grosso aumento di truppe per l'Afghanistan. Barack Obama ha chiesto lo stesso da ben prima delle elezioni di novembre. Ascoltate i rulli di tamburo che ci dicono come la sicurezza degli Stati Uniti e del Mondo Libero hanno bisogno di un'accresciuta azione in questo posto chiamato Afghanistan. Ovvero, urgente come l'Iraq nel 2003. Perché? Che c'è in questo stato arretrato, reazionario, fallito e che odia le donne per meritare la morte di centinaia di soldati americani e della NATO? Per giustificare decine di migliaia di morti afgani dopo i primi bombardamenti USA nell'ottobre del 2001?

All'inizio di dicembre, riferisce il Washington Post, “al campo aereo di Kandahar in Afghanistan, il ministro della difesa Robert M. Gates ha detto che gli Stati Uniti si stanno assumendo un 'impegno prolungato' in quel paese, che durerà 'un periodo protratto nel tempo'.” La storia prosegue parlando di 300 milioni di dollari in progetti di costruzione in questa sola base per ospitare ulteriori forze americane, aggiungendo torri e stazioni di guardia e una recinzione perimetrale attorno all'area della caserma, installando aree per l'ispezione di veicoli, uffici per l'amministrazione, magazzini refrigerati, una nuova centrale elettrica, sistemi di distribuzione idrici ed elettrici, linee di comunicazione, alloggi per 1500 unità di personale che provvedono ai sistemi, officine per la manutenzione, magazzini [1]... La ricchezza dell'America che stilla eternamente.

In aprile il maggiore generale David Rodriguez, comandante della 82ª divisione aerotrasportata USA, quando gli era stato chiesto quanto ci sarebbe voluto per creare una “stabilità durevole” in Afghanistan, aveva risposto: “In qualche modo, o forma [...] penso una generazione.” [2] “Stabilità”, andrebbe notato, è una parola in codice che gli Stati Uniti usano regolarmente almeno dagli anni '50 per significare che il regime al potere è disposto e in grado di comportarsi come a Washington va che si comporti. È notevole, e spaventoso, leggere militari americani che scrivono di come vanno per il mondo a portare “stabilità” alla gente (spesso ingrata). Lo scorso ottobre l'esercito ha pubblicato un manuale chiamato “Stability Operations”, [3] che discute di numerosi interventi americani in tutto il mondo a partire dagli anni '90 dell'800, un esempio dopo l'altro di “stabilità” portata a popoli arretrati. Ci si possono immaginare i giovani militari americani che lo leggono, o ai quali viene propinato in conferenze, pieni dell'orgoglio di essere membri di una forza combattente così altruista.

Per i membri delle forze armate USA in Afghanistan la lezione più illuminante che potrebbero ricevere è che i piani del loro governo per quella triste terra hanno poco o nulla a che fare con il benessere del popolo afgano. Alla fine degli anni '70 e per buona parte degli anni '80 il paese ha avuto un governo che era relativamente progressista, con pieni diritti per le donne; perfino un rapporto del Pentagono dell'epoca testimoniava della realtà dei diritti delle donne nel paese. [4] E cosa accadde a quel governo? Gli Stati Uniti furono determinanti nel rovesciarlo. Fu sostituito dai Talebani. Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica le compagnie petrolifere americane hanno gareggiato con Russia, Iran e altri interessi energetici per le massicce riserve di petrolio e gas naturale non sfruttate nelle repubblica ex sovietiche dell'Asia centrale. La costruzione e protezione di oleodotti e gasdotti in Afghanistan, diretti da lì verso Pakistan, India e altrove, è stato un obiettivo chiave della politica USA da prima dell'invasione e occupazione americana del paese nel 2001, anche se il successivo disordine locale ha frapposto gravi ostacoli a piani del genere. Un gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India ha il forte appoggio di Washington perché, fra le altre ragioni, gli USA sono ansiosi di bloccare una conduttura concorrente che porterebbe il gas in Pakistan e in India dall'Iran. [5] Ma la sicurezza per simili progetti resta sconfortante, ed è qui che entrano in gioco le forze americane e della NATO.

Alla fine degli anni '90 la compagnia petrolifera americana Unocal si incontrò in Texas con funzionari talebani, per discutere delle condutture. [6] Zalmay Khalilzad, più tardi scelto come ambasciatore degli USA in Afghanistan, lavorava per la Unocal [7]; anche Hamid Karzai, più tardi scelto da Washington per essere il presidente afgano, avrebbe lavorato per la Unocal, anche se la compagnia lo nega. I colloqui della Unocal con i Talebani, di cui l'amministrazione Clinton era pienamente informata, e che non furono scoraggiati dall'estrema repressione della società talebana, continuarono fino al 2000 o al 2001.

Quanto alla NATO, non ha motivo di combattere in Afghanistan. Anzi, la NATO non ha alcun motivo legittimo di esistere. La sua paura più grande è che il “fallimento” in Afghanistan faccia tenere più presente questo pensiero al mondo. Se la NATO non avesse cominciato a intervenire al di fuori dell'Europa avrebbe evidenziato la sua inutilità e la sua assenza di missione. Si diceva “Fuori dall'area o fuori attività”.

In giugno il Canadian Center for Policy Alternatives ha pubblicato un rapporto nel quale si dice che l'attività di Talebani e insorgenti contro la presenza USA-NATO nella provincia di Kandahar mette in dubbio la fattibilità del progetto del gasdotto. Il rapporto dice che le regioni meridionali dell'Afghanistan, Kandahar compresa, dovrebbero essere ripulite entro due anni dall'attività degli insorgenti e dalle mine per soddisfare ai programmi di investimento e costruzione.

“Nessuno comincerà a interrare tubature a meno che non sarà certo che ci sia qualche ragionevole garanzia che i lavoratori alla conduttura saranno sicuri”, ha detto Howard Brown, il rappresentante canadese dell'Asian Development Bank, la maggiore agenzia finanziatrice del gasdotto.8

Se agli americani venisse chiesto cosa pensano che il loro paese stia facendo in Afghanistan, le loro risposte probabilmente sarebbero una variazione o l'altra sul tema “combattere il terrorismo”, con qualche tipo di connessione all'11 settembre. Ma cosa significa? Delle decine di migliaia di afgani uccisi da bombe americane/NATO nel corso di sette anni, quanti si può dire che avessero qualche sorta di collegamento con qualche sorta di azione terrorista antiamericana, se non nello stesso Afghanistan durante questo periodo? Nessuno, per quanto ne sappiamo. I cosiddetti “campi di addestramento per terroristi” in Afghanistan vennero creati in larga misura dai Talebani per fornire combattenti per il loro conflitto civile con l'Alleanza del Nord (appena meno religiosamente fanatica e misogina dei Talebani, ma rappresentata nell'attuale governo afgano). Come tutti sanno, nessuno dei pretesi dirottatori dell'11 settembre era afgano; 15 dei 19 venivano dall'Arabia Saudita; e la maggior parte della pianificazione per gli attacchi sembra sia stata effettuata in Germania e negli Stati Uniti. Così, naturalmente, bombardate l'Afghanistan. E continuate a bombardare l'Afghanistan. E bombardare il Pakistan. Specialmente le feste di matrimonio (finora almeno sei).

Israele e Palestina, ancora, per sempre

Niente cambia. Compreso quanto ho da dire sulla questione. Per provare quanto dico, ripeto parte di quanto scrissi in questo rapporto nel luglio 2006...

Ci sono momenti in cui penso che questo vecchio, stanco mondo è andato avanti qualche anno di troppo. Quel che sta succedendo in medio oriente è così deprimente. La maggior parte delle discussioni sull’eterno conflitto israeliano-palestinese sono variazioni sull’eterna difesa del bambino che si è comportato male – “ha cominciato lui!” Dopo qualche minuto di discussione sull’ultima manifestazione del conflitto i partecipanti ritornano al 1967, poi al 1948, poi ai tempi biblici. Non voglio impelagarmi in chi ha cominciato il casino attuale. Invece vorrei prima esprimere quelli che vedo come due essenziali fatti della vita fondamentali che rimangono da un conflitto a quello successivo:

1) L’esistenza di Israele non è in gioco e non lo è da decenni, se mai lo è stata, a prescindere dalle molte dichiarazioni militanti de rigueur rilasciate da leader arabi nel corso degli anni. Se Israele imparasse a trattare con i suoi vicini in una maniera non espansionista, non militare, umana e rispettosa, si impegnasse a scambi di prigionieri completi, e si sforzasse sinceramente per ottenere una soluzione fattibile basata su due stati, anche chi è contrario all’idea di uno stato basato su una particolare religione potrebbe accettare lo stato di Israele, e la questione del suo diritto di esistere praticamente non sorgerebbe nemmeno nelle menti della gente. Ma così come stanno le cose, Israele ancora usa il problema come una giustificazione per il proprio comportamento, così come ebrei in tutto il mondo usano l’Olocausto e confondono l’antisionismo con l’antisemitismo.

2) In un conflitto fra un gorilla da mezza tonnellata e un topo, è il gorilla che deve fare concessioni perché le due parti passino al livello successivo. Cosa possono offrire i palestinesi quanto a concessioni? Israele a questa domanda risponderebbe “Nessun attacco violento di alcun genere”. Ma questo lascerebbe com'è lo status quo ante bellum – una vita di assoluta infelicità per il popolo palestinese occupato e prigioniero, confinato nel più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo.

Si tratta di un atto ingiustificato di punizione collettiva che sta privando i palestinesi di cibo, elettricità, acqua, denaro, accesso al mondo esterno... e sonno. Israele la notte ha mandato dei jet in volo su Gaza producendo boom sonici, traumatizzando i bambini. “Voglio che a Gaza la notte nessuno dorma”, ha dichiarato il primo ministro israeliano Ehud Olmer9, parole adatte alla pietra tombale di Israele.

Israele ha creato i suoi peggiori nemici – ha aiutato a creare Hamas come contrappeso di Fatah in Palestina, e la sua occupazione del Libano ha creato Hezbollah. Ci si può aspettare che gli attuali terribili bombardamenti manterranno in funzione questo processo. Dalla sua stessa nascita Israele è stato continuamente impegnato a combattere guerre e a prendere la terra di altri popoli. Agli idealistici pionieri sionisti non è mai venuto in mente qualche modo migliore?

La domanda che potrebbe non scomparire mai: Chi è davvero Barack Obama?

Nella sua autobiografia, “I sogni di mio padre”, Barack Obama scrive che a un certo punto dopo essersi laureato nel 1983 dalla Columbia University accettò un lavoro. Descrive il suo datore di lavoro come “una ditta di consulenza di società multinazionali” a New York, e le sue funzioni come “assistente di ricerca” e “scrittore in materia finanziaria”.

La parte strana della storia di Obama è che non fa il nome del suo datore di lavoro. Tuttavia un pezzo del 2007 sul New York Times identifica la società come la Business International Corporation.10 Ugualmente strano è che il Times non ricordi ai suoi lettori che lo stesso giornale aveva rivelato nel 1977 che la Business International aveva dato copertura a quattro dipendenti della CIA in vari paesi fra 1955 e 1960.11

La rivista britannica Lobster Magazine – che, malgrado il suo nome incongruo, è una venerabile pubblicazione internazionale su questioni di intelligence – ha riferito che la Business International fu attiva negli anno '80 nel promuovere la candidatura di candidati favoriti da Washington in Australia e nelle Figi.12 Nel 1987 la CIA rovesciò il governo delle Figi dopo appena un mese che era entrato in carica per via della sua politica di mantenere l'isola una zona libera dal nucleare, il che significava che le navi americane a energia nucleare o con a bordo armi nucleari non potevano farvi scalo.13 Dopo il colpo di stato alle Figi il candidato appoggiato dalla Business International, che era molto più sensibile ai desideri nucleari di Washington, fu reinsediato al potere – R.S.K. Mara fu primo ministro o presidente delle Figi dal 1970 al 2000, meno un'interruzione di un mese nel 1987.

Nel suo libro non solo Obama non menziona il suo datore di lavoro; non dice quando ci lavorò, o perché lasciò quel lavoro. Queste omissioni potrebbero non avere alcun significato, ma nella misura in cui la Business International ha una lunga associazione con il mondo dell'intelligence, delle azioni segrete e dei tentativi di penetrare nella sinistra radicale – compreso in Students for a Democratic Society (SDS)14 – resta valido chiedersi se l'imperscrutabile signor Obama stia nascondendo qualcosa dei suoi legami con questo mondo.

Sul 50° anniversario di Cuba socialista, 1 gennaio 2009: note sull'inizio della sua indimenticabile rivoluzione.

L'esistenza di un governo rivoluzionario socialista con legami crescenti con l'Unione Sovietica ad appena 150 chilometri, insisteva il governo degli Stati Uniti, era una situazione che nessuna superpotenza che avesse rispetto di sé avrebbe tollerato, e nel 1961 intraprese un'invasione di Cuba.

Ma a meno di 80 chilometri dall'Unione Sovietica c'era il Pakistan, uno stretto alleato degli Stati Uniti, membro dal 1955 della South-East Asia Treaty Organization (SEATO), l'alleanza anticomunista creata dagli USA. Sul confine stesso dell'URSS c'era l'Iran, un alleato degli USA ancora più stretto, con le sue instancabili postazioni di ascolto elettronico, la sorveglianza aerea e le infiltrazioni in territorio russo ad opera di agenti americani. E accanto all'Iran, anch'esso al confine dell'Unione Sovietica, c'era la Turchia, membro dal 1951 del nemico mortale dei russi, la NATO.

Nel 1962, durante la “Crisi dei missili di Cuba”, Washington, apparentemente in uno stato prossimo al panico, informò il mondo che i russi stavano installando missili “offensivi” a Cuba. Gli USA istituirono prontamente una “quarantena” dell'isola – un'ostentazione di forze navali e di Marines nei Caraibi che avrebbero fermato e perquisito tutte le navi dirette a Cuba; tutte quelle che avessero avuto a bordo un carico di natura militare sarebbero state costrette a tornare indietro. Gli Stati Uniti, tuttavia, avevano missili e bombardieri già in posizione in Turchia e altri missili in Europa occidentale puntati verso l'Unione Sovietica. Il leader russo Nikita Khrushchev scrisse in seguito:

“Gli americani avevano circondato il nostro paese con basi militari e ci minacciavano con armi nucleari, e ora avrebbero solo imparato come ci si sente ad avere missili nemici puntati contro, non avremmo fatto nient'altro che dare loro un po' della loro stessa medicina. [...] Dopo tutto gli Stati Uniti non avevano contestazioni morali o legali da farci. Avevamo dati ai cubani niente di più di quello che gli americani stavano dando ai loro alleati. Avevamo gli stessi diritti e le stesse opportunità degli americani. La nostra condotta nell'arena internazionale era governata dalle stesse regole e dagli stessi limiti degli americani.”15

Perché nessuno fraintendesse, come Khrushchev apparentemente faceva, le regole in base alle quali Washington stava operando, la rivista Time fu veloce a spiegare. “Da parte dei comunisti”, dichiarò la rivista, “questa equiparazione [riferito all'offerta di Khrushchev di rimuovere vicendevolmente missili e bombardieri da Cuba e dalla Turchia] ha ovvi motivi tattici. Da parte dei neutralisti e dei pacifisti [che accoglievano con piacere l'offerta di Khrushchev] tradisce confusione morale e intellettuale.” La confusione stava, sembra, nel non vedere chiaramente chi erano i buoni e chi erano i cattivi, poiché “Lo scopo delle basi USA [in Turchia] non era ricattare la Russia ma rafforzare il sistema di difesa della NATO, che era stato creato come una salvaguardia contro l'aggressione russa. Come membro della NATO, la Turchia ha accolto con piacere le basi come un contributo alla propria difesa.” Cuba, che era stata invasa appena l'anno prima, sembra che non avrebbe potuto avere preoccupazioni del genere. Time continuò il suo sermone, che indubbiamente parlava per la maggior parte degli americani:

“Al di là di queste differenze fra i due casi, c'è un'enorme differenza morale fra gli obiettivi USA e quelli russi. [...] Equiparare basi USA e russe in effetti è equiparare scopi americani e russi. [...] Le basi USA, come quelle in Turchia, hanno aiutato a mantenere la pace dopo la seconda guerra mondiale, mentre le basi russe a Cuba hanno minacciato di sconvolgere la pace. Le basi russe sono state pensate per promuovere la conquista e la dominazione, mentre le basi USA sono state realizzate per preservare la libertà. La differenza sarebbe dovuta essere ovvia per tutti.”16

Ugualmente ovvio era il diritto degli Stati Uniti di mantenere una base militare sul suolo cubano – a nome Guantanamo Naval Base, un vestigio del colonialismo che guarda in gola al popolo cubano, che gli USA, a tutt'oggi, rifiutano di evacuare malgrado la veemente protesta del governo di Castro. Nel lessico americano, oltre a basi e missili buoni e cattivi, ci sono rivoluzioni buone e cattive. Le rivoluzioni americana e francese furono buone. La rivoluzione cubana è cattiva. Deve essere cattiva perché come suo risultato tanta gente ha lasciato Cuba.

Ma almeno 100.000 persone lasciarono le colonie britanniche in America durante e dopo la rivoluzione americana. Questi Tory non riuscivano a conformarsi ai cambiamenti sociali e politici, reali e temuti, particolarmente quel cambiamento che accompagna tutte le rivoluzioni degne di quel nome – quelli che erano guardati dall'alto in basso non sanno più stare al loro posto. (O come il Segretario di Stato si espresse dopo la rivoluzione russa: i bolscevichi cercavano “di rendere dominante sulla terra la massa ignorante e incapace dell'umanità.”17)

I Tory fuggirono nella Nuova Scozia e in Gran Bretagna portando con sé storie di rivoluzionari americani empi, dissoluti e barbarici. A quelli che restarono e rifiutarono di prestare un giuramento di fedeltà ai nuovi governi di stato furono negate praticamente tutte le libertà civili. Molti furono incarcerati, assassinati, o costretti all'esilio. Dopo la guerra di secessione altre migliaia fuggirono in Sudamerica e in altri luoghi, ancora una volta turbati dallo sconvolgimento sociale. Quanto più c'era da aspettarsi un esodo del genere in seguito alla rivoluzione cubana? – una vera rivoluzione sociale, che ha fatto sorgere cambiamenti molto più profondi di qualsiasi cosa nell'esperienza americana. Quanti di più avrebbero lasciato gli Stati Uniti se a 150 chilometri ci fosse la nazione più ricca del mondo che li accoglie con piacere e promette ogni sorta di vantaggi e ricompense?

William Blum (Anti-Report n°65)
Fonte:www.killinghope.org
Link: http://www.killinghope.org/bblum6/aer65.html

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LUCA TOMBOLESI

Rivoluzione Google


Secondo un rapporto dell'azienda, Google sta per lanciare un servizio che permetterebbe agli utenti di accedere al loro personal computer da qualunque connessione Internet. Ma i critici avvertono che ciò darebbe al behemoth della rete un controllo senza precedenti sui dati personali degli individui.

Il Google Drive, o "GDrive", potrebbe uccidere il computer da scrivania basato su un potente hard disk. Invece i file personali dell'utente e il sistema operativo potrebbero essere custoditi sui server di Google avendovi accesso tramite Internet.

Secondo il sito Web di notizie tecnologiche TG Daily, che lo descrive come "il prodotto più atteso della storia di Google", il GDrive di cui si è tanto parlato dovrebbe essere lanciato quest'anno. Esso viene visto come un cambio di paradigma, con l'allontanamento dal sistema operativo Windows di Microsoft, che gira all'interno di gran parte dei computer del mondo, in favore del "cloud computing" ["elaborazione a nuvola" N.d.t.], in cui l'elaborazione e la memorizzazione vengono effettuati a migliaia di chilometri in remoti centri dati.

Gli utenti da casa o da lavoro si stanno sempre più rivolgendo a servizi basati sul Web, solitamente gratuiti, che vanno dalle e-mail (come Hotmail e Gmail) alla memorizzazione di foto digitali (come Flickr e Picasa) e a sempre più applicazioni per documenti e fogli dati (come Google Apps). La perdita di un computer portatile o la rottura di un hard disk non mettono a repentaglio i dati perché essi sono regolarmente salvati nella "nuvola" e possono essere consultati tramite Web da qualunque macchina.

Il GDrive seguirà questa logica sino alla sua estrema conclusione spostando i contenuti dell'hard disk dell'utente nei server di Google. Il PC sarà un dispositivo più semplice ed economico che funzionerà come portale verso l'Web, forse tramite un adattamento di Android, il sistema operativo di Google per telefoni cellulari. Gli utenti penseranno al loro computer come a un software piuttosto che a un hardware.

È questa prospettiva che mette in allarme i critici delle ambizioni di Google. Peter Brown, direttore esecutivo della Free Software Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro che difende le libertà di chi utilizza il computer, non ha messo in discussione la convenienza che viene offerta, ma ha detto: "Sarebbe un po' come dire 'siamo in una dittatura, i treni viaggiano in orario'. Ma vi importa che qualcuno possa vedere tutto ciò che avete sul vostro computer? Vi importa che Google può essere in qualunque momento vincolato legalmente a consegnare tutti i vostri dati al governo americano?"

Google si è rifiutata di dare conferme sul GDrive, ma ha riconosciuto l'esistenza di una crescente domanda per il cloud computing. Dave Armstrong, direttore del dipartimento prodotti e marketing della Google Enterprise ha detto: "Vi è una chiara direzione... che allontana dall'idea ' Questo è il mio PC, questo è il mio hard disk' e porta verso ' Questo è il modo in cui interagisco con le informazioni, questo è il modo in cui interagisco con il Web'".

Titolo originale: "Google plans to make PCs history"
Traduzione per www.comedonchisciotte.org

Fonte: http://www.guardian.co.uk

Il Giappone vede la catastrofe


Calo record per la produzione industriale giapponese a dicembre. Secondo i dati diffusi dal ministero dell'economia, la produzione è scesa del 9,6% sul mese precedente superando le attese di un calo contenuto a -9%. Si tratta della contrazione più consistente di sempre. Il governo si attende -9,1% a gennaio e -4,7% a febbraio.

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